Musei, che noia! o no?

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Luigi Campanella, ex presidente SCI

I Musei sono stati considerati per lungo tempo come vetrine che spesso andavano migliorate per renderle più allettanti. Le vetrine erano spesso enciclopediche, ispirate al paradigma illuminista sulla collezione come ordinamento del sapere. Questa visione del Museo è particolarmente diffusa fra i Musei di Scienze Naturali, ma anche di Arte, dove l’esposizione delle opere segue un percorso strettamente tradizionale per scuole, autori, epoche.

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Tramoggia esposta al Museo della Chimica di Roma

Alternativi a questo sono i modelli del Museo-Impresa con prevalente carattere commerciale e del Museo Servizio, una tipologia diffusa soprattutto nell’Europa del Nord ed in Gran Bretagna, dove i servizi pubblici sono un contratto esplicito fra Stato e contribuente.

Oggi la realtà museale sta cambando e la distinzione può in buona parte considerarsi superata. Il Museo ha trasformato la sua funzione da quella dell’informazione a quella della conoscenza e fra i due termini c’è una profonda differenza, la seconda non essendo una mera somma di unità della prima, ma piuttosto un integrale critico-analitico, capace di risolvere contraddizioni, eliminare ripetizioni, correlare fra loro singole informazioni.

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Città della Scienza di Napoli

In questa concezione trasformata le funzioni fondamentali del Museo rimangono le stesse, conservazione ed esposizione, ma con un maggiore peso della seconda rispetto alla prima. Nel nostro Paese molti esempi di realtà museale sono espressione di questa evoluzione e di questa contingente espressione: dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano all’Immaginario Scientifico di Trieste, dal Museo di Storia della Scienza di Firenze al Muse di Trento, dalla Città della Scienza di Napoli al Polo Museale di Sapienza a Roma. Si riparla anche in questa prospettiva di una Città della Scienza a Roma, qui però pesano le esperienze negative del passato, pure sotto guide di indiscussa capacità (Ruberti,Veltroni,Borgna).

Il cittadino è sempre più al centro dell’attenzione del Museo che così incrementa la sua opera come produttore di cultura. D’altra parte il numero dei visitatori è in continuo aumento a dimostrazione che la trasformazione del Museo sta pagando in termini di ricaduta civile e siociale. Il cittadino,inoltre, non è più una lavagna bianca sulla quale si può scrivere ciò che si vuole. Le forme di comunicazione ed informazione (TV,giornali,media,web) incidono continuamente su ciascuno di noi stimolando la nostra curiosità.

Oggi c’è una generale concordia sul fatto che il Museo debba ritenersi una struttura pubblica, cioè aperta al pubblico, e non un luogo privatizzato e per eletti. Da questo punto di vista i Musei Univertsitari stanno subendo una vera rivoluzione passando da una fase in cui erano considerati dote e patrimonio esclusivo dei docenti del Dipartimentoto di riferimento, e spesso neanche di tutti, ad una nella quale invece gli stessi Dipartimenti e le (residue) Facoltà li utilizzano come chiave di apertura al territorio. Il Museo deve dare adeguata illustrazione di quanto esposto, evidenziando di ogni reperto non solo gli aspetti storici, ma anche quelli scientifici e, se è il caso, quelli sociali e civili in modo da porre il visitatore nelle condizioni migliori per un’esatta comprensione del valore culturale dell’oggetto esposto. Da ciò deriva l’esigenza di un’innovazione organizzativa del Museo stesso.

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MUSIL di Brescia

Da presidente della Società Chimica Italiana ho lanciato la creazione di una catena di Musei di Chimica capace di allargare il patrimonio cultrurale chimico dei cittadini e di offrirsi come opportunità, anche turistica, al territorio ed ai visitatori. Mi aspetto di collegare a questa istituenda rete un’altra che si basi sulle strutture scolastiche alla quale lavoro invece da molto tempo. Viviamo un momento particolare della vita scientifica e culturale: da un lato i problemi economici mondiali richiedono un sempre maggiore impegno della ricerca in favore di problemi e tematiche di acquisito ritorno economico, dall’altro il gusto dei valori storici e delle tradizioni culturali è in grande rilancio come componente essenziale della formazione dei singoli e dello sviluppo della società intesa come depositaria di valori irrinunciabili e di stimoli insostituibili alla crescita intellettuale. Così mentre si rivendicano maggiori impegni finanziari per la ricerca applicata, intesi come investimenti in favore delle future generazioni, contemporaneamente si fanno più pressanti le richieste in favore di risorse da elargire verso programmi ed iniziative che, per la loro stessa natura, possono considerarsi alternativi rispetto ai valori quantificabili in termini di entrate ed uscite e di bilanci finanziari.

A causa delle difficoltà economiche in cui ci dibattiamo e delle esiguità dei finanziamenti si moltiplicano le imprese. i programmi finalizzati a valorizzare l’esistente, quindi a prescindere da grossi investimenti di tipo strutturale. In questo senso sono state recuperate numerose iniziative, di carattere museale sparse sul territorio, correlandole tra loro e rendendole fruibili dai cittadini: con l’attivazione degli “itinerari”, sorta di viaggio tra la scienza, finalizzata all’esplicazione di singole tematiche, il Museo multipolare si è di fatto costituito come alternativa al museo unipolare. Sono anche state predisposte iniziative nuove: mostre, esposizioni mai presentate, raccolte di materiali, documentazione, strumentazioni riassestate, ed illustrate, cicli di conferenze, molte delle quali in rapporto con la scuola di cui si parlerà più avanti

D’altra parte a questo recupero ha anche contribuito l’aspirazione a valori storici della cultura, un processo, questo, ormai in atto nel nostro Paese, come in molte altre società industriali che ha conseguito un progressivo riequilibrio del bilancio della ricerca scientifica e tecnologica per lunghi anni in precedenza, troppo spostato sul fronte produttivistico a danno di quelli culturale e sociale. Tale recupero ha prodotto nel campo delle scienze strumentali un progressivo riavvicinamento ed un crescente interesse per la strumentazione e per le raccolte e gli archivi, intesi non più come semplice documentazione. ma come componenti essenziali di una disciplina, sulla base di una stretta correlazione fra teoria e sperimentazione, fra idee e fatti, fra storia,presente e futuro..

Un punto importante riguarda il rapporto con la scuola: da questo punto di vista il ruolo formativo ed informativo del Museo nel quale gli aspetti storici risultano prevalenti è stato mitigato, contemperato, direi riequilibrato, da una visione più sociale e più didattica, mettendo a disposizione della scuola, attraverso il materiale raccolto e illustrato, strumenti nuovi e non altrimenti disponibili.

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MUSE di Trento

I giovani hanno più volte mostrato un interesse crescente e una grande disponibilità verso le tematiche dei musei, la loro storia, gestione e sviluppo. Non bisogna deludere i loro entusiasmi; bisogna così accoppiare al lavoro organizzativo e strettamente propositivo, una attività di formazione e divulgazione nella quale il ruolo dell’ Università è evidentemente prioritario. Con la convinzione che i due aspetti non possano e non debbano procedere separatamente, quantunque, in alcuni casi, con delle realizzazioni parziali, ma che sottolineano tuttavia il debutto di un piano d’azione unitario, si deve pensare alla Istituzione dei Dottorati per Tecnici di gestione dei Musei, che possono rappresentare nuovi sbocchi scolastici e occupazionali per i diplomati della scuola secondaria. Vanno proposti programmi sui temi della Divulgazione Scientifica, della Sperimentazione didattica, della Storia e della Filosofia delle Scienze, dell’Archeologia Industriale e sulla trasformazione dell’esistente attraverso l’Arte e la Scienza. Bisogna non farsi attrarre dalla logica dei sipari e delle wunderkammer, alla ricerca ingannevole e pericolosa di un’epifania della scienza, ma mantenere stretti contatti con la realtà per avvicinarsi ai giovani.è molto significativo che questa interazione sia stata già attivata per mezzo di iniziative partite proprio dalla scuola secondaria. Si è giunti in tal modo a due importanti risultati:

  • la scuola secondaria superiore si è aperta verso l’esterno, realizzando con tecnologie avanzate dimostrazioni di laboratorio, visite guidate, conferenze, mostre e incontri con la cittadinanza
  • si è realizzata la saldatura fra la scuola secondaria e la scuola primaria e di entrambe con l’università, mediante la partecipazione e l’elaborazione autonoma congiunta ad itinerari scientifici.

C’è poi un aspetto di produttività culturale; si pensi ai costi di una mostra, al tempo per il quale resta in visione in un Museo, al numero dei visitatori; perché non pensare ad un itinerario scolastico delle mostre dismesse? Potrebbe essere una nuova interessante forma di collaborazione fra sistema scolastico e sistema museale mettendo a disposizione di quello i prodotti di questo e consentendo di utilizzare a fini didattici strumenti talvolta di eccezionale validità ed inusitato impiego, quali per l’appunto le mostre. Un’ulteriore importantissima funzione del rapporto scuola Università mediato dalla struttura museale può essere quello della ricomposizione culturale e della riunificazione delle conoscenze. La tradizionale articolazione della cultura in umanistica e scientifica è una articolazione che per molti motivi non ha ragione di essere e che soltanto in tempi recenti si sta cercando di superare, anche se ci sono ancora forze contrarie, che ritengono certi temi di propria esclusiva pertinenza, in una sorta di colonializzazione della cultura. Purtroppo è una posizione che deriva da una visione sbagliata, ma soprattutto da una politica di potere delle scuole e della scienza. Segnali di un cambio verso l’unilateralità della cultura ce ne sono; fra questi la visione e concezione di bene culturale: prima era sostanzialmente il reperto umanistico; oggi anche lo strumento scientifico; e la bellezza estetica degli strumenti ne valorizza la ricollocazione all’interno di un ambiente; di un atmosfera, similmente a quanto avviene per le opere d’arte. Un’altra ricomposizione culturale, con la rivalutazione della storia della scienza e degli archivi storici, riguarda il rapporto fra teoria ed esperienza: anche a questo la valorizzazione della strumentazione e della sua storia ha dato un notevole contributo.

L’approfondimento delle relazioni fra teoria e ricerca perimentale e del contributo della sperimentazione alla definizione delle teorie ha segnato questi momenti come integrati fra loro e con la cultura in generale.

La storia della strumentazione con le sue linee evolutive, a partire dall’introduzione degli strumenti classici, fa capire in che direzione ci si muove.

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Atti Giornata di studio 23 nov. 2012, Villa Celestina Pineta Marradi di Castiglioncello (LI) L.CAMPANELLA e V. DOMENICI

Come l’artista si esprime attraverso una sua creazione, così lo scienziato attraverso l’ideazione di uno strumento idoneo a verificare una propria ipotesi teorica traccia in esso le linee del proprio pensiero e le confronta con gli altri. Questo confronto, che storicamente era ritenuto proprio delle scuole artistiche, ora comincia ad essere considerato con sempre maggiore attenzione anche a livello delle scuole scientifiche, capaci di esprimersi non soltanto attraverso le teorie e le ricerche di oggi, ma anche attraverso le esperienze e prove sperimentali di ieri. Il ruolo dei musei laboratorio è così evidentemente correlato con una rivisitazione del modello del museo scientifico.

All’interno di un quadro così articolato per certi aspetti innovativi sono nati Musei scolastici, rappresentazione concreta del rapporto fra scuola e cultura e di quello fra scuola e territorio. Moltissime scuole partendo dalle proprie tradizioni e dai propri parametri hanno realizzato propri musei, non nel senso più obsoleto della parola, ma in quello di veri e propri centri culturali aperti sulla ed alla realtà territoriale circostante. Ciò ha consentito di realizzare una rete dapprima sul territorio capace nei suoi poli di portare l’interesse per la cultura e l’occasione per viverla un po’ dappertutto nella città, specialmente nelle periferie più lontane e abbandonate.

La fiera del sole

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Il futuro dell’energia solare è stato discusso nel corso di un convegno tenutosi il 10 ottobre 2014 a Rodengo Saiano (alla periferia di Brescia) presso il Museo dell’Industria e del Lavoro MusIL (www.musil.brescia.it) con il contributo fondamentale del Gruppo per la Storia dell’Energia Solare (www.gses.it).

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L’energia solare può fornire calore a bassa ed alta temperatura, elettricità con pannelli fotovoltaici, genera i venti e il moto ondoso, produce biomassa vegetale per fotosintesi. Il calore di origine solare a bassa temperatura permette di scaldare l’acqua o gli edifici o di distillare l’acqua di mare per ottenere acqua potabile; il calore solare ad alta temperatura, concentrato mediante specchi può azionare macchine termiche. Per queste tecnologie ci sono stati importanti contributi pionieristici italiani sotto forma di pompe solari, di distillatori solari e di centrali a specchi. Di alcuni di tali contributi il Museo, emanazione della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, ha raccolto, donati da privati ed esposti ai partecipanti, reperti di grande interesse e una documentazione bibliografica unica in Italia. Di tutte le conoscenze tecnico-scientifiche degli ultimi 150 anni nel campo dell’utilizzazione dell’energia solare solo una piccola parte viene oggi utilizzata per soddisfare i bisogni energetici in forma rinnovabile e pulita.
Il Sole irraggia ogni anno sulla Terra (in particolare sui continenti) una quantità di energia che è duemila volte superiore a quella totale consumata nello stesso periodo dai sette miliardi di terrestri, ma purtroppo oggi ancora soltanto poco più dello 0,5 per cento dei consumi mondiali di energia è ottenuto dal Sole con i pannelli fotovoltaici o le pale dei motori eolici. Nel corso del convegno sono state passate in rassegna le molte altre tecnologie, già note, che potrebbero trarre energia utile dal Sole. Molte di queste avrebbero un ruolo fondamentale per aiutare nel loro sviluppo le persone, oltre un miliardo nel mondo, che sono prive di elettricità o di prodotti petroliferi e che sono poi quelle che vivono in zone in cui è maggiore l’intensità della radiazione solare. Con tecnologie appropriate il Sole consentirebbe di essiccare i prodotti agricoli, distillare le acque saline per ottenere acqua potabile, estrarre con eliopompe l’acqua dal sottosuolo, scaldare i cibi nei fornelli in modo non inquinante. Impianti fotovoltaici di piccole dimensioni potrebbero fornire elettricità per azionare pompe o frigoriferi o impianti di telecomunicazioni per comunità isolate. L’energia del Sole assicura il ciclo di evaporazione e condensazione delle acque che scorrono continuamente nei torrenti e nei fiumi e dal moto di tali acque è possibile ricavare energia con impianti compatibili con il territorio. Il MusIL ha in corso un inventario delle località in cui le testimonianze di antiche ruote ad acqua indicano la presenza di forze idrauliche utilizzabili con moderni macchinari. Nel corso del convegno è stato infine ricordato che dalla riscoperta di tecnologie solari dimenticate e dal perfezionamento di quelle esistenti possono venire occasioni durature di impresa e di lavoro, capaci di contribuire allo sviluppo sociale e umano di molti territori e paesi, di diminuire la dipendenza dai combustibili fossili nei paesi industriali e di rallentare lo spettro del riscaldamento globale planetario e dei suoi disastrosi effetti, sotto gli occhi di tutti. Di grande interesse l’aggiornamento dello stato dell’arte del fotovoltaico e della sua evoluzione tecnologica che ha permesso un aumento dei rendimenti ed una notevole riduzione dei costi. Per il solare termodinamico, se per l’Italia non sono praticabili i grandi impianti con specchi piani a concentrazione che richiedono grandi estensioni desertiche, promettente sembra il termodinamico di piccola scala ed a bassa e media temperatura, con specchi parabolici o semoventi in funzione di un asse focale longitudinale, dove sostanze particolarmente reattive al gradiente termico, come i sali fusi, permettono di azionare motori o turbine per la produzione di energia elettrica. Dunque tecnologie italiane che potrebbero avere un grande sviluppo, come il prototipo di eliopompa Nova Somor esposto per la prima volta al pubblico in questa occasione, che riprende, con le opportune innovazioni, l’eliopompa progettata e costruita nel lontano 1935 da Daniele Gasperini.

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il prototipo Somor esposto al MusIL

Insomma un convegno che ha offerto tante prospettive di ricerca, innovazione e possibile industrializzazione, potenzialmente di grande interesse anche per un’economia buona e per un’occupazione di qualità di cui il nostro Paese ha urgente bisogno.
Fondazione Museo dell’Industria e del Lavoro.

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Nota del blogmaster:

Il MusIL è una iniziativa basata su ben 4 poli museali che meriterebbe certamente una maggiore divulgazione e conoscenza; invitando i lettori a visitare questa splendida iniziativa che si trova nella provincia di Brescia, ricordo anche il gruppo GSES, ossia il Gruppo per la Storia dell’energia solare, di cui Giorgio Nebbia è membro, presieduto dall’ing. Cesare Silvi; Silvi è autore fra l’altro di un pregevole articolo da cui abbiamo preso l’immagine della eliopompa Somor, inventata nel lontano 1935 da Daniele Gasperini e da Ferruccio Grassi e commercializzata per decenni, ma di fatto sconosciuta ai più.

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L’articolo è liberamente scaricabile ed è un piacere leggerlo per la qualità e la completezza e anche lo stile piacevole con il quale è scritto; ci racconta un episodio significativo della nostra storia industriale; l’articolo inoltre fa cenno ai moderni sviluppi dei dispositivi solari a bassa temperatura, un  capitolo tecnologico ancora aperto, sul quale vi consiglio di leggere per esempio:

 Renewable and Sustainable Energy Reviews 14 (2010) 3059–3067

un articolo sul tema scritto daHuijuan Chen, D. Yogi Goswami *, Elias K. Stefanakos e dal titolo A review of thermodynamic cycles and working fluids for the conversion of low-grade heat.

Sempre sul medesimo tema vi consiglio anche dalla medesima rivista Renewable and Sustainable Energy Reviews 7 (2003) 131–154
http://www.elsevier.com/locate/rser
A review of solar-powered Stirling engines and low temperature differential Stirling engines
scritto da Bancha Kongtragool, Somchai Wongwises che fra l’altro accenna alla possibilità di accoppiare il motore Stirling con l’energia solare a bassa temperatura.

Vedreste così che nonostante la bassa efficienza termodinamica i dispositivi solari a bassa temperatura riscuotono un enorme interesse tecnologico e forniscono un campo di futuribili sviluppi assolutamente da non trascurare; l’efficienza bassa di questi dispositivi viene bilanciata dal costo assolutamente gratuito della energia primaria che essi sfruttano; ma non solo, una eliopompa a bassa temperatura può arrivare senza grossi problemi a circa il 10% di rendimento che non è poi così lontano da quelllo del fotovoltaico soprattutto tenendo conto dei costi molto limitati della sua tecnologia (che non significa basso livello, al contrario). Non a caso l’interesse per questi dispositivi rimane vivo nel paesi a più basso reddito e privi di risorse fossili, come era poi l’Italia degli anni 30 del secolo scorso (ed è in parte ancora oggi); ma ci sono lezioni di vita e di tecnologia che possiamo apprendere da quel passato e che ci serviranno verosimilmente nel prossimo futuro. Grazie a Nebbia e Silvi di mantenere vivo il ricordo.

Narrare la chimica, rompere l’isolamento

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

 Consigliare un libro non è sempre facile perché occorre tener conto non solo delle qualità dell’opera ma anche delle preferenze, delle eventuali aspettative e del retroterra culturale di chi lo deve leggere. Mi capita abbastanza spesso di farlo, su richiesta di singoli e anche di bibliotecari che conoscono la mia passione per la lettura. Negli ultimi anni, per quanto riguarda i libri in grado di “narrare” efficacemente e piacevolmente la chimica, al primo posto ho quasi sempre collocato “Favole periodiche – Vite avventurose degli elementi chimici” di Hugh Aldersey-Williams (Rizzoli, 2011). Ho già avuto modo di parlarne (http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/favole-periodiche) e non mi soffermerò più di tanto su questo riuscitissimo libro se non per ricordare un passaggio del prologo che avevo trascurato e che qui torna di attualità. Aldersey-Williams ricorda che gli elementi chimici sono parte della nostra cultura e che di questo non bisogna stupirsi perché, in fondo, sono gli ingredienti di ogni cosa. Ciò di cui bisognerebbe meravigliarsi è la scarsa attenzione che si presta al fatto ma aggiunge: “Questa inconsapevolezza è in parte da ricondursi alla presunzione dei chimici di riuscire a studiare e insegnare la loro materia in un superbo isolamento dal mondo”. Sono d’accordo con lui e ho sperimentato di persona quanto sia poco apprezzato lo sforzo di chi tenta di rompere l’isolamento e “narrare” la chimica. L’edizione originale del libro di Aldersey-Williams (Penguin Books, 2010) ha per titolo “Periodic Tales”. Suppongo che il traduttore abbia avuto qualche dubbio in merito alla differenza fra “racconti” e “favole”. Ma la scelta, benché non ottimale, era quasi obbligata per comprensibili motivi lessicali. Ma che differenza c’è tra raccontare una favola e raccontare la chimica? Da un punto di vista tecnico, vorrei dire nessuna. La differenza infatti sta nel fatto che raccontare la chimica vuol dire raccontare una “storia” vera. Una storia fatta di donne e uomini come noi, non di maghi, fate, streghe, principesse o animali parlanti. Una storia di fatiche e di sudore, di rinunce e sacrifici. Vuol dire raccontare la storia delle idee e anche quella di formule che sono belle ed eleganti al punto da far concorrenza alla opere d’arte. Raccontare la chimica evocando oggetti, laboratori, colori, odori e sapori, è invece narrare.

Rowlandson_-_Chemical_Lectures2Chi narra la chimica, perciò, evoca un mondo che non ha nulla di fantastico ma forse per questo è più bello di una favola. Chi riesce a narrare bene la chimica? Colui che è un po’ scienziato e un po’ scrittore. Il grande Robert Musil ha scritto: “Un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?”. Nel filmato che segue, registrato il 12 marzo scorso a Bologna (Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari) nel corso del seminario “L’arte di narrare la chimica e il resto”, troverete alcune risposte alla domanda di Musil. Quattro relatori di ottimo livello, incalzati dal sottoscritto e dai suoi studenti, le hanno fornite in maniera esauriente. Erano: Gianni Fochi (chimico e divulgatore, già alla Normale di Pisa), Marco Malvaldi (chimico e scrittore), Marco Ciardi (storico della scienza, UniBo) e Marco Fontani (chimico e storico della chimica, UniFi). Se vi interessate di divulgazione, tre di loro li conoscete già mentre, Malvaldi è così popolare che lo trovate addirittura sul banco dell’edicolante. Dopo una tesi in chimica computazionale, il dottorato e alcuni anni di precariato in Università, Malvaldi ha messo da parte il mestiere di chimico e ha trasformato in professione l’amore per la scrittura. Gli è andata meglio che nella carriera universitaria, notoriamente simile al gioco del lotto. Dopo “La briscola in cinque” (2007), Malvaldi ha perseverato con “Il gioco delle tre carte” (2008) e con “Il re dei giochi” (2010), che insieme all’ultimo “La carta più alta” (2012) costituiscono la cosiddetta “trilogia del BarLume”, apparsa per l’editore Sellerio. Nel video vedrete che il suo intervento inizia in maniera abbastanza insolita per l’ambiente universitario ma preferisco non privarvi di una simpatica sorpresa.

“L’arte di narrare la chimica e il resto”,  Gianni Fochi (chimico e divulgatore, già alla Normale di Pisa), Marco Malvaldi (chimico e scrittore), Marco Ciardi (storico della scienza, UniBo) e Marco Fontani (chimico e storico della chimica, UniFi)

Conferenza 12 Marzo 2014

Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari”, Viale del Risorgimento 4, Bologna