Ascoltare le richieste dei giovani.

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Mauro Icardi

Il 24 Maggio, invitato dai giovani di “Friday for future “, ho partecipato insieme a loro alla manifestazione per il clima. Devo premettere che avrei partecipato ugualmente. Ma la richiesta di intervenire, e fare un breve intervento di una decina di minuti dopo il corteo per le strade di Varese , mi ha permesso di stabilire un contatto con loro. Ho risposto alla loro richiesta senza alcuna esitazione.

Quando sono salito sul palco non ho parlato di acqua. Ho voluto invece parlare di tempo. Il tempo che non possiamo più perdere, relativamente ai problemi ambientali e climatici.

E del tempo trascorso da quando l’umanità, o per meglio dire una parte di essa, ha iniziato a interrogarsi su un tema fondamentale. Cioè se è reale la possibilità di poter crescere economicamente, senza alcun limite. In un pianeta che invece è limitato. Un pianeta finito, inteso come spazio. Anche se la frase si presta a ad altre tristi considerazioni.

Ho voluto raccontare loro la vicenda che portò alla pubblicazione del “Rapporto sui limiti dello sviluppo”.

Di come, seppure molto giovane (avevo dieci anni quando lessi la notizia su un trafiletto di poche pagine sul numero domenicale del quotidiano “La stampa”, il 4 Marzo del 1972), quella notizia abbia finito per essere quello che ho definito il mio imprinting culturale.

I ragazzi in piazza mi hanno ascoltato con attenzione ed interesse. Forse anche perplessi che tutto quello che oggi li spinge a scendere in piazza, a protestare, a cercare di risvegliare la coscienza, sia singola, sia collettiva, non sia di fatto una cosa successa ora. E’ invece da quasi cinquant’anni che i problemi ambientali aspettano soluzioni. Alcune regole di comportamento personale erano già state suggerite. Per esempio evitare l’uso sconsiderato di imballaggi in plastica, oppure quello di usare l’automobile con intelligenza e parsimonia. Questi suggerimenti, due in un elenco che ne comprendeva quindici, erano contenuti in un libro di biologia pubblicato nella prima metà degli anni 70, e da adottarsi per gli istituti di scuola superiore.

Terminata la manifestazione del mattino, ho voluto rimanere con loro ancora qualche ora. Ascoltarli e dialogare. Senza cadere nella retorica, la loro generazione è quella che rischia di pagare un dazio alle scelte non ponderate che la mia generazione, e quelle che l’hanno preceduta hanno fatto.

Ho voluto invitarli sia all’impegno personale, che allo studio. Studio e comprensione che non devono essere limitati al loro percorso formativo e scolastico. Ma che deve, secondo il mio parere, continuare praticamente ogni giorno. In questo modo potranno rispondere a chi, superficialmente, definisce queste manifestazioni una scusa per perdere ore di lezione.

Questa partecipazione è solo un primo passo. Cercherò, per quanto mi sarà possibile di continuare ad ascoltarli, e di fare un pezzo di strada al loro fianco. Come sempre ho ricevuto, forse più di quanto ho potuto dare. Ma credo, così come proprio in questi giorni ha dichiarato Vandana Shiva, che abbiano bisogno di essere ascoltati. Aiutati a capire dinamiche che spesso forse comprendono, ma che possono anche metterli in difficoltà. Aiutarli ad apprezzare impegno, etica e sobrietà Credo che sia un impegno importante nei loro confronti. Ma da quel che ho potuto cogliere, credo che si possa essere ragionevolmente ottimisti.

Energia, Risorse, Ambiente.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di C. Della Volpe

Balzani_copertinaRecensione di

Energia, risorse, ambiente.

Vincenzo Balzani e Margherita Venturi

Ed. Zanichelli 2014

240 pagine, 20 euro

Due chimici che parlano del nostro pianeta in 16 densi capitoli; si presenta così, come un libro scolastico ma in realtà lo definirei un testo di cultura generale indispensabile nella biblioteca e nella cultura di un cittadino informato.

Gli danno l’aspetto di libro scolastico gli esercizi, qualche breve pezzo di approfondimento in inglese (che a scuola va bene ma rischierebbe di allontanare la casalinga di Voghera), ma tutto il resto, dall’apparato iconografico di prim’ordine, alle notizie aggiornate fino a quelle di pochi giorni o settimane fa, dall’analisi attenta dei concetti chiave, a partire dall’EROEI a finire alle mappe delle concessioni fossili nel Nord dell’Adriatico ci dà invece una immagine diversa: un testo necessario a capire il nostro tempo, utile a scuola ma anche all’Università, penso per esempio ai corsi di Economia o di Ingegneria che trattano di energia e materiali e della loro geografia ma anche del loro ciclo di vita, ma come dicevo prima indispensabile nellla biblioteca del cittadino informato, e chi non è informato oggi rischia di non sapere cosa fare quando deve prendere decisioni importanti.

Si parte dall’energia e dalla sua definizione e dalla sua storia per cercare di prevederne gli sviluppi; si guarda poi alla biosfera ed ai suoi limiti; e vivaddio un libro di testo che parli dei limiti è certamente una mosca bianca, ma assolutamente benvenuta; a rompere il tabù di richiamare i limiti dello sviluppo (nei capitoletti si fa riferimento più correttamente alla crescita tout court) è dedicato un intero capitolo!

Si affrontano quindi i problemi base: il cibo, la sua produzione e il suo spreco, l’acqua, e il suo legame forte all’energia, un legame cui il libro dedica un grande spazio ma fa indovinare che se ne potrebbe dedicare ancor più. Qui abbiamo l’unica per me imprecisione lessicale; un richiamo ad un famoso testo di Primo Levi in cui l’acqua invece che viscosa viene definita “densa” nel titoletto*. Beh, l’unica concessione al linguaggio comune in 240 pagine di analisi appassionata e informatissima!

Cosa ci aspetta nel futuro del pianeta, cosa è l’Antropocene, quali forme di energia e quali problemi per il futuro, ma anche quali materiali rischiamo di non trovare più. Si affronta la descrizione dei cicli degli elementi; questo è un argomento complesso e in questa descrizione si sarebbe potuto volare più alto solo se il libro fosse stato apertamente dedicato a studenti universitari o allo studioso; condivido invece la scelta di rimanere nell’alveo della tradizione dato che il target scelto più che dagli autori, direi, dall’editore, appare diverso. Di innovativo abbiamo qui una descrizione centrata sul fatto che gli uomini hanno messo in crisi TUTTI i cicli importanti. Si toccano perfino altri argomenti tabù come gli OGM; mentre leggevo ero un po’ in attesa di vedere quali posizioni la coppia di autori avrebbe preso su questo come su altri temi caldi, e non sono rimasto mai deluso; anche io considero gli OGM una questione aperta: potenzialmente utile, ma da considerare con attenzione, così come tante altre tecnologie moderne non è, non può essere di per se un modo di salvare il mondo.

I rifiuti, il buco dell’ozono e le sostanze radioattive e il loro uso costituiscono altrettanti capitoli a parte di analisi.

Anche l’effetto serra e i cambiamenti climatici vengono trattati in un capitolo a parte, anche se devo dire che forse si sarebbe potuto dire di più su questo tema perchè il capitolo in questione appare il meno esteso di tutti.

Ed infine negli ultimi due capitoli, dopo aver condotto una analisi estesa, ricca, densa ed appassionata ci si pone il problema di cosa fare; qui si riprendono ed approfondiscono alcuni dei temi: il concetto di tipping point per esempio o la definizione di EROEI vengono dati proprio qui in questi ultimi due capitoli, nei quali si richiama il libro di McKibben, e si affronta il problema di come definire e misurare la sostenibilità.

Custodire il Pianeta!

Bellissima frase con cui avrei dato titolo a tutto il libro, custodirlo per le generazioni future che ce lo hanno imprestato.

E’ la parte più radicale del libro; si denuncia senza mezzi termini la insostenibilità “tecnica” dell’attuale modello economico basato sullo spreco e le incredibili stratificazioni sociali.

Si danno qui indicazioni concrete sull’uso dell’energia e sul cibo , ma anche sul fatto che le disuguaglianze non possono esser risolte con la carità, ma cambiando il modo di produrre e di consumare; sono cose difficili da dire e da far accettare, in un mondo dell’insegnamento, non solo universitario, dominato dal modello unico della “crescita infinita”. E della tecnologia “asettica”. Le tecnologie non sono asettiche e la crescita infinita non esiste: il libro è chiaro! E rompe vari tabù.

copj13asp1Vincenzo e Margherita (spero gli autori non me ne vorranno , ma mi ricorda il titolo di un diabolico libro di Bulgakov che pure fece scandalo) ci provano e dicono in questi due capitoli finali cose “di rottura” si sarebbe detto una volta; cose che fanno pensare, ma che sono certo stimoleranno come minimo la discussione; un libro didattico e scientifico, ma attenzione, proprio per questo non asettico, ma schierato decisamente a favore di una concezione del mondo; d’altronde non è la prima volta che gli scienziati “concerned”, impegnati, preoccupati dicono e fanno cose radicali. Hansen si è fatto arrestare per denunciare la situazione climatica; Vincenzo e Margherita fanno scandalo contro il pensiero unico della “crescita infinita”.

Completano il testo box di citazioni letterarie, non solo di approfondimento tecnico, il che è una ottima scelta didattica e culturale; e un indice analitico molto utile.

In definitiva venti euro ben spesi, ma consiglierei caldamente l’editore di spingere non solo il libro come scolastico o universitario, ma come libro di cultura generale per le casalinghe di Voghera (e i pensionati di Rimini) di cui l’Italia abbonda. Abbiamo bisogno di questa visione ampia lungimirante e spesso radicale ma che gli occhiali della scienza moderna ci consentono di giustificare saldamente: la scienza si sa è rivoluzionaria!

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* Ringrazio il collega Stefano Siboni di UniTn per la segnalazione.

Il terzo chimico

a cura di Claudio Della Volpe

Che chimico, come aggettivo, abbia il senso di “deteriore” rispetto ad altre qualificazioni, penso non ci siano ormai dubbi; biologico, matematico o fisico hanno comunque una valenza positiva; chimico no. La Chimica, pur se “scienza centrale”[1] pur se alla base di tutti i materiali e i processi chiave della tecnologia contemporanea, ha una valenza negativa, quasi implicita.

Ma c’è di più: la Chimica viene comunemente considerata una tecnica più che un elemento della cultura contemporanea, una concezione che in Italia è qualcosa di ben strutturato in una riforma di stampo idealistico della scuola che data ormai quasi 90 anni, la mai troppo vituperata riforma Gentile, la stessa che impedisce a noi chimici di insegnare la nostra materia nei Licei.

Insomma la Chimica è una “tecnica deteriore”? Come difendersi da una accusa così infamante?

Il chimico zero fu certamente Homo erectus, un ominide che già un milione di anni fa[2], era in grado di usare la combustione del legno e di altri materiali per i proprii scopi; conferme ripetute di questa natura preistorica della attività chimica si ebbero nella sua evoluzione in varie parti del mondo. In un certo senso la chimica è stata parte del processo di ominizzazione, ossia di quel processo evolutivo che ha portato alla comparsa dell’uomo e si prolunga nelle trasformazioni che sono seguite fino all’uomo moderno.

La chimica, sia pur elementare, dell’accensione del fuoco e del suo uso per gli scopi più diversi è ben testimoniata, è una “pratica” che ci appartiene da quando non eravamo ancora “uomini” nel senso pieno.

fuoco

Man mano che ci sviluppavamo e la nostra specie più moderna si faceva strada evolutiva, la cosa si accresceva; una testimonianza di peso è quella del primo chimico, un chimico della nostra propria specie, Homo Sapiens Sapiens che in effetti non ha più di 100-200.000 anni.

La grotta di Blombos[3]testimonia che eravamo ormai arrivati 101.000 anni fa ad uno stadio ulteriore del rapporto con l’attività chimica. Sono stati ritrovati due gruppi di strumenti in pietra adatti a macinare e contenere un pigmento ricco di ocra; ce n’è abbastanza per dire che si tratta della prima documentazione fossile di una attività di tipo chimico vero e proprio: ricerca di minerali, miscelazione e riscaldamento, estrazione con solventi, aggiunta di additivi specifici, etc., tutto allo scopo di produrre un nuovo materiale.

blombos

Insomma il nostro mestiere, amato e odiato, ha almeno 100.000 anni! E’ una bella soddisfazione! Pochi altri mestieri possono vantare una ascendenza così antica.

Blombos potrebbe a ragione essere considerato la prima fabbrica chimica o il primo laboratorio chimico della Terra, nel senso moderno del termine, dato che è un sito dove veniva svolta solo quella attività, e che una volta abbandonato è stato poi ricoperto e protetto dalla sabbia per 100.000 anni.

Il primo chimico, il chimico di Blombos, ha espanso enormemente le sue attività,  attraverso una disciplina che ha lasciato le sue tracce materiali nella produzione dei metalli e nella cultura scritta a partire dalla origini della cultura scritta[4], passando per la filosofia e per gli elementi di base fino ad arrivare alla sua forma più moderna.

Ma se fa parte della nostra cultura tradizionale è forse in tempi moderni che la chimica si è distaccata dal resto della cultura?  E’ stato il secondo chimico, il chimico nato dalla rivoluzione industriale,a cambiare le cose?

Eppure la chimica moderna è intessuta nel mondo della cultura, molecole e parole sono parte integrante del suo movimento.

Volete esempi pratici? Le molecole sono come le parole, grafi di atomi come le parole sono grafi di lettere; Bartezzaghi, il più famoso enigmista italiano, era un perito chimico; chimico era Primo Levi uno dei maggiori scrittori italiani del 900, oggetto di culto a scuola e di lettura in tutti i paesi del mondo, Roald Hoffmann, premio Nobel per la Chimica era anche un commediografo, Isaac Asimov, uno dei più famosi scrittori di fantascienza del mondo era un chimico. E forse che di chimica non è intessuta la storia della letteratura a partire dalla droga che trasforma Dr. Jeckill in Mr. Hide, o che rende invisibile l’Uomo Invisibile?

Ma nemmeno questo basta.

La questione iniziò probabilmente quando alcuni decenni fa certi nodi vennero al pettine. Ne è testimone, non a caso, un famoso romanzo, Il Signore degli anelli dove Tolkien fa dire ad uno dei suoi personaggi: Perché il mondo sta cambiando; lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, e l’odoro nell’aria. Una delle interpretazioni culturali del libro di Tolkien è proprio il rifiuto della modernità e il periodo compreso fra le due guerre mondiali,  in cui il romanzo fu concepito, è il momento trionfante di una serie di trasformazioni tecnologiche in cui la chimica svolge un ruolo predominante.

Tolkien viveva poi nel paese che vi aveva dato origine, l’Impero Britannico, la prima potenza globale dell’era moderna, la cui energia si era basata per secoli sul legno e poi sul carbone; ma proprio al principio di questo periodo, nel 1913, arriva al picco la produzione di carbone nel Regno Unito; e contemporaneamente Winston Churchill, allora Lord dell’Ammiragliato, inizia la politica di trasformazione della flotta inglese da carbone a petrolio, dando inizio alla saga del controllo mondiale della risorsa petrolifera. E’ una storia non ancora finita, ma che ha dato origine al mondo moderno, tutto iscritto fra il picco del carbone britannico(1913)  e quello del petrolio americano (1970).

coal

La scelta di Churchill di abbandonare una materia prima energetica interna, ma oramai al limite della sua crescita e passare ad un’altra che obbligava a proiettarsi sull’agone mondiale, diede alla marina britannica il controllo dei mari, ma obbligò il suo paese a diventare il primo controllore delle vie del petrolio.

Il petrolio divenne e rimase il centro della produzione di energia di tutti i più importanti paesi, ma anche la base di una tecnologia chimica che trasformò il mondo: l’avvento della produzione di massa, e della produzione basata sui polimeri derivati dal petrolio, di quel mondo moderno che Tolkien aborriva.

Al rifiuto antimoderno di Tolkien fa da pendant la critica profonda del medesimo modo di usare la chimica sviluppata alla fine di questo intervallo critico dell’era moderna: la pubblicazione del primo testo ambientalista: Silent Spring (1962) di  Rachel Carson precede di poco il picco del petrolio americano e l’inizio delle guerre per il petrolio.

I prodotti della chimica di massa hanno invaso ormai il mondo degli anni 60 e 70 non solo con gli insetticidi come il DDT, ma con la plastica dovuta alla grande scoperta italiana di Giulio Natta (1954). Pochi chimici riuscirono a vedere in anticipo le contraddizioni insanabili di un modo di produrre che metteva al centro una crescita economica infinita  in un contesto di materia ed energia limitati; ci vollero le grandi crisi ecologiche da Seveso a Minamata, a Chernobil per rendere evidente agli occhi di tutti quelle contraddizioni.

Dopo la pubblicazione di Limits to growth (1972) che segnò, con i suoi milioni di copie vendute, e segna ancora il dibattito sui limiti del modo di produzione attuale siamo entrati in una fase nuova: come rendere sostenibile la nostra sopravvivenza come specie? esiste un modo per rendere sostenibile la crescita economica oppure occorre passare ad un mondo a crescita economica zero (il che non vuol dire sviluppo zero, crescita quantitativa e sviluppo qualitativo sono cose diverse) ?

E siamo forse arrivati al cuore del problema: Il secondo chimico, figlio del contesto preistorico ma evolutosi in un mondo che gli appariva ancora infinito rispetto all’uomo, deve cedere il passo al terzo chimico, un chimico che si renda conto fin dalle sue basi culturali che è il mondo è finito, che egli è alla pari con le grandi forze della Natura che non la crescita, ma il riciclo, non l’aggressione alle risorse minerarie e rinnovabili, ma il loro accorto mantenimento, non il consumo di energia fossile inquinante e limitata, ma la gestione del flusso enorme di energia solare, non una agricoltura basata solo su prodotti di sintesi anch’essi comunque limitati, come i fosfati, e destinata ai consumi eccessivi del primo mondo, ma l’eliminazione della fame che decima un sesto della popolazione mondiale ancora oggi, devono caratterizzare la nostra specie nel momento in cui da piccola specie della savana diventa grande dominatrice del pianeta.

E il terzo chimico potrà dare ancora dignità e vigore alla nostra disciplina e mostrare che la sua parabola non è finita, che come ci ha accompagnato nel nostro processo di ominizzazione, così ci accompagnerà mentre diventiamo veramente adulti, mentre ci trasformiamo da seme, che sfrutta le riserve fossili, a pianta rigogliosa integrata nel ciclo del Sole, mentre sostituiamo la crescita puramente quantitativa, il PIL, con lo sviluppo qualitativo di una specie veramente senziente e propriamente umana.

topinambur

[1]  ”Is chemistry ‘The Central Science’? How are different sciences related?” A.T. Balaban, D. J. Klein Scientometrics 2006, 69, 615-637.

[2]http://www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.1117620109, Berna et al. PNAS 2012

[3]Christopher S. Henshilwood , et al. Science 219 (2011);334. “A 100,000-Year-Old Ochre-Processing Workshop at Blombos Cave, South Africa”.

[4] Physica Mistica, Bolos Democritos di Mendes, II sec. a.C.