Smontare i mattoncini.

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Mauro Icardi

L’idea del titolo mi è venuta facendo una riflessione sulla vicenda della diffusione ambientale dei PFAS.

Il problema della diffusione nell’ambiente e della concentrazione nell’organismo umano, e particolarmente nel sangue dei composti perfluoroalchilici è attualmente uno dei problemi ambientali più gravi. Grave perché ,sia in Italia e particolarmente in Veneto, ma anche in vaste zone degli Stati Uniti questo tipo di composti , massicciamente e capillarmente diffusi nell’ambiente hanno contaminato le falde acquifere da cui si prelevano acque destinate all’uso idropotabile.

Nella zona di Vicenza si è ipotizzato che la responsabilità sia da attribuire ad una azienda che utilizza questo tipo di composti organici, e che non ha gestito correttamente il ciclo di depurazione dei propri reflui.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, ed in particolare nella zona di Portsmouth nel New Hampshire la concentrazione di questi composti nell’acqua potabile sembra sia invece dovuta alle esercitazioni antincendio che venivano effettuate in una base dell’aeronautica militare degli Stati Uniti. Nell’area di questa base venivano dati alle fiamme vecchi aerei per esercitazione. Gli addetti della base provvedevano a spegnere gli incendi così provocati con estintori nei quali questo tipo di composti erano presenti. Le schiume percolavano nel terreno, e da qui hanno raggiunto le falde acquifere. Nessuno si è mai preoccupato delle conseguenze di questo tipo di attività, francamente piuttosto discutibile e gestita con una incredibile superficialità.

Se si può pensare che non fossero ancora note le caratteristiche di tossicità di questi composti, e anche vero che negli Stati Uniti venne pubblicato fin dal 1962 un bestseller dell’ambientalismo : “Primavera silenziosa” di Rachel Carson. In questo libro si parlava dell’uso indiscriminato di DDT e pesticidi.Ma in ogni caso si metteva già in luce il meccanismo di accumulo di composti tossici principalmente nelle zone adipose del corpo umano, e anche nel latte materno. Questo avrebbe dovuto essere uno spunto per l’adozione di un principio di precauzione. La capacità dell’essere umano di ragionare in prospettiva e di andare oltre ai presunti benefici immediati, e di pensare a limitare il proprio impatto sull’ambiente, sembra essere un insormontabile limite ancestrale. Quasi che molte nostre azioni siano legate al cervello arcaico, quello che ci impedisce ogni attività pensata, pianificata e guidata dalla razionalità.

Tornando ai PFAS si stanno cominciando a prendere le contromisure del caso, si stanno cercando di identificare dei limiti adeguati. Gli studi sono condotti dall’EPA (Enviromental Protection Agency) e dall’OMS. Si sa che nel caso di questi composti l’accumulo avviene principalmente a livello del sangue. Così come si è riusciti a capire che i composti a lunga catena di carbonio (in generale da otto atomi di carbonio e oltre) sono quelli che tramite il meccanismo di riassorbimento nei tubuli renali transitano nei reni e sono eliminati solo parzialmente attraverso l’eliminazione urinaria.

I composti a catena di carbonio più corta invece riescono ad essere espulsi dal corpo umano nel giro di pochi giorni. Per questa ragione i principali produttori di PFAS negli Staiti Uniti, Europa e Giappone hanno aderito ad un accordo volontario per eliminare i composti a lunga catena di carbonio quali l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e il perfluoroottanosulfonato (PFOS). Ma le aziende che non hanno aderito a questo accordo volontario continuano a produrre, importare o usare questo tipo di composti a lunga catena di carbonio. Circa 500 tonnellate/anno sono ancora prodotte dalle industrie cinesi.

I dati sulla tossicità di questi composti sono ancora oggetto di studio, ma l’accordo ha permesso di conseguire qualche risultato che da qualche speranza. Se all’inizio dei controlli sistematici la concentrazione di PFAS nel sangue dei cittadini americani era pari a circa 5 ng/lt, nel 2012 questa concentrazione è risultata all’incirca dimezzata. Composti di questo tipo, usati per realizzare tessuti impermeabili all’acqua, in particolare per uso sportivo, nella schiuma per estintori, e nei rivestimenti d i cartoni per alimenti sono come si può intuire inquinanti persistenti ed ubiqui. Oltre all’ingestione di acqua contaminata vengono molto spesso assorbiti attraverso il consumo di pesce contaminato.

La produzione di composti a catena corta che non subiscono accumulo persistente nell’organismo è una vittoria solo parziale. Perché sposta il problema a livello ambientale. Nel corso degli anni sono stati prodotti ed immessi sul mercato almeno 3000 tipologie di molecole di questo tipo. Molecole costruite sulla base del legame carbonio-fluoro, dalla grande stabilità strutturale ma praticamente impossibili a degradarsi per via naturale dalle comunità di microrganismi. L’unica possibilità attuale è la diluizione e la dispersione, che come si può ben intuire è la peggiore delle soluzioni.

A questo punto la sfida che l’industria chimica dovrebbe affrontare è quella di un nuovo modo di costruire le molecole. Pensando a renderle meno stabili, meno indistruttibili alla fine del ciclo di vita. Questa è a mio parere forse la sfida più grande che la chimica industriale deve affrontare. Ma che non può più essere rimandata per molto tempo ancora. Affrontare questo impegno avrebbe il duplice effetto di diminuire una tendenza alla cronicizzazione di effetti tossici ancora non provati, ma che potrebbero essere responsabili di gravi patologie, quali tumori, problemi ormonali e diabete. La seconda quella di cambiare l’immagine della chimica, che sconta comunque sempre in maniera non corretta una specie di peccato originale. La chimica industriale negli anni ha raccolto ed esaudito le istanze che venivano anche dai consumatori. Le belle catene di molecole che sembravano i mattoncini delle costruzioni devono essere smontate e ricomposte in altro modo. Qualcosa di simile a quanto avvenuto con la linearizzazione delle molecole dei tensioattivi. Ora che ci siamo resi conto che i rischi sono superiori, o non proporzionali ai benefici, anche i semplici cittadini possono e devono orientare le scelte delle aziende. Con le loro scelte personali. In fin dei conti nel passato ci si riparava dalle piogge con la tela cerata.

Gli ultimi attori di questo cambiamento devono essere gli esponenti della classe politica. Ritrovando l’essenza del concetto di polis, di arte del governo devono destinare fondi alla ricerca. Perché non ci sono solo i PFAS che si concentrano nell’ambiente. Anzi potrebbero essere solo la punta dell’iceberg.

 

Inquinamento da PFAS in Veneto. Riflessioni.

Mauro Icardi

La vicenda è venuta alla ribalta nel 2013. Durante l’effettuazione di ricerche sperimentali da parte del Ministero dell’Ambiente sui nuovi inquinanti “emergenti” è stata verificata la presenza di PFAS (Perfluoroalchili) in acque superficiali, sotterranee e potabili in Veneto. La zona interessata dall’inquinamento da PFAS comprendeva il territorio della bassa Valle dell’Agno (VI), e alcuni ambiti delle province di Padova e Verona .

E’ stata attivata una commissione tecnica regionale che ha provveduto ad emanare dei limiti di concentrazione ammissibili. Tali limiti non sono previsti nel D.lgs. 31/2001, che attua la direttiva 98/83/CE.

Non tutti i parametri sono presenti nelle tabelle del decreto, e questo per ovvi motivi. Il numero di sostanze che sono presenti e normate deriva dalle conoscenze scientifiche disponibili. Per queste sostanze viene fissato un valore di parametro che generalmente raccoglie gli orientamenti indicati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Per altri tipi di composti non normati si può applicare il principio generale presente nel Decreto 31 cioè che: “Le acque destinate al consumo umano non devono contenere microrganismi e parassiti, né altre sostanze, in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana

La regione Veneto dopo aver riscontrato la presenza di questi inquinanti ha richiesto il supporto tecnico -scientifico del Ministero dell’ambiente e fissato dei limiti provvisori per il PFOA (Acido perfluorottanoico) pari a 0,5 microgrammi/litro, e di 0,03 microgrammi/litro per il PFOS (Acido perfluoroottansolfonico).

Oltre a questo si sono definite misure di emergenza per i gestori del ciclo idrico che hanno installato filtri specifici a carbone attivo per la rimozione di questi inquinanti.

E’ stato attivato un sistema di sorveglianza analitica, formazione per il personale sanitario e tecnico, un regolamento per l’utilizzo dei pozzi privati ad uso potabile. I cittadini che utilizzano pozzi, sia per uso potabile che per preparazione di alimenti devono ricercare la presenza di PFAS nelle acque prelevate allo scopo.

E’ stato attuato anche il biomonitoraggio della popolazione residente che si è concluso a fine 2016 mostrando livelli significativi di PFAS nel sangue di circa 60.000 persone.

L’ARPA del Veneto ha effettuato misurazioni che hanno riguardato falde ed acque superficiali per definire l’area interessata dal problema di inquinamento e definirne la provenienza.

Individuando come la contaminazione prevalente fosse dovuta agli scarichi di uno stabilimento chimico situato a Trissino in provincia di Vicenza.

Questo il preambolo generale. Ma ci sono alcune riflessioni da fare. A distanza di decenni lascia quantomeno sgomenti verificare che ancora oggi un problema di inquinamento ambientale sia dovuto ad una gestione scorretta dei reflui di lavorazione di un’industria.

Non è accettabile questo, perché negli anni abbiamo già dovuto assistere ad altri casi emblematici, casi che ormai sono parte della letteratura. Seveso, Priolo, Marghera, Casale Monferrato, Brescia. E ne dimentico certamente altri. Questo del Veneto sarà l’ennesimo caso. Occorre trovare l’equilibrio. La riconversione dei processi produttivi nell’industria chimica è ormai un’esigenza non rimandabile ulteriormente. Allo stesso tempo non è alla chimica come scienza che si deve imputare tout court il verificarsi di questi episodi, bensì ad una visione alterata di quelli che sono i nostri bisogni reali. L’azienda ritenuta responsabile dell’inquinamento sta affrontando il processo di riconversione. E questo come è probabile comporterà un percorso probabilmente lungo e tormentato. Non sempre le esigenze di occupazione e tutela ambientale seguono gli stessi percorsi.

Questo episodio deve fare riflettere anche per quanto riguarda la gestione del ciclo idrico. L’Italia deve investire e formare tecnici. Occorre dare una forma ad una gestione che al momento è ancora decisamente troppo frammentata e dispersa. Questo non significa, come spesso molti temono, innescare un processo contrario alla volontà espressa nel referendum del 2011. Ma mettere in grado le varie realtà territoriali di gestire emergenze che (purtroppo) potrebbero anche ripetersi.

Sono necessarie sinergie tra tutti i soggetti coinvolti (ISS, ARPA, Gestori del ciclo idrico).

L’ultima riflessione è molto personale, ma la ritengo ugualmente importante. Niente di tutto questo potrà prescindere da una più capillare educazione scientifica ed ambientale. Che riguardi non solo chi sta seguendo un corso di studi, ma in generale la pubblica opinione. Un cittadino compiutamente e doverosamente informato è un cittadino che può operare scelte più consapevoli. La spinta al cambiamento, alla riconversione dei processi produttivi parte anche da questo.

Approfondimenti.http://areeweb.polito.it/strutture/cemed/sistemaperiodico/s14/e14_1_01.html

https://sian.ulss20.verona.it/iweb/521/categorie.html

http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/allegati-pagine-generiche/pfas-relazioni-attivita-arpav/Contaminazione_da_PFAS_Azioni_ARPAV_Riassunto_attivita_giu2013_gen2017.pdf

Nota del post master. Si stima che nel periodo 1970-2002 siano state utilizzate nel mondo 96.000 tonnellate di POSF (perfluorooctanesulphonyl fluoride) con emissioni globali di POSF tra 650 e 2.600 ton e di 6.5-130 ton di PFOS. La maggior parte del rilascio avviene in acqua (98%) e il rimanente in aria. Non sono biodegradabili in impianti a fanghi attivi.

Chimicamente alla moda. 2.

(la prima parte di questo post è pubblicata qui).

Marino Melissano

(seconda parte)

Coloranti azoici

Detti anche azocoloranti, derivano formalmente dall’azobenzene. Presentano colori brillanti e buoni requisiti tintoriali anche se, rispetto ad altri coloranti, sono meno stabili alla luce, al lavaggio e al candeggio.

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Il Metilarancio un esempio di colorante azoico.

I coloranti Azoici sono composti caratterizzati dalla presenza di uno o più gruppi azoici (-N=N-), in genere in numero da 1 a 4 , legati a radicali fenilici o naftilici , che sono generalmente sostituiti con alcune combinazioni di gruppi funzionali che includono: ammine (-NH2), cloruri (-Cl), idrossili (-OH), metili (-CH3), nitro (-NO2), acido solfonico sali di sodio (-SO3Na+. I coloranti azoici , sintetizzati a partire da composti aromatici non sono basici in soluzione acquosa (a causa della presenza dei legami N=N, che riducono la possibilità di avere elettroni spaiati sugli atomi di azoto) , sono facilmente ridotti a idrazine e ammine primarie, funzionando come buoni ossidanti.

Di conseguenza i coloranti azoici possono rilasciare una o più ammine aromatiche che sono cancerogene in concentrazioni superiori a 30 mg/kg (0,003 % in peso). Per questo, non possono essere utilizzati come coloranti di articoli tessili e di cuoio che potrebbero entrare in contatto diretto e prolungato con la pelle.

A questo proposito esiste una delle restrizioni cogenti più conosciute. E’ stata introdotta negli anni ’90 e recepita dalla Direttiva CE 2002/61, che, oggi, è stata sostituita dal Regolamento REACH ed è stata recepita anche dalla legislazione di molti Paesi extra UE (Cina ad esempio).

Le ammine cancerogene previste sono 22.

I metodi da seguire per l’esecuzione delle prove sono ben definiti, (EN 14362-1 e EN 14362-3), eppure queste sostanze sono ancora usate, soprattutto per il loro basso costo. Siveda per esempio:

http://cirs-reach.com/Testing/AZO_Dyes.html

E’ interessante notare che in un studio analogo a quello di GP (European survey on the presence of banned azodyes in textiles) condotto nel laboratorio ISPRA per l’UE sullo specifico problema dei colorati azoici e dei loro derivati cancerogeni nei tessuti nel 2008 il numero di campioni esaminati non fu diverso come ordine di grandezza da quelli esaminati dallo studio GP e anche i risultati non si distaccarono troppo. Vale la pena di dire che in quel caso ci fu forse più attenzione ai dettagli statistici del problema, come si può evincere dall’abstract del lavoro che accludiamo in nota (Nota ISPRA 2008[i], lavoro intero scaricabile qui).

Anche nel caso dei coloranti azoici oltre il contatto diretto esiste la possibilità dell’assorbimento tramite la catena alimentare, la qual cosa indica anche un potenziale danno ambientale oltre che il ritorno “sistemico” verso la specie umana, che come super-super-predatore diventa così il collettore di tutto ciò che essa medesima scarica nell’ambiente. Questo fenomeno per i coloranti azoici è documentato in un recente testo.

The discharge of azo dyes into water bodies presents human and ecological risks, since both the original dyes and their biotransformation products can show toxic effects, mainly causing DNA damage. Azo dyes are widely used by different industries, and part of the dyes used for coloring purposes is discharged into the environment. The azo dyes constitute an important class of environmental mutagens, and hence the development of non- genotoxic dyes and investment in research to find effective treatments for effluents and drinking water is required, in order to avoid environmental and human exposure to these compounds and prevent the deleterious effects they can have on humans and aquatic organisms.

Nella ricerca GP gli azoici sono stati trovati in un numero molto limitato di casi; le immmagini e il marchio implicato in questo caso si possono trovare nel report originale.

Formaldeide

Gas incolore, dall’odore penetrante, ha la proprietà di uccidere batteri, funghi e virus, perciò viene largamente impiegato come disinfettante e conservante in moltissime produzioni industriali: mobili, vernici, truciolati, colle, detersivi, materiali isolanti. E’, inoltre, utilizzata come agente reticolante per le paste da stampa e come ausiliario nella concia delle pelli.

Essendo un gas, viene rilasciato nell’aria, provocando irritazioni e bruciori a occhi, naso e gola, ma anche cefalee, stanchezza e malessere generale. È solubile nell’acqua, perciò i lavaggi ne riducono la concentrazione fino alla totale scomparsa.

In campo tessile, la formaldeide può essere rilasciata dalle resine utilizzate per conferire agli abiti le caratteristiche antipiega. Negli anni più recenti, a livello europeo, tale rischio è estremamente contenuto, grazie ai progressi dell’industria chimica, che hanno consentito un’ottimizzazione consistente delle resine che, se correttamente applicate, sono definibili a “zero contenuto di formaldeide”.

Il primo paese a livello mondiale che ha posto restrizioni sul valore di formaldeide rilasciata da un tessuto è stato il Giappone (1973 – legge 112) che, per oggetti destinati ai bambini, ne impone di fatto l’assenza.

Gradualmente anche i paesi europei si sono adeguati e, pur con limiti diversi, esistono leggi che ne regolamentano l’utilizzo nella maggior parte di essi (Germania, Austria, Olanda, Francia, Norvegia, Finlandia, Slovenia, Repubblica Ceca).

Il metodo più noto per la determinazione della formaldeide nei tessuti trattati è il metodo giapponese JIS L 1041. Esiste tuttavia una norma europea sostanzialmente equivalente: la EN ISO 14184-1, mentre per il cuoio si applicano i metodi della serie EN ISO 17226.

A livello di Unione Europea non esiste tuttavia un divieto o una restrizione specifica applicata al settore tessile, neppure in ambito REACH. Le restrizioni sono invece previste da alcuni marchi volontari, che, di fatto, si rifanno alla legge giapponese prevedendo in genere come limiti massimi:

da 16 a 20 mg/kg (bambini); 75 mg/kg (per prodotti a contatto con la pelle); 150- 300 mg/kg

(per prodotti non a contatto con la pelle).

Comunque la formaldeide, che si usa fin dal 1923, è considerata a basso livello di concentrazione se presente nel prodotto finale a meno di 100ppm, ossia meno di 100mg/kg di tessuto.

Anche questa sostanza e’ stata trovata in alcuni jeans (https://pubs.acs.org/cen/government/88/8836gov2.html) ma non nei test effettuati da Green Peace.

Metalli pesanti

Cadmio, Piombo, Mercurio, Cromo(VI), Nichel. I metalli pesanti come cadmio, piombo e mercurio vengono utilizzati in alcuni coloranti e pigmenti. Questi metalli possono accumularsi nel corpo per molto tempo e sono altamente tossici, con effetti irreversibili, inclusi i danni al sistema nervoso (Piombo e Mercurio) o al fegato (Cadmio).

Il Cadmio è anche un noto cancerogeno.

Il Cromo(VI) che è utilizzato in alcuni processi tessili e conciari dell’industria calzaturiera è fortemente tossico, anche a basse concentrazioni, per molti organismi acquatici. Qualsiasi articolo in cuoio, o parte in cuoio di un articolo, che entri a contatto diretto o indiretto con la pelle non dovrà contenere Cromo(VI) in concentrazione superiore o uguale a 3 mg/kg di materiale “secco” (0,0003%)perché provoca, tra l’altro, dermatiti, allergie e irritazioni. La concentrazione massima indicata nel Regolamento REACH coincide con il limite di rilevabilità del metodo di prova ufficiale, EN ISO 17075.

I composti del Cromo(VI) sono stati valutati dall’IARC come cancerogeni per l’uomo.

Il Nichel rilasciato dai coloranti usati per tingere, è fortemente allergizzante.

Dal primo maggio 2015 l’Ue ha vietato la vendita di scarpe e pelletteria in cui la concentrazione del metallo superi i 3 mg/kg.

Anche Cadmio, Mercurio e Piombo sono stati classificati come ‘sostanze pericolose prioritarie’ ai sensi della normativa dell’Unione europea sulle acque e sottoposti a rigorose restrizioni.

Trovati in biancheria intima, jeans, maglie da calcio. E’ interessante notare che negli allarmi RAPEX una quota significativa è relativa all’uso di qualcuno di questi metalli, specie nei pellami per uso umano. (Infine il Nichel non dimentichiamolo è un componente delle monete che usiamo tutti i giorni e la sua presenza in concentrazione superiore a quella che può scatenare dermatiti è stata denunciata in tempi e luoghi non sospetti (http://www.nature.com/news/2002/020912/full/news020909-9.html))

Perfluorocarburi (PFC)

Composti contenenti in modo preponderante legami carbonio-fluoro. La loro particolare struttura li rende idrofobici e lipofobici, ovvero in grado di repellere l’acqua e le sostanze oleose/grasse

Sono utilizzati per rendere i tessuti e oggetti impermeabili, resistenti all’acqua e resistenti alle macchie.

E’ dimostrato che i PFC sono tossici e bioresistenti. e che un’esposizione a PFC è correlata a minore peso alla nascita nei neonati, colesterolo elevato, infiammazione al fegato, indebolimento del sistema immunitario, tumore del testicolo, obesità
Trovati in tessuti outdoor e per sportivi anche di grandi marche. D’altronde sappiamo che la produzione di questi materiali per i più disparati usi ha avuto un effetto di inquinamento notevole nelle zone di produzione, fra cui alcuni dei nostri distretti industriali (http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2016/20-aprile-2016/inquinamento-miteni-valori-pfas-superiori-limiti-240327880018.shtml).

Abbiamo velocemente tratteggiato la situazione, ma ovviamente questa descrizione non è completa non solo perché il mercato evolve ma anche perchè evolve la chimica e cambiano i metodi di produzione ed analisi e le conoscenze mediche.

Esistono e da molti anni leggi e numerosi protocolli di sicurezza (come Oeko-Tex) a cui le aziende si attengono, ma dato che nonostante tutto i problemi ci sono, come abbiamo visto, Altroconsumo, insieme a Greenpeace, ha chiesto ai marchi d’abbigliamento di andare oltre il Reg. REACH e la certificazione Oeko-Tex ed eliminare dalla produzione, gradualmente entro il 2020, tutte le sostanze tossiche.

Nasce così la Campagna DETOX.melissano22

La campagna Detox di Greenpeace chiede ai marchi della moda di impegnarsi su base del tutto volontaria nell’eliminare l’utilizzo di tutte le sostanze pericolose entro il 2020 e chiede a tutti i loro fornitori, nell’ottica della massima trasparenza, di rendere pubblici su una piattaforma online indipendente, i dati relativi allo scarico di inquinanti dalle loro strutture.

Diventa sempre più ampia la lista di aziende che hanno scelto di sottoscrivere l’impegno Detox, tra cui 35 gruppi della moda e dell’abbigliamento che rappresentano più di 100 marchi, che da soli costituiscono il 15% ,in termini di fatturato, della produzione tessile mondiale. Ciononostante anche nel nostro paese la copertura è a macchia di leopardo.

Tra gli aderenti alla campagna ci sono vari grandi gruppi e marchi internazionali, interi distrettti produttivi del tessile italiano e il numero cresce di continuo; negli ultimi giorni per esempio avrete letto sui giornali che il gruppo Gore Fabrics si è impegnato ad eliminare i derivati perfluorurati la cui produzione si è dimostrata ecologicamente nociva.

Trovate la lista delle aziende che hanno sottoscritto l’impegno Detox e il testo dello stesso su https://www.confindustriatoscananord.it/chi-siamo/attivita-e-progetti-speciali/detox

L’iniziativa Detox è del 2011 ed ha catalizzato a sua volta altre iniziative come per esempio ZHDC (Zero Discharge of Hazardous (ZDHC) Programme); è da dire che questa iniziativa va a rilento.

Infatti sebbene esista una lista di prodotti che sono bannati non dall’uso generale nel procedimento produttivo ma dall’uso intenzionale, sul sito troviamo scritto ancora oggi:

In 2014, the Programme began developing a universal set of XML-standards to organise the way key chemical data should be collected and shared for the benefit of all stakeholders.

In 2016, the Programme will release the ZDHC Chemical Registry, an online data sharing portal for chemical companies to asses a product’s compliance against ZDHC’s MRSL. Read more on the Chemical Registry here.

Ma sfortunatamente quel link “here” è vuoto.

Per comprendere uno dei limiti di questa impostazione si può fare riferimento all’uso di NPE che è il più comune degli alchilfenoletossilati; NPE non è consentito come uso diretto e questo va benissimo, ma può essere usato in prodotti che lo contengono come “impurezza” fino ad una concentrazione di 500ppm, ossia 500mg/kg di prodotto; la concentrazione permessa nel prodotto finale non deve superare 100ppm (0.01%); è chiaro che esiste una “driving force” per far diffondere l’impurezza in quantità anche superiori a quelle consentite.

Inoltre se si va a vedere in dettaglio si trova che la concentrazione massima tollerata per NPE è superiore alla concentrazione critica micellare (CMC) della sostanza; in pratica il protocollo (e la legge europea) consente di usarla ancora come tensioattivo (infatti la CMC di NPE15 è 0.1mM, ossia 22mg/kg (22ppm) contro un limite legale di 100 ppm (0.01% nella legge europea nel prodotto finale e un limite concesso nel protocollo ZHDC di 500ppm, quasi 25 volte superiore); per le varie lunghezze di catena degli etossilati la CMC varia ma è comunque inferiore a 100ppm!

Non è comunque banale fare un confronto fra i due approcci, mentre per meglio approfondire i risultati già ottenuti del progetto Detox si può guardare ai risultati degli scarichi in alcune zone industriali italiane.

Che cosa possiamo fare, prima di acquistare un capo di moda?

In realtà è necessaria un’attività di informazione, dalla filiera e al consumatore, sia sulle sostanze utilizzate e sui relativi rischi potenziali sia sull’attività di prevenzione che fanno le aziende.

Le fibre artificiali (quelle naturali modificate) e quelle sintetiche (dette anche “man-made“, sintetizzate dall’uomo), che coprono oggi il 70% dei consumi mondiali di fibre tessili, arrivano in buona parte dall’Estremo Oriente. Anche in questo blog si è detto altre volte che il primo produttore chimico mondiale con una quota del 66%, è la Cina, che esporta in Europa prodotti meno costosi e a volte già trattati con dei coloranti. Per questo motivo la semplice richiesta della etichetta “made in Italy”, di per se, non esclude prodotti confezionati in Italia, ma con tessuti importati da altri paesi i cui controlli potrebbero essere meno efficienti.

I vestiti non parlano, non ci raccontano la loro storia e le sole etichette non ci aiutano nella scelta. Cerchiamo certificazioni sulla sostenibilità (Oeko-Tex) e smart labels di “Made in colours”, con codice a barre o QR code, che permette di conoscere tutte le sostanze usate nel ciclo produttivo.

Altroconsumo consiglia i marchi che hanno firmato l’accordo Detox e che si sono classificati Detox leader mentre altri non lo hanno fatto.

Più in generale:

Evitiamo l’acquisto di indumenti con stampe plastificate ed etichettati come: antiaderente, resistente alle macchie e all’acqua.

  • Laviamo i capi prima di indossarli per la prima volta
  • Evitiamo di far indossare a bambini e adolescenti capi di dubbia qualità. Se si notano sulla pelle reazioni allergiche imputabili a un capo di abbigliamento, segnaliamolo anche all’associazione Tessile e Salute, che indicherà un laboratorio per far analizzare il capo sospetto.
  • Per lo sport ricordiamo che il sudore e il calore favoriscono l’assorbimento delle sostanze rilasciate dai tessuti e potenzialmente dannose per cui massima attenzione.
  • Evitiamo indumenti con un’etichetta mancante o contraffatta
  • In ultimo ricordiamo che il suggerimento di preferire il cotone bianco per la biancheria potrebbe essere insufficiente (infatti non possiamo escludere che un capo di colore bianco non contenga di per se sostanze potenzialmente dannose e perfino non possiamo escludere trattamenti con sostanze coloranti che esaltino il bianco, in fondo l’occhio non è uno spettrofotometro, pensiamo agli effetti di certi derivati degli stilbeni con proprietà fluorescenti e comunemente usati a questo scopo)

PIU’ ETICA E MENO ESTETICA

L’inversione di tendenza in campo ambientale non è data solo dall’avvento di prodotti che non siano dannosi per l’uomo, (così detti verdi), ma forse ancor più dai nostri comportamenti. E qui sorge ancora la domanda: siamo veramente pronti a cambiare il nostro stile di vita? Siamo convinti che occorre rinunciare a qualcosa e, che l’era del consumismo sfrenato è finita?

  • Come al solito, siamo degli autodidatti e come tali il percorso è lungo.

In Italia manca un’educazione ambientale, intesa non solo come rispetto della Natura, ma anche come educazione ad un futuro migliore, ecologicamente, economicamente e socialmente sostenibile, in cui ben si inserirebbe il vestire sostenibile.

Questa è la vera sfida su cui ognuno di noi è chiamato a dare il suo contributo e il ruolo del Chimico sia nei processi di analisi e di controllo, sia nei processi di sintesi di sostanze che sostituiscano quelle dannose, è essenziale.

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[i] Nota ISPRA 2008: A European survey on the presence of banned azodyes in textiles, in particular textile clothing, produced all over the world was performed. The selection of fabrics was planned among coloured textile products, in order to cover as many different types of fibres and type of garments as possible. The whole population was considered as target. Samples were bought in 24 Member States of the European Union, from different sources, with different compositions and various production countries or areas. Part of them was printed and some were “easy care” or Oeko-Tex labelled. A total of 116 samples were analysed with standard method EN 14362-1 (without extraction) and 72 also with standard method EN 14362-2 (with extraction). Measurements were performed in duplicate and standard deviations were calculated.

In the case of the method without extraction, 2.6 % of samples (3 out of 116) intended to be in direct contact with skin contained over 30 mg/kg of some banned aromatic amines, which is the limit established by Directive 2002/61/EC. The highest concentration (434.2 mg/kg) was measured for benzidine. Other ten samples (8.6 %) contained some prohibited aromatic amines in levels lower than the limit. Comparison between method EN 14362-1 and a slightly modified version of it showed that generally the standard method gave lower results than the ones obtained with the modified one.

Considering the method with extraction from fibres, only one sample T188 contained some banned aromatic amines, one of which, benzidine, in concentration of 39.0 mg/kg. Several not carcinogenic aromatic amines, different from the ones listed in Directive 2002/61/EC, were detected in 21 samples. They were quantified based on calibration curves of some banned aromatic amines of similar structure. Their concentration was often higher than 30 mg/kg and in certain cases even higher than 100 mg/kg. Colour fastness to washing, perspiration and saliva was evaluated for the samples which contained some forbidden aromatic amines, in order to estimate the tendency of dyes to migrate. Results showed a very high colour fastness in terms of colour degradation, except for some samples including the two positive ones T188 and T292. On the contrary, colour fastness in terms of staining was not high, in particular on polyamide. Staining was generally higher to washing at 60°C than to saliva at 37°C; the lowest staining was obtained to perspiration at 37°C. Almost no differences were observed among results obtained with acid and basic saliva or with acid and basic perspiration simulants. The three positive samples T148, T188 and T292 were among the worst specimens concerning both colour degradation and staining.

Following the recommendations of the European Chemical Bureau’s Technical Guidance Document, data were used to estimate adult and child dermal exposure to carcinogenic aromatic amines. From data obtained with the EN-14362-1 standard method and the modified one, the maximum dermal uptakes evaluated in the case of a child were 8.2 and 11.8 mg/kg bw and, in the case of an adult, 3.1 and 4.4 mg/kg bw respectively.