La chimica è sempre più di moda, negli istituti tecnici (2 parte)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Sergio Palazzi

(la prima parte di questo post è leggibile qui)

2 parte;……. con qualche suggerimento per l’uso.

2014-047_02rpaginaDopo aver più o meno inquadrato l’indirizzo “Sistema Moda”, vorrei proporre qualche indicazione operativa sui corsi di chimica tessile e della nobilitazione. Partiamo dai contenuti, basandoci sulle tabelle riportate nelle già citate linee guida[1].

Per prima cosa si nota, come dicevamo, la notevole brevità dell’elenco di “conoscenze” e “abilità” rispetto alle indicazioni globali di obiettivi e competenze: è il docente di questa classe in questa scuola in questo “territorio” a decidere come gestire i dettagli della faccenda. E vorrei aggiungere: addirittura in questa stagione (usando il termine nel senso che ha nella moda). Perché il grosso della faccenda è immutato da decenni, o addirittura da secoli: ma sono i dettagli, la capacità di analisi e sintesi tra vecchio e nuovo, che fanno la differenza per un tecnico competente che si sta inserendo nel mondo del lavoro (o che lo farà pienamente tra pochi anni dopo l’ulteriore percorso universitario), e dovrà poi lavorare ben oltre la metà di questo secolo.

Per contro, si nota una apparente sproporzione tra le cose da fare al secondo biennio e quelle del quinto anno (a leggerle così, chi ha un po’ di pratica potrebbe dire che gli spazi andrebbero invertiti). Ma su questo torniamo dopo.

Il nucleo del secondo biennio, e non solo, sono le fibre tessili. Vita, morte e miracoli. Proprietà e possibilità di impiego, inclusi i temi di ambiente e sicurezza (che pure sembrano poco collegati al resto, ma vedremo che non è così).

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Con una certa dose di chimica organica per spiegarne la natura e correlarla alle proprietà. Attenzione: non il contrario. Perché un ipotetico insegnante con una convenzionale formazione accademica potrebbe pensare ad un bel corso di “elementi di chimica organica con richiami alle fibre tessili”. Ma se già era velleitario approfondire certi argomenti e in certe forme con i vecchi chimici tintori, qui è assurdo e controproducente voler fare il riassunto del riassunto del riassunto di un corso di chimica organica tradizionale. E ovviamente, sarebbe bello che in tre anni non venisse mai pronunciata la parola orbitale!

Quanto alla reattività chimica, a parte le ovvie reazioni di Brønsted, le linee guida sembrano suggerire poco più che alcune cognizioni di base per capire i meccanismi di polimerizzazione, con qualche richiamo alle reazioni di aggraffaggio in catena laterale: davvero miserelle, rispetto alla canonica chimica organica di base come tutti noi la intendiamo. E – rabbia, rabbia – non resta quasi spazio per gli amati esercizi di nomenclatura! Nella norma sono invece implicite, ma presenti, le indicazioni riguardo ai meccanismi di degrado, molto più utili per chi le fibre se le trova in mano e le deve lavorare.

Cruciale, come viene detto abbastanza chiaramente, capire che dell’organica interessano molto di più la stereochimica e le relazioni supramolecolari. Le fibre sono sostanze formate da lunghe catene di atomi di carbonio, associate tra loro in modi che vanno dal più banale “spaghetti model” all’estremamente complesso; con gruppi funzionali che contengono atomi di pochi altri elementi, inseriti nella cartella principale oppure no.

Queste strutture hanno proprie geometrie, topologie, distribuzioni di carica, ed è proprio da queste che derivano le proprietà delle fibre stesse.

Ne consegue che è dalle proprietà macroscopiche e tecniche che conviene partire per arrivare all’interpretazione data dalla chimica organica, e non viceversa; guardando ai legami intramolecolari ma assai di più a quelli intermolecolari, apolari, dipolari ed a idrogeno, perché è su questo che il tecnologo delle trasformazioni tessili va poi a influire.

Il che, credo, funziona meglio per un insegnante che ha studiato un po’ di scienza dei materiali. E torno a insistere su quella impostazione, che non solo a me pare datata, che spesso hanno i corsi elementari di chimica organica dell’università ma anche dei tre anni dell’indirizzo chimico. Novecentesca, assiomatica, slegata dalla pratica. Ripensando alle candele di Faraday, la chimica organica per il non professionista dovrebbe essere qualcosa di diverso dall’ipotizzare come costruire le molecole attraverso elaborati cicli di reazioni, come serve al tipico sintetista di chimica fine e farmacologica…

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Non a caso, sopra, ho usato un lessico affine a quello dei parametri di solubilità di Hansen noti a chi si occupa di solventi, vernici ed adesivi.

Con tutti i limiti chimico-fisici di quel modello, in modo qualitativo esso permette di capire – per dirla un po’ alla buona – come mai le fibre strettamente connesse ad idrogeno siano di solito più idrofile, non fondano ma piuttosto pirolizzino, e il contrario capiti per quelle in cui predominano le forze dipolari, fino a quelle tenute insieme solo da forze dispersive. Il che si ripercuote sulla struttura chimica delle classi tintoriali dei coloranti, sugli agenti di finissaggio, su come regolare le variabili fisiche e chimiche, cinetiche e termodinamiche dei cicli di lavorazione eccetera. E porta naturaliter a capire il ruolo onnipresente dei tensioattivi.

Sfuma pure la separazione tra “le fibre” e “i coloranti e gli ausiliari”; entra automaticamente in gioco l’attenzione alle materie prime: pensiamo alle annose e disastrose discussioni, più o meno ideologiche e chemofobiche, su ciò che è “naturale” e ciò che non lo è. Proprio in questo settore era nata quella distinzione tra artificiale e sintetico che, per quanto oggi sostanzialmente superata parlando di tecnofibre, metteva in luce la differenza solo di metodo tra la chimica di trasformazione delle biomolecole e, viceversa, quella di sintesi. Temi quantomai all’ordine del giorno, se pensiamo a tutto ciò che oggi riguarda l’argomento delle risorse rinnovabili o fossili, della “sostenibilità” e così via. Il mondo della moda, cui i nostri ragazzi dovranno riferirsi, ne trasuda a ogni angolo, ed è proprio qui che entra in gioco la nostra responsabilità di formatori.

Per me, come per molti colleghi della mia generazione che hanno esperienze di ciò che sta là fuori, i temi dell’ambiente, della sicurezza delle persone intese sia come produttori sia come utilizzatori, sono parti fondamentali del vivere. E proprio per questo trovo oltraggioso che i riferimenti a questi temi rientrino nel settore tessile in modo superficiale, come schematiche o mistificatorie mitologie – oggi si direbbe narrazioni.

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Non voglio dilungarmi tanto, mi limito a due rapide immagini.

Quanti sono, anche tra gli studenti, quelli ai quali se dico “poliestere” non scatta un riflesso pavloviano “è sintetico, viene dal petrolio quindi non buono”? Difficile spiegargli che il PLA è un poliestere sintetico ma che viene da materiali biotecnologici, o quanta sia la ricerca sui poliesteri di origine biologica… ma, ancora di più, sarà difficile spiegargli i grandissimi vantaggi cradle-to cradle della filiera del PET, e perché magari scegliere tra il riutilizzo del polimero o la depolimerizzazione / ripolimerizzazione.

L’altra immagine: la mitologia “naturistica” delle cosiddette fibre di bambù, trattandosi di tecnofibre cellulosiche che usano il bambù come biomassa (evidente il richiamo alle origini di Torviscosa), smontata come frode dalla FTC[2] ma con meno forza a livello europeo. Se va bene, vengono dal processo lyocell, ma più verosimilmente da quello viscosa, una maledizione ecotossicologica se fatto in modo “selvaggio”. E da qui, a sua volta: se uno dei maggiori produttori riesce a farlo con profitto nelle ovattate foreste austriache, ci mostra che una migliorata tecnologia chimica porta a un miglioramento generale del mondo…

Dopo questa lunga tirata, diventa chiaro perché ormai non credo abbia senso una impostazione didattica sequenziale lungo l’antico schema merceologico naturali (animali, vegetali, minerali) – artificiali (proteiche, cellulosiche) – sintetiche.

Non perché sia sbagliato: va saputo, per capire la storia e per saper interagire con gli altri settori della filiera tessile. Ma caspita, siamo nel XXI secolo. E nel primo biennio l’insegnante di biologia ti ha spiegato che i regni del vivente oggi non sono solo due ma almeno cinque: sapessi quanta roba c’è in giro, nel tessile, che viene da funghi, protisti e monere!

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Un’impostazione didattica può partire dalla struttura molecolare e supramolecolare, semplicissima, delle sintetiche da olefine, per poi passare a quelle da policondensazione e ai PUR. Giungendo poi alle cellulosiche – inquadrando e superando la distinzione tra naturali e artificiali – e infine alla complessità delle proteiche, tenendo conto delle enormi differenze tra lane e seta… ovvero, partendo dal fondo ed arrivando all’inizio, rispetto alla vecchia impostazione “cronologica”.

E, sopratutto, dando un peso bilanciato ai vari argomenti. Il mercato mondiale delle fibre di oggi non è quello di dieci anni fa e cambierà ancora prima che i nostri ragazzi ne siano protagonisti. Il solo PET, senza parlare degli altri poliesteri sintetici, in tempi prevedibili raggiungerà i due terzi del mercato complessivo delle fibre; il cotone, intruso tra le tecnofibre, mantiene il secondo posto solo perché, piaccia o no a qualcuno, le tecniche OGM permettono di renderlo una coltivazione più pulita e sicura. Le cellulosiche artificiali potranno esplodere, cosa impensabile vent’anni fa, se si abbineranno biomasse più ecocompatibili con le tecniche di produzione di quarta o quinta generazione, oggi solo sperimentali.

Se escludiamo la lana di pecora (e il gruppo juta-kenaf-cocco, usato quasi solo per scopi tecnici) tutte le altre fibre naturali hanno un volume di produzione insignificante[3]. Compresa la seta che dà il nome alla mia scuola; compresa la canapa cui è affezionata la metà ferrarese dei miei cromosomi, e molti studenti per ragioni extratessili. Certo, sono essenziali per la moda, per le produzioni artigianali, per il lusso che è la fortuna del Made in Italy, per chi le coltiva spesso valorizzando regioni marginali. E se facciamo un grafico non in tonnellate ma in euro, tra materie prime e valore aggiunto le proporzioni cambiano. Vanno conosciute: ma ha senso dedicare ad esse uno spazio largamente preponderante anche delle lezioni di chimica, quando poi molti dei nostri diplomati lavoreranno nei settori in vertiginosa crescita del tessile tecnico, dei materiali da riciclo, dei non tessuti, dei compositi ad alte prestazioni?

Fin qui ho parlato, apparentemente, solo del secondo biennio, pur essendo partito dal fatto che l’anno conclusivo pare molto più intenso. Dipende dal fatto che da tempo ho optato per una modalità didattica ricorsiva, in cui si parte dal fondo, si torna all’inizio, si riprendono e si approfondiscono i vari argomenti man mano che la formazione dello studente cresce in collegamento con le altre discipline[4]. Una delle chiavi (non voglio dire “la” chiave, anche se forse lo penso) è proprio quella di una didattica estremamente legata all’esperienza, per cui le preziose ore di laboratorio servono fin dai primi giorni della terza per prove di tintura e di finissaggio, con le quali pian piano mostrare come le fibre, diverse tra loro, interagiscano con i coloranti, con gli ausiliari, con l’acqua, con il calore. Imparando anche a dare un senso quantitativo alle cose, cominciando dalla composizione di un bagno o dall’analisi di una mista, se no poi – ad esempio – mancheranno pure gli strumenti per capire i capitolati di fornitura dei marchi “eco” tecnicamente fondati, per distinguerli da quelli mistificatori usati da un marketing spesso in malafede.

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Così che, arrivati in quinta, si tratti di riordinare metodicamente queste conoscenze per finalizzarle alla comprensione dei cicli produttivi (tintura, stampa, finissaggio, manutenzione…). Svolgendo sì quanto elencato tra le “conoscenze”, ma sapendo che quasi tutti gli argomenti – da almeno due anni – sono già stati sfiorati, ripresi, confrontati con quanto visto nelle altre materie e nelle essenziali esperienze di alternanza. Cioè interiorizzati. E comunque, lo ripeto, stiamo formando dei modaioli molto interdisciplinari, non dei surrogati di piccoli tintori specialistici.

Una chiave di tutto sono i materiali di studio. Libri di testo, ce ne sono sempre stati pochissimi per gli indirizzi di chimica tintoria (nell’ultimo quarto di secolo l’unico bello ed autorevole era stato quello di Franco Corbani), e praticamente nessuno più light ma adeguato per l’indirizzo tessile. Questo cronico disinteresse per il nostro settore dell’editoria generale, e sopratutto di quella scolastica, è realmente clamoroso, e non sto qui a ripetere le analisi che ne avevo fatto in altre sedi[5].

Dico solo che non mi dispiace affatto, perché i vantaggi superano di molto gli svantaggi, e anzi consiglio agli studenti di stare lontani da certi prodotti editoriali, rimaneggiati stancamente da vecchie opere. Al limite, guardino gli originali in biblioteca!

Da sempre, la maggior parte delle conoscenze è trasmessa tramite dispense: magari approssimative, ma adattabili ed aggiornabili in tempi sostanzialmente brevi, anticipando quindi la logica che oggi la rete imporrebbe a qualsiasi sussidio scolastico. Meglio ancora se redatte insieme agli studenti, che imparano a superare il cut and paste.

Ci sono stati alcuni progetti più organici, sostenuti da aziende o associazione di categoria, per produrne collane spesso complete, da tenere a portata di mano come riferimenti, ma prive di un’autentica regia didattica; più adatte per l’approfondimento monografico e per tecnici già formati. Poco proponibili per una scuola così diversa da quella che conoscevamo noi.

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http://revistapegn.globo.com/Revista/Common/0,,EMI246408-17192,00-A+VEZ+DA+MODA+ONLINE.html

Ma poi ci sono le millanta risorse di rete. Che rimpiazzano all’infinito quei pochi materiali originali che una volta circolavano quasi clandestinamente. Pubblicazioni accademiche, atti di convegni, cataloghi dei produttori. Filmati, blog[6], magari software. Da mettere a confronto per sviluppare il senso critico. E soprattutto, in inglese (o altre lingue). Questo fa anche superare il dilemma del CLIL, che dallo scorso anno è apparso a tutte le quinte come una nube minacciosa. L’uso veicolare della lingua per acquisire contenuti era già normale per i molti tra noi che, anziché i libri di testo, hanno sempre preferito assegnare materiali originali in inglese – diciamo, non le letturine ad usum delphini degli eserciziari linguistici! – oggi si tratta semplicemente di strutturarlo in modo più formale, organizzando le esperienze, senza sconvolgimenti.

Ho lasciato per ultimo l’argomento che forse preferisco, la scienza del colore. Come si è detto in altre occasioni, il tema cruciale per qualsiasi settore del “Made in Italy”, che potrebbe agire da filo conduttore per una intera programmazione chimica di base, e al tempo stesso il più trascurato nei nostri programmi scolastici e universitari[7]. Un tema che a prima vista potrebbe sembrare estraneo alla formazione di un chimico così come esce dalla nostra università (purtroppo!) ma che qui rientra immediatamente come sviluppo dei tradizionali corsi a indirizzo tintoriale, sia per la relazione struttura-colore, sia per la misurazione e della formulazione del colore stesso. Si presta anche per convincere le classi all’uso degli strumenti informatici per analizzare i dati, che è tra le competenze di base dell’indirizzo ma forse non tra quelle più gradite… anche in questo caso per fortuna ci si può basare su ampie risorse di rete in inglese[8]. E i nostri modaioli saranno poi i soli studenti della nostra scuola a poter vantare, e rivendere, queste competenze.

[1]   G.U. 30.3.12, s.o.60, p. 231-232

[2]   https://www.ftc.gov/news-events/press-releases/2009/08/ftc-charges-companies-bamboo-zling-consumers-false-product-claims

[3]   http://naturalfibres2009.org/en/index.html

[4]   S. Palazzi, La spirale delle competenze. Esperienze di didattica chimica ricorsiva negli Istituti Tecnici. XXV Congresso nazionale SCI, Cosenza 2014

[5]   S. Palazzi, Anilina in dispensa. La didattica della chimica in Italia, tra l’età di Perkin e quella dell’ink-jet, attraverso l’esame di testi e di alto materiale documentario. XI Convegno GNSFC, Torino 2005

[6]   http://www.setificio.gov.it/blogs/esercizi-risolti-di-chimica-applicata-tessile/

[7]   Ad es., S. Palazzi, Origine e metrica del colore – spunti didattici, X congresso nazionale DD-SCI, Verbania 1996; S. Palazzi: The colours of chemistry: There’s a new scent in the air, or old perchance?, ICCE-ECRICE 2012, Roma 2012. CnS XXXIV – 3

[8]   Ad es., http://www.cis.rit.edu/research/mcsl2/online/cie.php

Codici, merci e rifiuti: più ombre che luci (seconda parte)

 Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Benito Leoci

(la prima parte di questo post su http://wp.me/p2TDDv-12O)

 Rifiuti

A partire dalla fine degli anni ’70 in Europa, ma anche negli Stati del Nord America, esplode una frenetica attività legislativa per fronteggiare i crescenti problemi provocati dall’inquinamento ambientale. L’aumento delle popolazioni, l’industrializzazione spesso selvaggia sulla spinta dell’aumento dei consumi, influiscono sempre più sull’ambiente, danneggiando spesso in maniera irreversibile la qualità dell’aria, delle acque e del suolo. Sulle riviste scientifiche, ma anche sulla stampa e sugli altri mezzi di comunicazione, appaiono termini e concetti spesso nuovi, mai uditi in precedenza dall’uomo comune non addetto ai lavori, quali diossina, PCB, piogge acide, eutrofizzazione, metilmercurio, esaclorofene, talidomide, ecc. E dagli USA arrivano libri che descrivono fenomeni ancora più allarmanti: primavere silenziose, il cibo che uccide, ecc. Per combattere o almeno contrastare il progressivo peggioramento dell’ambiente si ricorre allo strumento più semplice ovvero a quello giuridico con l’adozione di norme denominate di “comando e controllo”. Sarebbe troppo lungo ricordare il fiume di norme emanate in quegli anni, nell’ultimo ventennio del 20° Secolo, sia in Europa che nel Nord America e nei paesi più industrializzati dell’estremo oriente. Sta di fatto che all’inizio del terzo millennio si comincia a notare che nonostante le norme e le sanzioni connesse, il peggioramento dell’ambiente continua inesorabile insieme all’inarrestabile crescita delle popolazioni e all’eccessiva proliferazione di norme e regolamenti. Lo strumento giuridico non solo si dimostra insufficiente ma, se utilizzato male, addirittura controproducente.

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Nel nostro paese, nell’ultimo ventennio del 20° secolo, sulla scia dell’allarme lanciato dagli studiosi e dagli organi di informazione in genere, l’attività legislativa anche spinta da norme europee pubblicate a getto continuo, diventa frenetica, con norme spesso poco chiare e in contraddizione tra di loro, sicchè qualcuno arriva ad avvertire che l’ambiente muore anche per troppa attenzione. Il 2002 il Ministro dell’Ambiente pro-tempore arriva ad ammettere (18) che “troppe leggi finiscono inevitabilmente per diventare comunque inidonee al conseguimento degli obiettivi: neanche la Pubblica Amministrazione sa più come applicarle e farle rispettare”. Ammissione provocata sia “dall’iperproduzione legislativa ed eccessi burocratici”, sia dalla constatazione che “le imprese italiane (ma anche quelle degli altri paesi europei) devono compilare ogni anno 3 milioni di moduli impiegando 50 milioni di ore di lavoro e spendendo oltre 700 milioni di Euro”. Continua detto Ministro, ricordando il proliferare di “registri, formulari, moduli, albi speciali e iscrizioni farraginose, contraddittorie e sbagliate che penalizzano gli imprenditori e possono costituire anche uno stimolo alla violazione delle regole”. Non si può non convenire con queste osservazioni, solo che dopo circa 10 anni nulla è cambiato, il proliferare delle leggi continua e quelle errate precedenti non vengono migliorate. A rimanere immutato è il Catalogo Europeo dei Rifiuti (CER) che riporta i codici dei rifiuti. Codici che sulla carta dovevano semplificare la vita degli operatori (forze di polizia, produttori di rifiuti, pubblici amministratori, ecc.), ma che in realtà hanno accresciuto la confusione e il lavoro di chi è costretto ad utilizzarli. Vediamo il perché, non prima di aver sottolineato che l’ambiente è l’unico settore ove l’introduzione di codici abbia peggiorato la situazione precedente, accrescendo incertezze e dubbi.

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I CER

L’elenco dei rifiuti contrassegnati da un codice nasce nel lontano 1994, con la decisione della Commissione della Comunità Europea n. 94/3/CEE (19), seguita subito dopo dalla decisione n. 94/904/CEE relativa all’elenco dei rifiuti pericolosi (20),con lo scopo di attribuire ad ogni fattispecie un codice, da riportare su tutti i documenti riguardanti le varie fasi della loro gestione: stoccaggio, trasporto, recupero o smaltimento. Entrambe queste decisioni entrano nella legislazione italiana come allegato A, punto 2 (relativo al Catalogo Europeo dei Rifiuti) e allegato D (relativo ai codici dei rifiuti pericolosi) al Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n. 22. Quest’ultimo, che attua le direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CEE sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggi, sostituendo il DPR n. 915/82, non ha lasciato un buon ricordo (21)anche perché rimandava per la risoluzione di molti problemi a regolamenti futuri che non sono mai stati emessi. Problemi mai risolti nemmeno dal decreto successivo (D. Lgs. n. 152/06), noto come Codice dell’ambiente.

Si legge nell’allegato A, punto 2 del D. Lgs. n. 22/97, che il “Catalogo vuole essere una nomenclatura di riferimento con una terminologia comune per tutta la Comunità allo scopo di migliorare tutte le attività connesse alla gestione dei rifiuti. A questo scopo il CER dovrebbe diventare il riferimento di base del programma comunitario di statistiche sui rifiuti…”. Gli scopi del CER quindi dovevano essere quelli del miglioramento di tutte le attività di gestione dei rifiuti oltre a consentire l’elaborazione di statistiche a livello comunitario. Vedremo come questi ambiziosi propositi siano stati in gran parte disattesi. Già la partenza non è delle migliori. Gli interessati infatti non fanno in tempo a capire i meccanismi necessari per l’utilizzo dei CER che l’elenco viene profondamente modificato per effetto di un’altra decisione della Commissione della CEE, la n. 2000/532/CE (22) che propone un nuovo catalogo noto come “CER 2000”, in sostituzione del precedente. Col CER 2000 si aboliscono 280 codici presenti nel precedente e si introducono 470 nuovi codici, con grande costernazione degli interessati, specie dei produttori o detentori di rifiuti che si sono trovati nella necessità di modificare i codici precedenti sia per compilare registri di carico e scarico, sia i MUD, sia i formulari di identificazione e, soprattutto, di accertare se fra i rifiuti gestiti vi erano quelli da riclassificare come pericolosi. Le aziende che avevano poi come attività la gestione dei rifiuti hanno dovuto anche modificare l’iscrizione all’Albo dei gestori ambientali (23).

L’individuazione del codice da attribuire a un rifiuto in molti casi non è semplice ed è ancora più difficoltoso, in alcuni casi, capire se si tratta di rifiuto pericoloso o meno. Tralasciamo quest’ultimo aspetto perché esuleremmo dagli scopi della presente nota, per dare un’occhiata all’iter da seguire per individuare i codici e le lacune, errori, incongruenze presenti nel catalogo. Vogliamo però soffermarci sul confine (del tutto inutile) posto al Catalogo che è designato per l’appunto “Europeo”. Come dire che non si è interessati ai rifiuti, o alle merci che poi diventano rifiuti, prodotti o provenienti dagli USA, dalla Cina e così via. Ma non è così perché il legislatore affida ai produttori o ai possessori, che possono essere cinesi, indiani, ecc., l’incarico di individuare il codice. Ma allora perché Europeo?

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La conformazione del Catalogo e l’attribuzione di un codice

L’attribuzione di un codice ad un rifiuto, navigando nel Catalogo, è compito che spetta, come accennato, al produttore o in mancanza al detentore dello stesso. Nessuno può inventare un nuovo codice che non sia previsto dal Catalogo che per sua natura è impostato sulla presunzione della conoscenza dei cicli produttivi di tutte le merci fabbricate nel mondo. Il fatto che si tratta di una presunzione non è sfuggito agli estensori del Catalogo che sono corsi ai ripari introducendo codici factotum che, come vedremo fra breve, sono quelli che terminano con “99”.

I codici che contrassegnano i rifiuti elencati nel Catalogo sono dunque formati da tre coppie di numeri. La prima che va da 01 a 20 rappresenta il capitolo e indica generalmente la fonte (criterio “derivativo”) dalla quale si genera il rifiuto o, meglio, per alcuni tipi, il ciclo produttivo. Ma non sempre. Seguono questa logica i capitoli che vanno da 01 a 12 e da 17 a 20. Chissà perché il salto da 12 a 17. Il produttore di rifiuti per individuare i codici relativi ai propri rifiuti deve iniziare la ricerca in questi capitoli. Se il lavoro è infruttuoso deve esaminare i capitoli 13, 14 e 15 che invece sono collegati ad alcuni tipi di rifiuti: oli esausti, solventi, refrigeranti, imballaggi, ecc.(criterio “nominale”). Vi è infine un capitolo “tampone” salva elenchi, il 16, a cui si deve ricorrere quando non si riesce a codificare il rifiuto utilizzando tutti gli altri capitoli: si tratta di veicoli fuori uso, scarti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, prodotti fuori specifiche, esplosivi, catalizzatori, ecc. Vengono elencati a caso senza seguire alcun ordine. Anche le fonti dei rifiuti che vengono riportati nei vari capitoli non sono ordinati, ma vengono elencati a caso, sicchè si deve procedere con calma esaminandoli tutti. Queste sono le istruzioni che si trovano nell’introduzione dell’allegato D alla parte IV del D. Lgs. 152/06, prima citato.

Le altre due coppie di numeri indicano all’interno di ciascun capitolo il particolare tipo di rifiuto. Ma non bisogna farsi troppe illusioni, perché le indicazioni sono per lo più generiche. Per esempio all’interno del capitolo 02 (Rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquacoltura, silvicoltura, caccia e pesca, trattamenti e preparazione di alimenti) col codice 020100 troviamo l’indicazione “rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquacoltura, selvicoltura, caccia e pesca” del tutto identico a quanto indicato nel capitolo (salvo quelli derivanti dal trattamento e preparazione di alimenti) sicchè diventano del tutto superflui i codici successivi, visto che qualsiasi rifiuto prodotto dalle attività citate può essere codificato col 020100. Non è chiaro poi quali sono i rifiuti derivanti dalla caccia. Forse si tratta dei bossoli che molti cacciatori abbandonano nei boschi. Andrebbero raccolti dallo stesso cacciatore e indicati col detto codice se portati allo smaltimento. In realtà spesso vengono raccolti e riutilizzati dagli stessi, ma in tal caso non si tratta di rifiuti. E che dire dei codici 020102 e 020202 che indicano gli “scarti dei tessuti animali”? Probabilmente il legislatore voleva richiamare alcuni tipi di SOA (Sottoprodotti di Origine Animale), forse le pelli, i muscoli, il grasso e pochi altri. Ma proprio questi raramente diventano rifiuti in quanto trovano specifiche utilizzazioni. E perché non indicare anche gli altri tipi di SOA (ossa, sangue, intestini, stomaci, polmoni, ghiandole, ecc.) certamente più suscettibili di diventare rifiuti? Comunque sia gli scarti di tessuti animali che gli altri tipi sono disciplinati da apposite norme (23) e quindi sottratti generalmente alla normativa dei rifiuti. Si nutre il sospetto che coloro che hanno approntato le liste del CER ignoravano del tutto l’esistenza dei SOA.

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Ma vi sono altre osservazioni che accrescono ulteriormente i sospetti circa la superficialità se non ignoranza di coloro che si sono occupati della formulazione dei CER. I codici 16 04 (seguiti da 01, oppure 02, oppure 03) si riferiscono agli esplosivi di scarto, i quali non dovrebbero essere interessati dalla disciplina dei rifiuti in quanto regolamentati da precise norme (D. Lgs. 7/1997di recepimento della direttiva 93/15/CEE, il decreto n. 272/2002 regolamento di esecuzione del D. Lgs. 7/1997, D. Lgs. 58/2010 di recepimento della direttiva 2007/23/CE) e dal TULPS per le parti ancora in vigore (25). Si tratta di codici asteriscati che indicano quindi la pericolosità del rifiuto. Con molta buona volontà può essere utilizzato solo il codice 16 01 10 quando si tratta degli “air bag” delle automobili fuori uso, purchè non venga isolata la carica esplosiva. Si ricorda a questo proposito che gli esplosivi sono già contraddistinti da codici: numero di identificazione e codice di classificazione (art. 19 del D.M. 19 settembre 2002, n. 272). Le cariche esplosive degli air bag per esempio sono classificati (secondo l’art. 82 del TULPS come modificato dall’art. 12 del D. Lgs. 272/2002) esplosivi del gruppo E (numero di identificazione 0084 o meglio 0503).

Esaminando altri codici, si incontra il 061304 che si riferisce ai rifiuti derivanti dalla lavorazione dell’amianto. Si badi rifiuti non contenenti amianto ma quelli prodotti dalla lavorazione (per esempio quando si producevano tessuti ininfiammabili). Altri codici indicano i rifiuti della fabbricazione di amianto-cemento (101309 e 101310). E’ inutile ricordare che la fabbricazione di oggetti contenenti amianto è stata proibita in Italia dalla legge n. 257/1992 (G.U. Serie Generale n. 87/1992) e successivamente da una serie di regolamenti dell’UE.

Potremmo indicare altre incongruenze, dimenticanze, errori nell’attribuzione dei codici ma sembra più utile soffermarsi nell’impostazione generale del catalogo. Il criterio di ripartizione dei capitoli, come indicato, oltre a presentare una illogica successione, provocata dal criterio “della provenienza” utilizzato, comporta anche la necessità di ripetere in più capitoli gli stessi rifiuti. Per esempio i metalli ferrosi si ritrovano sotto i capitoli 12, 16, 17, 19 (stranamente non si ritrovano fra i rifiuti urbani, nel capitolo 20). E queste ripetizioni (che si ritrovano anche per altri materiali: carte e cartoni, plastiche, bitumi, ecc.) farebbero supporre assurdamente che il ferro che si trova come rifiuto della lavorazione di superfici metalliche sarebbe diverso da quello derivante dai veicoli fuori uso o dalle demolizioni di costruzioni. Detta ubiquità può provocare e provoca nell’interessato la necessità di scegliere fra più codici, quando è incerta l’individuazione del capitolo. In altri casi sarà costretto ad utilizzare codici diversi per lo stesso tipo di rifiuti. Un’impresa autorizzata alla raccolta dei rifiuti, per esempio, per codificare i rifiuti da imballaggi in carta e cartone dovrà usare il codice 150101 se gli stessi vengono raccolti presso un ipermercato (o come raccolta differenziata nel comuni) o il codice 200101 se raccolti da una pubblica piazza o via. Naturalmente per decidere deve controllare se detti rifiuti derivano da imballaggi o meno.

Il capitolo 20 fa comunque sorgere altri dubbi e incertezze. Nelle intenzioni del legislatore dovrebbe servire per codificare solo i rifiuti urbani (quelli prodotti dalle abitazioni e dallo spazzamento delle strade, inclusi quelli derivanti dalla raccolta differenziata, purchè non derivanti da imballaggi aggiungiamo noi). Consegue che i codici da 01 a 19 si riferiscono ai rifiuti speciali che sono quelli prodotti da attività produttive di qualsiasi tipo. C’è però una complicazione: fra i rifiuti urbani il legislatore, nel D. Lgs n. 152/06, così come nelle leggi precedenti, comprende anche “i rifiuti di qualunque natura e provenienza, giacenti sulle strade e aree pubbliche…” (art. 184, comma 2, punto d). Ne deriva che se un rifiuto speciale contrassegnato con un codice (da 01…. a 19….), in dipendenza dell’attività produttiva (o delle caratteristiche possedute), viene abbandonato su una pubblica via, il suo codice cambia per assumerne un altro fra quelli compresi nel capitolo 20, se lo si trova. Dunque il rifiuto è sempre quello ma il codice cambia secondo le circostanze o il luogo in cui si trova. E’ come se un motore, una rivoltella, un libro dovessero assumere codici diversi secondo il luogo in cui si trovano…

A complicare ulteriormente le cose spesso intervengono circolari del Ministero dell’Ambiente che cercano di interpretare alcuni codici del catalogo, nel tentativo di aiutare i funzionari della PA addetti ai controlli o coinvolti per altri motivi (26). Per le siringhe abbandonate in luoghi pubblici dai tossico dipendenti, una circolare ministeriale (27) indica l’utilizzo del codice 180103* (“rifiuti pericolosi che devono essere raccolti e smaltiti applicando precauzioni particolari”). Trattandosi però di rifiuti urbani il codice dovrebbe essere individuato fra quelli del capitolo 20 ove però non vi è traccia, salvo che non si voglia utilizzare quello terminante con la coppia “…99”. Codici utili per ogni evenienza.

Ritornando al produttore o possessore interessato ad individuare il codice adatto per indicare i propri rifiuti, se la ricerca è infruttuosa, può dunque ricorrere ad un codice che termina con la coppia 99, presente in tutti i capitoli, contrassegnati con la dicitura “rifiuti non specificati altrimenti”. Al momento dell’utilizzo detta dicitura va sostituita con il nome attribuito al rifiuto dal produttore (o detentore) che il legislatore evidentemente non ha previsto. Questi codici presenti nel catalogo sono molto numerosi, circa 70 e testimoniano il sospetto da parte di coloro che hanno approntato i codici, di aver omesso o dimenticato molti rifiuti. E’ superfluo far notare che il ricorso al codice terminante col 99, scrivendo a fianco il nome del rifiuto, toglie il fine e l’utilità del sistema di codificazione che è quello di evitare descrizioni con le ambiguità connesse.

Conclusioni

Anche un semplice esame dei codici riportati nel catalogo, pone in evidenza una lunga serie di omissioni, incongruenze, errori dovuti probabilmente all’assenza, nelle commissioni o uffici che si sono occupati della loro elaborazione, di competenze idonee (quali quelle possedute da docenti universitari di Tecnologie dei cicli produttivi, da ingegneri o chimici industriali con idonee esperienze, ecc.) a fronteggiare le complesse problematiche di individuazione derivanti dal composito universo dei rifiuti, tra l’altro in continua evoluzione.

Il sistema utilizzato per codificare i rifiuti, organizzato per lo più secondo la fonte di provenienza (criterio “derivativo”), non è condivisibile per il semplice motivo che porta a doppioni o ripetizioni dello stesso rifiuto prodotto da diverse attività produttive, con conseguente confusione e incertezze. Il ricorso, in aggiunta, ai codici dei capitoli 13 – 16 (criterio “nominale”) è la prova più evidente del fallimento o almeno dell’insufficienza del criterio derivativo. La necessità di utilizzare una codificazione semplice ed efficiente non è da trascurare. Gli agenti del NOE o di altre forze di polizia quando fermano un autotreno carico di rifiuti si avvalgono principalmente dalle indicazioni dei CER per controllare il carico e i documenti connessi di trasporto. Come è poi possibile elaborare statistiche in presenza di codici confusionari, incerti e spesso del tutto errati?

Infine, nel mentre era prevista una ovvia revisione periodica dei codici per i necessari aggiornamenti, occorre registrare che l’elenco attualmente in vigore, risalente al 2000 non è stato più aggiornato. Forse anche per questo gli interessati ricorrono sempre più frequentemente ai codici con terminali “99” di cui si è detto.

 

 

18. Si legga la presentazione a “La nuova disciplina e classificazione dei rifiuti, CER 2002” dell’Unioncamere e CONAI, Edizioni Hyper, Venezia, 2002.

19. Adottata a seguito dell’art. 1, lettera A della direttiva n. 75/442/CEE, modificata dalla direttiva n. 91/156/CEE.

20. Adottata in base all’art. 1, paragrafo 4 della direttiva n. 91/689/CEE.

21. Subito dopo la pubblicazione battezzato, dall’arguzia partenopea, come il decreto dei pazzi, visto che il 22, nella Cabala Napoletana è appunto il numero dei pazzi.

22. A sua volta modificata dalle decisioni 2001/118/CE, 2001/119/CE e 2001/573/CE.

23. Quest’Albo ha cambiato nome diverse volte da quando è stato istituito (con legge 29 ottobre 1987, n. 441). Attualmente si chiama Albo dei Gestori Ambientali. Le ditte per poter esercitare come attività la raccolta e trasporto dei rifiuti devono essere iscritti in questo Albo.

24. In Italia il D. Lgs. 1 ottobre 2012, No 186, “Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 1069/2009 recante norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale e ai prodotti derivati non destinati al consumo umano e che abroga il regolamento (CE) n. 1774/2002, e per la violazione delle disposizioni del regolamento (UE) n. 142/2011 recante disposizioni di applicazione del regolamento (CE) n. 1069/2009 e della direttiva 97/78/CE per quanto riguarda taluni campioni e articoli non sottoposti a controlli veterinari in frontiera” (G.U. No 255 del 31 ottobre 2012). In Europa la Council Directive n. 1774/2002 (attualmente Council Directive n. 1069/2009, in vigore dal 4 Marzo 2011 e il Regolamento EU n. 142/2011).

25. Per maggiori notizie si rimanda a Cinardi A. (2012), Fuochi pirotecnici ed esplosivi da mina, EPC Editore, Roma.

26. Il Ministero dell’Ambiente o meglio l’Albo dei gestori ambientali è intervenuto varie volte per indicare le modalità di utilizzo di alcuni codici (per es. circolare n. 8388 del 22 dicembre 1999, n. 7665 del 15 dicembre 2000, n. 2937 del 22 aprile 2003, n. 4670 del 29 luglio 2004, n. 1175 del 29 luglio 2005, n. 1464 del 16 luglio 2009, n. 95 del 24 gennaio 2012, ecc.) finendo spesso col confondere la precisa distinzione imposta dal catalogo fra i rifiuti speciali e quelli urbani.

27. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Albo Nazionale delle imprese che effettuano la gestione dei rifiuti, delibera 7665 del 15 dicembre 2000.

http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/benito-leoci-codici-merci-rifiuti-2/

http://notiziario-di-merceologia.blogspot.it/2014/04/b-leoci-codici-merci-e-rifiuti.html

Codici, merci e rifiuti: più ombre che luci. (prima parte)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Benito Leoci, bleoci@economia.unile.it

Premessa

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L’esigenza di distinguere oltre con un nome anche con un codice o una matricola, prodotti, merci e persino persone, è molto antica, in quanto collegata alla necessità di individuare con precisione, rapidamente e senza possibilità di errori, gli stessi oggetti o persone. Esigenza accresciuta in questi ultimi decenni con la proliferazione di composti e merci di ogni genere. L’attribuzione di un codice ad una molecola, ad un’arma portatile o ad un volume risolve problemi diversi. Nel primo caso si vuole risalire alla formula e alle proprietà chimico-fisiche della molecola, nel secondo si vuole individuare il proprietario o possessore dell’arma, nel terzo caso si vuole facilitare la ricerca del volume (1) in una biblioteca o si vogliono soddisfare altre esigenze (per compilare cataloghi, per motivi contabili, ecc.). L’ultimo settore interessato da un sistema di codificazione è quello dei rifiuti. Nel mentre però negli altri casi è stato relativamente semplice contraddistinguere con un nome o un numero o una sigla l’oggetto o la persona da identificare (si pensi ai mezzi di trasporto, alle abitazioni, al libri, alle partite IVA, ecc.), in altri settori l’impresa si è rilevata più difficile del previsto. Si pensi ai composti chimici e ai loro derivati e ai rifiuti. Esaminiamo più da vicino proprio questi ultimi due settori, in particolare quello dei rifiuti per valutare l’efficacia dei sistemi proposti.

Composti e prodotti chimici

Il bisogno di individuare con precisione le caratteristiche chimico-fisiche degli elementi e dei loro composti con l’uso di simboli e nomi, nasce nel corso del 17° Secolo (2), quando inizia la trasformazione dell’alchimia in chimica. Fino a tutto il 18° Secolo è tutto un fiorire di simboli e nomi suggeriti da coloro che si occupavano di composti, elementi, reazioni chimiche, studio delle loro proprietà, ecc.

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D’altra parte i tentativi di Dobereiner, Newlands, Meyer e quelli più fortunati di Mendeleev (3), non nascono forse dalla necessità di ordinare, numerandoli, gli elementi chimici in modo da poter dedurre, senza errori, con una sola occhiata le caratteristiche e le proprietà connesse? Con l’attribuzione di un codice si vuole in definitiva raggiungere lo stesso scopo.

Per i composti chimici, il lavoro per individuare un sistema utile per attribuire loro un nome univoco e chiaro, è stato lungo e si deve giungere al 1919, quando nasce lo IUPAC (4) con il compito di individuare un metodo valido, riconosciuto universalmente, per attribuire un nome e una formula ad ogni molecola. Nel corso di tutto il 19° secolo, con l’aumento quasi esponenziale del numero di molecole che vengono sintetizzate o scoperte (se esistenti in natura), cresce il bisogno di approntare un sistema per individuarle, classificarle e descriverle. Evidentemente i più interessati sono gli editori del Chemisches Zentralblatt, poi di quelli del Berichte e infine del Chemical Abstracts e di altre serie di minore importanza. Questi si erano posti il compito di raggruppare in appositi volumi, da pubblicare periodicamente, i riassunti di articoli, riguardanti in qualche modo la chimica, che apparivano sulle riviste scientifiche europee e statunitensi; dopo la II Guerra Mondiale anche le riviste scientifiche dell’Oriente (Giappone, Corea, Cina). Andiamo per ordine.

ChemischesZentralblattIl Chemisches Zentralblatt nasce nel 1830 a Lipsia, su iniziativa di un certo Leopold Voss, editore e Gustav T. Fechner, filosofo-fisico, sotto il nome di Pharmaceutisches Zentralblatt. L’idea è quella di pubblicare i riassunti di articoli riguardanti prodotti farmaceutici che apparivano sulle riviste tedesche e straniere. Nel 1864 gli editori approntano un indice sistematico che può essere considerato come il primo sistema di classificazione e in un ceto senso di codificazione dei composti. Nel 1884 con l’introduzione delle formule di struttura dei composti si ha una svolta importante nella storia del Zentralblatt.

Per quanto attiene i composti organici, il primo tentativo a livello internazionale, di approntare un sistema per denominarli viene attribuito a Kekulè, che nel 1860 organizza il primo di una serie di incontri o conferenze (5). Si discute di sistemi per denominare composti chimici anche alla Conferenza di Ginevra del 1892 (Geneva Nomenclature).

Per quanto riguarda il Berichte, il primo volume appare il 1868 col titolo Berichte der deutschen chemischen Geselschaft. In Francia il 1863 nasce il Bullettin de la Societè Chimique de France. In Gran Bretagna il Journal of the Chemical Society vede la luce il 1862.

In USA parte nel 1895 la Review of American Chemical Research, su iniziativa di Arthur A. Noyes (6), che dopo due anni diventa un supplemento del Journal of the American Chemical Society (JACS). Nel 1902 diventa editore del JACS William A. Noyes, cugino di Arthur, che era convinto dell’opportunità di realizzare una rivista contenente i riassunti degli articoli riguardanti argomenti di chimica, pubblicati in altre riviste specializzate negli USA e in altri paesi. Nel giro di 4 anni convince della bontà della sua idea gli editori dell’ACS ed inizia nel 1907 l’attività. I riassunti o recensioni preparati da corrispondenti volontari, vengono riuniti periodicamente in volumi, denominati Chemical Abstracts, e inviati agli abbonati e agli iscritti all’American Chemical Society.

Queste iniziative, naturalmente, accrescono la necessità di approntare un sistema di codici, per individuare i composti chimici, dalle molecole più semplici a quelle più complesse.

Nel 1911 si riunisce a Parigi l’International Association of Chemical Societies (IACS), con lo scopo di stabilire, fra l’altro, la nomenclatura dei composti chimici organici ed inorganici, gli standard dei pesi atomici e delle costanti fisiche e altre caratteristiche.

Nello stesso periodo, praticamente dal 1897 al 1938, il Chemisches Zentralblatt conosce il massimo successo. Dopo la II Guerra mondiale inizia un lento declino aggravato anche dalla divisione della Germania nelle due repubbliche. Il 31 dicembre del 1969 cessano le pubblicazioni con l’uscita dalla produzione dell’Akademie Verlag della Repubblica Democratica che negli anni precedenti, con alterne vicende, aveva collaborato attivamente con la Verlag Chemie della Repubblica Federale (riuniti dal 1949 nella Gesellschaft Deutscher Chemiker). La Verlag Chemie confluisce nella American Chemical Society (ACS) per collaborare alla pubblicazione dei Chemical Abstract. Nei 140 anni di attività la Chemisches Zentralblatt (7) pubblica 140 volumi formati da 700 mila pagine, contenenti 3 milioni di riassunti e 200 mila pagine di indici. Ogni composto viene riportato col suo nome (o i vari nomi), con la sua formula, con il riassunto delle principali proprietà e indicizzato con un codice di individuazione.

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Il Berichte, altra iniziativa germanica di grande successo, nel 1919 viene scisso in due serie (A: Vereins-Nachrichten e B: Abhabdlungen), per assumere dal 1947 (dopo un anno di interruzione a causa di problemi post bellici) fino al 1996 il nome di Chemische Berichte. Nel 1997 viene assorbito dal Dutch Journal Recueil des Travaux Chimiques des Pays-Bas, per formare la Chemische Berichte/Recueil e la Liebig Annalen/Recueil. L’anno successivo entrambe vengono fuse con altre riviste europee per formare rispettivamente l’European Journal of Inorganic Chemistry e l’European Journal of Organic Chemistry.

Per tutto il XX secolo a fronte delle alterne vicende delle riviste su accennate si contrappone l’inarrestabile ascesa del Chemical Abstracts che nel corso della prima metà del secolo conquista l’assoluto dominio del settore in tutto il mondo. Gran parte del successo viene attribuito ad un certo E. J. Crane che come editore, dal 1915 al 1956, si occupa dello sviluppo della rivista creando un rete mondiale di corrispondenti.

Crane nel 1956 diventa primo direttore del Chemical Abstracts Service (CAS) con la trasformazione dell’organizzazione in una divisione operativa dell’ACS. Nel 1965 viene introdotto il CAS Chemical Registry System. Il conseguente uso del CAS Registry System, per identificare le sostanze, scongiura l’uso di termini spesso ambigui che si stava diffondendo. I chimici potevano contare su una informazione precisa, utile sia per la ricerca che per evitare pericoli per la salute e l’ambiente. Nel 1968 inizia l’uso dei nastri magnetici per registrare i dati e le informazioni disponibili. Nel 1980 viene adottato il “CAS on line” per mettere a disposizione dei ricercatori il CAS Registry database. Nel 1983 l’ACS e la FIZ (8) sottoscrivono un accordo per approntare STN (9), che diventa operativo l’anno successivo. Nel 1995 viene introdotto lo SciFinder uno strumento che rende possibile l’accesso diretto ai CAS database.

Lo sviluppo e i successi dell’ACS sono inarrestabili. Per dare un’idea delle sue dimensioni e del lavoro di informazione svolto nel corso del 20° secolo, in pratica fino al 1994, basta ricordare che esso si è avvalso di circa 160 mila collaboratori o meglio recensori volontari (10), distribuiti in tutto il mondo, mentre presso la sede in USA (Columbus, Ohio) sono occupati quasi 2000 persone. Fra i suoi editori e autori si annoverano ben 200 premi Nobel. Pubblica 39 riviste scientifiche. Fino al 2010 ha raccolto e riportato più di 27 milioni di estratti di articoli scientifici. Alla fine del 2009 il CAS ha annunciato di aver registrato nel CAS Registry la 50 milionesima molecola, una nuova “arilmetilidene eterociclica” avente proprietà analgesiche (11).

Merci e codici

Nel corso del 20° secolo un gran numero di nuove molecole, fra quelle scoperte e sintetizzate, viene utilizzato per produrre merci di ogni genere (prodotti farmaceutici, vernici, pesticidi, erbicidi, tessuti, oli lubrificanti, ecc.) che vengono immesse sui mercati spesso senza un’adeguata precedente sperimentazione, circa la loro innocuità per la salute umana e l’ambiente. Alcuni di questi provocano disastri (12), altri ancora si rivelano pericolosi a lungo termine per l’ambiente e la salute (13). Sorge ancora una volta la necessità di dover individuare rapidamente e con precisione le caratteristiche di queste nuove merci, onde poter predisporre con cura le modalità del loro trasporto, della loro gestione, gli interventi da adottare in caso di incidenti. Appare evidente che l’unica via percorribile è quella di contrassegnare ogni singolo prodotto con un codice da utilizzare in caso di necessità per collegare lo stesso ad una scheda contenente tutte le informazioni necessarie (modalità di stivaggio, trasporto, tipi di interventi in caso di incidenti, ecc.). Tale esigenza è fortemente sentita per prima nel settore dei trasporti marittimi ove a partire dagli anni ’50 si era verificata una serie di disastri provocati da alcune merci durante la navigazione (14). Un apposito organismo dell’ONU si pone al lavoro e in breve appronta un volume a schede mobili, noto come Blue Book, riportanti le modalità di movimentazione e stivaggio delle merci da trasportare. Modalità che tutti i comandanti di navi mercantili devono osservare, pena la perdita della copertura assicurativa prestata dal “P&I Club” di Londra o da altre assicuratrici. Seguono volumi analoghi per il trasporto via ferrovie, via terra e via aerea (15).

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Per quanto poi attiene la gestione in generale dei prodotti chimici, con lo scopo di ridurre i pericoli per l’ambiente e la salute umana, in questi ultimi anni vengono emanate numerose disposizioni sia a livello ONU che UE, riguardanti le modalità di registrazione, classificazione ed etichettatura degli stessi. Poiché dette norme non sempre sono coerenti fra di loro, si sente la necessità di intervenire ancora con lo scopo di armonizzare e aggiornare le stesse (16). In sede ONU sotto la spinta delle decisioni approvate in occasione della conferenza delle NU, su Ambiente e Sviluppo tenuta a Rio de Janeiro il 1992, viene elaborato il sistema GHS (17) per la gestione di tali sostanze. In Europa nasce il regolamento 1907/2006 (REACH – Registration, Evaluation and Authorization of Chemicals), poi completato con il regolamento n. 1272/2008, (CLP – Classificazione, Labelling, Packaging), in vigore dal 20 gennaio 2009 (GUUE L 353/2008). I regolamenti REACH e CLP, affiancati, costituiscono ora il quadro normativo di riferimento per tutti gli aspetti concernenti le sostanze chimiche, sia tal quali, che contenute all’interno di miscele o merci. In essi grande attenzione viene posta all’identificazione delle sostanze, con il ricorso a vari tipi di codici (Numero di presentazione, Numero indice, Numero CE – EINECS e ELINCS, CAS e altri). Altri codici vengono usati per indicare l’etichettatura, le categorie di pericolo, le avvertenze, ecc.

Tutte le merci, dunque, prima o poi diventano rifiuti. E rifiuti si producono anche durante i processi produttivi. Nasce di conseguenza la necessità di intervenire anche sui rifiuti per attribuire loro precise denominazioni e codici inequivocabili onde seguire le varie fasi della loro gestione, sempre con lo scopo di scongiurare danni all’ambiente e alla salute delle persone.

 (segue)

 

Riferimenti

1. L’ISBN (International Standard Book Number), come è noto, è un codice formato, dal 1 gennaio 2007, da 13 cifre (prima era di 10 cifre) suddivise in 5 parti da trattini di divisione, che identifica a livello internazionale un titolo di un determinato editore. Da un ISBN si può generare un codice a barre da utilizzare per la lettura ottica. Per i periodici si usa l’ISSN (International Standard Serial Number) per identificare la testata. Per le opere musicali nella loro interezza si usa l’ISWC (alle parti si attribuiscono altri codici. Per esempio agli spartiti l’ISMN, a una registrazione video un ISAN, ecc.). Per le registrazioni sonore si usa l’ISRC. Per identificare i prodotti digitali come i file di testo, di immagini, musicali ed audiovisivi si utilizza il DOI (Digital Object Identifier), mentre le risorse su internet si identificano con l’URN (Uniform Resource Names).

2. Convenzionalmente il passaggio viene fatto coincidere con la pubblicazione, nel 1661, del famoso libro di Boyle (1627-1691), The Sceptical Chymist, considerato come l’atto di morte dell’alchimia. A chi vuole saperne di più e in fretta sull’alchimia si consiglia il bellissimo libro di Holmyard E. J., Storia dell’alchimia, Biblioteca Sansoni, Firenze, 1959.

3. Mendeleev D. I. (1834-1907) pubblica la sua prima tavola periodica nel 1869, affermando che “le proprietà degli elementi variano con cadenza periodica all’aumentare della massa atomica”. Su questo scienziato, sulla sua attività scientifica e sulle sue vicende personali, sono state scritte migliaia di pagine. In Russia è considerato un eroe nazionale. Nella metropolitana di Mosca vi è una stazione a lui intitolata facilmente individuabile oltre che dal nome anche dai lampadari a forma di molecole.

4. L’International Union of Pure and Applied Chemistry nasce il 1919 ad opera di un gruppo di chimici provenienti da diverse industrie e università che avevano notato la necessità di adottare a livello internazionale, metodi standard per pesare, misurare, denominare i composti chimici già noti e quelli che si andavano sintetizzando. A questa associazione scientifica, internazionale e non governativa, aderiscono 45 organizzazioni di nazioni diverse oltre ad altre 20 collegate in varie maniere alle prime. Collaborano oltre 1000 chimici di tutto il mondo, suddivisi in 8 divisioni a loro volta formati da vari comitati. Nel tempo i settori di interesse dello IUPAC si sono ampliati fino a comprendere lo studio degli impatti socio-politici della chimica (disponibilità di materie prime, la chimica degli alimenti e le problematiche ambientali). Attualmente lo IUPAC cura anche la pubblicazione di una serie di libri nota come “Nomenclature books series” o “Color books” (Compendium of Chemical Terminology – Gold Book, Nomenclature of Inorganic Chemistry – Red Book, ecc.).

5. Il primo Congresso internazionale dei chimici, organizzato nel 1860 a Karlsruhe da Kekulé e Wurtz aveva come scopo quello di definire alcunenozioni chimiche importanti – come quelle che sono espresse dalle parole – atomo, molecola, equivalente, atomo-basico. Esame della questione degli equivalenti e delle formule chimiche. Stabilimento d’una notazione o nomenclatura uniforme”.

6. Noyes A. A. era un professore di Chimica-fisica al MIT (Massachusetts Institute of Tecnology – USA) e la Review era all’inizio un supplemento del Technology Quarterly del MIT.

7. Per maggiori notizie si rimanda a Willstätter R. (1929), “Zue under des Chemischen Zentralblattes”, Angev. Chem., 42: 1049; Weisker C. (1973), “Das Chemische Zentralblatt – ein Nachruf”, Chemische Berichte, 106.

8. Uno dei principali enti internazionali per la fornitura di informazioni scientifiche e servizi (nel settore dei brevetti, della ricerca, dell’innovazione, ecc).

9. Un network on line internazionale che fornisce database e l’accesso alle pubblicazioni scientifiche, alla letteratura ufficiale, ai brevetti, informazioni sulle strutture, sequenze e proprietà dei prodotti e altri dati.

10. Il ricorso alle collaborazioni volontarie cessa nel 1994 sostituito da redattori professionisti stipendiati.

11. Per maggiori notizie rimandiamo a Leoci B. e Ruberti M., La nomenclatura e la codificazione degli elementi, dei composti, delle merci e dei rifiuti: luci e ombre, in Atti del convegno “I sistemi di gestione ambientale per lo sviluppo eco-sostenibile del territorio”, Università di Sassari, Alghero-Isola dell’Asinara, 24 – 25 giugno 2010.

12. Sono ben noti i disastri provocati dalla talidomite, dal borotalco all’esaclorofene, dal metilmercurio, dalla diossina e da tanti altri composti imprudentemente immessi nei prodotti commerciali o nell’ambiente.

13. Fra i tanti basti ricordare il DDT, i PCB, l’amianto, che pure si erano dimostrati molto utili per diversi usi.

14. Si veda Ruberti M. e Leoci B. (2009), Una merce pericolosa da trasportare: l’ipoclorito di calcio, in Atti del XXIV Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche, Torino/Alba 23 – 25 giugno 2009.

15. Ruberti M. e Mappa G. (2009), I principali riferimenti normativi internazionali per il trasporto delle merci pericolose, in Atti del XXIV Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche, Torino/Alba 23 – 25 giugno 2009.

16. Massari S. e Ruberti M. (2009), L’armonizzazione internazionale della registrazione, classificazione ed etichettatura dei prodotti chimici. Conseguenze per l’Italia, in Atti del XXIV Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche, Torino/Alba 23 – 25 giugno 2009.

17. ONU, Globally Harmonized System of Classification and Labelling of Chemicals, New York and Geneva, 2003, ST/SG/AC.10/30. Aggiornato al 2007.

 

Quando la chimica era ingenua

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Quando non erano ancora stati “inventati” gli omega-3 per caratterizzare gli oli di pesce si seguiva il metodo di Tortelli-Jaffe come segue: “In un cilindretto a piede, con tappo smerigliato e perfettamente asciutto, si introducono 1 cm3 di olio del tutto esente da acqua, 6 cm3 di cloroformio, 1 cm3 di acido acetico glaciale, agitando fino a soluzione omogenea, quindi 40 gocce di una soluzione al 10 % di bromo in cloroformio e si agita nuovamente per qualche secondo: gli olii di animali marini e i loro prodotti di idrogenazione dopo qualche minuto si colorano in verde con riflessi azzurrini o giallognoli e questa tinta si intensifica sempre più entro mezz’ora, passando poi al bruno”. Chimica non tanto ingenua, poi, perché era citata nel Chemische Zeitung, vol. 39, p. 14-15 (1915) dove la reazione è interpretata come dovuta alla presenza negli oli di un cromogeno che, in certe condizioni, si trasforma in una sostanza con un colore caratteristico. La reazione di Tortelli e Jaffe era citata anche nell’ Yearbook of the American Pharmaceutical Association, vol. 4, p. 300 (1915) e in altri testi del tempo, oltre che in tutti i libri italiani di chimica analitica applicata e di Merceologia.

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Il “Tortelli” del metodo era il prof. Massimo Tortelli, nato nel 1859 a Bibbiena (Arezzo); laureato nel 1889; dopo aver prestato servizio nei Laboratori Chimici delle Gabelle (poi Laboratori chimici delle Dogane), divenne Direttore del Laboratorio Compartimentale di Genova, carica che tenne per quasi 20 anni. Nel 1910 vinse il concorso alla cattedra di Merceologia nell’Istituto superiore di studi economici e commerciali in Genova. Tortelli elaborò metodi analitici per la caratterizzazione e la scoperta delle adulterazioni degli olii vegetali più importanti, fra cui quelli di arachide, di colza (il test di Tortelli e Fortini fu pubblicato nella Gazzetta Chimica Italiana, vol. 41, p. 173-182 (1911)), e quello sopra ricordato per gli oli di pesce.

Fra i suoi contributi va ricordata l’invenzione del termoleometro, uno strumento per la misura dell’”indice termosolforico” definito come l’aumento di temperatura che si osserva facendo reagire acido solforico concentrato con un olio, un indice più o meno proporzionale al grado di insaturazione dell’olio. Questo saggio fu descritto nel libretto: Massimo Tortelli, “Termoleometro, apparecchio atto a scoprire le adulterazioni degli olii di oliva e pure degli altri olii vegetali e animali”, Feltre, Castaldi, 1904, e si esegue come segue: in un bicchiere di vetro a doppia parete nella cui intercapedine si è fatto il vuoto, si pongono 20 cm3 di olio in cui si immerge uno speciale termometro che, in vicinanza del bulbo, porta due alette di vetro che lo fanno funzionare anche da agitatore. http://win.galileilivorno.it/museo_della_chimica/popup/Tortelli_foto.html.

Al termooleometro si imprime un movimento rotatorio per circa un minuto finché il termometro indica una temperatura stabile t. Con una pipetta si misurano 5 cm3 di acido solforico concentrato di densità 1,8413, che si lasciano lentamente cadere sull’olio mentre con l’altra mano si agita di continuo la miscela, servendosi del termoleometro fino a che la temperatura si ferma per qualche minuto al valore T. La differenza T – t indica l’”indice termosolforico” che risulta fra 41 e 45 per l’olio di oliva, 78 per l’olio di cotone, eccetera.

Anche questo lavoro ebbe risonanza all’estero come dimostrano le citazioni: M. Tortelli, “Estimation of thermal value of fats and oil”, Analyst, 1909 da: Chemische Zeitschrift, 6, (33); 125, 134, 171, 184; (34), 168 (1907);.

Tortelli scrisse inoltre un “Trattato dei metodi generali di analisi dei grassi” e un libro sugli “Assaggi delle merci” e collaborò anche alla “Nuova Antologia”. Erano apprezzate le lezioni per le quali si preparava, anche negli ultimi anni, con grande scrupolo ed amore, perché fossero sempre aggiornate. A Tortelli si deve la fondazione a Genova dell’Istituto commerciale medio, del quale fu per molti anni direttore. Tortelli morì a 71 anni nel 1930.

jaffeIl prof. Emilio Jaffe, che collaborò con Tortelli per la reazione dell’olio di pesce, era nato a Casale Monferrato nel 1883, dopo la laurea in Chimica e Farmacia nel 1906, prestò servizio al Laboratorio Chimico della Scuola Agraria di Voghera; entrò poi per concorso nei Laboratori Chimici delle Dogane e svolse la sua attività di analista nelle sedi di Roma e Genova. Ma la sua vocazione era l’insegnamento: nell’autunno 1925 riuscì primo nel concorso alla Cattedra di Chimica e Merceologia dell’Istituto Tecnico Commerciale “M.Tortelli” di Genova, cattedra che tenne tanto degnamente da meritare che l’aula di lezione e il laboratorio merceologico dell’Istituto venissero poi intitolati al suo nome. Oltre ai lavori fatti in collaborazione col prof. Tortelli studiò le reazioni della trietanolammina con sali di metalli pesanti.

Apprezzato da studenti e colleghi, come ebreo Jaffe fu sospeso dall’insegnamento in seguito alle infami leggi razziali fasciste quando aveva 55 anni e subì persecuzioni durante la seconda guerra mondiale. Dopo la Liberazione riprese l’insegnamento e gli studi e morì a 68 anni nel 1951. In collaborazione col prof. Luigi Prussia scrisse vari libri di Merceologia per Istituti tecnici, che ebbero molte edizioni. La più vecchia edizione che ho trovato è datata 1938. Quando ero assistente con famiglia a carico, curai un aggiornamento della edizione per Istituti Tecnici Commerciali a indirizzo mercantile, come si chiamavano allora, pubblicata nel 1966.

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Del prof. Luigi Prussia non sono stato capace di trovare notizie; risulta autore delle dispense di un corso di Chimica analitica dell’anno accademico 1897-1898, pubblicate a Parma, il che farebbe pensare che sia nato intorno al 1860-65; una sua pubblicazione sulla ricerca dei derivati del petrolio negli oli di trementina è datata 1914; potrebbe essere morto negli anni trenta del Novecento.

La cosa curiosa è che Tortelli e Jaffe, senza saperlo, avevano svelato la presenza negli oli di pesce di una sostanza che si sarebbe rivelata la “vitamina A” (scrivo fra virgolette perché è ben noto come molte sostanze, idrocarburi non saturi retinoidi e carotinoidi, possano essere dotate delle proprietà biologiche attribuite alla vitamina A). Le “virtù” dell’olio di fegato di merluzzo erano note da tempi antichi — un cucchiaio dello sgradevolissimo olio di fegato di merluzzo era la cura sicura per i bambini un po’ palliducci — ma le proprietà della “Vitamina A” sarebbero state riconosciute soltanto nei primi anni dieci del Novecento e il nome sarebbe stato assegnato nel 1920.

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Negli anni successivi al lavoro di Tortelli e Jaffe, Otto Rosenheim e Jack Cecil Drummond (Lancet, 198, 862 (1920)) trattando l’olio di pesce con acido solforico concentrato osservarono la comparsa di un colore blu di breve durata; l’intensità del colore risultava proporzionale all’effetto di vitamina A manifestato da tale olio quando somministrato ai ratti. Nel 1925 gli stessi Rosenheim e Drummond suggerirono di usare, invece dell’acido solforico, il reattivo di Kahlenberg, tricloruro di antimonio in cloroformio che provocava nella soluzione una colorazione blu della durata di due o tre minuti.

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Nel 1926 Francis Howard Carr (1874-1969) e Ernest Arthur Price (Biochemical Jouirnal, 20, 497-501 (1926) http://www.researchgate.net/publication/7038681_Colour_Reactions_Attributed_to_Vitamin_A ) perfezionarono il metodo, e la misura dell’intensità del colore blu che si forma dopo aggiunta di una soluzione di tricloruro di antimonio a sostanze contenenti vitamina A, per molti decenni fu utilizzata per l’analisi della concentrazione della vitamina. Una buona rassegna delle origini del “colore blu” che si forma dalla reazione di vari “acidi di Lewis” con molecole strutturalmente simili alla vitamina A si trova in : http://repositories.tdl.org/ttu-ir/bitstream/handle/2346/13047/31295004916192.pdf?sequence=1

per approfondire:

http://www.chimica.unipd.it/gianfranco.scorrano/pubblica/la_chimica_italiana.pdf

Cugina o sorella? (parte seconda)

(Nota della redazione) Questo articolo è stato già pubblicato su un altro blog e in un libro del 2005[1], ha qualche anno ma è uno dei migliori articoli che parlano di chimica oggi e di storia della Chimica, non c’è alcun dubbio a riproprorvelo; ne leggete qui la seconda parte; la prima è stata pubblicata pubblicata pochi giorni fa.

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Finora ho parlato della merceologia e di vari suoi guai, dell’incomprensione pubblica verso questa disciplina e di come ha bisogno, per svolgere bene il suo Giorgio Nebbialavoro, del sostegno e degli strumenti della chimica. Ma anche la chimica, nell’università e soprattutto nell’opinione pubblica, ha anche lei i suoi guai. Parlare di chimica è come presentare in società una sorella dai passati burrascosi. “Chimica” è parola sgradevole per molti orecchi, soprattutto poco informati, per vari motivi apparentemente contrastanti.

Il primo è rappresentato dal modo in cui i grandi mezzi di informazione parlano di cose nelle quali la chimica è coinvolta; non ci mancavano altro che gli attentati con “armi chimiche”, in aggiunta agli incidenti “chimici”, all’uso sconsiderato della “chimica” in agricoltura, eccetera, per enfatizzare qualsiasi cosa sgradevole associandola all’aggettivo “chimico”. Non c’è dubbio che incidenti industriali, intossicazione di lavoratori nelle fabbriche, inquinamenti dell’ambiente hanno luogo spesso in fabbriche chimiche o che trattano prodotti chimici e ad opera di sostanze chimiche. Non c’è dubbio che molte fabbriche producono sostanze chimiche pericolose, talvolta inutili, talvolta oscene come gli agenti di guerra, dai gas asfissianti a quelli lacrimogeni e paralizzanti. Non c’è dubbio che la scoperta di frodi, di sostanze tossiche anche nelle acque e nei cibi, di erbicidi nei pozzi sono la conseguenza di un uso improprio e violento di sostanze chimiche e che giustamente un vasto movimento popolare chiede più severe regolamentazioni nella produzione, nella circolazione e nell’uso di prodotti chimici industriali e commerciali.

Il secondo motivo della dubbia fama della chimica sta nella maniera in cui la corporazione dei produttori chimici reagisce alle critiche di quelli che sono sbrigativamente liquidati come “ecologisti” o “verdi”. La risposta messa in circolazione attraverso male orchestrate campagne di stampa è melensa e poco convincente e suscita una reazione di rigetto nell’opinione pubblica. Non basta mobilitare grandi compagnie di pubblicità e pubbliche relazioni per essere credibili e convincenti quando si presenta l’immagine che la chimica è per definizione buona e benefica per l’umanità e che pertanto i fabbricanti di prodotti chimici devono essere apprezzati e lodati come coloro che diffondono il bene insito nella chimica. Anche qui l’eccesso di zelo degli apologeti cade spesso nel ridicolo. Non c’è dubbio che le sostanze presenti nel sangue sono costituite da molecole chimiche — e che altro dovrebbero essere ? — e che il cibo necessario per la sopravvivenza, i farmaci che salvano la vita dei malati, i coloranti che abbelliscono i tessuti, i cosmetici che rendono gradevole e pulito l’aspetto, sono fatti di sostanze chimiche. Non c’è dubbio che sono chimiche — anche se in genere maneggiate da non-chimici — le analisi che consentono di riconoscere le malattie.

 Ma è altrettanto vero che la storia degli anni recenti è piena di episodi di danni alla salute e all’ambiente provocati da industrie e sostanze chimiche non perché tali sostanze sono “chimiche” ma perché sono stati imprudenti e incapaci i produttori, i trasportatori, gli utilizzatori. E non giovano né alla “chimica”, né agli imprenditori le difese di ufficio fatte da volonterosi “scienziati” e accademici i quali ridicolizzano i critici e la loro ignoranza. Tali difese hanno il sapore di cose già ascoltate: anche gli industriali inglesi del 1800 rispondevano alla contestazione di coloro che volevano che fossero migliorate le condizioni di lavoro nelle fabbriche, mobilitando “gli scienziati”. E’ rimasto celebre il dottor Andrew Ure (1778-1857), chimico e merceologo, che, pieno di zelo, ha scritto un intero libro, “La filosofia delle manifatture” (una traduzione parziale in italiano è stata pubblicata nella “Biblioteca dell’economista”, seconda serie, volume 3, dall’Unione Tipografico-editrice di Torino nel 1863), per dimostrare come il lavoro nelle filande e nelle miniere fosse giovevole alla salute dei fanciulli, tolti dalla strada e dai suoi vizi.

 Il terzo motivo, legato ai due precedenti, del poco buon nome della chimica nell’immaginario popolare, sta nella diffusa ignoranza della chimica. Persone colte e intelligenti, che sanno parlare con competenza di letteratura e musica e arte, “intellettuali”, come si suol dire, si azzardano, forti della loro ignoranza chimica, ad esprimere giudizi spesso insensati sui guasti e sui vizi della “chimica”. Non c’è dubbio che la chimica si insegna poco e spesso male nelle scuole secondarie superiori — dove pure circa 400 mila studenti ogni anno sono “costretti” a seguire un qualche corso di chimica — sulla base di testi che talvolta (spesso) sono modesti e noiosi. Quel poco di nozioni appiccicate alla mente, talvolta senza andare al di là di poche frasi fatte, ripetute come litanie, sono il terreno ideale per fare nascere idee distorte e luoghi comuni e vere sciocchezze. Ancora peggiore è la situazione dopo la riforma della scuola superiore del 1996, con la chimica, come si è prima accennato, privata perfino del suo nome e inclusa nella “Scienza della materia”. Non c’è perciò da meravigliarsi se i giornalisti, i parlamentari, gli amministratori, spesso persone colte e attente, straparlano quando si tratta di esprimere dei giudizi sulla chimica, sull’effetto serra, sulle marmitte catalitiche, sulle virtù di cosmetici o sui danni dell’ozono (poco conta se troposferico o stratosferico).

 Si aggiunga che la situazione è scoraggiante benché in Italia esistono decine di migliaia di laureati in chimica, centinaia di professori universitari di discipline chimiche: la loro voce si sente troppo poco e quasi niente, come se ci fosse un pudore nell’intervenire e nel parlare della loro scienza. Una volta Linus Pauling (1901-1994, premio Nobel per la chimica e poi premio Nobel per la pace) scrisse che bisogna invece imparare a parlare a qualcuno che non siano le proprie provette. La stessa massima società italiana dei chimici, la Società Chimica Italiana, con poche migliaia di soci, per lo più membri del mondo accademico, con prestigiose riviste, peraltro a limitatissima circolazione, per l’opinione pubblica è sconosciuta, come se non esistesse.

 A differenza di altre società chimiche nazionali e in particolare di quella americana, la American Chemical Society, che pubblica un settimanale, il notissimo Chemical and Engineering News, che “tira” oltre un milione di copie (la metà della tiratura, da primato, di Famiglia Cristiana), che mobilita i suoi soci perché parlino nelle televisioni locali, che organizza giornate nazionali della chimica, Olimpiadi della chimica, che induce il governo a stampare francobolli commemorativi della chimica e dei chimici, eccetera.

 Questo stato di cose fa sì che in Italia esistano pochissime riviste di chimica, con limitata circolazione, nessuna a carattere veramente divulgativo e popolare, che siano soltanto pochi o pochissimi i libri divulgativi di chimica, le cui conoscenze per il grande pubblico sono affidate al breve incontro, al liceo, con i testi di scuola.

 Mi vengono in mente le “Lettere sulla chimica” che Liebig (1803-1873) pubblicava a puntate sull’Augsburger Allgemeine Zeitung e che raggiunsero, nel corso degli anni, il numero di cinquanta, raccolte in vari volumi, tradotte in tutte le lingue e anche in italiano, a mano a mano che apparivano in tedesco, e che ebbero un grandissimo successo popolare. Non sarà male ricordare che il 200° anniversario della nascita di Liebig è stato proclamato in Germania “Jahr der Chemie”, mentre l’importante evento è passato praticamente inosservato in Italia.

 A proposito della divulgazione della chimica raccomando la lettura del recente libro, “Communicating chemistry. History of textbooks in Europe between 1789 and 1930”, di Bernadette Bensaude-Vincent, e Anders Lundgren, Cambridge, 1999.

 Proprio come non esiste in Italia un buon dizionario di merceologia, in Italia non c’è neanche un buon dizionario o una buona enciclopedia popolare di chimica. E’ abbastanza naturale che perfino i traduttori degli articoli di giornali stranieri storpino i nomi chimici, con silicio che diventa silicone e viceversa, iodio che diventa iodino, carboidrati che diventano idrocarburi, anidride carbonica che diventa ossido di carbonio, e così via. Eppure mai come in questo momento una cultura chimica è essenziale per difendere la salute dei cittadini e anche per ridare fiato ad un asfittico settore industriale. Mai come in questo momento i problemi chimici sono centrali per l’economia e per il progresso. Basta leggere la Gazzetta ufficiale delle Comunità europee o quella della Repubblica italiana per vedere che sempre più spesso ci sono interi fascicoli, dei veri volumetti, pieni di informazioni chimiche, di formule, di sinonimi, di proposte di unificazione, pieni di metodi di analisi standardizzati per riconoscere la purezza delle sostanze, per sconfiggere le frodi, per svelare gli inquinamenti. La sigla CAS del Chemical Abstracts Service è usata anche nei testi di legge dove accompagna ormai il numero, la sigla e il nome delle sostanze che entrano nei medicinali, nei cosmetici, nei pesticidi, eccetera, cioè nella produzione, nel commercio e nell’uso delle merci. Mai come in questo momento la sopravvivenza civile dei paesi industriali dipende dal potenziamento dei servizi pubblici di controllo dei prodotti e dell’ambiente, servizi che richiedono metodi chimici di indagine praticati da chimici. Con tutto il parlare che si fa di unità europea, bisogna renderci conto che potremo essere veramente europei soltanto se dimostreremo di avere strutture pubbliche e imprese private avanzate e moderne e in tale progresso un ruolo determinante ha la chimica e hanno i chimici, proprio come ha la merceologia e hanno i merceologi.

Proprio in questo momento ci sarebbe bisogno di laureati in chimica preparati, orgogliosi della loro cultura e della loro competenza e capacità, consci del ruolo che possono avere nella collettività civile, così come proprio in questo momenti sarebbero necessari dei buoni conoscitori e insegnanti dei processi di uso delle risorse naturali e di produzione delle merci. Con tutto il rispetto per le altre scienze della natura e sperimentali, la chimica è forse l’unica che offre la saldatura fra le leggi fondamentali della materia e l’applicazione di tali leggi alla vita quotidiana, dal metabolismo del cibo alla bellezza dei colori delle ali delle farfalle o dei petali dei fiori, ai grandi flussi di materia che stanno alla base dell’economia.

 La chimica è infatti la scienza della contabilità della natura. Il bilancio delle reazioni chimiche è un bilancio “economico”: esso, per definizione, deve essere in pareggio, tutto quello che c’è a sinistra di una formula si deve ritrovare a destra: la materia si deve sempre ritrovare tutta. E qui troviamo subito la diversità fra la contabilità della natura e quella “economica monetaria”. Anche gli economisti dei soldi fanno della contabilità: i soldi spesi devono essere uguali a quelli guadagnati. Ma le “cose” materiali che sono descritte con gli scambi monetari sono soltanto una piccola parte di quelle che interessano la vita reale.

 Nel bilancio di una fabbrica, per esempio, la contabilità monetaria tiene conto soltanto delle materie che si comprano e si vendono. Se pensiamo ad una fabbrica di acciaio contano il minerale di ferro e il carbone, che si ottengono in cambio di soldi, ma nella contabilità monetaria non figura l’ossigeno che si ottiene gratis nell’aria che serve per bruciare parzialmente il carbone trasformandolo in ossido di carbonio che riduce gli ossidi di ferro in ferro e ghisa. La ghisa e l’acciaio e l’energia entrano nella contabilità economica perché si comprano e si vendono, ma nella reazione si formano — una cosa ovvia e banale per un chimico — polveri e anidride carbonica e ossido di carbonio e scorie che non figurano nella contabilità economica perché vengono gettati nell’atmosfera o in una discarica. Salvo accorgersi un giorno che le popolazioni protestano per i fumi che sono “cose” materiali e di cui bisogna misurare quantità e composizione chimica, e che bisogna filtrare e abbattere o raccogliere per non inquinare l’aria o il suolo.

La contestazione ecologica è nata proprio dall’attenzione prestata agli effetti negativi di tutte le cose che la chimica conosce da sempre — quelle che si trovano a sinistra e a destra di ciascuna formula — ma che l’economia tradizionale e la pratica dell’operare hanno a lungo ignorato. Da qui l’importanza e la grande attualità del valore educativo della contabilità chimica.

 Un minimo di attenzione chimica può suggerire a coloro — tutta l’intera popolazione — che utilizza la cucina, il lavandino, il secchiaio o il  gabinetto — veri laboratori chimici — che tutta la massa dei materiali trattati, compresa l’aria che “si compra” gratis dall’atmosfera, si ritrova poco dopo nell’aria come gas, che i residui di cibo, le soluzioni saponose, gli escrementi che escono dalla nostra vita quotidiana non scompaiono ma vanno a finire nelle fogne e poi nei depuratori e nei fiumi e nel mare. La contabilità e l’ecologia dell’ecosistema domestico, sono altrettanto importanti come l’ecologia della fabbrica o della città. Della buona chimica è indispensabile per fare delle buone leggi contro l’inquinamento e delle buone e sensate azioni per il riciclo dei materiali presenti nei rifiuti, per avviare indagini di bonifica dei territori contaminati da attività produttive precedenti. E’ anzi questo un campo in cui si saldano interessi di natura geografica e storica; quali processi si sono svolti nelle fabbriche che occupavano un territorio ? quali materie — tutte chimiche — venivano trattate e trasformate ? quali scorie venivano prodotte ? dove sono finite e come è possibile toglierle dai loro depositi o diminuirne le nocività ? Buona chimica è necessaria per progettare prodotti e materiali e manufatti in vista del loro intero ciclo vitale che comprende, ripeto, materie dotate di valore monetario e materie che finiscono nei corpi riceventi della natura, rigettate senza alcuna spesa monetaria, ma con elevati costi sociali e sanitari e ambientali . Buona chimica — e adeguati e buoni controlli chimici — sono necessari per le procedure per l’assegnazione di eco-etichette con analisi che vengono indicate “dalla-culla-alla-tomba”; altrimenti delle procedure che dovrebbero difendere i consumatori e l’ambiente si trasformano in pure operazioni pubblicitarie. E quanta chimica sarebbe necessaria per verificare le, e informare i cittadini sulle, tanto dichiarate affermazioni di virtù ecologiche di tante merci che entrano nel mercato con grandi richiami pubblicitari.

A questo proposito una società moderna avrebbe tutto l’interesse a potenziare, anzi a resuscitare, quelle strutture che erano i laboratori chimici “di igiene e profilassi”, che nelle intenzioni dei legislatori di cento anni fa furono creati riconoscendo che la prevenzione delle malattie sarebbe stata possibile soltanto attraverso le analisi chimiche degli alimenti, del cibo, delle acqua, dei prodotti usati in agricoltura, e poi, dagli anni cinquanta in avanti, attraverso un controllo chimico delle condizioni di lavoro, dell’inquinamento atmosferico, dello smaltimento dei rifiuti. Non a caso la direzione del primo laboratorio di igiene e profilassi francese fu affidata al chimico Pasteur (1822-1895). La polverizzazione delle competenze nel settore sanitario e della lotta alle frodi alimentari, nel settore dei controlli ambientali, e di quelli in campo agricolo e delle stesse dogane, da cui tanti chimici sono poi passati sulle cattedre universitarie di merceologia, ha impoverito la capacità di indagine, di controllo e di analisi delle uniche strutture che possono davvero prevenire le malattie. Proprio quando l’unificazione, il coordinamento e il potenziamento della parte chimica avrebbero potuto rappresentare la vera soluzione.

Sorprende (o non dovrebbe sorprendere ?) che il mondo politico, economico e lo stesso mondo imprenditoriale prestino così poca attenzione agli strumenti conoscitivi chimici che sono essenziali per un genuino sviluppo economico. La conoscenza chimica consente la spiegazione di come sono fatti e come possono essere prodotti le cose, gli oggetti, i materiali presenti in natura e nella vita quotidiana. La chimica è nata con l’obiettivo di spiegare e descrivere fenomeni naturali e, nello stesso tempo, di risolvere problemi pratici: la sbianca e la tintura dei tessuti, la conservazione dei cibi, la concia delle pelli, la fermentazione del pane. La ricerca scientifica chimica è stata originata e ha avuto i suoi massimi successi in relazione a problemi “pratici”: dal premio Nobel a Fritz Haber (1868-1914) per la scoperta delle condizioni che consentono la sintesi dell’ammoniaca, al premio Nobel a Giulio Natta (1903-1979) per le scoperte che hanno permesso di sintetizzare il polipropilene.

Mi viene ancora in mente il chimico Liebig che, nel suo laboratorio di Giessen, insieme agli esperimenti di analisi chimica, prestava attenzione ai problemi sociali della prima rivoluzione industriale, a come alleviare la scarsità di alimenti che colpiva le masse di proletari affamati d’Europa, che si occupò di aumentare le rese agricole, che stimolò l’utilizzazione del nitro del Cile come fonte di azoto e dell’acido solforico per rendere solubili i fosfati naturali, che spiegò al pubblico l’importanza della carne e che, per superare le difficoltà del trasporto della carne dai pascoli del sud America all’Europa con le lente navi a vela senza frigoriferi, “inventò” l’estratto di carne e stimolò la costruzione della fabbrica di Fray Bentos in Uruguay, contribuendo ad avviare l’industrializzazione del paese sudamericano. Quel Liebig che, a riprova dello stretto rapporto fra chimica e merceologia e economia, nella celebre “undicesima lettera” scrisse, sia pure con un po’ di ingenuità, che il consumo di acido solforico è un indice dello sviluppo economico di un paese e il consumo di sapone è un indice della sua civiltà. Benché la chimica aiuti a capire e spiegare tanti aspetti fondamentali della vita — perché certe merci inquinano, quale è la composizione dei rifiuti — si ha l’impressione che la chimica della cucina e del gabinetto abbiano poco spazio e dignità nell’insegnamento chimico. I merceologi, per esempio, che sono i chimici che si occupano di questi aspetti volgari della chimica, sono in genere considerati chimici di seconda classe. Una migliore cultura chimica aiuterebbe anche molte altre attività e discipline. Si pensi, per esempio, al vuoto culturale esistente in Italia nel campo della storia della chimica, della storia della farmacia, della storia della merceologia, e lo si confronti col fatto che lo storico di professione, o l’archeologo sempre più hanno a che fare con problemi chimici che affrontano talvolta male, superficialmente, talvolta balbettando cose inesatte, con una crescente difficoltà di incontro con i professionisti che sanno di chimica. Probabilmente una intelligente spiegazione dell’importanza degli aspetti “pratici” della chimica aiuterebbe il pubblico a riconoscere in essa non solo una scienza vicina alla vita quotidiana, ma anzi la scienza prima della vita e delle cose che ci circondano.

C’è un altro aspetto meno noto della chimica. All’opinione pubblica, ma anche agli studenti medi, la chimica appare una scienza consolidata, piena di certezze; se qualcosa di nuovo appare all’orizzonte lo si deve cercare nei favolosi orizzonti delle biotecnologie o dei materiali avanzati, come si suol dire. Una impressione sbagliata: il mondo che ci circonda è ancora pieno di misteri chimici, anche nei campi più banali. Si parla, per esempio, di amido, di lignina e di cellulosa, le pietre fondamentali del mondo vegetale. La cellulosa attrae l’attenzione come ingrediente della carta, l’amido come ingrediente del pane e della pasta e, più recentemente, della finta “plastica” biodegradabile. E invece siamo di fronte ad un campo pieno di misteri. Ogni vegetale contiene amido, lignina, cellulosa, con caratteri differenti da altri; la composizione di queste macromolecole ha carattere statistico per cui si deve parlare al plurale di amidi, cellulose, eccetera. Con un poco di attenzione e di curiosità si scopre, per esempio, che i diversi cereali hanno amidi di diverse qualità, tanto è vero che con alcuni (il grano) si riesce a fare il pane e con altri (come il mais) no. La stessa caratterizzazione dei cereali e dei relativi sfarinati sulla base dell’amido, delle proteine, dei grassi e delle ceneri è una grossolana approssimazione. Si intuisce, ma se ne sa ben poco, che amido, proteine e grassi sono uniti fra loro in “complessi” grassi-proteine, amido-grassi, amido-proteine; la loro esistenza potrebbe spiegare il fatto che il grano duro ha caratteri diversi dal grano tenero, benché all’analisi chimica grossolana i principali componenti siano in quantità quasi uguali. Fra i misteri chimici del pane c’è il fenomeno del rinvenimento, per cui nel pane raffermo, “vecchio” di due o tre giorni, riscaldato, la mollica ritorna elastica come nel pane appena sfornato, anche se questo carattere scompare dopo poche ore. Una migliore cultura chimica permetterebbe di chiarire alcuni “grandi” misteri, come il buco dell’ozono stratosferico o l’effetto serra dovuto alle modificazioni chimiche dell’atmosfera, ma permetterebbe anche di capire e di conoscere meglio tantissime altre cose, negli alimenti, nei cosmetici, nelle tinture e nei preparati per ondulare i capelli, nelle precauzioni da prendere quando si deve lavare e stirare, nei meccanismi — chimici — con cui funzionano le fotocelle solari o le macchine per trasmissione in facsimile, più note come “fax”, o i “cuori” dei computers e dei telefoni cellulari, tutti oggetti che stanno alla base di produzioni e di consumi di massa. Se se ne sapesse di più, forse molti pericoli e inconvenienti ed errori sarebbero evitati.

Un altro importante aspetto del valore educativo della chimica sta nell’abitudine a pensare a tre dimensioni. Tutte le cose sono a tre dimensioni, ma noi siamo abituati a disegnarle su un foglio, su un piano. La conoscenza chimica offre continuamente l’occasione per aiutare a immaginare, a pensare e a “vedere” i corpi nello spazio. La molecola dell’acqua acca-due-o, H-O-H, deve tutte le sue stranezze, fondamentali per la vita, proprio al fatto che ciascuna molecola si lega nello spazio non solo alle altre molecole di acqua, ma a tutti i corpi a cui si avvicina e con cui viene a contatto. La chimica del carbonio deve la sua bellezza e il suo fascino proprio al carattere tridimensionale degli atomi e delle molecole e, anche se ce ne siamo dimenticati, la scoperta di tale carattere fu una vera rivoluzione culturale. Purtroppo non possiamo fare a meno, per ragioni pratiche, di scrivere le formule su un piano, ma forse questo stesso limite è un’occasione per ricordare continuamente che le molecole sono sempre tante, tutte insieme e distribuite in tutte le direzioni. Alla fine degli anni quaranta del secolo scorso il chimico americano Linus Pauling ebbe, come sopra ricordato, il premio Nobel per aver “pensato” che le molecole delle proteine fossero disposte ad elica, come si vide sperimentalmente meglio in seguito. Questa intuizione da sola permise di risolvere tutti i misteri del comportamento delle proteine, pietre costitutive fondamentali della vita. Una decina di anni dopo Watson e Crick ottennero il premio Nobel per aver scoperto la struttura del DNA, una catena di molecole di zucchero, di acido fosforico e di alcune “basi” (adenina, timina, guanina, e citosina), disposte in “doppia elica” nello spazio. La disposizione spaziale delle migliaia di atomi di ciascuna molecola di DNA ha consentito di spiegare il funzionamento di queste molecole fondamentali per la “fabbricazione” di ciascuna proteina, sempre uguale, specifica per ciascuna parte di ciascun essere vivente. Una intuizione tridimensionale ha insomma risolto problemi di conoscenza fondamentale della vita.

Penso che si potrebbe, volendo, davvero dare della chimica una immagine gioiosa e avventurosa, una immagine anche di bellezza, e con essa una visione più coraggiosa della vita; si renderebbe un servizio alla società, all’economia, e all’ecologia — e alla stessa “chimica”, presentabile senza vergogna nella buona società. Un esame dei cammini culturali della merceologia e della chimica mi pare che offra una risposta alla domanda iniziale: più che stizzose cugine esse sono davvero due sorelle, anzi sono quelle che, in casa degli scienziati e degli amministratori delle cose sociali e in casa degli scienziati e degli amministratori delle cose naturali, spiegano, sia pure con parole diverse, le stesse cose, il modo in cui la natura riesce, con i suoi beni fisici, a soddisfare bisogni umani, che sono poi le uniche cose che contano.

[1]P.Riani (a cura di), “Fondamenti metodologici ed epistemologici, storia e didattica della chimica. Massa-Carrara 2003-2004”, Pisa, Dipartimento di Chimica e Chimica industriale, 2005, p. 218-242

http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=16&tipo_articolo=d_saggi&id=236

Note

Per una storia della merceologia cfr.: O. De Marco, “200 anni di Merceologia: passato, presente, futuro”, Rassegna Chimica, 45, (5/6), 135-142 (settembre-dicembre 1993)

 La storia dell’insegnamento della merceologia nell’Università di Bari è trattata da G. Nebbia, “Merceologia”, in: A. Di Vittorio (a cura di), “Cento anni di studi nella Facoltà di Economia e Commercio di Bari (1886-1986)”, Bari, Cacucci Editore, 1987, p. 145-154……

 Per la citazione della merceologia nel “Capitale” di Marx si può vedere:G. Nebbia, “La merceologia e un curioso problema filologico”, Quaderni di Merceologia (Bologna), 4, (2), 23-39 (luglio-dicembre 1965)

 I due libri del prof. Walter Ciusa (1906-1990) “I cicli produttivi e le industrie chimiche   fondamentali”, Bologna, Zuffi, 1948; e “Aspetti tecnici ed  economici di alcuni cicli produttivi”,  Bologna, Zuffi, 1954, ormai rarissimi, contengono la base teorica e culturale della svolta moderna della Merceologia.

 L’unico libro straniero che più si avvicina ai problemi della Merceologia è: E.W. Zimmermann (1888-1961), “World resources and industries. A functional appraisal of the availability of agricultural and industrial materials”, Revised edition, New York, Harper & Bros, 1951

 La “Rivista di Merceologia”, vol. 1, 1962 (dal 1962 al 1977 apparsa col titolo “Quaderni di Merceologia”), tratta argomenti scientifici della disciplina. Pubblicata dagli Istituti di Merceologia delle Università, prima di Bari, poi di Bologna, dal 1989 è pubblicata dall’Istituto di Merceologia dell’Università di Pescara; dal 1996 col titolo “Journal of Commodity Science”, vol. 49, 2010

 L’unico grande dizionario-enciclopedia di merceologia è dovuto a Vittorio Villavecchia, “Dizionario di merceologia”, Milano, Heopli, prima edizione, 1895, in un solo volume; seconda edizione, 1908; terza edizione: I volume, 1911, II volume, 1913; quarta edizione in quattro volumi, 1923-1926; quinta e ultima edizione in 4 volumi, 1929-1932. Una edizione successiva, molto meno soddisfacente, è stata curata da Gino Eigenmann e Ivo Ubaldini, “Villavecchia-Eigenmann. Nuovo dizionario di  merceologia  e chimica applicata”, Milano, Editore Heopli, volumi 1-3,  1973; vol. 4, 1974; vol. 5, 1975; vol. 6, 1976; vol. 7, 1977

Qualche notizia sull’evoluzione degli studi merceologici in Italia si può trovare in:

G. Nebbia, “Risorse naturali e merci. Un contributo alla tecnologia sociale”, Bari, Cacucci, 1968; G. Nebbia, “Lezioni di Merceologia”, Bari, Laterza, 1996; G. Nebbia, “Risorse merci ambiente”, Bari, Progedit, 2001

Cugina o sorella? (parte prima)

(Nota della redazione) Questo articolo è stato già pubblicato su un altro blog e in un libro del 2005[1], ha qualche anno ma è uno dei migliori articoli che parlano di chimica oggi e di storia della Chimica, non c’è alcun dubbio a riproprorvelo; ne leggete qui la prima parte; la seconda sarà pubblicata fra pochi giorni.

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia

Quelle di cui stiamo cercando la parentela sono la merceologia e la chimica, due discipline, ma, direi, due modi di vedere il mondo, abbastanza imparentate anche se l’allontanamento si è fatto più visibile nel mondo accademico e col passare del tempo.

Fin dai tempi più antichi gli esseri umani hanno sentito la necessità di soddisfare i propri bisogni — cibo, acqua, difesa del corpo contro il freddo, abitazione, movimento — con oggetti materiali tratti dalla natura. Si trattava di vegetali o animali, di fibre tessili, di pietre, di sale ricavato dal mare; a mano a mano che le società umane si sono organizzate e che sono aumentati i bisogni, l’estrazione e trasformazione dei corpi della natura si sono fatte sempre più raffinate. D’altra parte ciascuna persona non poteva sapere tutto del mondo delle cose, però ciascuna ha raccontato ad altre quanto sapeva e ha appreso da altre le conoscenze sulla natura; forse è stato proprio questo scambio continuo che ha caratterizzato l’evoluzione degli esseri umani verso forme sempre più simili a quelle che conosciamo oggi.

In gran parte le conoscenze riguardavano le proprietà dei corpi della natura. Nello stesso tempo un numero crescente di persone doveva approvvigionarsi di alcuni oggetti o materiali da altre persone o da altri luoghi ed è nata una società basata sugli scambi. Dapprima scambi basati sul baratto — cibo in cambio di sale, pelli in cambio di schiavi, eccetera — poi mediati da un nuovo ente, il denaro. Qualsiasi società di cui ci sono arrivate testimonianze conosceva e registrava scambi di materia in cambio di materia o di denaro, o inventari dei beni materiali che una persona o una comunità possedeva.

La scienza e la filosofia si occupavano di molte altre cose importanti — l’esistenza di una divinità, il moto dei pianeti, i diritti delle persone — ma il mondo è sempre andato avanti con il progredire e col diffondersi delle conoscenze degli oggetti e con i loro scambi. Per semplicità chiamerò “merci” i beni fisici, materiali, tratti dalla natura e trasformati col lavoro umano in oggetti utili, tralasciando il modo in cui venivano scambiati.

Chiamerò merceologia la conoscenza dei corpi materiali, fisici, tratti dalla natura, trasformati e usati dagli esseri umani. Tale conoscenza poteva essere cercata e perfezionata per fini di pura curiosità, per fini pratici, per fini di scambi e di arricchimento, poteva essere rivolta a beni essenziali, come il cibo o i materiali da costruzione di una abitazione, o poteva essere rivolta a oggetti del tutto inutili o frivoli, come pietre preziose o profumi o droghe o tessuti o pelli di lusso che parlavano un linguaggio non di necessità, ma di prestigio o piacere, erano segnali di potenza e di ricchezza.

Sta di fatto che, dai tempi più antichi, le conoscenze delle cose pratiche e utili si trovano in tutte le società organizzate. Qui di seguito eviterò qualsiasi giudizio sul grado di “civiltà” delle comunità che incontreremo. Le opere “scientifiche”, geografiche, mediche, giuridiche, sono anch’esse costrette ad utilizzare e sono fonti di conoscenze merceologiche perché le malattie si curano con erbe o radici, perché le controversie giudiziarie si riferiscono in gran parte a scambi merceologici.

Si potrebbe fare una utile ricerca per trovare nelle fonti storiche le conoscenze del tempo in cui sono state scritte. Ci sono alcuni testi che rappresentano per il merceologo una fonte di continue sorprese: la “storia naturale” di Plinio si può considerare una vera e propria enciclopedia merceologica; la “Materia medica” di Dioscoride è una raccolta delle conoscenze di piante e animali che sono stati riconosciuti utili a curare malattie: praticamente di tutti i corpi offerti dalla natura.

Oggetti materiali sono stati usati nei riti religiosi come offerte alle divinità, come ornamenti dei sacerdoti; ce ne sono innumerevoli prove nella Bibbia e nei relativi commenti, soprattutto nella cultura ebraica; quali tipi di incenso erano adatti per le cerimonie, quali tipi di mirra erano adatte per la conservazione dei cadaveri, eccetera.

Già in questa prima fase nasce una delle attività di maggiore interesse, anche se trascurata negli studi seri: quella delle falsificazioni e frodi nello scambio delle merci. Il trasporto delle merci in zone lontane era faticoso e costoso e ben presto qualcuno ha scoperto che era possibile guadagnare di più miscelando merci pregiate con altre meno pregiate e che un acquirente poco esperto poteva essere facilmente ingannato.

Le frodi potevano essere svelate con saggi empirici, ma qualche volta richiedevano metodi più sofisticati. Si cita sempre il caso di Archimede che svela l’inganno dell’orefice del suo ospite Gerone che aveva confezionato con metalli più vili una corona che avrebbe dovuto essere d’oro; Archimede svelò l’inganno misurando il peso specifico della corona con quella di una equivalente massa di oro puro, scoprendo, così si dice, uno dei principi fondamentali della fisica.

Notizie sulle falsificazioni e frodi si trovano in Plinio, Dioscoride, nella Bibbia e probabilmente in molti altri testi antichi che meriterebbero di essere esplorati alla ricerca di testimonianze di una delle più antiche attività delittuose.

Una nuova ondata di conoscenze merceologiche si ha con la diffusione del mondo e della cultura islamica la cui religione non scoraggiava le attività commerciali, ma ne regolava la moralità; nel loro movimento dalle coste atlantiche dell’Africa alle isole dell’Oceano Pacifico, dall’Europa all’Africa centrale, avendo la Mecca in Arabia come doveroso punto di attrazione religiosa, i “fedeli” conoscevano un maggiore numero di oggetti e avevano crescenti occasioni di commerci e dovevano regolare la qualità di quanto compravano.

Le frodi nell’Islam era considerate una forma di peccato e lo stato aveva quindi dei propri uffici e funzionari addetti alla repressione delle frodi; i funzionari utilizzavano dei metodi fisici — il confronto fra pesi specifici — ma anche dei saggi che erano già “chimici” per distinguere le merci genuine da quelle sofisticate. Fortunatamente ci sono pervenuti numerosi trattati e manuali che permettono di dare uno sguardo su questa mondo in cui la merceologia incontra una chimica ancora ai suoi primi passi.

Ma è intorno al Cinquecento che le conoscenze merceologiche si fanno più raffinate e che un crescente numero di scienziati e tecnici cercano di capire come le materie della natura vengono trasformate e secondo quali “leggi” che cominciano ad essere leggi “chimiche”. La massa di informazioni chimico-merceologiche aumenta rapidamente di anno in anno, principalmente nel campo della metallurgia, sia sotto la spinta di ottenere metalli tecnici più adatti per armature, cannoni, spade, sia sotto la spinta di ottenere metalli preziosi possibilmente evitando le complicate operazioni di estrazione. dei metalli genuini.

La conquista delle “Americhe” fece affluire in Europa non solo le merci tradizionali delle lontane Indie, scoperte ora nelle nuove terre, ma anche merci del tutto nuove, come la patata, il pomodoro, il tabacco, e una gran massa di metalli preziosi. E’ dal Cinquecento in avanti che anche le conoscenze chimiche si raffinano, essenzialmente a fini merceologici per migliorare i processi di trasformazione dei prodotti naturali e per sventare le sofisticazioni e le frodi.

Fino al Seicento non compare la parola chimica in senso moderno e neanche la parola merceologia come disciplina scientifica, anche se i primi due secoli della chimica vedono la nuova scienza impegnata a risolvere problemi pratici, merceologici, a capire come è possibile perfezionare processi di produzione delle merci.

Nel corso del Settecento l’interesse degli intellettuali è rivolto alla comprensione dei processi di trasformazione delle materie naturali in merci: il più importante esempio è offerto dall'”Enciclopedia” che intende parlare di arti e mestieri, cioè di processi di produzione e trasformazione delle materie naturali e delle merci. L’opera a cui si attribuisce la spinta per le trasformazioni culturali più importanti della società e la nascita della società moderna e democratica è un’opera tecnico-merceologica.

Nel Settecento si moltiplicano i dizionari e le enciclopedie merceologiche, comincia a comparire, negli scritti tedeschi, la parola Warenkunde, o scienza delle cose, delle merci, la merceologia, insomma, e la stessa parola compare per la prima volta nel titolo di un libro scritto dall’economista, intellettuale e studioso tedesco Johann Beckmann (1739-1811) nel 1793.

E’ interessante notare che i primi scrittori di merci erano economisti e storici e non chimici e da qui merceologia e chimica sembrano camminare su due piani poco comunicanti, benché i chimici continuino ad occuparsi di prodotti di commercio e i merceologi abbiamo sempre più bisogno di strumenti e conoscenze chimiche per descrivere e conoscere le merci e per svelare le frodi.

Altrettanto curioso è il fatto che, quando diventano insegnamento nelle scuole superiori o nell’Università, la chimica venga accolta fra le discipline “naturalistiche” e la merceologia finisca fra gli insegnamenti economici; come insegnamento la merceologia compare nelle scuole commerciali europee — Germania, Austria, Italia anche Russia — spesso insegnata da chimici. Ugualmente curioso è il fatto che la merceologia non figura, neanche come nome proprio, nelle lingue francese e anglosassoni, tanto che per parlarne occorre ricorre a perifrasi — commodity science, science des merchandises — che non rendono giustizia del contenuto culturale della merceologia, tanto più che in inglese commodities, goods e merchandises hanno diversi significati pur rientrando tutte e tre le parole nel termine italiane “merci”, che si tratti di petrolio, zucchero, semi oleosi, oggetti utili, benzina, conserva di pomodoro o scarpe.

Mentre è facile riconoscere la storia, tutta in salita, delle discipline chimiche nelle scuole e nelle università, la storia della merceologia fra le discipline economiche ha avuto alterne e non felici vicende.

La merceologia è oggetto di insegnamento nelle prime scuole superiori di commercio ad Anversa nel 1852, e a Parigi nel 1861. Ad Anversa si insegnava storia naturale dei prodotti commerciali e merceologia ed esisteva un laboratorio chimico e un museo merceologico. A Parigi venivano impartiti corsi di chimica applicata, fisica applicata, materie prime e prodotti commerciali, meccanica industriale.

Cominciano a comparire i primi libri riconducibili a interessi merceologici. Il prof. Karl Hassak (1861-1929) a partire dal 1886 insegnò merceologia nell’Accademia commerciale di Vienna dove fondò un centro per la raccolta e lo scambio del materiale geografico-merceologico. E’ interessante notare gli intrecci della merceologia con la geografia, oltre che con la chimica. Nel 1896 Hassak passò ad insegnare nell’Accademia commerciale di Graz di cui divenne direttore nel 1907. Vari trattati di merceologia di Hassak furono tradotti anche in italiano e divennero testi standard a partire dai primi anni del Novecento. Ancora nell’Ottocento appaiono i primi trattati di merceologia e si ha la creazione delle prime cattedre di questa disciplina in Russia.

Del resto tutti i trattati di economia, dalla fine del Settecento in avanti, cominciano con un capitolo intitolato “Le merci”; è così anche per “Il Capitale” di Kal Marx (1818-1883) che fin dall’edizione del primo libro del 1867, proprio nel primo capitolo parla della merceologia sottolineando che le merci hanno un valore d’uso e un valore di scambio. Del valore d’uso, scrive Marx, si occupa “ein eigener Disziplin, der Warenkunde”, la merceologia, appunto, del valore di scambio si occupa lui stesso nella lunga critica dell’economia e del valore nella società capitalistica.

Il primo ingresso della merceologia in Italia come materia di insegnamento si ebbe nelle scuole medie superiori ad opera di Arnaudon, professore presso l’Istituto Tecnico di Torino. Egli ottenne che nel 1869 la merceologia venisse introdotta come materia obbligatoria nei programmi degli Istituti tecnici, ma la mancanza di musei merceologici e di laboratori chimici fece sì che l’insegnamento scadesse e che la materia fosse eliminata dai programmi delle scuole medie; soltanto con la fine dell’Ottocento la disciplina è stata di nuovo introdotto negli Istituti tecnici e nelle Scuole commerciali.

Nel frattempo alle prime Scuole superiori di commercio straniere seguirono, nella seconda metà dell’Ottocento, varie simili scuole in Italia. La Scuola superiore di commercio di Venezia fu fondata nel 1868, quella di Genova nel 1884, quella di Bari nel 1886. Le scuole superiori di commercio si proponevano di preparare degli operatori economici e commerciali in grado di affrontare la società del tempo: è il periodo in cui in Italia, con alcuni decenni di ritardo rispetto ai paesi stranieri, nasce la società capitalistica e operaia e l’intraprendere ha ancora il carattere di improvvisazione e di avventura.

Non fa meraviglia, quindi, che le discipline “pratiche” avessero un ruolo importante; le conoscenze naturalistiche necessarie per riconoscere le merci, per svelare le frodi, rispondevano alle esigenze della nuova classe mercantile. In queste prime scuole superiori di commercio la merceologia era insegnata per due o tre anni; per lo più ispirata al modello tedesco, aveva carattere essenzialmente strumentale e descrittivo; di ciascuna merce venivano descritti gli aspetti botanici e mineralogici e venivano messe in rilievo le proprietà atte alla classificazione a fini doganali, le falsificazioni e frodi. Spesso le cattedre erano dotate di laboratori chimici che talvolta venivano messi a disposizione degli operatori economici per controlli e analisi.

Nel 1885 il prof. Giuseppe Novi (820-1906) scrisse a Napoli un lungo saggio che raccomanda l’istituzione di una scuola superiore per lo studio dei prodotti commerciali e delle risorse naturali destinata ad insegnare ad una nuova classe di operatori economici e di commercianti come far fronte ad un mondo in continua evoluzione. Novi suggeriva anche l’istituzione di un museo merceologico sotto la responsabilità di un professore di merceologia, coadiuvato da professori di geografia, storia ed economia dei prodotti di commercio.

Comunque per tutto il XIX secolo, nei paesi in cui è stata  praticata e insegnata, la Merceologia non si è discostata dalla originale impostazione descrittiva: una specie di botanica, zoologia o mineralogia delle merci. I musei merceologici erano delle collezioni di campioni di prodotti commerciali, essenzialmente di origine naturale; i laboratori si occupavano della caratterizzazione delle merci e di svelarne le frodi attraverso i metodi resi disponibili dalla chimica e dalla fisica.

In Italia, per esempio, il Laboratorio Centrale e quelli  periferici  dell’amministrazione delle Dogane sono stati importanti centri di ricerca merceologica  e molti loro funzionari — a cominciare dal primo direttore Vittorio Villavecchia (1859-1937) del Laboratorio centrale di Roma — sono poi passati a insegnare Merceologia nelle Università.

Una importante svolta negli studi economici si è avuta all’inizio del Novecento quando il termine “economico” si è andato ad affiancare a quello “commerciale” per caratterizzare gli studi superiori in Italia. Alle materie pratiche, fra cui dominava la merceologia, si sono affiancate quelle teoriche economiche; venivano fondate in questo periodo la Libera Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 1902, e le Scuole superiori di commercio di Torino (1905), di Roma (1906), Palermo (1918), Catania (1919), Napoli (1920), Trieste (1923, ma preesistente come scuola con ordinamento speciale fin dal periodo austroungarico), Firenze (1926) Bologna (1929), eccetera.

Col prevalere delle discipline economiche e aziendalistiche l’insegnamento della merceologia veniva ridotto da biennale ad annuale. A mano a mano che le Scuole superiori di commercio, agli inizi del XX secolo, si sono trasformate in Facoltà universitarie economiche, alla merceologia sono stati lasciati spazi sempre più ristretti e la disciplina è stata spesso considerata marginale nei nuovi indirizzi di studio. La durata dell’insegnamento diminuì da tre, a due, a un solo anno di corso, proprio in un periodo in cui la merceologia era (sarebbe stata) destinata ad assumere nuova crescente  importanza, di fronte alla grande rivoluzione merceologica del XX secolo: l’invenzione dei processi di fabbricazione dei concimi  per via artificiale dalla calce e dal carbone (calciocianammide); con la sintesi dell’ammoniaca e la produzione dei suoi derivati partendo dall’idrogeno dell’acqua e dall’ossigeno dell’aria; con l’invenzione delle prime fibre tessili artificiali (cellulosa  modificata) e poi sintetiche, e dei primi tipi di gomma sintetica; con i nuovi metalli; con i nuovi carburanti derivati dal petrolio, eccetera.

A differenza delle altre discipline che si sono adeguate alle nuove esigenze e ai nuovi tempi, la merceologia restava legata alla sua impostazione originale; questo era dovuti anche al fatto che le merceologia dell’epoca era dominata da una figura di grande rilievo e prestigio, quella già ricordata di Vittorio Villavecchia al quale si deve fra l’altro un celebre “Dizionario di merceologia” la cui prima edizione risale al 1896 e l’ultima, in quattro volume, al 1929-1932. Villavecchia tenne, come si è accennato, per vari decenni contemporaneamente la cattedra universitaria di merceologia nell’Università di Roma e la direzione del Laboratorio chimico centrale delle Dogane e restò legato — e legò i suoi allievi e successori — ad una tradizione tipicamente descrittiva, come se la merceologia avesse come principale scopo quello di insegnare a risolvere problemi di classificazione delle merci.

La seconda svolta negli studi economici si ebbe fra la prima e la seconda guerra mondiale; la grande crisi degli anni trenta del Novecento portò gli studiosi di problemi economici a occuparsi prevalentemente degli aspetti monetari e finanziari e si fece più profonda la crisi della merceologia, ormai ridotta comunque nelle università italiane ad insegnamento annuale ed ebbe spazi sempre più ristretti nelle Facoltà di Economia e Commercio, secondo la nuova denominazione assunta, a partire dal 1935, dalle antiche Scuole superiori di commercio.

il "Villavecchia", un classico della merceologia

il “Villavecchia”, un classico della merceologia

La merceologia rimase, fino alla recente riforma, come insegnamento negli Istituti tecnici commerciali, triennale, con laboratori chimici, negli Istituti ad “indirizzo mercantile”, sempre di meno, e come materia annuale negli Istituti a indirizzo “amministrativo”.

La vera grande svolta negli studi merceologici si è però avuta dopo la seconda guerra mondiale: alle merci ottenute dai prodotti naturali, o attraverso limitate trasformazioni dei prodotti naturali, si sono affiancate, in numero crescente, delle merci artificiali o sintetiche, anche del tutto nuove, fabbricate attraverso  profonde  modificazioni fisiche o chimiche delle risorse naturali.

La merceologia non poteva più accontentarsi della descrizione dei prodotti naturali e delle merci da essi derivati, ma doveva affrontare lo studio della fabbricazione, dei caratteri e delle proprietà dei nuovi materiali e del loro valore commerciale. La ricerca del “valore” delle nuove merci presupponeva l’esame e la conoscenza dell’intero ciclo produttivo di trasformazione delle materie prime nei prodotti intermedi e nei numerosi manufatti commerciali.

Dalla raffinazione del petrolio si formano, per esempio, delle frazioni di “virgin nafta” che vengono poi trasformate industrialmente, per cracking, in varie altre sostanze, alcune adatte per la produzione di olefine (materie prime per le materie plastiche); altre adatte per la produzione della gomma sintetica; altre dotate di proprietà solventi o utilizzate come materie di base per detersivi, eccetera. Oltre al petrolio — merce naturale — anche queste numerose materie intermedie sono “merci”,  così come sono merci le materie plastiche, i detersivi sintetici, i solventi, ciascuna delle quali merci richiede nuove tecniche di analisi e di indagine.

Con l’aumento del numero delle merci è aumentata anche la complessità dei prodotti oggetti di studio. Un manufatto di gomma naturale era, alla fine del XIX  secolo, una merce relativamente “semplice”; un copertone di gomma odierno è una merce “complessa” costituita da diversi tipi di gomma naturale e sintetica miscelati fra loro, da additivi, da materiali di rinforzo, eccetera.

E’ diventato così sempre più difficile presentare agli studenti o al pubblico un quadro complessivo della scienza  merceologica, o attrezzare dei laboratori merceologici. Nell’insegnamento ci si è dovuti per lo più limitare a trattare la trasformazione di alcune materie prime in alcune merci semplici intermedie, escludendo la gran parte delle merci “complesse” che raggiungono e interessano l’operatore economico e il consumatore.

La maggior parte dei corsi universitari di merceologia, per esempio, è costretta a trattare, della siderurgia, i processi che partono dai minerali e arrivano ad alcuni manufatti di acciaio di prima trasformazione o intermedi, trascurando del tutto lo studio o la descrizione delle lamiere, della banda stagnata, delle carrozzerie di automobili, delle pentole, e dei mobili, che pure sono tutte merci “complesse”, costituite da numerosi  differenti parti, di grande importanza.

Fino alla fine degli anni sessanta del Novecento gli insegnanti di merceologia erano prevalentemente chimici, così come chimici erano in gran parte i docenti di merceologia nelle scuole secondarie superiori. In queste ultime i chimici hanno trovato sempre meno gratificazione, con corsi di dimensioni ridotte con “libri di testo” spesso scadenti  e superati, e molti docenti hanno cercato di migrare verso insegnamenti di chimica in Istituti in cui avere maggiori soddisfazioni culturali.

In molti Istituti tecnici sono scomparsi i laboratori chimici, costosi e poco apprezzati dai presidi, e a poco a poco sono anche diminuiti i docenti di educazione chimica, sostituiti nell’insegnamento da laureati in scienze naturali che di chimica e merceologia sapevano ben poco. Non solo: nei corsi di laurea in chimica non è quasi mai stata insegnata merceologia per cui i chimici che hanno insegnato merceologia, negli Istituti tecnici o nelle Università, hanno dovuto imparare per proprio conto, talvolta bene, talvolta male, quel tanto o poco di merceologia che dovevano insegnare.

Nello stesso tempo lo spazio della merceologia nelle Facoltà di studi economici si è sempre ristretto; per molti docenti della Facoltà la merceologia era “chimica”, era “troppo chimica” per gli studenti e i laboratori chimici di ricerca erano inutili spese sottratte ad altri impieghi più utili ai fini degli studi economici.

Al punto che dal 1970 è stato sempre più difficile trovare laureati in chimica che avessero voglia di affrontare la carriera universitaria in merceologia e l’insegnamento è stato affidato ad un numero crescente di laureati in economia che di merceologia sapevano quel poco che avevano imparato all’università e che mancavano delle basi culturali, che necessariamente sono chimiche e naturalistiche, indispensabili per insegnare merceologia.

L’ultimo colpo al divorzio definitivo fra chimica e merceologia si è avuta con la riforma della scuola superiore del 1996 e con la totale eliminazione dell’insegnamento della merceologia dagli Istituti tecnici commerciali riformati e la segregazione della merceologia in poche scuole professionali o in pochi indirizzi degli Istituti tecnici femminili. Ironicamente anche la cugine o sorella chimica spariva come nome, relegata in una equivoca “Scienza della materia” con programmi che pure dovrebbero avere un contenuto “tecnico” e merceologico. Un gran pasticcio in questa gran moda di cambiare nomi consolidati con altri che non si sa che cosa significhino esattamente.

Eppure si stanno realizzando le condizioni culturali e tecnico-scientifiche che mostrano che la stretta integrazione fra discipline chimiche e merceologiche sarebbe essenziale per risolvere molti dei problemi della società contemporanea..

I segni della svolta, per chi li avesse voluti intendere, c’erano già fin dagli anni cinquanta del Novecento quando il prof. Walter Ciusa (1906-1990) dell’Università di Bologna ha suggerito che il vero ruolo della merceologia consisteva nello studio e nell’analisi dei cicli produttivi con cui le materie prime vengono trasformate in materie intermedie e nelle merci finali, dei rendimenti di trasformazione, della destinazione dei vari prodotti.

A titolo di esempio lo studio tradizionale della merce “cereali” consisteva nell’esaminare i vari tipi di frumento, il processo di macinazione, la qualità degli sfarinati e delle merci finali derivate: pane e pasta alimentare. L’analisi dell’intero ciclo produttivo mette in evidenza l’intero ciclo di formazione dei vegetali, il bilancio fisico e chimico di materia richiesta per la coltivazione, e poi i caratteri e le utilizzazioni dei sottoprodotti e co-prodotti della trasformazione dei cereali: i vari tipi di amido e derivati, materie prime per molte merci che vanno dalle colle, all’alcol etilico impiegato come carburante in miscela con la benzina. A fianco dell’amido si ottengono concentrati proteici utilizzabili come mangimi o come materie prime per sostanze plastiche.

Il ragionamento può essere facilmente esteso con l’analisi dei numerosi cicli produttivi di interesse economico, dai minerali all’acciaio e all’alluminio, dal petrolio a tutti i derivati prima ricordati e del destino di ciascuno di essi nella grande circolazione di materia che attraversa l’economia di ogni paese.

A partire dal 1964 hanno cominciato ad essere istituite delle cattedre universitarie autonome  di  “Tecnologia dei cicli produttivi” o dei “processi produttivi”. Lo studio dei processi di produzione e di uso delle merci ha permesso di affrontare alcuni interessanti problemi. Per esempio per ciascun processo produttivo viene (dovrebbe essere) analizzato il “bilancio” o la contabilità in unità fisiche di massa e di energia. Vari processi produttivi sono così confrontati sulla base della quantità di materia e di energia che consente di ottenere la stessa unità della stessa merce, o di merci differenti (per es.: tessuti, detersivi, adesivi) in grado di svolgere le stesse funzioni.

E’ evidente che questo cammino può essere fatto soltanto sulla base di accurate conoscenze chimiche, l’unica scienza che si occupa di bilanci materiali, che rappresenta una specie di “ragioneria” o contabilità dei processi e della natura. Eppure proprio negli insegnamenti di chimica è cresciuto il fastidio per il carattere materiale e utile dei processi e si è accentuata la distanza fra merceologia e chimica, proprio quando aumentavano le occasioni di incontri e di fusione.

L’analisi del bilancio materiale dei processi e dei cicli produttivi, di trasformazione della natura, consente di sviluppare delle scale di “valori” indipendenti dal costo o dal prezzo monetari considerati dall’economia tradizionale. “Vale” di più, per esempio, una merce che svolge la stessa funzione con minore consumo di energia o con minore consumo di petrolio o di altre materie prime. In un certo senso viene così ricuperato quel concetto di “valore  d’uso” che Marx nel “Capitale” aveva  riconosciuto come fine dell’indagine della merceologia.

Considerazioni simili sono state proposte per correlare il prezzo monetario degli alimenti col loro “contenuto” di valore energetico o di proteine, col che è possibile stabilire quali alimenti forniscono energia e  proteine al minimo prezzo monetario.

L’importanza della nuova impostazione della merceologia appare ancora maggiore alla luce della crescente attenzione per i problemi ambientali. L’inquinamento dell’aria, dell’acqua o  del suolo, sono per lo più dovuti all’immissione, in tali corpi riceventi naturali, dei sottoprodotti o delle scorie della produzione e dell’uso delle merci. Per conoscere gli effetti negativi di tali scorie sull’ambiente e per affrontare i relativi rimedi (depurazione, riciclo, eccetera), occorre  avere delle informazioni dettagliate sulle quantità di materia e di energia che  complessivamente “attraversano” ciascun ciclo produttivo.

La merceologia, in quanto scienza degli oggetti destinati al commercio, all’uso umano, si occupa principalmente della quantità di materia e di energia che porta all’unità di peso di merce considerata; è però facile estendere l’analisi comprendendo anche la quantità e la composizione sia delle materie che si “acquistano” dalla natura senza pagare alcun prezzo monetario, sia dei sottoprodotti che non vengono “venduti” per denaro a nessuno e che vengono reimmessi senza alcuna spesa nell’ambiente.

Estendendo correttamente il concetto di “merce” a tutto quello che viene scambiato, indipendentemente dal fatto che sia scambiato con l’intermediazione del denaro, si può ben dire che la merceologia si può (si deve) occupare anche degli scambi di “merci” o beni fisici non associati allo scambio di denaro e può redigere una contabilità fisica, naturale, di tali scambi e pertanto della circolazione complessiva della materia e dell’energia dalla natura, ai processi di produzione e di consumo, fino al loro ritorno nella natura sotto forma di merci usate, residui, scorie, rifiuti: della circolazione, cioè, natura—merci—natura.

Ad esempio nella fabbricazione dell’acciaio occorre certamente del minerale di ferro, del carbone o del petrolio, e del calcare; quattro merci che il produttore acquista in cambio di denaro. Ma il funzionamento dell’altoforno (l’impianto che trasforma il ferro del minerale nella ghisa) e il funzionamento del “convertitore” (il dispositivo che trasforma la ghisa in acciaio) sono possibili soltanto se l’impianto “acquista” anche, pur non pagando per esso alcun prezzo, l’ossigeno dall’aria atmosferica. Nel corso del processo inoltre si formano sottoprodotti e scorie solide, liquide e gassose che vengono immesse nell’ambiente circostante peggiorandone la qualità.

Più in generale, le scorie e i rifiuti di ogni attività di produzione e di consumo sono sostanze costituite di materia e potenzialmente portatrici anche di energia. Esse possono essere vere “merci negative” in quanto fonti di alterazione dei corpi riceventi naturali in cui vengono gettate, fonti, cioè, di inquinamento. Oppure una parte delle scorie e dei rifiuti può essere  ricuperata e può diventare “materia seconda” con cui fabbricare nuove merci, uguali o praticamente uguali a quelle che si ottengono con le “materie prime” tradizionali.

Non a caso ormai nel parlare comune — e anche in alcune disposizioni legislative — si parla di qualità o di composizione “merceologica” dei rifiuti. I processi di riciclo, cioè di trasformazione della carta usata in carta nuova, del vetro usato o degli imballaggi di ferro o di alluminio in nuova carta, vetro, ferro, alluminio, sono dei veri processi produttivi come quelli che partono dal legno o dalla sabbia o dai minerali.

Ma, ripeto ancora una volta, nessuna “valutazione”, cioè espressione del “valore”, di una merce o di un processo può essere fatta senza una adeguata conoscenza degli aspetti chimici delle materie, tutte, sia dotate sia prive di valore monetario, ma tutte dotate di valore fisico, materiale.

La merceologia ha un ruolo importante anche nell’informazione e nell’educazione dei consumatori. Nelle abitazioni e nella vita quotidiana entrano innumerevoli merci, ciascuna con un nome e con caratteristiche stabilite da leggi; tali leggi, da alcuni anni a questa parte,  sono in genere uguali per tutti i paesi dell’Unione europea.

Col crescere del mondo delle merci diventa sempre più difficile per il commerciante conoscere che cosa vende; a maggior ragione per il consumatore non specializzato diventa sempre più difficile capire e “leggere” le etichette degli oggetti che trova nei negozi. In un certo senso si può dire che le merci “parlano”, con le loro etichette, ma che il consumatore fa  sempre più fatica a comprendere il messaggio che riceve.

Da qui l’importanza di una informazione ed educazione merceologica dei consumatori, che sono poi tutta la popolazione di un paese. Con la riforma del 1977 nella scuola secondaria inferiore è stato introdotto l’insegnamento di “Educazione tecnica”, triennale obbligatorio, che prevedeva nei suoi programmi una vasta parte  di informazioni sugli oggetti e sulle merci  con cui lo studente viene e verrà a contatto. Tale educazione avrebbe dovuto aiutare i cittadini a comprendere meglio e a distinguere fra i numerosi messaggi pubblicitari che lo raggiungono attraverso i grandi mezzi di comunicazione.

Sfortunatamente, benché un numero crescenti di riviste a larga tiratura e anche di  enciclopedie popolari si occupino di problemi di alimentazione, tessuti, detersivi, cosmetici, eccetera, manca una rivista dedicata proprio alla divulgazione nel campo merceologico (la “Rivista di merceologia” ha carattere scientifico e limitata tiratura) e manca una “enciclopedia merceologica” (se si eccettua un rifacimento, molto tecnico, pubblicato da Hoepli in 7 volumi, apparsi negli anni 1971-1977, del “Dizionario di  merceologia”, di V. Villavecchia, la cui  quinta  e ultima edizione risale agli anni trenta del Novecento).

Da  qualche anno a questa parte si è anche sviluppato un filone di interesse per gli aspetti  più  sociali delle operazioni di produzione e di uso delle merci; in qualche Università sono stati istituiti degli insegnamenti di “Tecnologia sociale” (un termine usato anche con un secondo significato, completamente diverso, di uso di strumenti tecnici nell’indagine sociologica). Nell’ambito degli studi merceologici il termine “Tecnologia sociale” è stato usato nel senso indicato nel 1934 da Lewis Mumford (1895-1990) nel libro: “Tecnica e cultura”, cioè come studio degli effetti sociali dei processi di produzione e consumo delle merci e delle relative innovazioni, ma poi anche questo termine è stato abbandonato nelle Università italiane.

Rientra in questa linea l’esame degli effetti ambientali, già ricordati, dell’irrazionale smaltimento dei rifiuti, degli effetti del pericolo di esaurimento delle riserve di risorse naturali (petrolio, carbone, acqua, foreste, animali), rinnovabili o non rinnovabili, in seguito all’eccessiva produzione delle merci, dei rapporti fra disponibilità di alimenti e popolazione, eccetera.

La merceologia, quando è stata insegnata e studiata soprattutto nelle Scuole secondarie e nelle Facoltà di carattere economico e commerciale, è strettamente legata a, e fornisce la base per, altre discipline come la geografia economica e la stessa storia economica, la tecnica commerciale e industriale e delle ricerche di mercato, la chimica analitica applicata, la chimica industriale e anche certi campi delle scienze ingegneristiche. Benché ormai praticamente espulsa dalle scuole secondarie superiori e in via di estinzione anche nelle Università, la scienza merceologica avrebbe ancora molte cose da studiare e da insegnare.

I  problemi dell’energia presuppongono la descrizione e la valutazione sperimentale dei caratteri dei principali combustibili fossili come  carbone, petrolio, gas naturale, e dei loro derivati. Questa parte comprende i processi di estrazione, di trasporto e i relativi problemi ambientali, e la destinazione dei vari prodotti nei diversi settori dell’attività umana: energia per l’industria e per la siderurgia, settore dei trasporti, produzione di elettricità, riscaldamento urbano e effetti ambientali dei diversi settori.

Le fonti di energia fossili sono scarse e non rinnovabili, come mostra l’esame delle loro riserve note. E’ sempre più importante usarle razionalmente e ricorrere alle  fonti di energia rinnovabili, come l’energia solare, quella del vento e del moto ondoso, l’energia  potenziale delle acque in movimento. Le merci derivate sono il calore a bassa temperatura ottenuto dal Sole o l’energia meccanica e elettrica ottenuta da macchine idrauliche o da impianti fotovoltaici. Fra le fonti di energia va inclusa l’energia nucleare e il dibattito sui suoi limiti merceologici.

Nello studio merceologico dei metalli e dei loro cicli produttivi, a fianco dei metalli principali come ferro, alluminio, rame, eccetera, assumono crescente importanza i metalli che assolvono funzioni speciali con le nuove tecniche, dal germanio e al silicio usati nei semiconduttori, al titanio e alle terre rare, ai metalli preziosi — oro, argento, platino, palladio, rodio —  i cui usi tecnici, soprattutto nell’industria elettrica ed elettronica e nei catalizzatori, superano come quantità gli usi negli ornamenti.

I  materiali da costruzione tradizionali comprendono calce, cemento, ceramiche, ma anche  nuovi materiali come manufatti di fibrocemento, materiali isolanti. Il solo problema delle ceramiche coinvolge delicati problemi di qualità, di commercio internazionale e di inquinamento.

Un importante capitolo degli studi merceologici riguarda l’industria chimica, di cui cambiano rapidamente le materie prime, i prodotti intermedi e quelli finali. Da poche materie di base —  petrolio, gas naturale, azoto dell’aria, zolfo, calcare — vengono fabbricate le numerose  importanti merci dell’industria chimica “primaria”, successivamente trasformati in intermedi dalla “chimica secondaria” fino ai prodotti che arrivano nelle nostre case come fibre artificiali e sintetiche, detersivi, cosmetici, arredi domestici, mobili, imballaggi, eccetera.

Mentre i precedenti argomenti riguardano merci ottenute dallo “sfruttamento” di risorse naturali non rinnovabili, minerali e rocce e materiali fossili le cui riserve sono più o meno vaste, un grande capitolo della ricerca merceologica riguarda le merci ottenute dalla trasformazione delle materie del regno vegetale e animale, cioè basate su materie rinnovabili dipendenti dal ciclo naturale del carbonio.

Fra i vegetali un posto primario occupano i cereali  di cui la merceologia studia e analizza i caratteri, la provenienza, i derivati destinati all’alimentazione, umana e degli animali da allevamento, ma anche ad usi industriali, rivolgendo la propria attenzione anche alle disuguaglianze nella disponibilità di alimenti nelle varie parti del mondo.

I prodotti forestali alimentano un importante commercio internazionale e le industrie della carta, dei pannelli e dei mobili; i danni dell’eccessivo sfruttamento delle risorse forestali, che si rinnovano soltanto  lentamente, possono essere ridotti con la produzione di carta nuova dalla carta straccia o ricorrendo a materiali  cellulosici a rapida crescita.

Nell’analisi dei prodotti di origine vegetale rientrano importanti casi di materie industriali “naturali” per esempio le fibre tessili e la gomma, che subiscono la concorrenza dei corrispondenti prodotti sintetici. L’evoluzione di tale concorrenza appare meglio se si esaminano comparativamente le somiglianze e le diversità dei caratteri merceologici dei prodotti naturali e sintetici.

I prodotti alimentari vegetali stanno alla base, a loro volta, della “produzione” di alimenti di origine animale; l’allevamento del bestiame presuppone la disponibilità di pascoli o di mangimi e  fornisce alimenti carnei, ma anche prodotti industriali, come i pellami (la  materia  prima per l’industria del cuoio, delle pelli, delle scarpe, ecc.) e vari sottoprodotti della macellazione.

Infine un  importante capitolo riguarda la “merce” acqua, considerata generalmente un bene disponibile in quantità illimitata, ma che si rivela, in molte zone, scarsa, soprattutto se ci si riferisce alla disponibilità di acqua potabile di buona qualità igienica e “merceologica”. L’acqua dissalata, ormai prodotta su larga scala nel mondo, è una vera e propria merce “fabbricata” dal mare con processi che consentono di eliminare i sali e di ricuperare acqua dolce.

L’integrazione economica europea impone che le merci prodotte in un paese possano liberamente essere vendute negli altri paesi dell’Unione Europea, per cui sono sempre più numerose le leggi e le norme che stabiliscono o modificano la qualità, i caratteri, i limiti analitici delle merci. Le conoscenze merceologiche sono quindi ancora più indispensabili nelle operazioni commerciali, in tempi in cui, ironicamente, la disciplina sta scomparendo dai corsi di insegnamento.

Un campo di crescente interesse riguarda, infine, la storia delle merci e dei processi tecnici di  produzione; se ne possono trarre molte utili indicazioni per evitare errori nelle scelte merceologiche.

La  risoluzione di molti problemi — caratterizzazione commerciale, lotta alle frodi, eccetera — relativi ai settori sopra elencati richiede anche ricerche sperimentali sulle merci basate sull’uso di metodi chimici e fisici di indagine. E’ difficile pensare che un laboratorio di ricerca e indagine merceologica sia in grado di  risolvere qualsiasi problema analitico, per cui in genere si hanno laboratori universitari di merceologia, ciascuno specializzato in particolari settori. Laboratori merceologici di ricerca sperimentale o di controllo esistono, con varie  denominazioni, nella pubblica amministrazione, in molte industrie e in grandi imprese di distribuzione commerciale.

Nell’ambito della pubblica amministrazione la ricerca e i controlli merceologici sono condotti nei laboratori del Ministero della sanità (o come oggi si chiama), o delle strutture sanitarie pubbliche per le merci (alimenti, cosmetici, ecc.) il cui uso può arrecare danno alla salute; del Ministero dell’agricoltura (o come oggi si chiama), per la repressione delle frodi su prodotti agricoli, concimi, sementi, ecc.; del Ministero dell’industria (o come oggi si chiama) per i controlli su fibre tessili, carta, metalli, ecc.; dal Ministero delle finanze (o come oggi si chiama) per i controlli sulle merci oggetti di esportazione e importazione o soggette a imposte.

La seconda ed ultima parte di questo articolo sarà pubblicata nei prossimi giorni.

[1]P.Riani (a cura di), “Fondamenti metodologici ed epistemologici, storia e didattica della chimica. Massa-Carrara 2003-2004”, Pisa, Dipartimento di Chimica e Chimica industriale, 2005, p. 218-242

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