Creare le connessioni.

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Mauro Icardi

In questi giorni mi è capitato nuovamente di trovarmi a riflettere su un tema sul quale mi interrogo da diversi anni. Cioè la necessità, a mio parere fondamentale, di riuscire ad utilizzare una comunicazione efficace quando si parla di argomenti tecnici, e a maggior ragione di quelli scientifici.

Non è un problema superficiale. Negli anni passati, seguendo con molto impegno e passione le attività di stages e di tutoraggio di studenti universitari, ho avuto la fortuna di riuscire a stabilire una buona comunicazione. Ma riflettendoci adesso, mi rendo conto che vi erano le condizioni adatte.

Dovevo insegnare a persone mai entrate prima in un laboratorio, prima di tutto a lavorare in sicurezza, poi ad eseguire campionamenti ed analisi in maniera che producessero alla fine dati corretti e rappresentativi.

E la cosa ha sempre funzionato bene. Creando un legame di amicizia e di reciproco scambio umano e culturale con molti di loro, con cui sono in contatto ancora oggi. Ma in quelle condizioni gioca a favore il fatto di trasmettere con molta immediatezza l’entusiasmo che ancora oggi provo per il lavoro che svolgo.

Può sembrare banale, ma in realtà quando il lavoro si svolge sul comparto fanghi e digestione anaerobica, può non essere immediato che un giovane abbia lo stesso entusiasmo quando si rende conto di quale sia esattamente la materia prima su cui deve operare. Io in quel caso citavo invariabilmente il capitolo “Azoto” de “Il sistema periodico”. Cioè il tentativo di Levi di ricavare l’allossana usando come materia prima la pollina, ovvero le deiezioni delle galline. E questo invariabilmente funzionava. L’analogia con il lavoro da fare per ottenere una migliore produzione di biogas dai fanghi stabiliva una connessione comunicativa efficace. E faceva agevolmente superare un eventuale ritrosia. In fin dei conti sempre citando Levi “La materia è materia, né nobile né vile, infinitamente trasformabile

Il discorso invece diventa molto più difficile, quando si passa da situazioni pratiche al dover fare informazione e divulgazione. Non posso dire che questa sia una seconda attività che mi occupa molto, ma mi è capitato diverse volte di essere invitato a tenere lezioni presso scuole, dalle elementari fino agli istituti tecnici.

E ho scoperto che il modo migliore per attirare l’attenzione degli studenti fosse quello di proporre oltre alle slide, delle operazioni basilari di laboratorio. Per fare questo mi attrezzavo con una piccola cassettina portatile, dove mettevo un pH-metro, qualche indicatore e dei becher. Semplici misure di pH, viraggio di indicatori catturavano l’attenzione.

In altri casi, come per esempio serate dedicate alla situazione ecologica dei corsi d’acqua e fra tutti il lago di Varese, oppure nel periodo precedente al referendum del 2011 se partecipavo a serate dedicate a questi temi, anche non in veste di relatore, ma intervenendo, mi sono trovato in palese difficoltà.

Perché notavo come ognuno avesse una sua personale ricetta. E soprattutto avesse delle granitiche certezze. Relativamente a chi attribuire le responsabilità del degrado ambientale, alle iniziative da intraprendere. In sostanza percepivo una sorta di “sciachimismo idrico” che mi lasciava, e mi lascia tutt’ora piuttosto perplesso.

Col passare degli anni la situazione non è migliorata. Ormai viviamo in una società dei media che è caratterizzata da una forte interattività di informazioni. Ma nel periodo di tempo di una sola decina di anni, la possibilità di connessioni in rete più veloci ha purtroppo amplificato il fenomeno della ripetitività all’interno di un gruppo, omogeneo e chiuso , di informazioni spesso distorte o errate. In un primo momento pensavo che questo tipo di fenomeni non fosse legato a argomenti di carattere tecnico- scientifico. Ma mi sono sbagliato. Dalle scie chimiche, fino alle acque alcaline ionizzate e miracolose il web pullula di queste amenità. Se poi allarghiamo il campo al problema ambientale e climatico le amenità, o fake news aumentano.

Devo ammettere che in questi anni non ho ottenuto grandi risultati da questo punto di vista. Cioè ho ottenuto buoni risultati come tutor di studenti, o divulgatore sempre per studenti. Su altri temi quali il corretto uso dell’acqua, o su come ridurre il proprio impatto ambientale molto meno.

Una cosa è significativa da questo punto di vista. Dove lavoro sono il solo a bere regolarmente acqua del rubinetto. Il resto dei colleghi beve acqua in bottiglia. Qualcuno si è dimostrato particolarmente coraggioso ed ha cominciato a bere quelle delle casette dell’acqua. Ma la cosa non è durata molto. Non sono riuscito a scalfire questa sorta di muro di gomma. Sia che utilizzassi un linguaggio tecnico, sia che modificassi il mio approccio in maniera più discorsiva. Venivo spesso rimandato ad informazioni che i colleghi avevano recepito in rete.

La pervasività di miti, di bufale, di schemi mentali ed abitudini difficili da cambiare sta diventando un problema su cui porre attenzione. Attualmente sempre più spesso si possono leggere articoli in cui siamo invitati ad una disintossicazione dalla rete e dai social. Ma il problema è stato solamente scalfito. Ed è un problema complesso. Soprattutto quando l’utilizzo della rete incrina il senso critico che ognuno dovrebbe sviluppare sia autonomamente, sia durante il proprio percorso di formazione.

Internet è una opportunità che, a posteriori, mi spiace di non aver potuto avere quando studiavo. Ma allo stesso modo dover reperire fonti tramite per esempio le librerie le biblioteche mi è servito molto. Non ho mai pensato che si debbano introdurre correttivi o censure sul web. Ma che si abbia la necessaria capacità di educare ad utilizzarlo correttamente. Cosa che ho fatto con mia figlia.

Relativamente alla divulgazione di temi importanti ma tendenzialmente non graditi alla maggioranza delle persone, credo che si debba attuare un maggior dialogo tra scienze naturali e scienze umane.

Entrambe possono contribuire a mettere insieme concetti acquisiti, ma oggi molto frammentari. I mezzi di comunicazione ci sono, e ci offrono molte opportunità. E’ un peccato utilizzarli per regredire fino alla teorizzazione della terra piatta. Eppure si, si riesce a credere e teorizzare anche a questo, e basta fare un giro in rete per rendersene tristemente conto. Per affrontare in maniera logica e coerente il cambiamento di paradigma a cui siamo chiamati bisogna fare ordine. Essere rigorosi e coerenti nelle attività scientifiche, senza dimenticare le altre condizioni a contorno, cioè creare per quanto possibile una vera formazione intellettuale dell’uomo moderno. Che potrebbe ( e direi dovrebbe) crearsi una formazione di base anche sui rami più significativi della conoscenza umana, anche se esulano dalle sue attività ordinarie.

La risposta di IUPAC.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

Cari colleghi come ricorderete abbiamo raccolto oltre 3000 firme per chiedere ad IUPAC di chiamare con un nome che facesse riferimento a Levi o comunque con un nome che sottolineasse gli aspetti generali e di pubblico interesse della Chimica uno degli ultimi 4 elementi scoperti; l’idea di usare il nome di Levi veniva da un articolo pubblicato su Nature da Philip Ball, uno degli editor di Nature.

La raccolta, in calce ad una petizione a IUPAC è andata avanti sia pur lentamente negli ultimi mesi, e, se devo dire la mia personale impressione, non è stata efficacissima; tutto sommato la sola SCI ha oltre 3000 iscritti e fra SCI e ordini dei chimici (e il CNC) si superano abbondantemente i 10.000 iscritti; altrettanti probabilmente e certamente di più non sono organizzati in alcuna associazione culturale o professionale; inoltre la raccolta era fatta su un testo in quattro lingue e si è valsa di qualche indirizzo estero suggerito da alcuni colleghi.

Si poteva fare di più; ne prendo atto e ne prendiamo atto come redazione, credo, ma non dipende solo dalla volontà, ma anche dal contesto; prova ne sia che altri tentativi, citati nel prosieguo hanno superato le 100.000 firme.

Questa è una prima conclusione; questo blog ha un ruolo, ma può fare di più e può fare di più se altri, oltre i membri della redazione attuale, vi parteciperanno CON CONVINZIONE, con la convizione che la divulgazione e la discussione APERTE, non riservate all’accademia e prive di qualunque “spocchia culturale” e di una grande apertura alle istanze sociali e culturali, sono la base di un confronto efficace fra noi e il resto della società del nostro paese, perchè chimico non sia più una parolaccia.

Ma comunque sia, una volta superato il traguardo delle tremila firme abbiamo deciso di spedire la richiesta della petizione (firmata dalla redazione del blog ed aggiunta qui in calce) a IUPAC, sia al consiglio direttivo che alla divisione di chimica inorganica che si occupa del tema degli elementi e della nomenclatura e questa che segue è la gentile e, tutto sommato, inattesa risposta del suo coordinatore e presidente, Jan Reedijk.

Come vedrete si tratta di una risposta di fatto negativa ma nel medesimo tempo possibilista e aperta a quello che è il cuore della questione: da una parte la questione dell’immagine della Chimica è nell’attenzione della IUPAC (e non poteva essere altrimenti) e insieme i metodi di assegnazione dei nomi devono essere aggiornati e anche su questo c’è convergenza.

Insomma non abbiamo vinto, ma abbiamo contribuito o stiamo contribuendo ad aprire una strada nuova; incrociamo le dita e continuiamo la nostra azione.

Si potrebbe anche mandare la petizione ai gruppi che hanno fatto le scoperte anche se l’idea di usare altri nomi è certamente stata alla loro attenzione non fosse altro che per la discussione presente nella letteratura internazionale; secondo me le questioni di cui stiamo discutendo, il ruolo della Chimica nella società, l’immagine negativa della chimica e l’idea che le scoperte sono di chi le fa e non viceversa di tutta l’umanità non sono un problema solo italiano. Parliamone.

PS. Se IUPAC ritiene di dover aggiornare le proprie regole, lo stesso forse dovrebbero fare anche la SCI (e il CNC).

A voi i commenti.

La risposta di IUPAC

 

Dear dr. Della Volpe and colleagues:

Thanks for your message and attachments, which was emailed to me and many other colleagues of the IUPAC Executive committee and Inorganic Division Committee.

The fact that you had such a long list of addressees had resulted in your message being filtered away by my spam filter. (And perhaps this happened with other recipients as well; fortunately I could fish it out. TIP: when you send a mail to more than 6 or 8 people: use bcc instead of “cc” or “to”).

 

First of all I am pleased to see that such a large group of people wants to make a plea to give a special name of a new chemical element to try to promote chemistry. Earlier this year we had another petition for a name from another group, which was even accompanied by over 150000 signatures!

We agree with you that naming of new elements is one of the rarely occurring events which we can use to generate extra attention for chemistry.

Your recent example on “chemical free” products again illustrates that chemists still have a mission; indeed in the last 4 decades “free of chemicals” has very often appeared in the press and in advertisements, and was repeatedly criticized as a misnomer. I remember from about 40 years ago a cartoon in New Scientist where a restaurant advertised soup “guaranteed without chemicals” as which was followed by many others since then.

 

Regarding your petition and proposal, I am afraid that you and your colleagues were not aware of the current (and older) rules for naming new elements, as updated most recently in the following paper:

W.H. Koppenol, J. Corish, J. Garcia-Martinez, J. Meija and J. Reedijk; How to name new chemical elements (IUPAC Recommendations 2016); Pure Appl. Chem.,  88, (2016),  401-405.

Here it is clearly written that ONLY the discoverers can propose names.

However, your petition and other comments from the community have made clear to me that perhaps in the future IUPAC might want to consider to modify the current rules and procedures for naming new elements. If that would be the case, your petition would clearly have played a role.

 

In summary: I regret we cannot honour your request given the current rules of naming, but your efforts to undertake action to make chemistry as a field more “popular” are highly appreciated.

 

Kindest regards

Jan Reedijk; President  Inorganic Chemistry Division IUPAC

 

Il testo della mail mandata ad IUPAC:

Dear Sirs,

 Please find attached a list of more than 3000 signatures collected on a dedicated web-page (https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements) asking for naming one of the recently new discovered elements as Levium (113 o 115) or Levine (117) or Levion (118). We are proposing this name following a suggestion of Philip Ball (P. Ball, Nature, 2016, 529, 129).

Chemistry is a “central science” because of its connection with all other sciences; it has been defined as “nice and powerful” and it is certainly, with its countless technologies and applications, at the base of our day life. Notwithstanding this, Chemistry is passing through an important reject crisis by the public at large. An example is the widespread use of the term “chemical free” (Nature Chemistry vol. 6 -2014 p. online). There is an increasing intolerance of the public at large toward a science and a technology that appear to violate the “natural order” of things. Probably this is only the somewhat obscure consciousness of the difficulty to push science towards socially important objectives, rather than to further increase the power of multinational companies. At the same time, we need to face new and important challenges deriving from the exaggerated impact of chemistry and other sciences on biosphere, which brought Paul Crutzen, Nobel Prize for Chemistry in 1995, to propose the term “anthropocene” for the current epoch.

Chemistry needs a symbol, a flag, a unifying myth (mythology is an allowed source of element names) to underline the idea that, if we wish to live in peace on Earth, Chemistry has to be a science for people, for all human beings.

At the end of World War II, a chemist who had the venture to live a terrible experience in a concentration camp, looked deeply at the rubble left behind by the war and at the role of some insane relationships between science, technology and the malefic power of man. His name was Primo Levi, an Italian chemist with Hebrew culture, the author of one of the most famous and widely read books in the world: “The Periodic System”, which is also used as a schoolbook in many countries. “The Periodic System” is an incredibly audacious piece of literature trying to merge the best scientific and humanistic traditions: the rejection of war, the development of science and the desire to live together in peace.

Chemistry is for all, for each child, woman or man of this planet, whatsoever his/her religion, skin colour or language, rich or poor, migrant or not. Chemistry is for all. This is the greatest myth: one humankind only. Levium, Levine or Levion, but let it be this name (or a similar one) indicating Chemistry as a common flag for humankind.

(in alphabetical order) Vincenzo Balzani, Luigi Campanella, Rinaldo Cervellati ,Claudio Della Volpe, Mauro Icardi, Annarosa Luzzatto, Giorgio Nebbia, Margherita Venturi

E.mails: vincenzo.balzani@unibo.it, luigi.campanella@uniroma1.itrinaldo.cervellati@unibo.itclaudio.dellavolpe@unitn.it,  siricaro@tiscali.it ,annarosa.luzzatto@gmail.comnebbia@quipo.it,   margherita.venturi@unibo.it

Attached text of the petition in .pdf and list of 3029 signatures in .csv