La diversa presenza di Primo Levi

Mauro Icardi

Il prossimo 11 Aprile ricorrerà il trentesimo anniversario della morte di Primo Levi. E sul web, sui giornali già si possono leggere molti articoli che ne ricordano la figura di uomo, di reduce dell’olocausto, di scrittore. Non ultimo di chimico. Il salone del libro di Torino ne ricorderà l’opera e la figura, e nel 2017 è stata pubblicata la nuova edizione ampliata delle Opere Complete in due volumi, che sarà completato da un terzo volume che raccoglie le interviste che Levi rilasciò. Il festival della scienza e dell’innovazione di Settimo Torinese che si terrà dal 15 al 22 Ottobre prossimi sarà dedicato a Levi e alla chimica.

Nel mare magnum di cose che si scriveranno mi sentivo di voler fare un piccolo omaggio. Partendo da una considerazione fatta da Ernesto Ferrero, cioè che non sono trascorsi trent’anni dall’assenza di Levi, ma bensì dalla sua “diversa presenza”. E trovo che davvero questa frase sia la descrizione più vera. Mai come oggi, e costantemente da quel 11 Aprile del 1987 la parabola di Levi è cresciuta, rivelando un tesoro inestimabile di opere, di scritti che dovrebbero di fatto trasferire la sua opera nel novero degli autori che sono i capisaldi delle antologie scolastiche. Cosa che ai tempi in cui ho studiato io non era poi così evidente e chiara. Levi si mescolava e confondeva con altri autori del memorialismo della deportazione e dell’olocausto.

La notizia della sua morte mi giunse inaspettata. Ma credo non soltanto a me. Levi era ormai scrittore a tutti gli effetti fin dal 1975, anno del suo pensionamento dalla carica di direttore tecnico della Siva. L’avevo conosciuto leggendo per primo “Il sistema periodico” verso la fine degli anni 70, quando il libro era già uscito da circa quattro anni. Un libro che mi aveva decisamente rapito e affascinato.

Vi erano certamente nel libro riferimenti al tragico periodo storico che Levi andava vivendo, in particolare le leggi razziali e la cattura da parte dei nazifascisti. Ma il libro mi affascinava per le descrizioni del laboratorio, delle esperienze che lo scrittore faceva. Del racconto “Ferro” dedicato alla figura di Sandro Delmastro mi appassionava la parte dedicata all’analisi qualitativa sistematica, purtroppo ormai cancellata dai programmi scolastici negli Istituti Tecnici.

Levi collaborava con il quotidiano “La stampa” ed il mensile “Airone” e quindi leggevo i suoi articoli con moltissimo interesse. Uno in particolare lo trovai davvero inusuale e moderno: “Il gabbiano di Chivasso” una intervista immaginaria con un gabbiano ormai dedito a frugare nelle discariche, piuttosto che a scrutare il mare per procurarsi il pesce, pubblicata sul numero di Marzo 1987 nella rubrica “Zoo immaginario- Le storie naturali di Primo Levi”. In quel periodo molte riviste scientifiche o ambientalistiche trattavano dell’argomento della sempre più frequente inurbazione di animali selvatici, dalle volpi fino appunto ai gabbiani.

Soltanto un mese dopo Levi diventò “diversamente presente”. Io non abitavo più a Settimo Torinese ed ero andato a lavorare da due mesi in una azienda che faceva vernici nelle vicinanze di Varese. Un trasferimento tutto sommato anomalo tra Piemonte e Lombardia, visto che i nati a Torino sono definiti dispregiativamente “bogia nen” che per i non Torinesi significa una tendenza negativa all’immobilismo. Per me significava uscire dalla famiglia e crearmene una mia. Levi relativamente al suo trasferimento a Milano dice che “E’ cosa risaputa che i Torinesi trapiantati a Milano non vi allignano o vi allignano male”. Non è sempre così, ma è vero che certi tratti caratteriali dei Torinesi siano molto simili, e che il legame con la città sia sempre particolarmente forte.

Ricordo perfettamente che il proprietario mi chiese se “conoscessi il Dottor Levi” visto che nativo di Torino, provenivo proprio da Settimo Torinese. Lui lo aveva conosciuto, ed era logico visto il comune mestiere di fabbricanti di vernici, sia pure destinate ad usi diversi. Per i fili elettrici quelle prodotte a Settimo Torinese, per il legno quelle prodotte a Mornago. La domanda mi colse di sorpresa, ma dovetti ovviamente dire di no.

Non ho mai avuto questa possibilità. Levi teneva molte lezioni nelle scuole per parlare dell’esperienza del Lager ma non venne, o non fu mai invitato in quelle che ho frequentato.

Durante un ritorno a casa dei miei appresi dal notiziario radio la notizia della sua morte. Inaspettata, improvvisa. Strana e con un certo alone di mistero. Quasi una maledizione che sembrava accumunarlo a Cesare Pavese. Sul sito del centro internazionale di studi a conclusione della biografia si legge “Muore suicida nella sua casa di Torino”.

Evitai di leggere articoli che indagassero troppo sulle ragioni del suo gesto, qualunque potessero essere. Mi colpirono due cose: la prima era un mio ricordo personale. Quando ero ragazzo, all’incirca negli anni tra la fine delle elementari e le medie spesso arrivavo in bicicletta fino al cancello della Siva. La ragione era semplice. La fabbrica era situata alla periferia di Settimo, ed io partivo da casa giurando di restare intorno all’isolato, invece mi spingevo ad esplorare la zona industriale. Ho il ricordo della colonna di cui parla Levi nel capitolo “Clausura” de “La chiave a stella”, che rivedevo anche ogni volta che ritornavo dai miei in automobile anni dopo. Ma da bambino mi affascinava come ogni altra cosa che non si conosce. Quando la curiosità è irrefrenabile, e si cerca di capire a cosa serva una colonna che si studierà più avanti. Una colonna di distillazione.

Ora la Siva è stata ristrutturata e diventerà un museo della memoria. Settimo Torinese si è candidata per diventare la capitale italiana della cultura 2018. Nella trasformazione di quella che era una città dormitorio, una delle tante anonime della cintura torinese, la presenza di Levi ha avuto un suo ruolo. Anche per questo da ex settimese non posso che esserne lieto.

La seconda cosa che mi colpì fu che di Levi io avevo letto molto, ma non avevo fino mai letto i suoi due primi libri. Recuperai presto acquistando l’edizione in un unico volume di “Se questo è un uomo” e “La tregua” completa dell’appendice scritta per l’edizione scolastica scritta nel 1976. L’appendice tenta di dare conto delle principali domande che a Levi venivano poste relativamente alla sua esperienza di deportato nei lager nazisti.

Leggere se questo è un uomo fu una seconda scoperta. Colposamente tardiva, ma che mi riempì di una stupore pieno di rispetto. Mi colpì la serena dignità dello stile letterario usato per narrare di quella esperienza. Un libro che parla di una delle più grandi tragedie della storia, senza alzare i toni, ma con la consapevolezza che occorre essere testimoni. Pacati ma inflessibili. Non giudici, ma testimoni.

La diversa presenza dello scrittore mi salta agli occhi ogni volta che nella sezione della mia libreria dedicata alle sue opere trovo libri dove nelle note biografiche la data della sua morte non compare, perché acquistati da me antecedentemente.

E allo steso modo la percepisco quando vedo che la sua figura e la sua opera sono attuali.

Indispensabili sia per il valore della testimonianza, che per quello della divulgazione della chimica.

E’ una diversa presenza costante nel tempo.

Nota: tra le tante iniziative io consiglio il riascolto di Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi

di Marco Belpoliti

a cura di Monica D’Onofrio

(In onda su Radio3 Suite, aprile 2007)

Questo il link

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/ContentItem-9f787d6e-bb78-4a1e-8386-fa901c91a588.html

 

Giorno della memoria. L’esame di chimica di Levi in Lager.

Mauro Icardi

Il 27 Gennaio 2017 ricorre il 72° anniversario della liberazione, da parte delle forze alleate, del campo di sterminio di Auschwitz. Utilizzo il sostantivo sterminio perché era quello il fine che nei campi di concentramento nazisti era perseguito, in perfetto accordo e ossequio alla politica di Adolf Hitler e dei suoi collaboratori. Per la precisione furono soldati dell’armata rossa che il mattino del 27 Gennaio arrivarono a cavallo davanti al cancello principale del campo.
Primo Levi così ricorda quel momento nel primo capitolo de “La tregua” con queste parole:
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogy , il primo dei morti tra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, che la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto a salutare i vivi e i morti.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

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Come sempre nello stile di Levi tutto è pacato, armonioso ed essenziale. Questo brano ne è un perfetto esempio.
Paradossalmente l’esperienza della deportazione è per Levi l’inizio della sua vocazione di scrittore, nonostante avesse già scritto racconti e poesie prima, durante i suoi anni di studio. L’esigenza di portare testimonianza di quanto è avvenuto nell’universo concentrazionario del regime nazista porterà Levi a scrivere già durante la prigionia, attività decisamente rischiosa che lo avrebbe sicuramente portato a finire in crematorio nel caso fosse stato scoperto.
Levi dopo essere stato liberato dalla prigionia si interrogherà spesso su quanto la sua sopravvivenza al tremendo regime del Lager sia dovuta al caso, e questo sentimento lo accompagnerà per tutta la vita.
Altri due episodi aiuteranno Levi a sopravvivere. L’ultimo in ordine di tempo è il fatto che fosse ammalato e ricoverato in infermeria nel momento in cui i tedeschi ,pressati dall’avanzare delle truppe sovietiche abbandonano il campo di Auschwitz. Ma nell’intento di non lasciare tracce dei loro crimini costringono i prigionieri ancora in forze ad abbandonare anch’essi il campo, mentre loro tentano di distruggere almeno i registri di internamento dei prigionieri. L’evacuazione sarà ricordata come la “marcia della morte”. I prigionieri saranno costretti a marciare per chilometri nella neve, diretti verso le stazioni ferroviarie, da dove verranno stipati su carri bestiame aperti riempiti fino al limite della capienza. Altre migliaia di persone troveranno la morte in questo modo, morti di fatica, di fame o di freddo, o fucilati dopo pochi chilometri di marcia dalle SS nel caso fossero moribondi o stremati dalla stanchezza.
L’altro episodio che in qualche modo decide della sopravvivenza di Levi è quello dell’esame di chimica sostenuto in Lager, per potere essere aggregato al Kommando 98, il kommando chimico come specialista, sottraendosi così ai lavori più pesanti e al freddo.
Ed ora so anche che mi salverò se diventerò specialista, e diventerò specialista se supererò un esame di chimica”.
Per chi forse non riuscisse a capire il perché di un esame di chimica in Lager ecco alcune informazioni su come era strutturato il campo di Auschwitz.
Il complesso concentrazionario era costituito dai campi di Auschwitwz, Birkenau, e Buna Monowitz.
Quest’ultimo venne costruito nell’ottobre del 1942 nella frazione di Monowice (in lingua tedesca Monowitz) della cittadina di polacca di Oswiecim (Auschwitz in tedesco). Nei pressi vi era l’impianto per la produzione di gomma sintetica Buna Werke di proprietà della IG Farben.
I deportati furono utilizzati sia per la costruzione del campo, che per quella dell’impianto chimico che avrebbe dovuto anche ricavare combustibili liquidi dal carbone.

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Al di là di ogni ragione logistica come la presenza di una buona rete stradale e ferroviaria, l’impianto chimico venne realizzato per utilizzare la forza lavoro quasi gratuita. L’amministrazione del campo e la IG Farben stipularono accordi economici per poter utilizzare i prigionieri pagandoli 3-4 Reichsmark giornalieri.
La Farben si preoccupava anche di non diminuire il livello produttivo, e per questa ragione chiedeva ai responsabili del campo di effettuare frequenti selezioni, che destinassero gli inabili al lavoro alla morte per gas e successivamente al crematorio.
In questo scenario Levi sostiene un esame di chimica davanti al Dottor Pannwitz.
Condotto davanti a lui dal rude e volgare Kapò Alex.
“Siamo entrati. C’è solo il Dottor Pannwitz, Alex col berretto in mano gli parla a mezza voce – …un italiano in Lager da tre mesi soltanto già mezzo kaputt… Er sagt er ist Chemiker… – ma lui Alex sembra che faccia su questo le sue riserve”.
E inizia cosi l’esame di chimica. Levi riesce nonostante i tre mesi passati in Lager a spostare traversine, portare pesi, a richiamare alla mente, in maniera pronta e docile, i suoi ricordi dello studio della chimica organica. A mano a mano che il colloquio prosegue sente che gli corre nelle vene la febbre dei suoi passati esami.
Pannwitz sembra molto interessato al tema della tesi di Levi, “Misura di costanti dielettriche”.
Chiede al prigionero, all’Haftling 174517 se conosce l’inglese, mostrandogli anche il testo del Gattermann .
Entrambi hanno studiato su quel libro, ma sono uno al di qua del filo spinato con la sua vita regolare e sicura, e uno al di là senza nessun orizzonte oltre quello del Lager e della prigionia, del lavoro, della fame del freddo e della fatica disumana.
L’esame termina e Levi non riesce nemmeno a trovare una formula di saluto in lingua tedesca adatta a salutare il suo esaminatore. Lui che come dirà in seguito ha imparato il tedesco dal basso, dal Lager e sa dire parole come mangiare, lavorare, rubare e morire. Sa dire in tedesco anche pressione atmosferica ed acido solforico. Ma non una frase di saluto.

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Esce dalla stanza sempre accompagnato da Alex.
Per rientrare in campo devono attraversare uno spiazzo ingombro di travi e tralicci. E il capitolo di “Se questo è un uomo” dedicato all’esame di chimica si chiude con la descrizione di Alex che afferra un cavo d’acciaio unto di grasso e compie un gesto che rimane impresso, forse più di altri sia pure più violenti e crudeli nella memoria di Levi:
…ecco si guarda la mano nera di grasso viscido. Frattanto io l’ho raggiunto: senza odio e senza scherno, Alex strofina la mano sulla mia spalla, il palmo e il dorso per nettarla, e sarebbe assai stupito, l’innocente bruto Alex ,se qualcuno gli dicesse che alla stregua di questo suo atto io oggi lo giudico, lui e Pannwitz e gli innumerevoli che furono come lui, grandi e piccoli, in Auschwitz e ovunque
Non sarà lunga l’esperienza nel laboratorio di Buna per Levi, che sarà descritta nei racconti “Pipetta da guerra” e “L’ultimo Natale di guerra”.
Ma sarà per il lui un riparo dalla vita di stenti del campo.
La fabbrica di Buna Monowitz che costerà migliaia di morti non entrerà mai in produzione.

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I mondi di Primo Levi: una strenua chiarezza

Mauro Icardi.

(il post è illustrato da alcune foto scattate dall’autore medesimo)

La mostra dedicata alla vita e alle opere di Primo Levi è stata inaugurata il 21 Gennaio del 2015 a Torino, città natale dello scrittore. E’ una mostra itinerante ed ha avuto successivi allestimenti nel corso del 2015 e del 2016 in due città italiane (Cuneo e Ferrara) e anche in Belgio nella città di Liegi.

Particolarmente significativa l’esposizione tenuta al campo di concentramento di Fossoli in provincia di Modena, dove lo scrittore venne condotto dopo l’arresto in attesa di essere poi deportato ad Auschwitz, che è stata la seconda edizione (19 Aprile -30 Giugno 2015).

Attualmente la mostra, che è stata realizzata dal Centro Internazionale di studi Primo Levi di Torino, è allestita presso il Museo di Scienza e Tecnologia di Milano, in occasione della nuova edizione delle Opere Complete.

mostralevi1Prima di parlare della mostra occorre fare una prima, importante riflessione.

Per moltissimi anni Primo Levi, anche per ragioni che lui stesso aveva sempre evidenziato, cioè che si dedicasse alla letteratura come attività complementare a quella principale di chimico e direttore tecnico di una fabbrica di vernici era certamente molto apprezzato come scrittore memorialista, ma difficilmente classificabile dalla critica negli anni delle sue prime prove letterarie.

Nel 1975 Primo levi decide di andare in pensione e di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. In quello stesso anno viene pubblicato “Il sistema periodico” l’altro libro che insieme a “Se questo è un uomo” è da considerarsi a tutti gli effetti un classico della letteratura italiana del novecento.

mostralevi2Dopo la morte di Levi avvenuta nell’aprile del 1987 inizia per lo scrittore un lento ma costante cambiamento di immagine e di valutazione da parte della critica letteraria.

Iniziative culturali, pubblicazione di diversi libri di biografie e studi critici hanno raggiunto dimensioni importanti e corpose.

Finendo per trasformare l’opera di Primo Levi come scrive Mario Barenghi nell’articolo uscito su “Doppiozero.com” in “un’intera galassia, che non ci si stanca di percorrere e di esplorare.”

(Mario Barenghi “La galassia Primo Levi” Doppiozero.com 04 Dicembre 2016”)

Ho voluto tornare a visitare la mostra a lui dedicata dopo essere già stato nel 2015 a quella di Torino. Per la fondamentale ragione che ero certo che avrei trovato nuovi stimoli, come in effetti è stato.

Nel museo di Milano, oltre alla sala dedicata alla mostra vera e propria si può fare un percorso della durata di circa un’ora dove brani dell’opera di Levi sono accostati agli spazi espositivi del museo, creando una suggestione ed un legame . Per esempio nella sezione dedicata alla chimica di base si trova esposto un brano tratto da “Racconti e saggi” cioè “La sfida della molecola”, oppure nella sezione dedicata alle macchine da calcolo un brano de “Lo scriba” uscito su “L’altrui mestiere” dove Levi racconta la sua esperienza nell’uso del suo primo elaboratore elettronico di testi ,ausilio ed aiuto nel suo lavoro di scrittore.

mostralevi3Nell’attesa dell’ingresso al museo ho avuto modo di scambiare qualche parola con altri visitatori. Accorgendomi come per il pubblico dei semplici lettori, o studenti sia ancora prevalente l’immagine del Levi scrittore e testimone dell’olocausto e che molti non sapessero che lo scrittore era un chimico.

mostralevi4All’interno della mostra ho spiegato ad alcune persone cosa rappresentasse la prima sezione della mostra, dove il racconto “Carbonio” viene illustrato con le parole scritte da Levi e con le tavole disegnate dall’artista giapponese Yosuke Taki. Il visitatore viene condotto a viaggiare nell’infinitamente piccolo, nel ciclo del carbonio.

Le sezioni della mostra prendono poi in esame l’esperienza del lager e della deportazione (Il viaggio verso il nulla/Il cammino verso casa) e le varie altre anime di Levi. “Cucire parole” per significare il lavoro di scrittore attento a evitare lo scrivere oscuro, “Cucire molecole” che invece ci mostra il Levi chimico ed i momenti più salienti del suo rapporto con la chimica.

Le sezione “Homo Faber” è dedicata al rapporto tra mano e cervello che Levi sviluppava costruendo sculture in filo di rame, quello che rivestiva con vernici e polimeri alla SIVA. Uno di questi, una farfalla si trova esposto alla mostra mentre altri si possono vedere in fotografia.

mostralevi6“Il giro del mondo del montatore Tino Faussone” personaggio de “La chiave a stella” è la sezione della mostra che si occupa del lavoro, tema centrale di questo romanzo. Dell’etica che ad esso si lega e del concetto che amare il proprio lavoro sia “la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra”.

La mia seconda visita come dicevo non è stata inutile. Come per la lettura dei suoi libri,anche rivedere la mostra ha avuto lo stesso effetto. Le sua opera anche se letta e riletta non stanca mai. Sia che si analizzi il versante memorialistico,sia che si analizzi quello propriamente dedicato alla chimica, o cosa significhi essere chimico, o quelle che sono esperienze comuni per chi la pratica, di soddisfazioni o di problemi lavorativi da affrontare e risolvere.

Levi è stato scrittore e chimico, ma sostanzialmente è stato un grandissimo uomo di cultura ed un divulgatore di primissimo ordine.

Tutti questi aspetti della sua vita e della sua opera non sono scindibili. Levi riesce a trasmettere in chi si accosta alla sua opera questa inesauribile curiosità.

Non saprei suggerire quale aspetto si possa considerare prevalente. Mi sento solo di suggerire per esempio che, pur essendo necessario far leggere soprattutto a scuola i suoi libri attinenti alla vicenda storica della deportazione e dell’olocausto, andrebbe fatto conoscere forse di più il Levi chimico.

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Levi è un autore che ci porta per mano nel XXI secolo dopo essere uscito vivo da una delle peggiori tragedie storiche e umane del ventesimo.

La sua poliedricità di temi ed argomenti è una vera costante scoperta. E visitare questa mostra ne è un importante tassello.

 

Comunicazione finale IUPAC su nomi dei nuovi elementi.

reedijkDa: “Reedijk, J.” <reedijk@chem.leidenuniv.nl>

Data: 30 November 2016 20:08:14 CET

Oggetto: Grazie per i vostri commenti sui nomi e i simboli dei nuovi elementi.

Cari signore e signori:

Grazie ancora per i vostri commenti sul documento con i nomi e i simboli dei 4 nuovi elementi. Avevo già accusato ricevuta del vostro messaggio precedentemente durante l’anno, dato già ad alcuni di voi una risposta immediata, e promesso di dare una risposta più dettagliata più avanti dopo che i nomi fossero diventati ufficiali.

In effetti sto rispondendo adesso, con una risposta generale a voi e a molti altri, dato che è tecnicamente impossibile per me rispondere individualmente a ciascuno di voi in dettaglio.

Questa settimana IUPAC ha deciso, dopo una approfondita considerazione di tutti i commenti, di accettare i nomi e i simboli proposti , che sono ora definitivi; verificate sul sito IUPAC https://iupac.org/iupac-announces-the-names-of-the-elements-113-115-117-and-118/

Noi abbiamo ricevuto molte risposte, specie nei primi due mesi dopo la pubblicazione delle raccomandazioni provvisorie.

In questo messaggio darò un breve sommario di tutte le risposte avute durante i 5 mesi dall’8 giugno. E’ stato con vero piacere che abbiamo visto così tanto interesse dal mondo esterno, non solo in senso positivo, ma anche in modo critico circa le possibili alternative di nomi e simboli.

Per illustrare questo interesse mondiale, ricorderò alcuni casi specifici.

In un caso abbiamo ricevuto una petizione con oltre 160.000 firme che faceva un appello per un elemento il cui nome fosse intitolato alla star musicale dell’heavy metal Lemmy Kilmister morto inaspettatmente alla fine del 2015.

kilmister

Abbiamo ricevuto anche molte altre proposte di nome per onorare non-scienziati e proporre altri nomi. Tutte queste proposte sono state rifiutate per due motivi principali: 1) I nomi non rispettavano i criteri validi per dare nomi e 2) Solo gli scopritori hanno il diritto di proporre nomi secondo il regolamento attuale.

Abbiamo anche ricevuto molti suggerimenti da scienziati e dal pubblico per dare agli elementi il nome di scienziati famosi, come Berzelius, Lavoisier, Levi, Liebig and Moseley. In un caso abbiamo ricevuto una petizione con oltre 3000 firme per dare il nome in onore di Primo Levi.

leviulterioreAncora una volta queste proposte sono state rifiutate per il motivo 2 indicato sopra e a tutti i proponenti sono state ricordate o sono ricordate ora le regole vigenti su come dare i nomi agli elementi. Confidiamo che i proponenti di “nomi alternativi” capiranno che il diritto di proporre il nome di un nuovo elemento è riservato agli scopritori prima di tutto per l’enorme sforzo necessario per produrre e verificare l’esistenza di un nuovo elemento. Dato che ci sono pochi vantaggi per gli scopritori in questo settore della scienza il meno che si possa pensare è di dargli i diritto di propore il nuovo nome. Questo approccio è coerente in molti settori scientifici come le nuove specie o i nuovi oggetti astronomici.

Un certo numero di suggerimenti sono venuti da persone che non conoscevano le nostre raccomandazioni per la scelta dei nomi, che prevedevano che gli elementi del gruppo 17 terminassero in –ine (in inglese) e quelli del gruppo 18 in –on (in inglese).

Alcuni commenti hanno messo in discussione che i nomi del 117 e del 118 terminassero rispettivamente in “ine” e in “on” dato che non è sicuro affatto che tali elementi si comportino come gli alogeni, rispettivamente o i gas nobili.

Le regole correnti, comunque, non si riferiscono alle proprietà chimiche, ma solo ai gruppi 17 e 18 nella Tavola Periodica.

Alcuni altri hanno suggerito altri simboli diversi da quelli raccomandati, senza sapere che i loro suggerimenti sono stati in uso per altri elementi in passato, e perciò non possono essere usati di nuovo (come Ms, Tn). Altri hanno posto il problema dell’uso di Ts, che è uno delle due abbreviazioni correnti consentite da IUPAC per il tosile; l’altra è Tos. Dato che quasi tutte le abbreviazioni di due lettere hanno significati multipli – anche in chimica come Ac e Pr – la conclusione tratta è che il contesto in cui il simbolo dell’elemento è usato renderà sempre chiaro quale sia il senso della abbreviazione usata.

Infine, abbiamo ricevuto un certo numero di commenti e domande riguardanti la pronuncia di tennesinio e oganessio, e circa la possibile traduzione in altre lingue dell’elemento 117, tennessinio, e anche su nome dei loro composti.

A differenza dei nomi terminanti in “ium”, il nome “tennessine” potrebbe non essere automaticamente trasferibile in alcune altre lingue, dal momento che la terminazione –ine non è usata in molti linguaggi per gli elementi del gruppo 17. Per cloro e bromo questo non è stato un problema in passato ma in alcuni linguaggi anche per iodio e astato sono state usate delle traduzioni non immediate

Nel caso del tennessinio sono stati posti alla nostra attenzione problemi e soluzioni di analogo tenore.

Le radici dei nomi degli alogeni precedenti sono fluere (latino) e cloro, bromo e astato (greco) che in inglese sono diventati fluorine, chlorine, bromine, iodine and astatine mentre in molti altri linguaggi hanno nomi più brevi, come cloro in spagnolo e italiano, Chlor in tedesco and chlore in francese.

tanasiIl Tanasi monument.

Così la terminazione degli alogeni in inglese non è una regola in tutti gli altri linguaggi. Il nome Tennessee, d’altra parte deriva dalla lingua Cherockee e dal nome del villaggio Tanasi, come spiegato in letteratura. Ciascun linguaggio è perciò indipendente nell’effettuare le conversioni e le traduzioni, ma si spera che questo breve excursus etimologico sia di aiuto per le Organizzazioni Nazionali Aderenti per tradurre Tennessine in altri linguaggi. Questi problemi sono stati analizzati nella nostra pubblicazione finale in Pure and Applied Chemistry, che apparirà nei primi mesi del 2017.

Noi apprezziamo profondamente il tempo e gli sforzi che avete impegnato per pensare a nomi e simboli e per mandarci i vostri commenti e suggerimenti. Tutti i commenti sono stati registrati in modo opportuno e rimarranno negli annali dello IUPAC.

I migliori saluti,

Jan Reedijk, Presidente della Divisione di Chimica Inorganica, IUPAC.

Nota del blog master.

Dizionario irockese inglese: http://www.cherokeedictionary.net/

https://it.glosbe.com/chr/it/Tenasi

la pronuncia italiana è Tenasi non Tanasi e il significato della parola in Irochese non è del tutto chiaro perchè il termine veniva usato anche per altri villaggi. Al momento il luogo storico denominato Tanasi o Tenasi è stato inondato con la costruzione di una diga che ha portato alla formazione di un lago.

La sfida della molecola

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

Il titolo di questo post è tratto da un racconto di Primo Levi contenuto nel libro uscito da Einaudi nel 1981 dal titolo “Lilit ed altri racconti” che raccoglie testi già pubblicati per la maggior parte su giornali e periodici.

lilithNel racconto viene descritta in maniera molto particolareggiata la gelificazione di una resina sintetica all’interno di un reattore industriale.

Primo Levi come ben si sa lavorò per la maggior parte della sua carriera presso un’industria di smalti e vernici a Settimo Torinese, nelle vicinanze di Torino.

La rilettura di questo racconto mi smuove molti ricordi e per diverse ragioni. A Settimo Torinese ho trascorso la mia giovinezza insieme alla mia famiglia, e successivamente dopo il mio trasferimento in provincia di Varese per tre anni ho lavorato anche io in una azienda dove venivano prodotte vernici e resine sintetiche.

levi21Mi ricordo perfettamente che il proprietario mi chiese se conoscessi il Dott. Levi (cosi si espresse) quando sostenni il colloquio di assunzione, visto che provenivo dalla stessa città dove lui aveva lavorato per molti anni, fino al pensionamento per poi dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Molto a malincuore dovetti dirgli di no. Era il febbraio del 1987. Levi era ancora in vita. La notizia della sua morte la sentii al giornale radio proprio mentre ero rientrato a casa dei miei genitori da Varese. Era l’undici di Aprile di quello stesso anno, un sabato. La notizia mi lasciò un profondo senso di malinconia. Non avevo ancora portato con me i libri che più amavo, e nella libreria guardai i risvolti di copertina dei suoi libri dove la data di morte ancora non compariva.

Nel racconto vengono descritte situazioni che ogni chimico che lavora nell’industria o in laboratorio ha potuto sperimentare personalmente. In particolare uno dei due protagonisti prova un fortissimo senso di delusione e frustrazione perché durante il suo turno di lavoro la reazione di polimerizzazione che gli è affidata non va a buon fine, e provoca la gelificazione dell’intera massa di reazione pari ad otto tonnellate di prodotto. E confida queste sue sensazioni con l’altro personaggio del racconto in cui si può riconoscere proprio Levi. Il racconto prosegue con la descrizione delle operazioni preliminari di caricamento e pesatura con le bilance automatiche, e il controllo del reattore durante le ore di turno.levi22

Non so se attualmente nell’industria chimica vengano ancora usati, ma quando vi ho lavorato io le rampe di temperatura della reazione venivano gestite tramite una camma eccentrica a punteria calettata su un orologio meccanico, e il procedere della reazione nel tempo veniva poi tracciato su un registratore rotante che può in qualche modo ricordare il tachigrafo di un camion.

nockenwelle_aniUn sistema sostanzialmente analogico che credo sia stato ormai sostituito da controlli computerizzati. Alla fine della reazione dopo i controlli di qualità che in sostanza erano controlli della viscosità a tempi prestabiliti si poteva procedere allo scarico del reattore al suo lavaggio ed alla predisposizione per le successive “cotture” (questo è il termine con cui si indicavano le reazioni di produzione delle resine, usato anche nell’industria della birra per indicare la reazione di fermentazione).

Analogamente a quanto Levi aveva già scritto riguardo alla distillazione: “Distillare è bello. Prima di tutto perchè è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo ad altro, un po’ come l’andare in bicicletta.”, anche in questo racconto il protagonista nel tempo morto, prima che il procedere della reazione lo impegni con i primi controlli di viscosità inizia a pensare ad altro.

Ma non alle proprie cose o alla fidanzata. Inizia a pensare alle molecole roteanti all’interno di quel reattore.

Questo è un brano particolarmente significativo. “Insomma io me ne stavo tranquillo, non c’era motivo di preoccuparsi. C’era ancora da aspettare due ore prima di cominciare coi controlli e ti confesso che io pensavo a tutt’altro. Pensavo…beh si, pensavo a quella confusione di atomi e molecole che c’erano dentro quel reattore, ogni molecola come se stesse lì con le mani tese, pronta ad acchiappare la mano della molecola che passava lì vicino per fare una catena”.

Questa parte del racconto è quella fondamentale. Richiama alla mente i momenti in cui nel lavoro quotidiano ci formiamo un’immagine di quello che sta avvenendo in un reattore industriale come narrato in questo racconto, ma anche se stiamo lavorando in laboratorio in semplici operazioni di titolazione o nell’uso di strumentazioni di laboratorio più sofisticate.

levi23Nella nostra formazione di chimici abbiamo imparato a costruire dei modelli di molecole nelle loro varie rappresentazioni. Le più belle ed eleganti da questo punto di vista sono le formule di struttura. E poi le rappresentazioni spaziali di modelli molecolari che oggi si possono trovare in commercio per uso didattico.

Come chimici abbiamo sempre lavorato seguendo un filo rosso di conoscenza che parte da Democrito e attraversa i secoli per arrivare fino a giorni nostri. Cercando di penetrare le leggi della materia e verificando in maniera pratica quello che in tutto questo tempo si era teorizzato e poi verificato prima sperimentalmente, e poi nell’applicazione pratica del lavoro quotidiano.

Questa forma mentis è, a mio parere uno stimolo fondamentale. Negli anni del mio lavoro presso l’industria varesina di vernici mi veniva in mente mentre in laboratorio mi dedicavo alla produzione di piccole quantità di resina alchidica in un piccolo reattore da dieci chili, un tempo usato per le sperimentazioni su impianto pilota. Capitava anche a me di immaginare questa danza di molecole appena la prima molecola di acqua di condensazione veniva eliminata dalla massa di reazione. E sia pure per quantità di prodotto ridotte ho provato sensazioni molto simili a quelle del protagonista del racconto, Rinaldo. Cambiavano solo le dimensioni del problema, otto tonnellate di resina polimerizzata ed inservibile nel racconto, pochi chili nel mio.

Inutile dire che questo articolo è un invito a leggerlo questo racconto, per capire fino in fondo una ulteriore lezione ed una morale che si trova in chiusura di esso. In primo luogo l’etica del lavoro e l’impegno di narrare della chimica, sia essa di ricerca o di lavoro quotidiano. Ma anche la metafora su cui ognuno potrà riflettere del prevalere del caos sull’ordine che ci sforziamo di conseguire in ogni momento della nostra vita. Ancora una volta la chimica ci offre una chiave di lettura che va oltre il suo orizzonte di disciplina che studia composizione e trasformazioni della materia, per sfiorare argomenti di carattere filosofico. Con il suo vasto bagaglio di metafore.

 

Fantascienza?

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

(Due avventure narrative di Primo Levi nella lezione di Francesco Cassata)

Recensione, Fantascienza? – Science Fiction? Francesco Cassata ed. Giulio Einaudi p.288 euro 22 2016

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Il libro “Fantascienza?” di Francesco Cassata docente di storia della scienza presso l’università di Genova è tratto dalla settima lezione Primo Levi. Come le altre sei precedenti queste lezioni si tengono sotto l’egida del Centro Internazionale di studi Primo Levi e approfondiscono temi e interessi che riguardano lo scrittore torinese.

Le lezioni vengono poi pubblicate dall’editrice Einaudi in volumi bilingue (Italiano ed inglese). Le precedenti lezioni hanno toccato ed approfondito temi dell’opera di Levi che sono ben noti ai suoi lettori, agli studiosi e ai critici. Per esempio la prima lezione “Sfacciata fortuna” non può non far pensare al periodo che Levi trascorse nel Laboratorio del lager, dopo avere sostenuto l’esame di chimica di fronte al dottor Pannowitz. Levi viene aggregato al commando chimico e si sottrae così ai lavori più pesanti. Lavora in un ambiente riscaldato che lo preserva dai rigori dell’inverno in Auschwitz. Paradossalmente anche l’essersi ammalato negli ultimi giorni prima dell’arrivo delle truppe russe in marcia verso Berlino, lo salva dalla tremenda marcia di evacuazione del lager, a cui i tedeschi costringono i prigionieri sopravvissuti. Levi lo racconterà nel capitolo “Storia di dieci giorni” che conclude “Se questo è un uomo”.

“Raccontare per la storia” la terza lezione di un ciclo iniziato nel 2010, rimanda immediatamente alla poesia “Alzarsi” (in polacco Wstawac) contenuta nel volume di poesie “Ad ora incerta”. In questa poesia si esprime l’esigenza insopprimibile di sopravvivere non solo per ritornare, ma anche per assolvere al dovere morale di raccontare e testimoniare l’esperienza della prigionia e della deportazione:

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
«Wstawac’».

La settima lezione si è tenuta presso la sede del centro studi a Torino il 27 ottobre dello scorso anno, e si occupa di approfondire una fase totalmente diversa dello scrittore torinese, anche se come poi si vedrà, i legami ed i riferimenti con l’esperienza della deportazione non mancano neanche tra le pieghe dei racconti di genere fantascientifico di Levi. Ma le conclusioni di questa lezione e del libro che ne è stato tratto suggeriscono una lettura diversa.

Il titolo “Fantascienza?” di questo volume delle lezioni Primo Levi riprende la fascetta editoriale che corredava la prima edizione di “Storie naturali pubblicato nel 1966 con lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Il nome racconterà poi Levi viene scelto casualmente: è il nome che compare sull’insegna di un esercente davanti a cui passa giornalmente per recarsi al lavoro.

storienaturali66

Non è forse noto a tutti, ma Levi inizia a scrivere racconti di questo genere già nel 1946 quando lavora alla Duco di Avigliana, ed è impegnato nella risoluzione di problemi “chimico polizieschi” quali l’impolmonimento di vernici antiruggine, o nella stesura di una relazione tecnica relativa al fenomeno della puntinatura di alcuni smalti.

Il racconto “I mnemagoghi” che aprirà il volume “Storie naturali” viene scritto proprio in quel periodo, e verrà pubblicato sul quotidiano “L’Italia socialista” nel 1948.

La formazione del chimico qui si riconosce immediatamente. Il racconto parla di due medici: il giovane Dottor Morandi che inviato in un piccolo paese di montagna a sostituire l’anziano Dottor Montesanto, viene coinvolto da quest’ultimo nell’esperienza sensoriale di annusare delle boccette in cui sono contenute particolari essenze odorose. Montesanto spiega la cosa in questo modo:

“ Alla questione delle sensazioni olfattive, e dei loro rapporti con la struttura molecolare, ho dedicato anche in seguito molto del mio tempo. Si tratta, a mio parere, di un campo assai fecondo, ed aperto anche a ricercatori dotati di mezzi modesti.

Il Dottor Montesanto ha sintetizzato e raccolto in boccette questi mnemagoghi (suscitatori di memorie).

Il racconto, il primo di “Storie naturali” ci ricorda quello che Levi sosteneva a proposito del senso dell’olfatto (“Guai se un chimico non avesse naso”) ma ci parla anche di sensazioni odorose legate a ricordi particolari. Sensazioni che però non hanno un impatto emotivo univoco. L’odore che per una persona può essere gradevole e legato a momenti lieti, ad altri può provocare disgusto o indifferenza. L’oggettività di un odore in provetta si disperde nelle memorie soggettive.

Il libro di Francesco Cassata spiega con tantissimi rimandi collegamenti ed esempi la genesi dei quindici racconti contenuti nelle “Storie naturali”, e dei successivi venti pubblicati nel 1971 in “Vizio di forma”.

Il primo libro di genere fantascientifico di Levi viene visto dall’autore come uno sforzo di ritorno alla realtà e a una forma di evasione dalla sua veste ufficiale sia di testimone dell’olocausto, che professionale come direttore tecnico di una fabbrica di vernici. Levi non vuole limitarsi a questo. Ma nello stesso tempo Auschwitz non rappresenta soltanto la terribile esperienza del suo passato ma anche un punto di osservazione, una sorta di prisma etico e cognitivo per riflettere sulla distorsione della razionalità, e per analizzare i tanti “vizi di forma” del presente e del futuro.

Francesco Cassata in questo libro ci guida nell’analisi dei racconti. In alcuni di essi quali “Angelica farfalla” e “Versamina” possiamo trovare legami con i terribili esperimenti che i medici nazisti conducevano nei Lager sui prigionieri. Ma allo stesso tempo sono presenti temi squisitamente scientifici che riguardano nel primo racconto il ciclo vitale incompleto dell’anfibio Axolotl che si riproduce allo stato larvale senza completare il suo ciclo evolutivo, e nel secondo il rovesciamento dei comportamenti cioè la trasformazione attraverso appunto la molecola che nel racconto è chiamata versamina (una molecola immaginata dallo scrittore torinese che la immagina derivata dall’acido benzoico) capace di trasformare le sensazioni di dolore fisico in piacere.

Nei racconti di storie naturali è sempre presente il meccanismo (ben conosciuto dai chimici) dell’errore.

In qualche caso anche cercato come in “Alcune applicazioni del mimete” dove l’incauto e pasticcione Gilberto usa questa macchina (un duplicatore tridimensionale) per ottenere una copia di sua moglie.

Nel saggio di Cassata troviamo anche i riferimenti alle basi scientifiche di ogni racconto. Il duplicatore tridimensionale è immediato che possa far pensare alla tecnica delle stampanti 3 D (escludendo è ovvio la duplicazione di esseri viventi).

Il secondo libro di racconti fantascientifici di Levi (l’autore però tendeva a definirli dei divertimenti delle stranezze o delle favole) esce nel 1971. Avrebbe dovuto secondo l’autore intitolarsi in maniera diversa (“Ottima è l’acqua” come il racconto che chiude la raccolta), ma dopo qualche riunione di redazione alla casa editrice Einaudi si scelse come titolo “Vizio di forma” con l’intenzione di connettere questo secondo libro di racconti al primo, quasi come un seguito.

vizio di forma

Ma i due libri sono solo apparentemente uguali. In realtà dal punto di vista letterario e stilistico differiscono. I racconti contenuti in “Storie naturali” lasciano trasparire il senso dell’ironia e del grottesco, mentre “Vizio di forma” ha un modo di scrittura più pessimista.

“Storie naturali” risente molto di più di una fiducia, di un ottimismo legato all’Italia del grande sviluppo economico successivo al dopoguerra. I racconti sono stati scritti in un periodo di tempo di una ventina di anni a partire dal 1946 e sono più eterogenei.

Quelli di “Vizio di forma” invece in un periodo di tempo più breve, dal 1967 al 1970, quando si inizia a percepire che l’età dell’oro è finita e che i problemi globali planetari si stanno affacciando alla ribalta.

Lo stesso Levi lo ricorda nel 1979 nella prefazione al libro di Luciano Caglioti “I due volti della chimica”.

Non era giunto il momento di fare i conti planetari, e di mettere un freno, se non ai consumi, almeno agli sprechi, ai bisogni artificialmente provocati, ed all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo?

“Vizio di forma” viene scritto negli anni in cui l’ambientalismo scientifico si va affermando tra la fine degli anni Sessanta ed il decennio successivo. In questo libro la riflessione sul rapporto tra popolazione, ambiente e risorse economiche è il filo conduttore di ben otto racconti, dei venti che compongono il libro.

Tornando al libro di Francesco Cassata dedicato a questi due libri diversi di Levi è interessantissimo il paragrafo “Equilibri omeostatici ed ecologia” in cui si parla dell’opposizione fondamentale su scala planetaria di due forze contrapposte: l’entropia e l’omeostasi. Due concetti noti soprattutto a scienziati e tecnici. Levi ne scrive in un breve saggio del 1983 uscito nel Notiziario della Banca Popolare di Sondrio.

Scienziati e tecnici sono coloro che combattono “la vecchia battaglia umana contro la materia”.

Nel saggio di Cassata si suggerisce che queste due visioni si possono confrontare leggendo due racconti. Uno è “Carbonio” che chiude “Il sistema periodico” nel quale Levi racconta il meccanismo della sintesi clorofilliana e quello del ciclo biogeochimico del carbonio.

Il secondo racconto è invece “Ottima è l’acqua” che chiude viceversa proprio “Vizio di forma, nel quale il racconto della modificazione impercettibile ma continua della viscosità dell’acqua finisce per impedire agli uomini persino di lacrimare, e rappresenta il trionfo del disordine e del caos.

Non è casuale il confronto perché la stesura di “Carbonio” è databile tra il 1968 e il 1970, lo stesso periodo della scrittura dei racconti di “Vizio di forma”.

Nella parte finale del saggio Cassata da conto di come la critica giudicò i due libri stabilendo un nesso di continuità con l’esperienza del Lager, in maniera da interpretare come fallimentare questa esperienza letteraria dello scrittore.

Ma la conclusione è che vedere in questi due libri di racconti di Levi solo la trasfigurazione allegorica di Auschwitz è riduttivo. E personalmente sono in pieno accordo con questa affermazione.

In chiusura del saggio sono da questo punto di vista significative le parole pronunciate da Norberto Bobbio nel 1988 in occasione di uno dei primi convegni successivi alla scomparsa di Levi. In quella occasione rimproverò Ruggero Pierantoni, ricercatore di cibertenica e biofisica del CNR che fece un’intervento dedicato a “Il sistema periodico” con queste parole: “Lei non ha capito ciò che ci unisce tutti qua dentro: non si può parlare di Primo Levi dimenticando che è stato ad Auschwitz”.

Forse può sembrare un’intollerabile presunzione ma le parole di Bobbio non mi convincono.

Nessuno potrà mai dimenticare l’esperienza umana di Levi ad Auschwitz, come nessuno potrà non riconoscere il valore letterario di “Se questo è un uomo”, libro che colpisce alla prima lettura per lo stile. Dove non una sola parola è fuori posto, dove la descrizione di una delle pagine più atroci della storia del novecento viene fatta con una sensazione di pacatezza e di senso di giustizia che escono dalle pagine del libro andando incontro al cuore e alla ragione di chi le legge.

Ma trovo riduttivo e ingiusto non conoscere “l’altro” Levi. Autore di moltissimi saggi di grande valore divulgativo e scientifico.

Autore di due libri di racconti fantascientifici (ma abbiamo visto che il termine è riduttivo) che sono anche anticipatori di realtà poi narrate successivamente. Il Torec di “Trattamento di quiescenza” che permette di vivere esperienze sensoriali tramite un casco è l’antesignano della realtà virtuale narrata anche in film come “Strange days”, uscito nel 1995

Nella “Bella addormentata nel frigo” si parla di ibernazione ed il pensiero va agli astronauti ibernati sull’astronave Discovery di “2001- Odissea nello spazio”.

Io ho sempre trovato interessanti questi due libri, senza mai considerarli delle opere minori.

Così come ho trovato stimolante ed interessante il libro di Francesco Cassata che nel concludere si augura che la lezione (e conseguentemente il libro) servano come stimolo ad una ricerca critica e ad uno studio più approfondito di queste due opere di Levi.

Invito che mi sento di rivolgere non solo ai critici letterari ma possibilmente ad un pubblico più ampio, anche a chi legge le pagine del nostro blog.

Perché Primo Levi ha ancora tanto da dirci, non solo come testimone autorevole e di grande dignità e autorevolezza di testimone dell’olocausto. Ma come scrittore, saggista e divulgatore scientifico.

E devo dire che Cassata ci fornisce con questo libro stimoli e chiavi di lettura importanti.

Così come suggerisco la lettura di questi due libri di Levi, che a mio parere completano ed integrano l’opera dello scrittore.

 

Perchè Levio

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio della Volpe

L’8 giugno 2016 la IUPAC ha iniziato ufficialmente il periodo di 5 mesi di discussione pubblica sui nomi dei nuovi 4 elementi con i numeri atomici 113, 115, 117 e 118; le proposte sono le 4 seguenti:

Z=113, Nihonio – Z=115, Moscovio – Z=117, Tennessino – Z=118, Oganessio.

rispettivamente in onore o per ricordare le zone dove si è lavorato per la scoperta del nuovo elemento o la persona che vi si è dedicata principalmente.

Rimandiamo al testo della IUPAC per i dettagli delle scelte. Il periodo terminerà l’8 novembre.

L’elenco di oltre 3000 firme che accludiamo chiede una cosa diversa, chiede di nominare almeno uno dei 4 elementi come Levio (Levium (113 o 115) o Levine (117) o Levion (118) in accordo con le regole proposte per le terminazioni) in ricordo dello scrittore italiano Primo Levi, autore de “Il Sistema periodico”.

Il motivo o l’ispirazione fondamentale di questa proposta sta nell’articolo publicato su Nature da Philip Ball nel gennaio 2016, ma i motivi si possono facilmente spiegare ed estendere.

sistema periodico

La ricerca dei nuovi elementi è una operazione che ha un grande impatto mediatico e culturale ed i loro nomi, una volta scelti, sono destinati a rimanere per sempre nella cultura umana; i metodi di scelta di questi nomi privilegiano in qualche modo la gloria personale o nazionale o continentale di chi effettua la scoperta, ma lasciano uno spiraglio sia pur piccolo verso qualcosa di diverso e di questo siamo grati alla IUPAC. I metodi seguiti sono stati recentemente elencati qui.

Nella storia tali metodi sono stati via via precisati; Guyton de Morveau nel 1782 chiedeva “un metodo di denominazione costante, che aiuti l’intelligenza e supporti la memoria”; la Commissione dei Pesi atomici ricordava nel 1957 che i nomi erano stati scelti in accordo “con vari criteri arbitrari che si rifacevano all’origine, alle proprietà fisiche e chimiche o più recentemente a commemorare il nome di scienziati eminenti”; la pubblicazione del 2016 precisa:

(a) un concetto o carattere mitologico (incluso un oggetto astronomico)

(b) un minerale o sostanza simile

(c) un posto o regione geografica

(d) una proprietà dell’elemento

(e) uno scienziato

lasciando quindi il caso (a) come il più generale ed adatto al nostro intendimento. Un nome “mitologico”, che si rifaccia ad un mito. Quale mito possiamo scegliere?

La Chimica è oggi considerata una scienza “centrale” per il suo ruolo di collegamento fra le altre scienze fisiche e biologiche. Essa è stata definita via via “bella e potente” ed è certamente alla base della nostra vita quotidiana con le sue innumerevoli tecnologie ed aplicazioni.

chemicalfree

Ciononostante essa vive una crisi importante una crisi di rigetto che è espressa dall’abusato termine “chemical free”, sul quale anche i giornali scientifici hanno spesso ironizzato. Va crescendo una insofferenza nel grande pubblico nei confronti di una tecnologia e di un’approccio che appaiono violare sempre più invasivamente l’”ordine naturale” delle cose, in realtà la oscura presa di coscienza che è difficile orientare in senso sociale e collettivo l’uso e le applicazioni della scienza, le cui applicazioni e per converso le cui scoperte appaiono dovute a cause esterne, che gratificano non tutti ma solo alcuni, che sottolineano la potenza di chi le fa non i risultati poi disponibili (almeno potenzialmente) per tutti.

Contemporanemente si aprono nuove importanti sfide che sono figlie proprio del successo enorme che la chimica ha avuto nella vita umana; è stato Paul Crutzen, premio Nobel per la Chimica nel 1995, ad adottare il termine Antropocene per segnare l’impatto che l’umanità sta avendo sulla biosfera, proprio grazie al successo della tecnologia chimica. Tale impatto, che si sta manifestando in tutti i campi, dal clima alle risorse minerali, rappresenta la nuova sfida per l’umanità e per la chimica.

La Chimica ha bisogno di un simbolo, di una bandiera, di un mito unitario per raccogliere questa sfida e questa bandiera non può essere quella di criteri che esaltano una persona o un paese o una regione, ma solo quella che rafforza un’idea: la Chimica è per tutti. La Scienza è, deve essere, per tutti se vogliamo continuare a vivere in pace su questo pianeta.

Quando alla fine della seconda guerra mondiale ci si è guardati indietro, alle macerie lasciate alle spalle, alcuni hanno avuto la capacità di pensare e guardare più profondamente alle cose; uno di questi uomini che da perseguitato aveva maturato coscienza di quel che era successo è stato un italiano, Primo Levi, chimico e scrittore, di cultura ebraica, che ha scritto uno dei libri più famosi e letti del mondo adottato nelle scuole di vari paesi, “Il sistema periodico”.

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Si tratta di un audace tentativo di raccontare la vita e le contraddizioni umane tramite la chimica e che proprio per questo fonde la migliore tradizione scientifica ed umanistica, raccoglie lo spirito migliore, il succo dell’esperienza umana: rifiuto della guerra, amore per la scienza, anelito ad una umanità che vada al di là delle divisioni di ogni tipo.

Se la chimica deve essere capace di raccogliere le sfide del nuovo millennio questo è il momento di farlo, lasciando per un attimo da parte le rivendicazioni personali o geografiche e guardando all’attività di ricerca come al lavoro più bello e unificante e nuovo che l’umanità abbia inventato, alla scoperta del “chemical space” come alla più grande avventura umana: che è per tutti, per ogni uomo, donna o bambino di questo pianeta, qualunque sia la sua religione o il colore della sua pelle o la sua lingua, ricco o povero, migrante o fuggitivo. Chemistry is for all! Quale mito è più grande di quello dell’unità dell’umanità? Levium, Levine o Levon, ma sia un nome (questo o un altro) che valga per questa scelta simbolica, la chimica come una bandiera per tutti gli uomini.