Note sull’antropocene. 2. Le ipotesi. prima parte

In evidenza

Claudio Della Volpe

Nella prima parte di questo post (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/10/18/note-sullantropocene-1-le-origini/) abbiamo introdotto la storia del meme Antropocene. In questa seconda parte introdurremo invece le varie ipotesi avanzate per stabilirne i confini storici; diciamo subito che ci sono tante diverse ipotesi, ma le principali sono quattro e le enumero in ordine di datazione dell’origine dell’Antropocene.

Ipotesi 1: In un libro del 2013 (1) Timothy Morton introduce il concetto di iperoggetto. L’iperoggetto è un oggetto tale per cui non può essere intrinsecamente conosciuto da una posizione esterna, in altre parole il soggetto ne fa parte per definizione. Il soggetto che esplora e conosce non può guardare gli “iperoggetti” dall’esterno, ma piuttosto, ne fa parte, ne è ospitato , circondato, legato, ci interagisce così fortemente che non può che esserne considerato una parte “interna”. L’universo è un iperoggetto. La società umana come tale è un iperoggetto, ma poniamo anche il riscaldamento globale o i “giri”oceanici che producono isole plasticose con i nostri rifiuti, essi sono iperoggetti perchè noi ci interagiamo fortemente, in un certo senso ne siamo parte integrante, siamo contemporaneamente il soggetto che vuole conoscerli ma anche quello che li produce.

L’iperoggetto inoltre non è solo grande nello spazio e nel tempo, ma è anche “viscoso”.

tale viscosità è il prodotto diretto del proliferare di informazioni. Quanto più sappiamo a proposito degli iper-oggetti, tanto più ci rendiamo conto che non potremo mai veramente conoscerli. Eppure, per quanto ci sforziamo di allontanarli, non possiamo separarci da loro” (p. 180).

In definitiva l’uomo come specie crea una enorme quantità di iperoggetti a partire dall’uso del fuoco (circa un milione di anni fa, Homo erectus) che già ha avuto un enorme impatto sulla biosfera; ma il momento chiave secondo Morton è la invenzione dell’agricoltura circa 10.000 anni fa o meglio dell’agrilogistica, una organizzazione della vita sociale che è caratterizzata da un “certo numero di sotto-variabili: l’eliminazione di contraddizioni e anomalie, l’innalzamento di confini tra umano e non-umano, la massimizzazione dell’esistenza a scapito d’ogni altra considerazione, inclusa ogni qualità dell’esistenza stessa. Ora che l’agrilogistica copre quasi interamente la superficie terrestre possiamo vederne gli effetti come in una reazione di polimerizzazione: ebbene, sono catastrofici

Si tratta come vedete di una concezione un po’ filosofica; Morton propone una società contemplativa per uscire dai problemi dell’agrilogistica, una proposta difficilmente accettabile, un po’ elitaria diciamo così.

Se si cercano dati fisici, precedenti o successivi all’inizio dell’Olocene (11700 anni fa) si trovano varie date possibili, dagli effetti del fuoco a quelli dell’estinzione della megafauna a quelli dell’inizio vero e proprio dell’agricoltura fino all’introduzione del riso e dei ruminanti che potrebbero aver modificato la percentuale di metano in atmosfera, ma su tutti ci sono sufficienti dubbi da esludere una chiara individuazione come inequivoco confine dell’Antropocene al momento.

Ipotesi 2: in un articolo del 2015 (2) Simon Lewis e Mark Maslin propongono come limite temporale dell’Antropocene la scoperta del’America da parte di Colombo, anzi tutto il periodo che ne segue, definito come “Columbian exchange”, lo scambio colombiano. In realtà l’articolo di Lewis e Maslin è da leggere tutto intero e dà una descrizione completa e precisa dell’azione umana al di là della singola ipotesi che sostiene poi; lo consiglio caldamente a chi volesse farsi un’idea precisa e riccamente documentata della situazione (magistrale il paragrafo a pag. 172 intitolato The geological importance of human actions).

L’arrivo degli europei nei Caraibi nel 1492 e l’annessione delle Americhe causò il più grande scambio di popolazioni degli ultimi 13000 anni, con la formazione della prima grande rete globale di commerci fra Europa, Cina, Africa e le Americhe e la susseguente miscelazione di bioti prima separati, conosciuta come “lo scambio colombiano”.

Il più vistoso effetto fu certamente quella che si potrebbe definire la globalizzazione del cibo che è descritta nella figura precedente, che diede luogo a scambi di semi e pollini ma anche di scheletri di animali che si ritroveranno nei secoli in varie sedi.

Oltre a ciò ci fu l’effetto di ridurre drasticamente la popolazione umana sia in America, ma anche in Africa. Si stima che dei circa 60 milioni di persone che vivevano in America ne sia rimasto dopo oltre un secolo meno del 10%. a causa delle malattie importate dagli europei (contro le quali quelle popolazioni non avevano difesa), della schiavitù , della fame, etc.. Occorre anche considerare (questo è una mia considerazione) che l’apertura dei territori del Sud e centro America diede il via ad una tratta atlantica degli schiavi che riguardò oltre 10 milioni di persone che costituivano come ordine di grandezza qualcosa come la metà della popolazione africana di quel periodo.

Si stima che la sola decrescita della popolazione centro e sud americana comportasse l’abbandono di una enorme quantità di terreno coltivato a latitudini cui corrispondeva una enorme produttività biologica, con la conseguente rigenerazione di oltre 50 milioni di ettari di foresta, savana boscosa e prateria con un assorbimento di carbonio a causa di questo effetto di rivegetazione del suolo pari a 5-40 Pg, ossia miliardi di ton equivalenti, in 100 anni. Simile contributo dalla tratta degli schiavi, anche se la situazione sembra più complessa ((http://nrs.harvard.edu/urn-3:HUL.InstRepos:3710252 e https://econpapers.repec.org/paper/csawpaper/2014-02.htm).

Questo suggerisce che l’episodio ha contribuito in modo significativo ad un evento globale , ossia la riduzione della concentrazione di CO2 di 7–10 p.p.m. (1 p.p.m. CO2 = 2.1 Pg di carbonio equivalente) fra il 1570 e il 1620 documentato nelle registrazioni ad alta risoluzione delle carote di ghiaccio antartiche (si veda parte c di due figure più in alto). La riduzione della CO2, badate, il contrario di quel che sta succedendo adesso.

Si tratta dell’evento più importante nella storia della CO2 sia in velocità di variazione che in dimensione nella storia pre industriale degli ultimi 2000 anni.

Gli autori propongono di considerare i fenomeni globali dello scambio colombiano, ossia la riduzione di CO2 di 7-10 ppm nella carota di ghiaccio del Law Dome, la prima presenza di fossili al di quà e al di là del’oceano del mais e altri fenomeni simili come segnali inequivoci del fenomeno, elencandoli in dettaglio.

Essi concludono che questo “incontro” delle popolazioni dei continenti vecchio e nuovo e l’omogeinizzazione mai prima avvenuta dei loro bioti rappresenti un evento estremamente importante per la storia del pianeta; trovano anche un nome per questa ipotesi la ipotesi Orbis dalla parola latina per mondo e Orbis spike sarebbe il segnale della riduzione di CO2; il motivo di questa scelta starebbe nel fatto che solo dopo il 1492 i due emisferi del pianeta si sono “connessi” tanto che molti altri scienziati si riferiscono a questo periodo come all’inizio del “sistema mondo”.

Nel prossimo post discuteremo le altre due ipotesi principali prese in considerazione per l’nizio dell’Antropocene, la rivoluzione industriale e il periodo delle esplosioni atomiche in atmosfera..

(continua)

(1)Timothy Morton, Hyperobjects: Philosophy and Ecology after the End of the World, Minneapolis: U Minnesota P, 2013.

(2) Defining the Anthropocene doi:10.1038/nature14258

Simon L. Lewis & Mark A. Maslin 12 MARCH 2015, VOL 519 , NATURE, p.171

Perché il blog cambia nome.

“La Società Chimica Italiana (SCI) ospita l’accesso a questo blog dal proprio portale web nella convinzione di contribuire al rapporto fra chimica e società civile ed alla disseminazione della cultura chimica; al tempo stesso ne sancisce l’assoluta autonomia e sottolinea che nessuna responsabilità su quanto in esso pubblicato è ascrivibile alla SCI.”

a cura di Claudio Della Volpe.

Il blog della SCI è al suo quinto anno di lavoro; ha iniziato infatti a pubblicare il 14 novembre 2012 e da allora ha pubblicato oltre 600 fra post e pagine (150 all’anno, uno ogni due o tre giorni) con molte decine di autori diversi ricevendo fra 900 e 1000 contatti in media per ogni post, 14000 ogni mese; nell’ultimo anno sfiora i 160.000 contatti.

blogsci2017Dietro questa mole di lavoro c’è una redazione di meno di dieci persone che scrivono e discutono insieme e il contributo di tanti altri che ogni tanto inviano il loro testo o filmato.

Siamo partiti con un nome “il blog della SCI” che faceva riferimento all’ambiente da cui veniamo fuori in maggioranza, la SCI, anche perchè riteniamo che il blog sia un modo per comunicare fra di noi e con il grande pubblico che è uno dei compiti della Società Chimica; l’art. 2 del nostro statuto recita:scopo1Mentre tutti gli altri punti sono sostanzialmente al centro dell’impegno della SCI il secondo item del punto 1 dell’articolo 2

scopo2non vede al momento numerose le opportunità di realizzazione concreta; il blog ci sembrava e ci sembra dunque uno dei modi di realizzare concretamente questo obiettivo.

In effetti guardando dall’esterno la SCI si presenta come una associazione essenzialmente universitaria (sui 3500 soci attuali 2500 dichiarano al momento dell’iscrizione di essere in qualche modo legati all’università: docenti, studenti, dottorandi, precari); all’esterno della SCI, il mondo della chimica è molto più variegato, dato che l’università copre solo qualche percento dei quasi 100.000 chimici del nostro paese (un numero che non vuole essere una stima esatta) e fra i quali la maggioranza fa tutt’altro lavoro: industria, terziario, scuola. Si capisce dunque la difficoltà legata al compito a dir poco immane di stare legati fra chimici e di essere presenti fra la popolazione più in generale. Ora mentre al primo di questi obiettivi concorrono molte delle iniziative scientifiche come i congressi o le riviste, a quelle divulgative e didattiche sono dedicati molti meno sforzi, nonostante l’impegno notevole che la sezione didattica sta sviluppando meritoriamente in questi anni (si veda anche il nuovo sito in corso di costruzione). Per esempio è chiaro che anche una partecipazione massiva alle Olimpiadi della Chimica di per sé non può coprire le esigenze di formazione generalizzata verso la popolazione più in generale; ci vuole un’approccio che non può fare a meno oggi dell’uso dei media moderni, la rete prima di tutto, e che sia costante e che impegni risorse intellettuali adeguate.

Non si tratta qui di un desiderio personale (o perfino politicizzato come qualcuno ha detto di recente) ma di uno scopo statutario e direi anche di una esigenza basilare: la chimica o riacquista una immagine positiva presso il grande pubblico oppure scompare dal novero delle scienze affidabili per la popolazione, giusto mentre il suo ruolo di fatto diventa quello di uno strumento comune e necessario a tutti i rami della produzione, col rischio di divenire mezzo di controllo e dominio invece che mezzo di liberazione.

Abbiamo condotto varie battaglie in questi quattro anni e le rivendichiamo orgogliosamente: contro l’uso dei neonicotinoidi in agricoltura, per una presa di posizione sulla questione climatica, per la chiusura delle piattaforme estrattive marine, per il nome Levio ad uno dei nuovi elementi e altre ancora.

Si tratta di prese di posizione legittime, basate su argomenti scientifici, sulla letteratura pubblicata; qualcuno ci ha chiesto di non andare oltre, o ha perfino sostenuto che su argomenti di questo tipo la chimica non può parlare; noi pensiamo al contrario che sia nostro dovere come chimici parlare e far sentire il peso dell’argomentazione scientifica e razionale sul terreno delle scelte sociopolitiche, per l’energia e le risorse, un terreno sul quale spesso avviene il contrario: la scienza viene usata come strumento di potere o di giustificazione, non come strumento di comprensione e liberazione.

Il CC della SCI ci ha chiesto di cambiare nome per evitare ambiguità; qualcuno potrebbe fraintendere che le posizioni espresse da noi siano le posizioni della SCI e perfino usare legalmente questo argomento; anche se a malincuore obbediamo a questa richiesta; riconosciamo al CC un sostanziale equilibrio nella decisione che ci lascia le medesime possibilità di prima (lo stesso supporto globale da parte della SCI) col solo cambio del nome.

Contestiamo un punto; questo blog NON è una scelta personale, NON è uno strumento dei membri della redazione; esso è un luogo culturale e mentale necessario alla SCI per attuare il proprio statuto; si è fatto il paragone con i blog di alcune società chimiche estere, che sono o strettamente di comunicazione passiva oppure che sono i blog di alcuni singoli; la questione secondo noi dovrebbe essere posta diversamente, la SCI deve essere presente nell’agone pubblico e non si può sempre pretendere di avere posizioni univoche su tutto, ma non si può nemmeno evitare di prendere posizione, quando la scienza e la chimica sono poste in discussione, sono l’oggetto del contendere o lo strumento di decisione o di discernimento.

antropocene2Il nostro nuovo nome sarà diverso da quello della rivista storica: La Chimica e la Società; il nostro referente infatti è la società nel suo complesso, non una sua parte, e il nostro oggetto sarà la Chimica dell’Antropocene, intendendo con questo termine, proposto anche da alcuni Nobel per la Chimica, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo. La Chimica (come tutte le scienze applicate alla produzione, come una delle pochissime che dà il nome ad un settore produttivo indispensabile e che di fatto è supporto per tutti gli altri) ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e l’economia circolare. Produrre linearmente, consumando risorse non rinnovabili e riempiendo la biosfera di rifiuti è un modo inaccettabile di fare chimica.

D’altronde i due aspetti naturali e sociali non sono separabili, non è possibile una soluzione solo tecnica che lasci invariate le tensioni legate ad una ineguale distribuzione delle risorse e della ricchezza.

La Chimica non può continuare a guardarsi l’ombelico, ma deve prendere coscienza del proprio ruolo produttivo indispensabile e farsi valere; dobbiamo acquisire quella indispensabile coppia di autorevolezza culturale e di indipendenza di giudizio che sole possono farci superare la crisi di credibilità che la chimica moderna vive: “chemical free” senza chimica è l’impossibile richiesta di quella parte ahimè maggioritaria di popolazione che non vede soluzioni all’invadenza ambientale e sociale di una scienza ridotta a mero strumento di profitto. Sta a noi fargli cambiare idea.

Mentre il nome, il motto del blog e il disclaimer cambiano rimangono invariati altri aspetti come i meccanismi di lancio dei post, il link in pagina web della SCI e i link dei vecchi files, oltre al piccolo supporto economico (100 euro) che ci consente di usare lo spazio WP.