Il poliedrico Primo Levi

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Mauro Icardi

Renato Portesi, collaboratore di Primo Levi nella fabbrica di vernici Siva di Settimo Torinese, nel saggio di chiusura del volume “Cucire parole, cucire molecole”, edito dall’Accademia delle Scienze di Torino, ricorda Levi con queste parole. “Era un chimico che amava dello stesso amore la scienza pura, la ricerca sofisticata e le operazioni manuali, che non faceva differenza di rango tra l’attività del ricercatore e quella del tecnico.   Il suo contributo alla crescita dell’azienda è stato decisivo: per le conoscenze scientifiche e tecniche che ha messo a disposizione, per il rigore logico con il quale insegnava ad affrontare i problemi e per aver contribuito a formare collaboratori eclettici, capaci di passare da una disciplina all’altra con notevole facilità”.

Questo ritratto di Primo Levi nella veste di chimico, e in seguito di direttore tecnico di un’azienda di produzione di vernici, mi ha molto colpito. Perché in primo luogo conferma il valore dell’uomo e del tecnico. E anche il suo eclettismo entusiastico e contagioso. Levi non amava essere definito scienziato, preferendo la definizione di tecnico. A mio parere, leggendo non solo le sue opere, ma anche le biografie e i saggi scritti da moltissimi altri autori (Belpoliti e Jesurum tra i tanti), ne viene fuori invece la figura di uno scienziato umanista. Dedito alla gestione della quotidianità aziendale, ma capace di idee innovative e originali. E non ultima dote quella di essere un uomo capace di trasmettere il suo entusiasmo ai collaboratori. Strano che Levi non amasse essere definito scienziato. Il suo saggio intitolato “L’asimmetria e la vita” usato poi per dare il titolo ad un volume uscito postumo nel 2002, è un esempio perfetto della sua indubbia capacità di divulgazione scientifica. E non si può dimenticare che la prestigiosa Royal Institution inglese ha sanzionato nel 2006 la vittoria de “Il sistema periodico” come miglior libro di divulgazione scientifica di tutti i tempi. Giova ricordare tra i libri concorrenti vi erano tra gli altri “L’anello di Re Salomone” di Konrad Lorenz, e “Il gene egoista” di Richard Dawkins.

Ma l’autore torinese rimane un esempio di poliedricità. Perché in lui si possono riscontrare diverse anime, che vanno anche oltre a quella duplice del centauro, come amava definirsi. Non solo la dualità chimico-scrittore. C’è un Levi razionalista. Il Levi che definisce il suo stile di scrittore redigendo i rapporti tecnici di fabbrica, oppure descrivendo con lucida memoria, e rigore scientifico e documentale, la precaria situazione igienico –sanitaria del Lager, nel rapporto medico su Auschwitz scritto insieme a Leonardo De Benedetti.

C’è un Levi naturalista che osserva fenomeni naturali o curiosi, e li descrive con il suo consueto stile letterario, essenziale, chiaro e mai ridondante. Questo paradossalmente nel suo libro meno venduto e meno conosciuto, ma che rappresenta a mio parere l’appendice o una sorta di continuazione ideale del “Sistema periodico”, cioè “L’altrui mestiere”.

Libro che meriterebbe decisamente una riscoperta ed una rilettura.

C’è poi il Levi tecnico, il Levi che passa il tempo a risolvere problemi pratici, piccoli intoppi quotidiani del proprio lavoro. E lo ricorda spesso con una vena di malinconia. Il Levi che si districa tra il Nichel da estrarre nella miniera poco distante da Torino, dove è costretto a vivere da apolide, fino al Levi che imparerà sul campo il mestiere di far vernici subito dopo l’esperienza del Lager, e quella del picaresco ed avventuroso ritorno in Italia narrato ne “La tregua”.

Queste pagine di Levi, sono quelle che personalmente riescono sempre a farmi gioire e sorridere. Perché quello che lo scrittore narra e descrive, è patrimonio comune di molti. Piccole vittorie, grane da risolvere in ambito lavorativo. E soprattutto un’atmosfera che si comprende pienamente quando si è stati in un laboratorio chimico, o nei reparti di un’azienda. Levi ammetteva di essere legato ad una pratica di laboratorio di analisi che è riduttivo e ingiusto definire anacronistica, cioè quella dell’analisi sistematica, confessando di preferirla a quella strumentale, di esservi certamente molto legato. Quel metodo di analisi e di lavoro in laboratorio viene narrato nel “Sistema periodico”, e ne è una componente importante. Costituisce la struttura del libro, e dello stile narrativo. Intrecciata ai ricordi legati alla sua esperienza di ebreo italiano, prima discriminato, e successivamente precipitato nell’”anus mundi” del Lager.

Quest’anno ricorrono due anniversari. Che in qualche modo si intrecciano. Il primo è certamente quello del centenario della nascita di Levi. Il secondo è quello dello sbarco sulla Luna, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario, e su cui Levi scrisse un articolo intitolato “ La luna e noi”.

Levi con un’intuizione quasi profetica percepiva il crescente disincanto che già permeava di la società italiana. Quasi una profezia di questi nostri tempi. Desiderava il ritorno della capacità di meravigliarsi

E questo brano dove lo scrittore mostra il suo entusiasmo per l’impresa degli astronauti che per primi hanno toccato il suolo lunare, diventa un pezzo di rara bellezza.

Noi molti, noi pubblico, siamo ormai assuefatti, come bambini viziati: il rapido susseguirsi dei portenti spaziali sta spegnendo in noi la facoltà di meravigliarci, che pure è propria dell’uomo, indispensabile per sentirci vivi.

La poliedricità, la grandezza di Primo Levi si possono cogliere nella loro interezza anche in queste poche righe. E ulteriori studi sulla vita e l’opera dello scrittore potranno darci altre opportunità per riscoprire questa facoltà dimenticata. Oltre al piacere di leggere e rileggere le pagine delle sue opere.

L’etica del lavoro nell’opera di Primo Levi e la sua attualità.

Mauro Icardi

Il grande riconoscimento, o per meglio dire la collocazione di Primo Levi tra gli scrittori, e non solamente tra i memorialisti è certamente meritata. Levi si considerò scrittore a tutti gli effetti solo dopo il pensionamento dalla fabbrica di vernici Siva di Settimo Torinese, dove lavorò per la maggior parte della sua attività. Prima come chimico, e poi Direttore Tecnico, fino al suo ritiro dall’attività lavorativa.

E proprio il lavoro è uno dei temi che Levi sviluppa lungo tutto il dipanarsi della sua opera. Lavoro che avrebbe dovuto renderlo libero, secondo la crudele e beffarda scritta posta all’ingresso del campo di Buna Monowitz, parte dell’immenso sistema concentrazionario di Auschwitz. Lavoro che poi lo scrittore cerca con costanza subito dopo la liberazione dalla prigionia. Le pagine che narrano delle sue esperienze di lavoro sono la struttura del “Sistema periodico”, ma soprattutto de “La chiave a stella”. Ma per i lettori più attenti, si possono trovare molti racconti nei quali il tema e sviluppato. Anche in “Vizio di forma” dove nel racconto “Le nostre belle specificazioni” il lavoro è inserito in una trama narrativa di tipo fantascientifico. Dove lo scrittore torinese immagina una scheda di collaudo di una materia prima molto particolare, cioè dell’essere umano.

Non possiamo dimenticare, che il lavoro è uno dei fattori che contribuisce alla sopravvivenza di Levi durante la prigionia. Dal lavoro di schiavo, al lavoro sempre come essere inferiore, ma nel laboratorio della fabbrica di Buna. Al riparo dalle condizioni più disagevoli, al riparo dal freddo. Condizione questa che anche Liliana Segre ha evidenziato, nel raccontare la propria vicenda di deportata.

Levi si occupa di approfondire il tema del lavoro nel suo primo romanzo d’invenzione cioè “La chiave a stella”. In realtà, ad un’osservazione più approfondita, questo romanzo rappresenta un ibrido, una dualità (altro tema ricorrente nell’opera di Levi, chimico-scrittore, centauro quindi, cioè ibrido tra uomo e cavallo, come amava definirsi, e come si rappresenta in una delle sue sculture di fili di rame).

Infatti il protagonista Tino Faussone, il montatore di tralicci e derrick per l’industria petrolifera, altro non è che una delle due anime di Levi. L’alter ego con cui lo scrittore dialoga nello scorrere dei capitoli del romanzo. Faussone metalmeccanico, e Levi narratore che spiega in cosa consista il lavoro del chimico nei due bellissimi capitoli “Acciughe” uno e due. Dal chimico che assembla le molecole, al chimico che le deve determinare, utilizzando gli strumenti della tecnologia. In entrambi i casi sapendo della loro esistenza, ma senza vederle ad occhio nudo. Credo che queste siano tra le pagine più efficaci per spiegare i fondamenti della sintesi chimica, e della chimica analitica. E anche del percorso che da Democrito, passando per Avogadro e Lavoisier pone le basi della chimica.

Levi non solo ci tiene a raccontare la vita e le esperienze del chimico ma osserva con attenzione l’universo già allora, ma oggi più che mai variegato del mondo del lavoro. Lo descrive in molti racconti “Da zolfo” nel “Sistema periodico” fino a “La sfida della molecola” pubblicato nel volume “Lilit ed altri racconti”.

E questo suo scrivere di lavoro lo aiuta non solo a cancellare il ricordo del lavoro come strumento di annientamento dei deportati in Lager, ma anche darne una visione del tutto diversa rispetto a come viene descritto nella letteratura industriale degli anni 60. Penso a romanzi come “Memoriale” di Paolo Volponi, o l’ormai quasi dimenticato “Tre operai” di Carlo Bernari che ne è forse in qualche modo capostipite e che viene pubblicato nel 1934. Romanzi dove il lavoro non è realizzazione, ma spesso alienazione. Il secondo libro, proprio perché descriveva una classe operaia impossibilitata ad avere una vita dignitosa, venne censurato dal regime fascista.

Levi invece fa pronunciare a Faussone questa frase: “«Io l’anima ce la metto in tutti i lavori. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore»

E va oltre, arrivando anche a sconfessare la maledizione lanciata da Dio ad Adamo, che disubbidendo è condannato a perdere l’eden e lavorare con sforzo e sudore. Con questo paragone, credo abbastanza conosciuto tratto sempre da “La chiave a stella”: «Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amore per il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono».

E traccia anche un parallelo con l’idea di libertà: «Il termine libertà ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro e quindi nel provare piacere a svolgerlo»

“La chiave a stella esce nel 1978, e Levi è conscio che potrebbe (come in effetti sarà) provocare discussioni e polemiche. E quindi precisa: «So che il mio libro è destinato a provocare qualche polemica anche se non è nato con intento polemico. Certo, al giorno d’oggi il rifiuto del lavoro è addirittura teorizzato da componenti giovanili ma anche senza giungere a queste posizioni estreme esiste in stati piuttosto diffusi una tendenza a sottovalutare la competenza professionale intesa come valore positivo in sé».

Ci si può chiedere se, al giorno d’oggi dove una delle parole più pronunciate e lette è crisi, e la seconda è crescita che viene invocata come fosse una litania, oggi che la sensazione più diffusa sembra essere l’insicurezza. Oggi che il lavoro è profondamente cambiato, si è parcellizzato arrivando a creare la singolare sigla NIL (cioè nuove identità di lavoro). Un termine che vorrebbe ricomprendere i lavori precari, sottopagati, i lavori che sottraggono tempo all’esperienza di vita. Oggi che molte persone con un percorso di istruzione si devono adattare a friggere patatine nei fast food, oppure a fare i fattorini. Oggi che addirittura la ricerca scientifica, ovvero una delle forme più necessarie di lavoro ormai viene snobbata. Oggi che parallelamente al lavoro si tende a denigrare e svilire la preparazione professionale, e lo studio che ne è la base. Oggi che anche il lavoro di insegnanti e docenti è difficile, è legittimo chiedersi se le parole di Levi hanno ancora un senso, riescono ancora a rappresentare la realtà.

Io credo di si. Le pagine di Levi dedicate al lavoro possono essere uno stimolo per la difesa della dignità. Di chi lavora, e di chi un lavoro lo sta cercando. Può sembrare utopico. agli studenti che ho seguito negli stages, che spesso mi confidavano le loro aspettative e le loro incertezze sul futuro, parlavo spesso di come Primo Levi concepiva il lavoro. E qualche volta stampavo per loro questo brano tratto dall’intervista del 1986 con Philiph Roth.

Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”.

Per Primo Levi il “privilegio di pochi” è riferito a provare la gioia del lavoro ben fatto. E’ auspicabile e doveroso che invece questo privilegio possa essere offerto a più persone. E che le persone vedano tutelata la loro dignità umana, e non solo la loro professionalità. Con gli auspici e i suggerimenti che lo scrittore torinese ci ha indicato.

“Ho sempre fatto vernici.”

Oscar Chiantore*

Non ho avuto la fortuna di conoscere Primo Levi di persona. Mi capitò tuttavia di avere con lui un contatto epistolare qualche tempo dopo che il Sistema Periodico fu pubblicato negli Stati Uniti, cosa che avvenne nel 1984. Ricevevo ogni mese la rivista Chemical & Engineering News, e nel numero di maggio 1985 trovai pubblicata la recensione al libro, The Periodic Table, che qui riporto.

Era una recensione molto bella, che in modo succinto secondo me metteva bene in evidenza gli aspetti essenziali del libro di Levi. Fin dal titolo: ‘Un chimico medita sulla sua vita e sul suo mestiere’, dove vita e mestiere traggono sostentamento ed ispirazione l’uno dall’altra. Il recensore, entusiasta, scriveva: ‘E’ un libro bellissimo, scritto in una prosa sobria e meravigliosa, che spesso rasenta la poesia……”.

Immaginando che recensioni come questa, provenienti da pubblicazioni non letterarie non pervenissero a Levi tramite la casa editrice, gliela mandai con una breve lettera di accompagnamento. Levi rispose esprimendo riconoscenza perché la recensione gli era parsa “molto bella e intelligente”, e non ne avrebbe avuto notizia dal servizio stampa dell’editore. Dichiarava inoltre che leggerla gli aveva “dato una gradevole nostalgia”.

Il Sistema Periodico è riconosciuto essere un libro di interesse universale per le tematiche trattate, e per il modo con cui sono illustrate dato che – parafrasando Levi – ogni elemento è in grado di dire qualcosa a qualcuno e a ciascuno una cosa diversa. Certamente noi chimici vi troviamo una ricchezza superiore, potendo riconoscerci più o meno parzialmente nel mestiere così come viene descritto ‘….un caso particolare, una versione più strenua, del mestiere di vivere’ [Argento], dove si susseguono le “due esperienze della vita adulta…il successo e l’insuccesso.” [Nichel]

Oltre a questo episodio vorrei ricordare un paio di altre situazioni in cui mi è capitato di occuparmi del Levi chimico.

Venti anni fa, con l’amico e collega Edoardo Garrone, organizzammo la mostra Primo Levi e il Sistema Periodico, nella zona antistante quella Biblioteca Chimica così vividamente descritta nel capitolo Azoto, e rimasta simile a quella frequentata da Levi solo più nei tavoli e nelle scaffalature di buon legno di noce. L’evento era programmato nell’ambito delle manifestazioni per il decennale della scomparsa di Levi e, proprio perché fatto ‘a Chimica’, era imperniato sul Sistema Periodico con testimonianze di alcuni suoi compagni di studi, e con documenti e testi relativi al suo percorso universitario.

Esponemmo anche una quindicina di copie di edizioni straniere del Sistema Periodico, tutte quelle che potemmo ottenere semplicemente chiedendo ad amici e colleghi stranieri di procurarci una copia del libro nella lingua del loro Paese.In quell’ occasione la SIVA, dove come è noto Levi svolse la maggior parte della sua attività di chimico, offrì una nuova Tavola Periodica per l’Aula Magna di Chimica, per sostituire quella allora esistente, risalente agli anni ’50 ed offerta a quel tempo dalla Cinzano. Nelle due immagini qui sotto si possono vedere le due Tavole, quella vecchia e quella nuova.

La nuova Tavola Periodica fu inaugurata il 15 Maggio 1997, nella giornata iniziale della manifestazione. La Tavola si trova ancora lì, nell’Aula Magna del Dipartimento di Chimica che qualche anno dopo è stata poi intitolata a Primo Levi. La visibilità della Tavola è oggi diventata più difficile, da quando l’uso diffuso delle proiezioni con power point ha imposto la collocazione di un ampio schermo che, quando srotolato, copre tutta la Tavola Periodica.

La giornata del 15 Maggio 1997 e tutto l’evento sono stati poi documentati da un numero monografico del notiziario dell’Università di cui mostro la pagina iniziale con l’indice del fascicolo contenente testi e immagini sia della giornata che della mostra.

Avigliana – Dinamite Nobel S.A. – Veduta – 1930 – 1940 (foto: Centro per la cultura d’impresa, fondo Edison, Milano)

E’ noto che Levi ha svolto praticamente tutta la sua vita di chimico nell’industria delle vernici. In una intervista così si espresse: “Ho fatto sempre vernici, sono abituato ad una vita concreta, in cui un problema si risolve o si butta.” Il mestiere comincia dopo il ritorno dal lager, nello stabilimento di Avigliana, paese vicino a Torino, di proprietà della Montecatini, che si può vedere nella fotografia dell’epoca.

Questa parte della vita di chimico di Levi emerge magistralmente nel capitolo Cromo del Sistema Periodico con un racconto dove in pagine di prosa squisita, tra molte altre cose Levi cattura l’essenza di come un chimico affronta un problema, e come la scoperta intellettuale procuri una inimitabile felicità. Ma ci racconta anche molto efficacemente come nell’industria chimica possano esserci a volte operazioni o processi che si perpetuano per tradizione, senza reali motivazioni tecniche, e che permangono per anni se non sono causa di inconvenienti. Levi ci parla infatti di come nella fabbrica di Avigliana ha dovuto affrontare e risolvere il problema riguardante una grossa partita di vernice antiruggine ‘impolmonita’ cioè diventata viscosa / gelatinosa e quindi non utilizzabile. Levi affronta il caso esaminando la documentazione di produzione, studia le relazioni tecniche finchè trova l’anomalia ( ‘un chimico deve interessarsi dei particolari. Se non sta attento ai dettagli, rischia di sciupare il lavoro’), correggendo la formulazione che creava problemi. Propone il rimedio per le partite andate a male, consistendo questo nell’aggiunta di un composto in grado di restituire fluidità alla vernice e quindi renderla utilizzabile. Ma quando poi il chimico Levi lascia lo stabilimento per andare a lavorare in un’altra azienda, l’additivo anti-impolmonimento era entrato stabilmente a far parte delle formulazioni per quel tipo di vernici, che nel frattempo avevano subito altre evoluzioni e non avevano più bisogno del “correttivo”!

Quando tempo dopo qualcuno aveva sollevato dei dubbi, in produzione avevano risposto, ‘sorpresi e un po’ scandalizzati’ che quella formulazione ‘esisteva da almeno dieci anni’, l’additivo ‘c’era sempre stato…..a cosa servisse, nessuno sapeva più ma che si guardasse bene dal toglierlo, perché “non si sa mai”.’

Allo stesso modo, leggiamo da Levi, in un’altra fabbrica dove si produceva olio di lino cotto modificato con resine coppali, quando queste ultime dovettero essere sostituite con resine sintetiche meno costose e più disponibili, si continuò ad usare lo stesso trattamento a caldo usato per le coppali, dove era necessario eliminare le frazioni più leggere arrivando fino ad una perdita di peso del 14%. Con le nuove resine sintetiche questo trattamento non sarebbe più stato necessario, e invece continuò ad essere fatto, con perdita di materiale utile e con inutile produzione di “esalazioni pestifere”.

Casi come questo non sono per nulla rari, e nell’industria delle vernici e degli adesivi ancora oggi riscontrabili, come può testimoniare chi si sia occupato dello studio e caratterizzazione di resine e prodotti vernicianti. Molte formulazioni contengono, oltre ai componenti base cioè un legante e i pigmenti, un numero imprecisato di additivi diversi, immessi in quantità opinabili e con giustificazioni nebulose, che derivano nella maggior parte dei casi da storie di chimica empirica dove un’aggiunta dopo l’altra non induce a fare le verifiche su cosa veramente serve, salvo poi il verificarsi di disastri.

La lezione che Levi trae è esemplare anche nella ironia della sua espressione:

Le formulazioni sono come le preghiere, i decreti-legge e le lingue morte e non un iota in esse può essere mutato.’ [Cromo]

Le vernici ad Avigliana erano prodotte nello stabilimento Duco, contiguo al dinamitificio Nobel, e anch’esso di proprietà della Montecatini. In questa immagine di archivio si osserva una fase della fabbricazione delle vernici denominate Dulox. Possiamo cercare di capire se questo marchio ha qualche attinenza con quanto Levi descrive nel Sistema Periodico.

Avigliana – Stabilimento Duco – Produzione resine – Vernice Dulox – Operaio al lavoro (1925 – 1940) (Ufficio fotografico Montecatini / Montecatini Edison / Montedison (1957/ 1985))

DUCO è un marchio che deriva dalla crasi di Dupont Coatings. La DuPont de Nemours è stata una delle principali industrie chimiche degli Stati Uniti, che iniziò la sua attività nel 1802 con la produzione di polvere da sparo e si sviluppò in seguito su altri settori della chimica diventando rapidamente la nota industria di rilevanza mondiale. Esiste tuttora, e in questo anno (2017) ha concluso una fusione con Dow Chemical, oggi la seconda più grande produttrice chimica al mondo.

Nella prima metà del secolo scorso la DuPont è stata fortemente impegnata nello sviluppo delle nuove pitture e vernici, sintetiche o semi-sintetiche, che venivano man mano rese possibili dallo sviluppo delle conoscenza nel campo della chimica delle macromolecole.

L’evoluzione di smalti e pitture da parte di DuPont in quel periodo è delineato nello schema seguente, da cui si capisce anche come le fortune dell’azienda siano dipese anche dallo stretto intreccio di interessi e alla collaborazione con General Motors, allora il principale produttore di automobili.

Ad Avigliana la Montecatini produceva le vernici Duco su licenza della DuPont de Nemours.

In particolare Levi parla di vernici alchidiche, come quelle prodotte negli anni della guerra e come quelle abbandonate perché impolmonite; son per l’appunto alchidiche le vernici di cui tratta la foto d’epoca dove leggiamo il nome Dulox. Nell’appendice alle pagine sparse delle Opere Complete di Primo Levi (a cura di M. Belpoliti, Einaudi Ed.) è riportata una relazione tecnica di Levi risalente agli anni di Avigliana, che reca il titolo “La puntinatura degli smalti Dulox”, dove si citano anche manuali di uso della Du Pont de Nemours.

Le pitture alchidiche continueranno ad essere prodotte per molti anni ancora dalla Montecatini, e per le più svariate applicazioni mentre il marchio Dulox esiste ancora oggi per una ampia gamma di prodotti vernicianti che hanno comunque formulazioni diverse da quelle con cui Levi ebbe a che fare.

E’ il mondo della chimica organica quello in cui comincia a muoversi Levi quando inizia la sua attività di chimico dopo la guerra; egli si trova a doversi occupare di resine e di composti polimerici, con la presenza di prodotti naturali e la fabbricazione di prodotti di sintesi. Un mondo dove, Levi confessa, ci vuole una certa cautela e non ci sono molte certezze quando non ci si può ancorare ‘….alla buona chimica inorganica……paradiso perduto per noi pasticcioni organisti e macromolecolisti.’ [Cromo]

Tanto che, quando è possibile, è ‘meglio ritornare fra gli schemi scoloriti ma sicuri della chimica inorganica’. [Azoto]

Dovendo lavorare con la materia organica Levi capisce presto quanto sia complessa, versatile, e importante. Ne La Chiave a Stella scrive: «…..una vernice è una roba più complicata di quanto uno si immagini». E inoltre:

«Mi sono accorto abbastanza presto che fare vernici è un mestiere strano: in sostanza vuol dire fabbricare pellicole, cioè delle pelli artificiali, che però devono avere molte delle qualità della nostra pelle naturale…….(che è) un prodotto pregiato. Anche le nostre pelli chimiche devono avere qualità che fanno contrasto: devono essere flessibili e insieme resistere alle ferite,………..devono avere dei bei colori delicati e insieme resistere alla luce; devono essere allo stesso tempo permeabili all’acqua e impermeabili, e questo appunto è talmente contradditorio che……»

Si tratta, pertanto, di competere con la natura, che ‘….ha risolto brillantemente (il problema)…con le membrane cellulari, il guscio delle uova, la buccia multipla degli aranci, e la nostra pelle.’ [Cerio]

Noi potremmo oggi aggiungere all’elenco gli altri sistemi oggi diventati di estremo interesse per chimici e scienziati dei materiali: le ali delle farfalle, le zampe del geco, il filo del ragno, l’adesivo della cozza……

Pensando a quanto sono utili i prodotti di questa chimica, Levi scrive in un capitolo del Sistema Periodico quanto gli avrebbe fatto comodo nella sua difficile situazione del Lager il polietilene: ‘………perché è flessibile, leggero e splendidamente impermeabile…..’   [Cerio]. Tuttavia: ‘….a quel tempo non esisteva…

Levi qui intende il polietilene come materiale assoluto per l’imballaggio, quale effettivamente è poi diventato. Può essere interessante ricordare che nel tempo della prigionia di Levi il polietilene, inventato pochi anni prima, era un materiale strategico – protetto da segreto militare – perché si era rivelato fondamentale per lo sviluppo delle apparecchiature radar, contribuendo nella seconda guerra mondiale in modo decisivo alla supremazia anglo-americana in campo aeronautico e navale.

Conclusa l’esperienza di Avigliana, è possibile che nel resto della sua attività di chimico delle vernici Levi non abbia mai più avuto a che fare con la DuPont e i suoi prodotti. Un contatto tuttavia con l’opera e la vita di Levi in area DuPont c’è stato, in anni più recenti, grazie ad una fortuita combinazione di eventi e di miei rapporti personali, che qui riporto.

Nella organizzazione di convegni sulla caratterizzazione dei polimeri per molti anni ho interagito con un ‘chimico macromolecolista’, responsabile di questo settore presso i laboratori centrali della DuPont, a Wilmington, nel Delaware. Quando nel 1997 mi stavo occupando della mostra sul Sistema Periodico a Chimica, mi capitò di parlargliene e questo collega fu subito talmente interessato da prospettare la ipotesi di portare la mostra negli Stati Uniti, coinvolgendo la ACS, Società Chimica Americana, o la Fondazione sulla Storia della Chimica di Filadelfia, o il Museo Nazionale dell’Olocausto a Washington. Questo progetto, ambizioso, non potè andare avanti allora, ma un paio di anni dopo Howard Barth (questo il nome del collega ricercatore) riprese l’iniziativa chiedendomi tutta la documentazione che potevo fornirgli sulla mostra e i documenti riguardanti Levi (tesi di laurea, diploma, immagini della Biblioteca, ecc.) per una presentazione che intendeva portare al convegno nazionale della Società Chimica Americana. Per alcuni mesi Howard si immerse nella vita e nelle opere, di Levi e il 27 Marzo 2000, a San Francisco, alla Divisione Storia della Chimica dell’ACS fece una relazione di cui riporto qui l’Abstract, con la copertina del convegno.

Per qualche tempo, dopo questa occasione, Howard Barth continuò ad essere coinvolto sull’argomento Levi e soprattutto sul ruolo di IG Farben nel campo di Auschwitz Monowitz, leggendo, raccogliendo documentazione e facendo diffusione. Per cercare di cogliere meglio ogni significato si mise anche a studiare l’italiano. Tenne ancora una conferenza su Primo Levi in una riunione della sezione del Delaware della ACS, citando espressamente la mostra sul Sistema Periodico della Università di Torino, e facendo poi proiettare l’importante documentario- intervista della BBC di cui gli avevo fatto avere una copia.

In uno dei resoconti che mi inviava scriveva anche di avere scoperto che Otto Ambrose, il chimico della IG Farben che aveva scelto Auschwitz come luogo dove impiantare la fabbrica della gomma Buna in modo da sfruttare il lavoro dei prigionieri, dopo aver scontato alcuni anni di reclusione a seguito della condanna da parte del tribunale di Norimberga, negli anni ’50 era stato nominato nel consiglio direttivo della W.R. Grace, un importante gruppo chimico americano.

Concludo sottolineando come nella vita e in tutta l’opera di Primo Levi, chimico e scrittore, il rapporto tra uomo e materia emerge come elemento fondamentale di crescita e di scoperte:

Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere sé stessi e l’universo’ scrive Levi [SP, Ferro]. Si tratta di un rapporto ambiguo, che Levi stesso ha così descritto all’epoca della pubblicazione del Sistema Periodico :

Anche il rapporto tra uomo e materia in questo libro è ambivalente. La materia è madre anche etimologicamente, ma insieme è nemica. Lo stesso si può dire della natura. D’altronde l’uomo stesso è materia ed è in conflitto con se stesso…… La materia è anche una scuola, la vera scuola. Combattendo contro di lei si matura e si cresce. In questo combattimento si vince o si perde……

(Intervista a Giorgio De Rienzo e Ernesto Gagliano, Stampa Sera 1975)

*Oscar Chiantore è  professore ordinario di Chimica e Tecnologia dei Polimeri presso la Facoltà di Scienze MFN della Università degli Studi di Torino. Svolge attività didattica sui materiali polimerici e sulla conservazione dei beni culturali , la sua ricerca riguarda la caratterizzazione e le applicazioni dei materiali polimerici.

Vite parallele.

Claudio Della Volpe

Non preoccupatevi, non voglio parlarvi di Plutarco e della sua opera che casomai avete studiato al liceo; anche se tutto sommato l’idea di Plutarco che le vite degli uomini potessero a volte fortemente assomigliarsi è una cosa sensata. Le Vite Parallele di Plutarco consiste di ventidue coppie di biografie, ognuna narrante la vita di un uomo greco e di uno romano.

Oggi farò una cosa simile; vi parlerò di due vite parallele di due chimici-scrittori, uno italiano, uno americano di cultura tedesca, che vissero la parte cruciale della loro vita durante la 2° guerra mondiale; entrambi si schierarono contro il fascismo e il nazismo spontaneamente, avrebbero potuto farne a meno ma lo fecero, entrambi caddero prigionieri dei tedeschi e corsero il rischio di morire vivendo drammatici avvenimenti.

Tornati dalla guerra entrambi divennero scrittori e scrissero libri divenuti famosi sulla loro esperienza, ma non solo; ed entrambi ad un certo punto si occuparono di un tema, quello dell’acqua, immaginando un’acqua “polimerica” terribilmente pericolosa che di fatto nei loro racconti distrugge la vita e il pianeta Terra.

Le loro opere sono parte della letteratura che si studia a scuola; ma in Italia l’autore è conosciuto più per le sue opere “serie”, come Se questo è un uomo o La tregua, mentre nella scuola americana l’autore che vi dico è studiato più per le sue opere (apparentemente) di fantascienza come Ghiaccio 9 (Cat’s cradle in inglese, trad. letterale “Il ripiglino” gioco dell’elastico o culla del gatto, che è un gioco che avete sicuramente fatto) o Mattatoio n. 5 (o La crociata dei Bambini (Slaughterhouse-Five; or, The Children’s Crusade: A Duty-Dance With Death, 1969)

E’ da notare che entrambi erano dichiaratamente atei ed entrambi morirono a seguito di una caduta dalle scale.

Nei medesimi anni in cui scrissero quei racconti vi fu poi un enorme interesse nella ipotizzata scoperta di un’acqua “strana” diversa, da quella normale, definita poliacqua o acqua anomala, che si rivelò una falsa scoperta, un artefatto frutto della solubilizzazione di alcuni componenti dei contenitori usati, ma la cui storia rivela molto dei modi in cui la scienza moderna si sviluppa.

E infine accenneremo a cose strane sull’acqua immaginate o supposte, vere e false.

I due chimici scrittori sono Primo Levi (Torino 1919- Torino 1987) e Kurt Vonnegut Jr.(Indianapolis 1922-New York 2007).

Probabilmente non conoscerete il secondo a meno che non vi piaccia la fantascienza, una tematica di cui si occupò anche Levi, sia pure solo in alcuni racconti (la serie di Vizio di Forma pubblicata nel 1971) , ma che fu il tema principale delle opere di Vonnegut, che è stato uno dei maggiori scrittori americani moderni ed un indiscusso leader del settore SF (Science Fiction).

Primo Levi

Kurt Vonnegut Jr.

Quella di Primo Levi è una storia che conosciamo meglio; laureato in chimica, di famiglia ebraica, ma ateo, Levi inizia a lavorare prima dell’inizio della guerra, ma poi “sale in montagna” e viene catturato da partigiano; si dichiara ebreo, viene mandato nel campo di concentramento di Auschwitz III, dove viene reclutato per la produzione della gomma sintetica; questo coinvolgimento e altri aspetti apparentemente casuali e secondari gli consentono di salvarsi la vita quando i russi nella loro avanzata liberano il campo; proprio alcune di queste circostanze fortuite ragione di vita per lui e morte per altri a lui vicini (come Alberto Dalla Volta) si imprimeranno nella sua mente e fino alla fine gli rimaranno nell’anima come un enorme fardello.

Tornato fortunosamente in Italia, scrive subito il suo primo libro (anche se le sue prime esperienze di scrittore risalgono a prima della guerra) che viene prima rifiutato e poi accettato con una condivisione sempre più larga che diventerà corale solo alla fine degli anni 50, consacrandolo scrittore a tutto tondo, con una produzione complessiva di tutto rispetto.

Farà comunque il chimico per molti anni e trarrà da questa sua attività fonte di ispirazione. Morirà in circostanze mai chiarite del tutto per una caduta dalle scale nel 1987.

Meno conosciuta la storia di Kurt Vonnegut jr., nipote di un immmigrato tedesco in USA, nato a Minneapolis, studente di biochimica a Cornell, nel 1943 decide spontaneamente di arruolarsi e diviene fante esploratore; catturato sul fronte delle Ardenne e detenuto a Dresda assistette al bombardamento della città da parte degli alleati, nel febbraio 1945, un bombardamento in cui vennero usate migliaia di bombe incendiarie e che fece decine di migliaia di vittime, ma si salvò per mero caso nascondendosi sotto il mattatoio dellla città, una grotta che gli salvò la vita e che serviva di solito per conservare la carne. Questo episodio scioccante fu poi da lui ripreso nel suo primo grande romanzo, Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini, un duro atto di accusa contro la guerra, ma anche un esempio di scrittura diversa dal solito e con fortissime venature fantascientifiche e satiriche.

Kurt non arrivò alla scrittura facilmente; sposato con la sua compagna di infanzia Jane Cox, di cui era profondamente innamorato, fu da lei spinto a scrivere.

In un articolo del New Yorker si narra la storia di questo rapporto così importante per lo scrittore.

in November, 1945, he wrote Jane in a fever of excitement. He had been reading the foreign affairs section of Newsweek when he realized something: “Everything that was reported by ace newsmen from the heart of Europe I found to be old stuff to me. . . . By Jesus, I was there.” That was me; I was there. That astonishing moment in “Slaughterhouse-Five” was the impetus for the entire book, first felt in 1945. His war experience was crying out to be written. He told her he was trying to remember every little thing that had happened to him. He would write about that. But one thing was clear: “I’LL NOT BE ABLE TO DO IT WITHOUT YOUR HELP.”

The next week, in a calmer mood, he articulated his new conviction. “Rich man, poor man, beggar man, thief? Doctor, Lawyer, Merchant, Chief?” he wrote, reprising his old theme. “From your loving me I’ve drawn a measure of courage that never would have come to me otherwise. You’ve given me the courage to decide to be a writer. That much of my life has been decided. Regardless of my epitaph, to be a writer will have been my personal ultimate goal.”

In realtà il suo romanzo a metà fra il fantascientifico e l’autobiografico il più famoso ed importante Mattatoio n. 5 nel 1969, fu anche l’inizio della fine del loro rapporto matrimoniale, ma rimasero sempre una coppia legata da forti sentimenti.

Il rapporto fra Vonnegut e la fantascienza è oggetto di una celebre citazione tratta da un suo romanzo, con cui Vonnegut si rivolge agli scrittori di questo genere:

« Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi, quello che cí fanno gli equivoci tremendi, gli errori, gli incidenti e le catastrofi. Voi siete i soli abbastanza stupidi per tormentarvi al pensiero del tempo e delle distanze senza limiti, dei misteri imperituri, del fatto che stiamo decidendo proprio in questa epoca se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì sarà il Paradiso o l’Inferno. »
(Da Dio la benedica, signor Rosewater o Le perle ai porci (1965))

(da wikipedia)

Vonnegut vinse parecchi premi letterari, si laureò in antropologia con una tesi che di fatto fu il romanzo

di cui parleremo più avanti. Fu inoltre nominato “artista dello stato di New York” per l’anno 2001-2002. In quegli anni manifestò il suo ateismo, confermando le voci che erano circolate in tal senso. Insegnò letteratura ad Harvard fu a lungo pompiere volontario e presidente della American Humanist Association (Associazione degli Umanisti Americani).

Morì il 10 aprile 2007 a seguito dei traumi cerebrali conseguenti ad una caduta in ambito domestico.

 

Entrambi questi scrittori così simili ma così diversi si sono occupati dell’acqua anomala, una scoperta avvenuta nel 1962 ad opera del ricercatore russo N. N. Fedyakin, pubblicata su una rivista russa, che era tradotta in inglese, ma di cui non sono stato capace di trovare copia in letteratura. Il lavoro fu poi continuato insieme a Derjaguin, un chimico fisico russo molto più noto, che la pubblicizzò in occidente decisamente solo dopo il 1966 con un congresso in Gran Bretagna ed un lavoro su Discussions Faraday Soc. 42, 109 (1966) e su JCIS nel 1967 ; la cosa divenne di dominio pubblico solo dal 1969 con articoli sui giornali e con articoli su molte altre riviste anche divulgative, scatenando una corsa alla ricerca ed alla emulazione fra le due grandi potenze.

Si trattava di un’acqua che condensava in una situazione particolare, in tubi capillari di quarzo e che mostrava delle proprietà molto particolari; si temeva potesse alterare stabilmente le proprietà del resto dell’acqua con cui veniva in contatto, argomento questo che arriverà in letteratura. La cosa scatenò una incredibile corsa fra i vari paesi a causa dei potenziali effetti benefici o tragici del materiale, ma fu comunque chiaro entro pochi anni che i dati erano frutto di un errore sperimentale, dovuto alla dissoluzione dei componenti del contenitore.

Fu pure pubblicato un libro (Poliacqua, ed, Il Saggiatore) da parte di uno dei più famosi studiosi dell’acqua di quel periodo F. Franks, autore del monumentale tomo sull’acqua in 7 volumi su cui ho studiato durante la mia tesi. La critica feroce di Franks scatenò una risposta altrettanto dura di Derjaguin su Nature.

La cosa interessante è che mentre la breve novella di Levi è stata scritta o almeno pubblicata nel 1971, dunque parecchio dopo che il tema era divenuto di dominio pubblico, e dunque quasi certamente è stata influenzata dagli eventi già svoltisi, (anche se l’autore scrive nella lettera a Einaudi che l’articolo di Scientific American da cui lo ha appreso è successivo al suo testo, in realtà lo precede, è del 1969 Polywater, Sci. Amer. 221, 90 (Sept., 1969); col beneficio di inventario il testo di Levi fu scritto fra il 1968 e il 1970, ma comunque già allora la notizia era circolata sui giornali), il romanzo di Vonnegut , un romanzo ampio e di argomento molto più complesso è stato pubblicato solo nel 1963, dunque quando in occidente pochissimi conoscevano la cosa e non è verosimile che Vonnegut ne fosse a conoscenza. Secondo me è una idea originale di Vonnegut, anche se la pubblicazione del romanzo è avvenuta dopo la scoperta, almeno formalmente.

Nel romanzo in realtà si parla di varie cose:

La voce narrante è John o Jonah (in inglese, sinonimo di portasfiga) è uno scrittore che ha deciso di scrivere un libro dal titolo Il giorno in cui il mondo finì, che vuole essere un resoconto su come alcuni scienziati responsabili dell’invenzione della bomba atomica trascorsero la giornata del 6 agosto 1945, appunto «il giorno in cui il mondo finì».

Le sue ricerche si concentrano su Felix Hoenikker, uno dei “padri” della bomba atomica, nonché Premio Nobel. Inizia così a rintracciare e contattare coloro che hanno conosciuto direttamente lo scienziato a partire dai figli. Il quadro che ne viene fuori è quello di un uomo interamente votato alla scienza, completamente estraneo alla vita sociale, incapace di amare la moglie Emily e di piangere la sua morte, incapace di fare da padre ai suoi tre. Da questa ricerca lo scrittore scopre anche qualcosa sull’ultima invenzione nata in risposta alle pressanti richieste di un generale della Marina americana, che gli aveva chiesto di inventare qualcosa capace di solidificare il fango. L’idea, come si viene a sapere in seguito, gli era venuta proprio il giorno dello sgancio della bomba, “giocherellando” a ripiglino con uno spago (e più precisamente quando forma la figura chiamata “cesta del gatto”, da cui il significato del titolo originale “Cat’s Cradle”). Da lì l’invenzione del “ghiaccio-nove”: un «seme», ovvero una microparticella in grado di cristallizzare e congelare istantaneamente l’acqua (portandone il punto di fusione a 114 °F, ossia 45,556°C) e potenzialmente in grado, con una reazione a catena, di propagare questa proprietà a tutta l’acqua del pianeta, con conseguenze catastrofiche. Alla morte dello scienziato i tre figli si spartiscono l’invenzione, conservando ognuno una scheggia di “ghiaccio-nove”.

(da wikipedia)

Non vi dico come continua sperando siate stimolati a leggerlo.

I titoli delle due opere hanno origini del tutto diverse; infatti quello di Levi Ottima è l’acqua, prende il titolo in prestito dal famoso incipit della Prima Olimpica di Pindaro: Ἄριστον μὲν ὕδωρ”.

Mentre il titolo del romanzo di Vonnegut, Cat’s cradle, la culla del gatto si rifà ad un giochino da ragazzi, in italiano chiamato ripiglino, a cui avete certamente giocato anche voi da ragazzi e mostrato nelle figure accluse al testo.Concluderei come conclude Franks il suo libro; scoperte sull’acqua e sulle sue presunte caratteristiche rivoluzionarie sono continue. Acque magiche se ne sono scoperte varie volte, ma l’acqua in effetti si presta, ha proprietà incredibili; per chi volesse esplorarle tutte compiutamente e con dettaglio c’è la pagina ben nota di Martin Chaplin http://www1.lsbu.ac.uk/water/

La proprietà che mi intriga di più è il fatto che l’acqua (come molte altre molecole) è una miscela di isomeri di spin nucleare, NSIM, in sigla; il caso più famoso è l’idrogeno, ma l’acqua è l’altra molecola famosa e semplice di cui si è ottenuta la separazione dei due isomeri di spin; orto-acqua e para-acqua, l’acqua è insospettabilmente una miscela non solo di due quasi-fasi, strutturata/non strutturata come insegnava Franks decenni fa ma proprio di due diverse molecole, con reattività diversa, ma interconvertibili fra loro. L’argomento si presterebbe a scrivere un altro post e dato che sono stato già abbastanza lungo mi fermo qua e ne riparlerò appena possibile.

da Angew. Chem. Int. Ed. 2014, 53, 1 – 5

Riferimenti.

-An Annotated Bibliography for Anomalous Water

LELAND C. ALLEN Journal of Colloid and Interface Science, VoL 36, No. 4, August 197 p. 554

– F. Franks Poliacqua Il saggiatore 1983 tradotto da Polywater MIT press 1981

– B. Derjaguin Nature 1983 Polywater rewieved, v. 301 p.9-10

https://www.reuters.com/article/us-vonnegut/kurt-vonnegut-dead-at-84-idUSN1126991620070412

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0ahUKEwipndGsurnXAhXjHJoKHXeUAccQFggpMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.physi.uni-heidelberg.de%2FForschung%2FANP%2FCascade%2FTeaching%2FFiles%2FPolywater.pptx&usg=AOvVaw0YPjui-hslUjnGrMZTkq7P

Ghiaccio 9 – Urania 1383 – K. Vonnegut trad da Cat’s cradle, 1963 in inglese, prima edizione italiana 1994   https://en.wikipedia.org/wiki/Cat’s_cradle

Mattatoio n. 5 – Kurt Vonnegut, Slaughterhouse-Five; – or, The Children’s Crusade: – A Duty-Dance With Death, Delacorte Press, 1969, pp. 186.

Oppure Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, o la crociata dei bambini : danza obbligata con la morte, Scrittori italiani e stranieri, Mondadori, 1970, pp. 205,

Ottima è l’acqua – P. Levi in Opere complete vol. 2 pag. 733 – ed. Repubblica l’Espresso

  1. N. Fedyakin, Change in the Struc- ture of Water During Condensation in Capillaries, Kollo~d. Zh. 9.4, 497 (1962). Translation: Colloid J. USSR (English Transl.) 24, 425.
  2. B. V. Derjaguin and N. N. Fedyakin, Special Properties and Viscosity of Liquids Condensed in Capillaries, Dold. Akad. Nauk SSSR 47, 403 (1962). Translation: Dokl. Phys. Chem., Proe. Aead. Sd. USSR 147, 808.
  3. V. Derjaguin, Effect of Lyophile Surfaces on the Properties of Boundary Liquid Films, Discussions Faraday Soc. 42, 109 (1966).
  4. V. Derjaguin, N. N. Fedyakin, and M. V. Talayev, Concerning the Modified State and Structural PoIymorphism of Liquids Condensed from Their Under- saturated Vapors in Quartz Capillaries, J. Colloid. Interface Sei. 24, 132 (1967).

Poliacqua e altre storie.

Mauro Icardi.

Il racconto di Primo Levi intitolato “Ottima è l’acqua” è quello che chiude il volume di racconti fantascientifici “Vizio di forma”, la cui prima edizione risale al 1971.

Nel 1987 uscì la seconda edizione nella quale fu anteposta la “Lettera 1987” di Primo Levi all’editore Einaudi. In questa lettera l’autore esprime alcune considerazioni, ed il proprio punto di vista sui racconti scritti quindici anni prima. Il libro risente delle atmosfere dei primi anni 70, e Levi fa riferimento anche al “Medioevo prossimo venturo” di Roberto Vacca quale fonte di ispirazione. Nella parte conclusiva di questa lettera si sofferma proprio sul racconto “Ottima e l’acqua.” L’invenzione narrativa parte dalla scoperta fatta da un chimico, Boero, che si accorge dell’aumento della viscosità dell’acqua. Prima eseguendo misure sull’acqua distillata del laboratorio dove lavora, e notando lievi scostamenti. Poi accorgendosi durante una passeggiata in campagna che il torrente che sta osservando sembra scorrere più lentamente. Prelevato un campione di acqua verificherà che anche l’acqua di quel torrente, e in seguito di vari corsi d’acqua italiani ed europei è molto più viscosa del normale. Le conseguenze immaginate sono catastrofiche. Difficoltà di nutrimento per le piante, impaludamenti dei fiumi, ispessimento del sangue degli esseri umani, con conseguenti problemi di tipo cardiocircolatorio, e morti premature.

Levi ricorda come dopo la pubblicazione del suo libro la rivista “Scientific American” riportò la notizia della scoperta di un’ acqua simile a quella del racconto. Ecco la parte in cui ne parla.

Quanto a “Ottima è l’acqua”, poco dopo la sua pubblicazione lo “Scientific American ha riportato la notizia, di fonte sovietica, di una “poliacqua” viscosa e tossica simile per molti versi a quella da me anticipata: per fortuna di tutti le esperienze relative si sono dimostrate non riproducibili e tutto è finito in fumo. Mi lusinga il pensiero che questa mia lugubre invenzione abbia avuto un effetto retroattivo ed apotropaico. Si rassicuri quindi il lettore: l’acqua , magari inquinata non diverrà mai viscosa, e tutti i mari conserveranno le loro onde

In effetti la storia della poliacqua è estremamente singolare. Inizia nel 1962 quando su una rivista Sovietica, il Kolloid Zurnal pubblica un articolo nel quale il Fisico Nikolaj Fedjakin sostiene di aver scoperto un nuovo stato strutturale dell’acqua durante la condensazione in capillari. Successivamente il direttore dell’Istituto di Chimica-Fisica di mosca Boris Derjagin venuto a conoscenza di questi esperimenti li ripete con capillari in quarzo. Nel 1966 la notizia della scoperta di questo tipo di acqua esce dai confini dell’URSS per arrivare in Inghilterra in un convegno tenutosi a Nottingham. Nel 1970 però già si comincia a pensare che una struttura maggiormente viscosa dell’acqua sia dovuta a semplice contaminazione. L’articolo esce su “Science” nel 1970. Il titolo è “Poliwater: Polimer or artifact?”

Sarà un articolo che sarà molto contestato e criticato dalla comunità scientifica del tempo, che evidentemente era molto attratta da questa possibilità.

In altre parole si trattava di acqua sporca, o fortemente carica di sali. Niente di più di questo. La poliacqua non esisteva. E un articolo uscito su Nature nel 1971 mise del tutto fine alla vicenda in questione. Nature dovette ricredersi, visto che prima aveva considerato la chimerica poliacqua come “la sostanza più pericolosa esistente sulla terra, da trattare con la massima cautela

Ne da conto anche il quotidiano torinese “La Stampa” nel nella pagina delle cronache dall’estero del 10 Ottobre 1969.

Individuata la sostanza più micidiale del mondo E’ la « poliacqua » e porrebbe distruggere ogni forma di vita (Nostro servizio particolare)

Londra, 10 ottobre. Una sostanza artificiale, che esiste in minuscole quantità, potrebbe distruggere ogni forma di vita sulla Terra. Lo afferma il professore americano F. J. Donahoe, in una lettera pubblicata dalla rivista scientifica inglese Nature. La sostanza si chiama « poliacqua » (Polywater) ed è conservata in alcuni laboratori scientifici della Gran Bretagna, dell’Urss e degli Usa. Il professor Donahoe scrive che se questa sostanza, inventata dai sovietici nel 1962, fosse mescolata all’acqua normale e si auto-generasse in grandi quantità, la Terra si trasformerebbe in un pianeta morto e infuocato come Venere. « Sino a che non si saranno accertate le sue esatte caratteristiche », ha, aggiunto lo studioso americano, « la “poliacqua” dovrebbe essere attentamente conservata. E’ la sostanza più pericolosa che io conosca ». Un portavoce della rivista Nature ha dichiarato di ritenere estremamente improbabile che la « poliacqua » possa autogenerarsi, ma che «esiste una possibilità infinitesimamente piccola che ciò possa accadere».

(Brano tratto da Archivio Storico La Stampa)

L’abbaglio si potrebbe spiegare in molti modi. Prima di tutto l’importanza che l’acqua riveste per i fenomeni vitali. L’idea quindi che un’acqua per così dire aliena potesse in qualche modo contaminare la normale acqua liquida, probabilmente inquietò i ricercatori. Una delle ipotesi che vennero formulate fu quella che l’acqua comune fosse una forma metastabile dell’acqua, e che potesse quindi subire la trasformazione in poliacqua. E anche in questo caso si teorizzò quanto poi si è visto successivamente: cioè che l’acqua avesse una sorta di memoria ancestrale del suo stato di poliacqua, propagando tale stato alle molecole di acqua liquida adiacenti. In sostanza quanto appunto immaginato nel racconto di Primo Levi.

Una commemorazione.

Si commemorano in questi giorni i 70 anni della pubblicazione di Se questo è un uomo; il testo di Levi, scritto fra la metà del 1945 e il gennaio 1947 fu rifiutato due volte da Einaudi, a causa della valutazione negativa della Ginzburg e di Pavese, secondo i quali c’erano già troppe testimonianze sui campi di concentramento.

Il testo fu dunque pubblicato da de Silva, una piccola casa editrice, nell’autunno 1947 e fu solo oltre 10 anni dopo che Einaudi lo pubblicò negli Struzzi.

Anche noi facciamo una piccola commemorazione; par nostra.

Luigi Campanella, già Presidente SCI.

Sono fra coloro che hanno appreso con dolore la notizia del passaggio de La Chimica e l’Industria dall’edizione cartacea a quella solo on line. Ritengo che l’informatizzazione contribuisca moltissimo alla migliore organizzazione della nostra società, ma penso anche che un bel testo cartaceo da potere sfogliare fisicamente sia più godibile e più stimolante. Molti si chiederanno cosa c’entri questo discorso con Primo Levi a cui è dedicato questo mio breve articolo.

La ragione è questa: rileggendo i cartacei del giornale della SCI ho avuto la possibilità di imbattermi in una lettera di Primo Levi al Direttore della Chimica e l’Industria e così di conoscere  su una figura così maestosa ancora di più, cose che prima non conoscevo e che forse non avrei mai saputo se non avessi avuto disponibile proprio quella raccolta cartacea.

La lettera è del novembre 1947 ed è scritta da un Primo Levi ventisettenne. Il chimico, scrittore, scultore ci parla del complesso industriale che i tedeschi realizzarono  nell’area di Auschwitz, 40 Km ad ovest di Cracovia, con il fine di produrre gomma sintetica a partire dal carbone.attraverso la cokificazione, il carburo di calcio, l’acetilene, il butadiene ed il processo di polimerizzazione per emulsionamento. Nella lettera c’è il tentativo di correlare la capacità produttiva agli spazi occupati dalla fabbrica ed alla natura delle materie prime utilizzate nonchè all’organizzazione aziendale ai fini della soluzione del problema “sociale” della sistemazione della mano d’opera in campi di concentramento disposti a corona attigui al cantiere. I bombardamenti alleati sulla fabbrica ne preclusero qualsiasi produzione fino alla presa in carico da parte dei russi che vollero esaltare nel ciclo produttivo restaurato gli aspetti analitici di controllo delle materie prime e dei prodotti finiti. Eravamo nel 1945, ma in tutto ciò ritroviamo i cardini delle strategie industriali moderne a conferma che Primo Levi fu un chimico che pensava con le mani, forse una dote che oggi con la robotizzazione ed automazione di molte attività si è persa.

La stessa dote che consentì a Primo Levi di inventare e sperimentare vernici nuove e di riutilizzare gli scarti delle produzioni per realizzare sculture  di filo di rame intrecciato: Arte e Scienza pure dopo un dramma incommensurabile come quello delle stragi naziste,a conferma del ruolo rigenerante della cultura.

 

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no…

(Primo Levi, primi versi della poesia Shemà epigrafe in Se questo è un uomo)

 Riferimenti:

http://www.cid-torviscosa.it/attivita/news/il-lager-di-buna-monowitz-nella-descrizione-di-primo-levi-in-una-lettera-dimenticata-alla-rivista-la-chimica-e-lindustria-del-1947/

Cronache dall’ “Ora della Chimica”

Mauro Icardi

Ho avuto modo di visitare la quinta edizione festival dell’innovazione e della ricerca scientifica ospitato nella biblioteca Archimede di Settimo Torinese. Edizione dedicata alla chimica. Più che giusto intitolarla quindi “L’ora di chimica”. E ho trovato interessante ed appropriata la mostra dedicata a Primo Levi scrittore di fantascienza, di cui mi ero già occupato nella recensione del libro di Francesco Cassata tratta dalla settima lezione Primo Levi tenutasi nell’ottobre del 2015.

Ho potuto nuovamente verificare di persona che questa parte dell’opera dello scrittore è sconosciuta a molti. Forse da altri considerata minore. Io credo che vada invece scoperta e apprezzata. E’ una parte integrante della “galassia Primo Levi”, e alcuni racconti sono acuti e profetici. Come ho già avuto modo di far notare, per esempio il “Mimete” di “Storie naturali” è una rappresentazione di un prodotto tecnologico odierno, non essendo altro che la descrizione con mezzo secolo di anticipo (il libro uscì nel 1966) delle odierne stampanti 3D.

La chimica viene vista spesso in maniera distorta e confusa. Ma alla chimica dobbiamo anche l’elevato livello di qualità della vita di cui (almeno nel mondo occidentale) abbiamo potuto godere negli anni successivi al secondo conflitto mondiale. Prima che la crisi ecologica e quella economica, cioè le due facce della stessa medaglia ci mettessero sotto gli occhi il fatto incontrovertibile che i limiti fisici di pianeta e biosfera non possono essere superati.

La chimica e particolarmente l’industria chimica dovrà in un futuro molto prossimo modificare i propri cicli produttivi, privilegiando l’utilizzo di materie prime rinnovabili, approfondendo ulteriormente la conoscenza dei meccanismi chimici e biochimici che sono alla base dei processi di degradazione ambientale. La chimica permea la nostra vita anche nei processi e nelle reazioni biochimiche che avvengono nel corpo umano. Tutto questo nella mostra di Settimo Torinese è stato ampiamente divulgato, grazie anche a laboratori per ragazzi delle scuole, dalle elementari fino alle superiori. Per mostrare la magia della chimica. Consapevolezza e conoscenza sono ottime chiavi di comprensione.

E di conoscenza e comprensione si è parlato anche nella conferenza sulle sostanze stupefacenti dal titolo “Nuove droghe. Istruzioni per il non uso”. Sappiamo che esiste una cultura parallela dello “sballo”. Sappiamo che il consumo di sostanze stupefacenti o psicotrope non è un fenomeno recente, ma accompagna l’uomo da secoli. Da quando i nostri antenati e progenitori scoprirono che da diverse sostanze di origine naturale si potevano estrarre sostanze che miglioravano il tono dell’umore. Che aiutavano a sopportare la fatica, o lo illudevano di stare meglio. Di aiutarlo a dimenticare la fatica della vita e della quotidianità.

Quello che il relatore il Professor Marco Vincenti, che è Direttore del dipartimento di chimica dell’Università di Torino ha voluto sottolineare, è che il suo intervento non aveva l’intenzione di formulare un giudizio etico o morale. Ma si proponeva di dare un quadro oggettivo della realtà attuale del consumo di sostanze stupefacenti. Sottolineando che molto spesso esiste un consumo inconsapevole. Non tanto per le cosiddette sostanze stupefacenti “storiche” come quelle derivate dagli oppiacei, come l’eroina, o quelle stimolanti come la cocaina. Ma soprattutto per le nuove droghe che possono essere sintetizzate con relativa semplicità. Per esempio l’ecstasy che può essere facilmente sintetizzata partendo dal safrolo (4-allil-1,2-metilendiossibenzene), sostanza di facile reperimento in commercio. La stessa pianta di cannabis che oggi viene coltivata in serre modernissime, sia pure illegali, e che irrorata costantemente con luce artificiale si arricchisce in principio attivo di THC a valori di molto alti (20-40%) rispetto a quelli consueti molto più bassi (0,5-1,5%). E’ intuitivo che un consumo inconsapevole di uno spinello che ne contenga in dosi così elevate provochi effetti collaterali di gran lunga maggiori e più pericolosi.

Estremamente interessanti anche le parti delle conferenza dedicate ai metodi analitici di determinazione di metaboliti di sostanze stupefacenti rilevabili su matrici quali sangue, urine o capelli, nonchè quelli di riconoscimento rapido di alcuni dei principali composti e principi attivi di narcotici o stupefacenti, effettuati tramite l’utilizzo della spettroscopia Raman utilizzando lo strumento portatile Tru Narc.

Il pubblico era formato per la maggior parte di ragazzi di scuole superiori, a cui in ultima analisi è giusto che sia diretto il maggior sforzo di divulgazione. Per esperienza so che la chimica parallela, praticata nei laboratori dove si sintetizzano sostanze stupefacenti si ammanta di un’aura di mito che non permette di discernere e di osservare la cose con il dovuto giudizio critico. Ed è pur vero che anche in questo campo si perpetra l’ennesima dicotomia falsa che recita naturale= buono, sintetico=cattivo.

Il grande successo della serie “Breaking Bad”, che è in ogni caso un prodotto di fiction di buonissimo livello dal punto di vista strettamente legato alla storia, alla sua narrazione, produzione e regia, credo debba a questo mito inossidabile una buona parte (ovviamente non tutta) della sua fortuna.

Qui il mito è rappresentato dal professor Walter White, che conoscendo perfettamente la chimica, utilizza questa sua preparazione professionale per la produzione clandestina di metanfetamina.

La divulgazione e la conoscenza della chimica, degli effetti collaterali del consumo di questo tipo di sostanze possono aiutare soprattutto i giovani a non lasciarsi influenzare da questi falsi miti. E a saper distinguere tra quello che viene raccontato in qualunque prodotto di intrattenimento, e la realtà della chimica e della tossicologia delle sostanze stupefacenti. Si potrebbe pensare che sia un concetto acquisito e che si possa sottintendere. Ma in un’epoca dove si tende ad una mitizzazione generalizzata credo sia corretto invece sottolineare il concetto.

In conclusione questo festival dedicato alla chimica merita un sincero elogio.

E questa immagine che mostra una platea di bambini intenti a seguire una lezione sulla chimica dei profumi è decisamente beneaugurante. Per la chimica e la sua divulgazione, ma più in generale per un giusto riavvicinamento all’amore per la conoscenza.