Origine dell’oro

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Diego Tesauro

L’oro ha avuto origine come tutti gli elementi pesanti della tavola periodica, in particolare quelli della terza serie di transizione, da processi di accrescimento dei nuclei atomici più leggeri con acquisizioni di neutroni secondo due modalità: una rapida, processo r, (https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_r), l’altra lenta processo s ((https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_s).

I due processi si verificano entrambi nelle fasi finali dell’evoluzione stellare. In particolare il processo r avviene in pochi secondi nelle esplosioni di supernove di stelle massicce (superiori alle 8 masse solari). Oggi si ritiene però che gli elementi pesanti si ottengono soprattutto nella fusione di sistemi binari di stelle di neutroni, cioè di stelle dalle dimensioni ridotte con diametro di circa 20 chilometri, ma con una massa compresa tra 1.4 e 3.0 masse solari, quindi estremamente dense, di densità uguale a quella del nucleo dell’atomo. Un fenomeno del genere è stato osservato di recente con gli esperimenti Virgo e Ligo che hanno consentito per la prima volta di rilevare le onde gravitazionali [1]. Il processo S si verifica invece nelle stelle giganti rosse AGB ed è appunto più lento avendo una durata di migliaia di anni. Questo processo produce gli elementi più pesanti dell’ittrio fino al piombo in stelle giganti a bassa contenuto di elementi diversi da idrogeno ed elio e di piccola mass

In entrambi i casi, lo spazio e le nebulose, da cui si generano le stelle, risulteranno contaminate da elementi pesanti, tra i quali l’oro, che quindi entrano nella formazione dei nuovi sistemi planetari. Così è avvenuto anche per il nostro sistema solare. L’oro, come anche il platino e gli altri elementi di transizione della terza serie, pertanto è presente, come in tutti i pianeti, nel nucleo della Terra. In effetti, nel nucleo ci sono metalli preziosi in quantità sufficiente da coprire l’intera superficie della Terra con uno strato spesso quattro metri. Tuttavia, l’oro è presente nel mantello e nella crosta. Nel mantello è decine o migliaia di volte più abbondante del previsto. Ed anche la presenza sulla crosta terrestre è più alta di quella proposta dai modelli. L’oro infatti pur essendo un elemento raro, lo dovrebbe essere ancora di più rispetto a quei 1.3 g per 1000 tonnellate di materiale della crosta. Questa anomalia venne spiegata a favore di una provenienza meteorica dovuta all’intenso bombardamento che ha subito la Terra oltre 200 milioni di anni dopo la sua formazione. Questa teoria era stata avvalorata dalle missioni Apollo sulla Luna. Infatti la presenza dell’oro in maggior misura nella crosta del satellite, rispetto al mantello, avvaloravano l’ipotesi relativa ad una provenienza esterna. Una conferma di questa teoria è venuta nel 2011 [2]. L’ analisi di rocce, presenti in Groenlandia molto antiche e risalenti ad un’epoca precedente il bombardamento meteorico, ha rilevato una composizione diversa rispetto a quella delle rocce moderne relativamente agli isotopi del tungsteno altro elemento molto raro e della medesima origine dell’oro. In particolare è stata rilevata una diminuzione di 15 parti per milione nella abbondanza relativa dell’isotopo 182W rispetto alle rocce moderne. Questo dato è una conferma che la superficie terrestre è stata arricchita di elementi pesanti solo successivamente alla sua formazione.

[1] B. P. Abbott et al. (LIGO Scientific Collaboration and Virgo Collaboration) GW170817: Observation of Gravitational Waves from a Binary Neutron Star Inspiral Phys. Rev. Lett. 2017 119, 161101

[2] Matthias Willbold, Tim Elliott & Stephen Moorbath The tungsten isotopic composition of the Earth’s mantle before the terminal bombardment Nature 2011 477, 195–198 .

Elementi della tavola periodica, Oro, Au. (2a parte)

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Rinaldo Cervellati

“All’idea di quel metallo portentoso onnipossente

un vulcano la mia mente incomincia a diventar…”

(da: Il barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini)

la prima parte di questo post è qui.

Uso in gioielleria

Poiché l’oro puro è troppo tenero, in gioielleria è utilizzato in lega con altri metalli, principalmente rame, argento, palladio e nickel. I gioielli più comuni sono generalmente costituiti da oro, argento e rame. Le carature più frequenti sono 22 k e 18 k. La quantità di rame determina il colore della lega. L’oro giallo a 18 k contiene dal 12-7% di argento e dal 13-18% di rame. L’oro rosso alla stessa finezza contiene il 4,5% d’argento e il 20,5% di rame. L’oro bianco, sempre a 12k, è composto al 75% da oro, e al 25% da nickel, argento e palladio[1]. Il nickel è allergenico e il suo contenuto nell’oro bianco è regolato dalla legislazione europea. Le leghe di oro-argento-palladio sono ovviamente più costose di quelle che usano il nickel.

Gioielleria in oro

Una particolare lega d’oro è utilizzata per unire i componenti di gioielli d’oro con saldature ad alta temperatura. Per un lavoro di qualità, la lega d’oro da saldatura deve corrispondere alla finezza del lavoro, sono quindi prodotte leghe adatte ad abbinare i colori dei gioielli da unire. La lega per saldatura aurea è solitamente prodotta in almeno tre intervalli di punto di fusione.

L’oro può anche essere ridotto in fili sottili, usati nel ricamo per impreziosire stoffe e capi di abbigliamento.

Uso in elettronica

L’impiego attualmente più importante per l’oro è la fabbricazione di connettori elettrici non corrodibili nei computer e in altri dispositivi elettronici. Secondo il World Gold Council[2], un tipico cellulare può contenere 50 mg di oro, del valore di circa 50 centesimi. Ma dal momento che ogni anno viene prodotto circa un miliardo di telefoni cellulari, si arriva a un valore in oro di circa 500 milioni di dollari solo da questa applicazione.

Scheda elettronica con piste dorate

Sebbene l’oro sia attaccato dal cloro libero, la sua buona conduttività e la generale resistenza all’ossidazione e alla corrosione in altri ambienti (compresa la resistenza agli acidi) ha portato al suo uso industriale diffuso nell’era elettronica come uno strato sottile per il rivestimento di connettori elettrici ed elettronici, che assicurano così una sicura e resistente connessione ad es. dei cavi audio, video e USB. È stato discusso il vantaggio dell’utilizzo dell’oro in queste applicazioni rispetto a altri metalli connettori come lo stagno; i connettori d’oro sono spesso criticati dagli esperti di audiovisivi come troppo costosi per le apparecchiature di largo consumo. Tuttavia, l’uso dell’oro in contatti elettronici di apparecchiature più delicate e molto costose che operano in atmosfere molto umide o corrosive (ad es. particolari computer, strumenti per comunicazioni, motori di aerei a reazione, veicoli spaziali) è ampiamente giustificato.

L’oro viene anche utilizzato nei contatti elettrici grazie alla sua resistenza alla corrosione, alla conduttività elettrica, alla duttilità e alla mancanza di tossicità. I contatti degli interruttori sono generalmente soggetti a uno stress da corrosione più intenso rispetto ai contatti a scorrimento.

Si stima che il 16% dell’oro mondiale sia contenuto nella tecnologia elettronica del Giappone.

Uso in medicina

L’oro e le sue leghe metalliche sono state a lungo utilizzate a scopo medicinale. L’oro, solitamente metallo, è forse la medicina più anticamente somministrata e nota a Dioscoride[3]. Nel Medioevo, l’oro era spesso considerato benefico per la salute, nella convinzione che qualcosa di così raro e bello non potesse essere altro che salutare.

Nel diciannovesimo secolo l’oro aveva la reputazione di essere “nervino”, poteva costituire cioè una terapia per i disturbi nervosi. Veniva usato come trattamento per depressione, epilessia, emicrania, problemi ghiandolari e alcolismo. L’apparente paradosso con la sua tossicità[4] è stato causa di gravi incomprensioni sulla possibile azione dell’oro in fisiologia. Solo i sali e i radioisotopi dell’oro esercitano una qualche azione farmacologica, poiché l’oro metallico elementare è inerte per tutte le sostanze chimiche che incontra all’interno del corpo. Alcuni sali d’oro hanno proprietà anti-infiammatorie e attualmente due di essi (aurotiomalato di sodio e auranofina) sono ancora usati come farmaci nel trattamento dell’artrite e di altre condizioni simili negli Stati Uniti .

Le leghe d’oro sono utilizzate nell’odontoiatria restaurativa, specialmente nei restauri dei denti, come corone e ponti permanenti. La malleabilità delle leghe d’oro facilita la formazione di una superficie di accoppiamento dei molari superiori con altri denti e fornisce corone più soddisfacenti di quelle in porcellana. Le preparazioni di oro colloidale (sospensioni di nanoparticelle d’oro) in acqua sono intensamente colorate di rosso e possono essere ottenute con particelle strettamente controllate fino a poche decine di nanometri attraverso la riduzione del cloruro d’oro con ioni citrato o ascorbato. Oltre le applicazioni odontoiatriche, l’oro colloidale è utilizzato in ricerche in medicina, biologia e scienza dei materiali. Ad esempio, particelle d’oro colloidale rivestite con anticorpi specifici possono essere utilizzate come sonde per la presenza e la posizione di antigeni sulle superfici cellulari.

L’oro, o leghe di oro e palladio, sono usate per la preparazione di campioni biologici utilizzati nella microscopia a scansione elettronica.

L’isotopo oro-198 è usato in medicina nucleare, in alcuni trattamenti contro il cancro e per curare patologie affini.

Nel 2001 l’oro metallico fu indicato “Allergene dell’anno” dall’American Contact Dermatitis Society, in seguito a riscontrati casi di allergie da contatto Nonostante questo, l’oro è un allergene da contatto poco potente, rispetto per esempio al nickel.

Altri usi dell’oro e dei suoi composti.

Opportunamente trattati oro e derivati sono impiegati come catalizzatori nell’industria e nei laboratori di ricerca. L’acido cloroaurico è utilizzato in fotografia per modificare le immagini prodotte dai sali d’argento, in astronautica nei visori delle tute spaziali per la protezione dalla luce solare assicurando la schermatura necessaria non solo alla luce visibile e ultravioletta ma anche all’infrarosso.

Riciclaggio [1]

Il sondaggio 2014 dell’agenzia Thomson Reuters per il GFMS (Gold Fields Mineral Service) ha stimato che alla fine del 2013 il quantitativo di oro “fuori terra” ammontava a 176.000 tonnellate. Questo stock comprende gioielli, partecipazioni statali, investimenti privati e fabbricazione industriale. Una piccola quantità si è usurata nel tempo e quindi non è stata considerata. Poiché l’oro non si appanna o decompone, tutto questo quantitativo è in teoria disponibile per il riciclaggio. In realtà, nel 2009 il riciclaggio dell’oro ammontava a solo l’1 % dell’intero stock. La maggior parte potrebbe non tornare mai sul mercato, per i seguenti motivi: per molte persone, i gioielli hanno un valore sentimentale ed evoca forti emozioni, quindi non vogliono separarsene; il rapporto di molti individui con l’oro è di natura religiosa o mistica quindi da considerare sacro; molti investitori considerano l’oro come un bene rifugio, da trasmettere attraverso le famiglie piuttosto che venderlo; le banche centrali reputano l’oro un’importante risorsa di riserva e le attuali tendenze suggeriscono che è più probabile che comprino piuttosto che vendere oro; molte persone non sono ancora consapevoli del valore dell’oro nei loro dispositivi elettronici (telefonini, personal computer, ecc.), è pertanto presumibile che gran parte dell’oro nell’elettronica degli anni ’80 e ’90 sia finito in discarica.

Tuttavia, grazie alle sue proprietà uniche, l’oro si presta bene al riciclaggio, tanto che l’oro riciclato ha rappresentato, in media, dal 1995 al 2014, circa un terzo delle scorte totali.

L’industria del riciclaggio dell’oro comprende due fonti:

(i) oro riciclato ad alto valore che ne rappresenta circa il 90%. Sebbene questo segmento sia principalmente costituito da gioielli, talvolta sono riciclati anche lingotti d’oro e monete;

(ii) oro riciclato da scarti industriale che costituisce il restante 10 %[5]. È costituito principalmente da oro trovato nei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE).

Le due fonti di oro da riciclo

Le tecniche di riciclaggio sono ovviamente diverse per le due fonti. I materiali ad alto valore per il riciclaggio contengono una percentuale significativa di oro legato con uno o più metalli. Separare questi metalli l’uno dall’altro è relativamente semplice e i processi disponibili per i raffinatori sono tutte procedure di separazione chimica e fisica ben consolidate. Alcuni raffinatori separano i metalli semplicemente riscaldando e fondendo una lega. I gioiellieri possono farlo da soli su piccola scala perché sono richieste attrezzature o conoscenze specialistiche ridotte.

Tuttavia, tali semplici procedure non sono adeguate per la raffinazione ai più alti livelli di purezza spesso richiesti dall’industria. Per raggiungere questa purezza, sono state sviluppate procedure più complesse come quelle già riportate nel paragrafo riguardante la raffinazione, ad es. il processo Wohlwill, che consente la rimozione di tutti i metalli residui del gruppo del platino e quindi di oro riciclato estremamente puro.

Il recupero del metallo dai RAEE è notevolmente più complicato rispetto a quello delle fonti di alto valore. L’oro è usato nell’industria elettronica principalmente nella forma di fili sottili e come metallo di placcatura. Ma i RAEE possono contenere fino a 60 materiali diversi e numerosi prodotti chimici complessi e spesso pericolosi. La plastica e l’acciaio tendono a dominare in peso, ma l’oro e altri metalli preziosi dominano in valore. Ad esempio, nel 2010, oro, palladio e argento costituivano circa il 93% del valore di un telefono cellulare fuori uso. L’estrazione di metalli preziosi da questi materiali in modo sicuro ed efficiente è difficile. Ma se gestiti in modo efficace, il materiale RAEE può dare un contributo positivo a una “economia circolare” in cui i prodotti e le risorse di valore vengono riutilizzati e riciclati.

Alcune aziende hanno sviluppato operazioni di recupero all’avanguardia per superare la sfida di estrarre oro e altri metalli dai RAEE. Ad esempio, lo stabilimento di Umicore a Hoboken, in Belgio, recupera 17 metalli ad alto rendimento da una vasta gamma di rifiuti, come convertitori catalitici usati e catalizzatori chimici, materiali industriali e vari altri rifiuti di produzione. La struttura utilizza un processo di eco-efficienza in cui quasi nessuna produzione va sprecata. Anche le scorie sono utilizzate come aggregato e l’acido solforico (un sottoprodotto di lavorazione) è recuperato e riutilizzato.

Tuttavia, non tutte le operazioni di riciclaggio sono eseguite con standard così elevati. L’attrazione della miniera urbana, combinata con i prezzi elevati dei metalli preziosi, ha incrementato la crescita del recupero non regolamentato dei metalli dai RAEE. La lisciviazione chimica che coinvolge cianuro e acqua regia è talvolta utilizzata senza adeguate protezioni per la salute, in particolare nei paesi in via di sviluppo.

Numerose agenzie e aziende hanno lavorato per risolvere questo problema stabilendo opportune partnership. Grazie a ciò, numerosi paesi africani praticano attualmente un riciclo sostenibile. A tutt’oggi, queste operazioni hanno collettivamente trattato oltre 1.000 tonnellate di RAEE, inviando più di 25 tonnellate di circuiti stampati in siti di riciclaggio di alto livello.[1]

Ciclo biogeochimico dell’oro

L’indagine sui processi che contribuiscono al ciclo biogeochimico dell’oro in condizioni ambientali vicine alla superficie terrestre (regolite[6]) è stata intrapresa da Frank Reith, School of Earth and Environmental Sciences, University of Adelaide (Australia) e dai suoi collaboratori [2,3].

Prof. Frank Reith

In breve il ciclo biogeochimico dell’oro, ovvero la sua solubilizzazione, trasporto e precipitazione, che porta alla trasformazione finale in granuli e pepite è mediata da colonie di microorganismi protoobatteri e attinobatteri, in particolare Cupriavidus metallidurans e Delftia acidovorans.

In figura sono schematizzati questi processi:

Figura. Ciclo biogeochimico dell’oro (schema): oro submicroscopico nella regolite, solubilizzazione via microbica e trasporto, bioaccumulazione e biomineralizzazione, formazione secondaria visibile dei granuli.

Questo ciclo è stato verificato in ambienti temperati, subtropicali, semi-aridi, subartici e molto recentemente anche in un ambiente artico, come quello della Finlandia [4].

Gli studi sul ciclo biogeochimico hanno ispirato ricerche sulla possibilità di un bioriciclaggio del metallo. Ad esempio un gruppo di ricercatori di Heidelberg ha pubblicato sul web un articolo secondo il quale la delfibactina, un peptide non ribosomiale prodotto dal batterio Delftia acidovorans, sarebbe in grado di far precipitare l’oro da soluzioni acide permettendone un recupero efficiente dai rifiuti elettronici [5].

 

Opere consultate

CRC, Handbook of Chemistry and Physics, 85th, p. 4-13-14

https://en.wikipedia.org/wiki/Gold

https://it.wikipedia.org/wiki/Oro

Bibliografia

[1] A. Hewitt, T. Keel, M. Tauber, T. Le-Fiedler, The Ups and Downs of Gold Recycling.

https://www.bcg.com/publications/2015/metals-mining-cost-efficiency-ups-and-downs-of-gold-recycling.aspx

[2] F. Reith et al., Geobiological Cycling of Gold: From Fundamental Process Understanding to Exploration Solutions., Minerals, 2013, 3, 367-394.

[3] M.A. Rea, C.M. Rammit, F. Reith, Bacterial biofilms on gold grains—implications for geomicrobial transformations of gold., FEMS Microbiology Ecology, 2016, 92, 1-12.

[4] F. Reith et al., Biogeochemical cycling of gold: Transforming gold particles from arctic Finland., Chemical Geology, 2018, 483, 511-529.

[5] AA.VV. Gold Recycling. Using Delftibactin to Recycle Gold from Electronic Waste.

http://2013.igem.org/wiki/index.php?title=Team:Heidelberg/Project/Delftibactin&oldid=361555

 

[1] Il palladio è l’elemento chimico numero 46 della Tavola periodica e il suo simbolo è Pd. È un metallo raro, di aspetto bianco-argenteo, del gruppo del platino cui somiglia anche chimicamente.

[2] Il World Gold Council, creato nel 1987, è un’associazione industriale delle principali aziende minerarie aurifere. Il suo scopo è quello di stimolare la domanda di oro da parte dell’industria, dei consumatori e degli investitori.

[3] Pedanius Dioscorides (40-90 d.C. ca.) è stato un medico, farmacologo, botanico greco. Autore del De Materia Medica, enciclopedia in cinque volumi sulla medicina erboristica e sulle relative sostanze medicinali, ampiamente utilizzata per oltre 1.500 anni. Fu medico nell’esercito romano.

[4] L’oro metallico puro non è tossico e non è irritante se ingerito e talvolta viene usato come decorazione alimentare sotto forma di sottilissimi fogli d’oro. L’oro metallico è approvato come additivo alimentare dall’EFSA (European Food Safety Administration). Sebbene i sali di oro (es. cloruri di oro) siano tossici, l’accettazione dell’oro metallico come additivo alimentare è dovuta alla sua inerzia chimica e alla resistenza ad essere corroso o trasformato in sali solubili da qualsiasi processo chimico noto che nell’organismo umano.

[5] Risultato notevole se confrontato con il circa 5% di dieci anni fa (2004).

[6] La regolite è uno strato di materiale di granulometria eterogenea che ricopre uno strato di roccia compatta usualmente chiamata roccia madre. Sulla Terra è quella parte di litosfera più direttamente compenetrata con atmosfera, idrosfera e con la vita vegetale e animale.

Elementi della tavola periodica, Oro, Au. 1 parte.

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Rinaldo Cervellati

 

“All’idea di quel metallo portentoso onnipossente

un vulcano la mia mente incomincia a diventar…”

(da: Il barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini)   

Forse per il suo colore giallo brillante, forse perché è uno dei pochi metalli che si trova libero in natura o per la sua inalterabilità, l’oro ha sollecitato, nel bene e nel male, tutte le fantasie umane fin dalla preistoria.

È l’elemento n 79 della Tavola periodica, simbolo Au (dal latino aurum[1]), raro ma non il più raro essendo la sua abbondanza nella crosta terrestre mediamente 0,03 g/tonnellata e negli oceani circa 1,3 mg/tonnellata acqua marina.

Un poco di storia

In inglese oro si traduce gold, come pure in tedesco, etimologicamente affine a parole derivate dal proto-germanico (gulþą) e dal proto-indoeuropeo (ǵʰelh₃- ) che significano brillante, giallo.

Sembra proprio che l’oro sia stato il primo metallo utilizzato dall’uomo, infatti piccole quantità di oro naturale sono state trovate in grotte spagnole utilizzate durante il tardo Paleolitico, 40.000 a.C. ca. Manufatti d’oro fecero la loro prima apparizione all’inizio del periodo pre-dinastico in Egitto, fine quinto- inizio quarto millennio a.C., e la fusione fu sviluppata nel corso del IV millennio.

Monile egizio in oro e pietre preziose

Manufatti d’oro compaiono in Mesopotamia all’inizio del IV millennio, come pure nei Balcani. Dal 1990 gli archeologi hanno trovano manufatti d’oro nelle necropoli ipogee di Nahal Qana in Palestina, datati IV millennio a.C. Manufatti d’oro come copricapo e dischi apparvero nell’Europa centrale dall’età del bronzo, II millennio a.C.

La più antica mappa conosciuta di una miniera d’oro fu disegnata durante la XIX dinastia dell’antico Egitto (1320-1200 a.C.), mentre il primo riferimento scritto all’oro fu registrato nella dodicesima dinastia verso il 1900 a.C.

Mappa egizia

I geroglifici risalenti al 2600 a.C. descrivono l’oro come molto abbondante in Egitto. In Egitto e in particolare nella regione della Nubia (dall’antico egizio Nwb, che significa appunto oro) vi erano molte miniere d’oro e gli egizi possedevano la tecnologia per estrarlo e lavorarlo, tanto che la Nubia divenne un’importante area di produzione aurifera per gran parte della storia successiva. La mappa dei papiri conservata al Museo Egizio di Torino mostra il piano di una miniera d’oro in Nubia, insieme a indicazioni sulla geologia del luogo.

L’oro è menzionato frequentemente nell’Antico Testamento, dalla storia del vitello d’oro a quella dell’altare d’oro. Nel Nuovo Testamento è incluso nei doni dei magi a Gesù; il libro dell’Apocalisse descrive la città di Gerusalemme come se avesse strade “fatte di oro puro, chiare come cristallo”.

Lo sfruttamento dell’oro nell’angolo sud-est del Mar Nero pare risalga al tempo di Re Mida, e fu importante per datare quello che probabilmente è stato il primo conio in oro, avvenuto in Lydia, regione dell’Asia minore, attorno al 610 a.C.

Nella metallurgia romana furono sviluppati nuovi metodi per estrarre oro su larga scala, in particolare in Spagna dal 25 a.C. e in Dacia (attuali Romania e Moldavia) a partire dal 106 d.C.

Moneta in oro di Adriano 125-128 d.C.

Una delle più grandi miniere era a Las Medulas a León, dove sette lunghi acquedotti consentivano di isolare la maggior parte di un grande deposito alluvionale. I vari metodi usati sono ben descritti da Plinio il Vecchio nella sua enciclopedia Naturalis Historia, scritta verso la fine del I secolo d.C.

Uno degli obiettivi principali degli alchimisti medievali era produrre oro da altre sostanze, come il piombo, presumibilmente dall’interazione con una sostanza mitica chiamata pietra filosofale. Sebbene non siano mai riusciti in questo tentativo[2], gli alchimisti hanno perfezionato alcuni procedimenti come ad es. la calcinazione, la distillazione e la sublimazione, poi divenute di uso comune in chimica. Il simbolo alchemico per l’oro era il cerchio con un punto al centro, che era anche il simbolo astrologico e l’antico carattere cinese per il Sole.

Simbolo alchemico per l’oro

L’esplorazione europea delle Americhe (dal 1492) è incentivata dai resoconti dei primi esploratori circa la gran quantità di gioielli d’oro indossati dalle popolazioni native in America Centrale, Perù e Colombia.

Nel XIX secolo fu scoperta una serie di bacini auriferi in Nord America, soprattutto in California, Colorado, Black Hills e Klondike (Alaska).

Anche se dal punto di vista geologico l’oro nell’antichità era facile da ottenere, il 75% dell’oro prodotto è stato estratto dopo il 1910.

Estrazione e raffinamento

A causa della sua notevole inalterabilità (elevata inerzia chimica) l’oro si trova principalmente allo stato nativo o legato ad altri metalli (argento e rame). Spesso si presenta in forma di granuli e pagliuzze, a volte si trovano anche agglomerati piuttosto grossi, detti pepite. I granelli appaiono inclusi in minerali o sulle superfici di separazione tra cristalli di minerali. Si trova anche nei depositi alluvionali sul fondo dei fiumi.

Pepita d’oro (a sinistra), scaglie d’oro alluvionale (a destra)

L’oro si trova anche associato al quarzo, spesso in filoni, e a solfuri minerali (pirite, calcopirite, galena, arsenopirite).

Filone d’oro in quarzo

Fino dal 1880 il Sudafrica è stato la fonte di circa due terzi dell’oro estratto nel mondo. La città di Johannesburg è stata costruita alla sommità di uno dei più grandi giacimenti mondiali. Tuttavia, dal 2007, la posizione di predominio del Sudafrica è stata superata dalla Cina, la cui produzione nel 2008 è giunta fino a 260 tonnellate di oro, con un incremento del 59% dal 2001. Tra gli altri maggiori produttori figurano gli Stati Uniti (principalmente in Alaska, in Dakota e in Nevada), l’Australia occidentale, il Perù e la Russia.

La seguente mappa mostra la distribuzione mondiale dell’oro.

Mappa della distribuzione mondiale di oro

In Italia l’oro si trova in quantità ponderabili in alcuni fiumi (Po, Ticino). All’interno del Monte Rosa si trova un giacimento più ricco di quelli attualmente presenti in Sudafrica. Tuttavia, a causa di problemi ambientali, di sicurezza e di costi, tale oro non è sfruttato.

La quantità totale di oro presente negli oceani è tutt’altro che trascurabile, ma la bassissima concentrazione rende per il momento antieconomica l’estrazione dall’acqua marina.

L’oro si estrae quindi dalle miniere e, in misura minore, dai depositi alluvionali.

Dopo averlo estratto, l’oro ha bisogno di essere raffinato per aumentarne la purezza. Il metodo più utilizzato è quello ideato e realizzato da Francis Bowyer Miller[3] che lo brevettò nel 1867.

Il processo Miller è un procedimento chimico su scala industriale utilizzato per raffinare l’oro a un grado di purezza del 99,95%. Consiste nell’insufflare una corrente di gas cloro puro sopra e attraverso un crogiolo contenente l’oro fuso da purificare. Poiché quasi tutte le impurezze metalliche degli altri elementi formano cloruri prima dell’oro, possono essere rimosse essendo questi sali insolubili nel metallo fuso. L’oro risultante è puro al 99,95%.

Quando si rende necessaria una purezza ancora maggiore viene utilizzato il metodo Wohlwill[4] che consiste nell’elettrolisi di una soluzione di acido cloroaurico. L’oro che si deposita sul catodo raggiunge una purezza del 99,99%.

A livello mondiale, l’oro prodotto è impiegato per circa il 50% in gioielleria, il 40% in investimenti e il 10% nell’industria.

Dal 1998 l’Italia è il maggiore trasformatore di oro al mondo, con una media di 450-500 tonnellate lavorate ogni anno.

Caratteristiche chimico-fisiche

L’oro è il metallo più duttile e malleabile: un grammo d’oro può essere battuto in lamine di area pari a un metro quadrato. Questi sottilissimi fogli d’oro puro sono usati per decorare cornici di quadri, specchi, ecc. È un metallo tenero e per conferirgli una maggiore resistenza meccanica è lavorato in lega con altri metalli.

L’oro non è intaccato né dall’aria né dall’umidità né dalla maggior parte dei reagenti chimici. Non è solubile negli acidi forti (cloridrico, nitrico e solforico) e negli alcali caustici, invece può essere ossidato dall’acqua regia (una miscela di acido nitrico e cloridrico in rapporto 1:3) o con soluzioni acquose contenenti cianuro di sodio o potassio in presenza di ossigeno o perossido di idrogeno. Nell’acqua regia forma l’acido tetracloroaurico (HAuCl4). A contatto con il mercurio si scioglie in esso formando una lega detta amalgama.

L’oro si lega con molti altri metalli: le leghe col rame sono rossastre, con il ferro verdi, con l’alluminio violacee, col platino bianche, col bismuto e l’argento nerastre.

Gli stati di ossidazione più frequenti dell’oro sono +1 e +3. Gli ioni dell’oro sono facilmente ridotti per aggiunta di qualsiasi altro metallo. Il metallo aggiunto si ossida e si scioglie facendo precipitare l’oro metallico.

È un eccellente conduttore di elettricità, il migliore tra i metalli dopo l’argento e il rame.

Uso nella monetazione

L’oro è stato ampiamente usato in tutto il mondo come denaro sia per rendere efficienti gli scambi sia per immagazzinare ricchezza. Ai fini degli scambi, le zecche producevano monete e lingotti d’oro standardizzati in peso e purezza.

Monete (a sinistra) e lingotti (a destra)

Le prime monete conosciute contenenti oro furono coniate in Asia Minore, attorno al 600 a.C.

La moneta talento d’oro in uso durante l’epoca greca pesava tra 8,42 e 8,75 grammi.

Dopo una iniziale preferenza all’uso dell’argento, le economie europee ristabilirono la coniazione dell’oro come moneta durante il tredicesimo e il quattordicesimo secolo.

I certificati di possesso e le valute cartacee (convertibili in monete d’oro presso la banca emittente) si aggiunsero alle monete circolanti in oro nella maggior parte delle economie industriali del diciannovesimo secolo. Durante la prima guerra mondiale, le nazioni belligeranti gonfiarono le loro valute cartacee per finanziare lo sforzo bellico. Dopo la guerra, i paesi vittoriosi, in particolare la Gran Bretagna, ripristinarono gradualmente la convertibilità dell’oro, e i flussi internazionali di oro tramite cambiali rimasero sotto embargo; le transazioni internazionali venivano effettuate esclusivamente attraverso scambi bilaterali.

Nel secondo dopoguerra l’oro fu sostituito da un sistema di valute nominalmente convertibili legate da tassi di cambio fissi secondo il sistema di Bretton Woods[5]. Nel 1971 gli Stati Uniti rifiutarono di riscattare i propri dollari in oro pertanto la convertibilità diretta delle monete d’oro fu abbandonata da quasi tutti i governi mondiali. La Svizzera è stata l’ultima nazione a legare la sua moneta all’oro; sostenne il 40% del suo valore fino a quando gli svizzeri non aderirono al Fondo monetario internazionale nel 1999.

Le banche centrali continuano a mantenere una parte delle loro riserve liquide in oro. Le riserve auree mondiali e la loro negoziazione sono diventate una piccola parte di tutti i mercati, il tasso di cambio fisso è stato sostituito da prezzi variabili. Sebbene lo stock d’oro cresca solo dell’1%-2% all’anno, una lievissima quantità del metallo viene irrimediabilmente persa.

La percentuale di oro (finezza) nelle leghe è misurata dal carato[6] (k). L’oro puro (commercialmente chiamato oro zecchino) è designato a 24 carati (24k). Le monete d’oro inglesi destinate alla circolazione dal 1526 agli anni ’30 del secolo scorso erano tipicamente costituite da una lega standard di 22k denominata corona.

Sebbene i prezzi di alcuni metalli del gruppo del platino siano molto più alti, l’oro è ancora considerato il più desiderabile dei metalli preziosi.

Molti detentori di oro lo conservano sotto forma di lingotti o di monete come bene rifugio contro l’inflazione o le crisi economiche, sebbene la sua efficacia in quanto tale sia stata messa in dubbio. Le moderne monete di metallo prezioso per scopi di investimento o di collezione non richiedono buone proprietà di usura meccanica; sono in genere oro fino a 24k, sebbene l’American Gold Eagle e le sovrane britanniche continuino ad essere coniati in metallo 22k (0.92) come da tradizione..

Sterlina in oro 22k

(continua)

[1] Secondo la simbologia introdotta da J. J. Berzelius nel 1814, tuttora in uso.

[2] La trasmutazione degli elementi chimici è divenuta possibile nel XX secolo tramite la fisica nucleare. La prima sintesi dell’oro fu effettuata dal fisico giapponese Hantaro Nagaoka nel 1924, che sintetizzò l’oro bombardando il mercurio con neutroni. Un gruppo di fisici americani condusse lo stesso esperimento nel 1941, ottenendo lo stesso risultato e dimostrando che gli isotopi d’oro prodotti in questo modo erano tutti radioattivi. L’oro può attualmente essere prodotto in un reattore nucleare mediante irradiazione neutronica di platino o mercurio.

[3] Francis Bowyer Miller (1828-1887), inglese, saggiatore di metalli, artista e fotografo. Il suo maggior successo scientifico è stato lo sviluppo di un processo di raffinazione e tempra dell’oro che porta il suo nome. Brevettò questo processo a Londra nel 1867. Dodici mesi dopo, l’articolo che descriveva il processo fu presentato alla Chemical Society di Londra. Poco dopo il suo metodo fu applicato con successo dalla Zecca di Sydney e dalla Bank of New Zealand ad Auckland, in Nuova Zelanda.

[4] Wolf Emil Wohlwill (1835 –1912), ingegnere elettrochimico tedesco-ebraico ha inventato il processo di purificazione dell’oro che porta il suo nome nel 1874.

[5] Il sistema di Bretton Woods stabilì le regole per le relazioni commerciali e finanziarie tra Stati Uniti, Canada, Paesi dell’Europa occidentale, Australia e infine Giappone dopo gli accordi del 1944. Fu il primo esempio di una gestione pienamente negoziata allo scopo di governare le relazioni monetarie tra stati indipendenti.

[6] Il carato è principalmente utilizzato in oreficeria e metallurgia sia come unità di misura della massa di materiali preziosi, sia come indicatore di purezza delle leghe auree. Il suo nome deriva dai semi di carruba che pesano tutti circa 200 mg. Nel 1907 la IV Conférence générale des poids et mesures adottò come valore del carato (detto carato metrico) una unità di massa pari esattamente a 200 mg (0,2).

 

Riflessioni di un anti-Mida.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

Continuiamo la serie di post sugli elementi con il medesimo numero atomico dell’età di chi ne parla, da un’idea di Gianfranco Scorrano.

a cura di Benito Leoci

benitoleociFra poco perderò l’oro che mi era toccato quest’anno. Meglio! Questo metallo giallo (assorbe infatti le radiazioni blu), incorruttibile, attraente non mi è mai piaciuto. Innanzitutto perché è lui che corrompe tutti coloro che si avvicinano troppo e poi perché è falso. Illude coloro che lo detengono, fa credere di conferire loro ricchezza, potenza, benessere. Da sempre. Nel Medioevo, centinaia di studiosi, ricercatori, semplici curiosi persero i migliori anni della loro vita per ricavarlo da altri elementi. Così nacque la chimica, figlia dell’alchimia. Per la verità gli alchimisti cercavano oltre la ricchezza attraverso l’oro, anche l’immortalità preparando le più strane miscele. Sia per avere l’oro sia per trovare l’elisir dell’immortalità , molti di loro morirono. E sì. L’oro ha sulla coscienza, nella sua lunga storia, il maggior numero di morti rispetto a quelli provocati da tutti gli altri elementi messi insieme. Più dell’arsenico, del piombo, dell’uranio (che nemmeno scherzano). Molti si sono ammalati e si ammalano ancora, perché l’oro colpisce anche indirettamente, in maniera subdola. E’ il caso della Birmania. In questo paese, ora noto come Mianmar, pare a tutt’oggi, che molta gente passi le giornate, lungo le rive del fiume Irrawaddy (tre volte più lungo del Po), ove si trovano pagliuzze d’oro, mescolate a fango e sabbia.

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Golden Rock, una roccia coperta di foglie d’oro del monte Kyaikhtyio meta di pellegrinaggi lungo il fiume Irrawaddy in Birmania

Per separarlo usano ancora il mercurio e di qui tutti i noti problemi per gli incauti cercatori. A quanto si dice, quest’oro viene trasformato in foglioline che vengono poi fatte aderire alle numerose statue di Budda che si trovano ovunque. Non ho visto questi cercatori, ma ho visto molta gente che attraverso piccole teleferiche inviava le foglioline verso la sommità dei monumenti. Con queste abitudini l’oro si serve della religione per provocare danni ai malcapitati fedeli. Le statue ingrassano anno per anno, i fedeli si ammalano e muoiono, anno per anno…

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Comunque sia, chi lo possiede in grandi quantità non dorme più per il terrore di perderlo. Lo nasconde ovunque, anche nelle casseforti delle banche. Così facendo è come se non lo avessero. Questo è l’inganno peggiore. La leggenda narra (per bocca di Ovidio) di un altro inganno a spese di un certo Re Mida, la cui tomba si trova in un luogo desolato della Anatolia in Turchia, meta di turisti curiosi. Come è noto, costui ebbe da Dionisio un grande dono, così sembrava: tutto quello che toccava diventava oro. Ben presto l’incauto re si accorse che il potere ricevuto, grazie alla sua ingordigia, lo avrebbe portato a morte per fame e sete. Peggio di così… Aristotele si scervellò tentando di risolvere un dilemma: come mai l’oro che non serve a nulla presenta un valore di scambio alto (prezzi alti), mentre l’acqua che serve per vivere ha valore di scambio bassissimo (quasi non ha prezzo)? Ci sono voluti due millenni per rispondere al quesito. Un altro scherzo dell’oro dunque. Apparire quello che non si è. Possedere un valore che non si ha.

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Monete di Settimio Severo 193 aC

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Maschera aurea di Agamennone

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Ma è davvero inutile questo elemento? Una volta, in pratica fino agli anni ’70 del secolo scorso, gran parte dell’oro veniva utilizzata per fabbricare monete o come riserva per cambiare, su richiesta, i biglietti di banca in circolazione. Il sistema era noto come “gold exange standard” ed era utile in quanto i governi per stampare biglietti ovvero monete di carta dovevano possedere nelle proprie banche le quantità di oro equivalenti, secondo il prezzo dell’oro del periodo. Era utile dunque per frenare la voglia di stampare monete da parte dei governi e quindi evitare l’inflazione (aumento dei prezzi e cioè una tassa occulta a carico dei cittadini). Questo sistema non è più usato da nessuna parte. Per frenare la tendenza alla stampa in Europa si è inventato l’Euro ovvero una moneta unica per tutti i Paesi aderenti che nessuno può stampare. Se ricordo bene l’Ecuador nel 2000 ha abbandonato la sua moneta (il sucre) per utilizzare il dollaro americano. E’ un altro sistema per frenare la tendenza alla stampa… Usare le monete degli altri. Quindi l’oro attualmente viene accumulato nei forzieri delle banche o viene utilizzato per fabbricare monili, gioielli, per la felicità delle signore. Per quest’ultimo uso non viene mai usato da solo, perché molto tenero, ma in lega con altri metalli, principalmente col rame, ma anche col nichel e zinco (oro bianco ). Con quest’ultima mascherata l’oro vuol far finta di essere platino. Una parte crescente viene utilizzata per fabbricare circuiti stampati e schermi termici nel settore spaziale, per la doratura dei metalli meno nobili, il ferro in prima persona. A quanto pare in ogni computer domestico si trovano, specie nella scheda madre, ben 6 grammi di oro. Nei cellulari e nei tablet si trova oro nei punti di contatto delle batterie. In medicina, in forma colloidale viene utilizzato per la cura dell’artrite reumatoide e in amalgama nel campo dentistico. In piccole quantità viene utilizzato per scopi cosmetici, per produrre saponi, creme, ombretti, rossetti, ecc. Questi ultimi utilizzi, al contrario dei gioielli e dell’oro moneta, disperdono oro nell’ambiente che così, a causa dell’elevata entropia, non è più recuperabile per gli eccessivi costi.

Fra pochi mesi, come dicevo, lascerò l’oro e passerò al mercurio, un elemento sincero che dice quello che è. Con un po’ di attenzione non si corrono pericoli. In particolare l’oro deve fare attenzione perché se incontra il mercurio rischia di scomparire ….

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Tutto l’oro estratto finora corrisponde ad un cubo di circa 20 metri di lato (8000 metri cubi) mentre quello totale presente ancora fra crosta e oceano sarebbe pari a circa il doppio (altri 16000 metri cubi).

Il tesoro nascosto nelle fogne.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Mauro Icardi

Lo scorso 23 Marzo, in occasione del 249° meeting dell’ American Chemical Society è stato presentato un progetto di studio per valutare la possibilità economica e tecnica del recupero di metalli dai reflui fognari. Molti giornali hanno titolato in maniera a mio giudizio superficiale di “miniera d’oro nelle fogne” oppure più prosaicamente “La cacca è una miniera”. Effettivamente l’articolo che si trova sul sito della società chimica americana usa questa frase “ Sewage. Yes poop could be a source of valuable metals and criticals elements” Ma leggendo in maniera più approfondita si rivela meglio il senso dello studio.

Katlheen Smith dello United States Geological Services nel presentare il progetto spiega che recuperare metalli avrebbe il beneficio di ridurne la concentrazione nei fanghi di risulta (biosolids) provenienti dal trattamento delle acque reflue. In America (ma anche in Italia) i fanghi di risulta sono riutilizzati in agricoltura. Negli Stati Uniti si originano annualmente più di sette milioni di tonnellate di fanghi. La metà circa viene reimpiegata e sparsa nei terreni.

Questo è il primo approccio dello studio e della sperimentazione.

Il secondo approccio è invece totalmente orientato al recupero di metalli preziosi e rari che potrebbero avere un mercato. Tra questi il vanadio e il rame. Si legge che il gruppo di studio sta lavorando in collaborazione con l’industria mineraria, sperimentando per l’estrazione dei metalli dai fanghi gli stessi prodotti utilizzati per l’estrazione dei metalli dalle rocce, o per il recupero dei concentrati di miniera.

Il progetto prevede anche di raccogliere ed incrociare i dati provenienti dall’EPA (Environmental Protection Agency) ed altre agenzie simili, con quelli dell’USGS.

Esaminando fanghi di depurazione al microscopio elettronico il gruppo della Smith ha iniziato a scoprire metalli come platino, argento e oro. A loro giudizio le quantità di minerali presenti sia pure in quantità minime, sarebbero commercialmente redditizie se si trovassero in matrici rocciose. La presentazione dello studio prosegue dicendo che la convenienza economica del recupero di metalli da fanghi di depurazione andrà valutata caso per caso.

Nella foto si vedono particelle di piombo e di oro in un fango di risulta osservate al microscopio elettronico. Di dimensioni inferiori a dieci micron.

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Credo ci siano alcune considerazioni da fare. La prima che mi viene in mente dopo avere letto alcuni anni fa il libro “La terra svuotata” di Ugo Bardi è che, dopo avere svuotato la terra, adesso vogliamo scavare anche nella latrina. E’ risaputo che ci sono problemi di approvvigionamento di metalli che saranno sempre più difficili e costosi da estrarre. Come ho già avuto modo di scrivere, non ho come chimico nessuna preclusione ad immaginare che si possano ricavare dai fanghi di depurazione. Anzi sono in generale un sostenitore del recupero di energia e materiali dagli impianti di trattamento delle acque.

Sarà ovviamente importante avere a disposizione dati certi ed attendibili per la corretta valutazione della convenienza al trattamento di estrazione

Il recupero di metalli da scarti di lavorazione come bagni galvanici, rifiuti elettrici ed elettronici, scarti dell’industria metallurgica, dei bagni radiografici si effettua usualmente da tempo. Le tecniche sono quelle di lisciviazione, la separazione solido liquido, l’elettrodeposizione, e i conosciuti e già applicati trattamenti chimico fisici. Per quanto riguarda il trattamento delle acque si tratta credo di una novità.

In quasi tutti i paesi che hanno regolamentato il ciclo idrico, esistono dei limiti di accettabilità per i reflui che vengono recapitati in fognatura e poi negli impianti di trattamento centralizzati. Per quanto riguarda poi i limiti allo scarico in acque superficiali, la tendenza è quella di raggiungere standard qualitativi sempre più elevati. Ovviamente maggiori standard raggiunti nelle acque reflue depurate significheranno maggiori concentrazioni di inquinanti nei fanghi residui. E di conseguenza maggiori difficoltà nel reperimento di siti per lo smaltimento, ed anche una modifica dello scenario del conferimento degli stessi.

Queste premesse sembrerebbero essere favorevoli ad intraprendere un cammino di questo genere. Mi fanno anche pensare alla necessità di investimenti e modifiche importanti nelle strutture degli impianti tradizionali. Un impegno anche in verifiche rigorose della funzionalità dei comparti presenti negli impianti. Oltre a tutto questo a stabilire sinergie con le industrie ed i comparti produttivi. La mia esperienza di lavoro è ormai arrivata ai venticinque anni (nozze d’argento con la depurazione…). E mi sono reso conto che gli scenari sono mutati. Cosi come negli anni sono mutate abbastanza spesso le caratteristiche qualitative dei reflui in ingresso agli impianti e di conseguenza dei fanghi prodotti dal trattamento. Quindi ci dovranno essere scambi di dati ed informazioni tra industrie, gestori, enti di controllo. E gli impianti futuri dovranno essere impianti molto modulari, capaci di adattarsi a mutamenti sia nel flusso idraulico dei reflui in ingresso, sia nelle variazioni di composizione degli stessi.

In futuro si potrebbero dover modificare i protocolli di analisi. Alcuni dei metalli che lo studio americano cita, non sono presenti nei protocolli analitici usuali. Oro e vanadio per esempio.

In Italia il decreto legislativo 99 del 1992 che regolamenta l’utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura prevede di ricercare nei fanghi i valori di concentrazione di cromo, cadmio, nichel, mercurio, piombo rame e zinco, potassio.

L’ultima considerazione mi porta a considerare l’opera di Nicholas Georgescu Roegen e quello che definì il “quarto principio della termodinamica”. In sostanza un limite alle possibilità di riciclo infinito della materia.

Ma credo che ai ricercatori statunitensi debba andare il nostro sostegno ed incoraggiamento. Insomma le fognature come miniere sono la rappresentazione dei nostri tempi. Che ci vedranno impegnati nella modifica di molti processi produttivi. In tutto questo penso che la chimica ed i chimici saranno molto impegnati.

Chiudo con la citazione dello studio dell’USGS statunitense che in un recente environmental Science and Paper (2015, DOI: 10.1021 / es505329q) ha calcolato che il valore economico dei rifiuti prodotti da un milione di americani potrebbe valere 13 milioni di dollari in metalli.

Link della presentazione dello studio dell’American Chemical Society

http://www.acs.org/content/acs/en/pressroom/newsreleases/2015/march/sewage-yes-poop-could-be-a-source-of-valuable-metals-and-critical-elements.html