Vite parallele.

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Claudio Della Volpe

Non preoccupatevi, non voglio parlarvi di Plutarco e della sua opera che casomai avete studiato al liceo; anche se tutto sommato l’idea di Plutarco che le vite degli uomini potessero a volte fortemente assomigliarsi è una cosa sensata. Le Vite Parallele di Plutarco consiste di ventidue coppie di biografie, ognuna narrante la vita di un uomo greco e di uno romano.

Oggi farò una cosa simile; vi parlerò di due vite parallele di due chimici-scrittori, uno italiano, uno americano di cultura tedesca, che vissero la parte cruciale della loro vita durante la 2° guerra mondiale; entrambi si schierarono contro il fascismo e il nazismo spontaneamente, avrebbero potuto farne a meno ma lo fecero, entrambi caddero prigionieri dei tedeschi e corsero il rischio di morire vivendo drammatici avvenimenti.

Tornati dalla guerra entrambi divennero scrittori e scrissero libri divenuti famosi sulla loro esperienza, ma non solo; ed entrambi ad un certo punto si occuparono di un tema, quello dell’acqua, immaginando un’acqua “polimerica” terribilmente pericolosa che di fatto nei loro racconti distrugge la vita e il pianeta Terra.

Le loro opere sono parte della letteratura che si studia a scuola; ma in Italia l’autore è conosciuto più per le sue opere “serie”, come Se questo è un uomo o La tregua, mentre nella scuola americana l’autore che vi dico è studiato più per le sue opere (apparentemente) di fantascienza come Ghiaccio 9 (Cat’s cradle in inglese, trad. letterale “Il ripiglino” gioco dell’elastico o culla del gatto, che è un gioco che avete sicuramente fatto) o Mattatoio n. 5 (o La crociata dei Bambini (Slaughterhouse-Five; or, The Children’s Crusade: A Duty-Dance With Death, 1969)

E’ da notare che entrambi erano dichiaratamente atei ed entrambi morirono a seguito di una caduta dalle scale.

Nei medesimi anni in cui scrissero quei racconti vi fu poi un enorme interesse nella ipotizzata scoperta di un’acqua “strana” diversa, da quella normale, definita poliacqua o acqua anomala, che si rivelò una falsa scoperta, un artefatto frutto della solubilizzazione di alcuni componenti dei contenitori usati, ma la cui storia rivela molto dei modi in cui la scienza moderna si sviluppa.

E infine accenneremo a cose strane sull’acqua immaginate o supposte, vere e false.

I due chimici scrittori sono Primo Levi (Torino 1919- Torino 1987) e Kurt Vonnegut Jr.(Indianapolis 1922-New York 2007).

Probabilmente non conoscerete il secondo a meno che non vi piaccia la fantascienza, una tematica di cui si occupò anche Levi, sia pure solo in alcuni racconti (la serie di Vizio di Forma pubblicata nel 1971) , ma che fu il tema principale delle opere di Vonnegut, che è stato uno dei maggiori scrittori americani moderni ed un indiscusso leader del settore SF (Science Fiction).

Primo Levi

Kurt Vonnegut Jr.

Quella di Primo Levi è una storia che conosciamo meglio; laureato in chimica, di famiglia ebraica, ma ateo, Levi inizia a lavorare prima dell’inizio della guerra, ma poi “sale in montagna” e viene catturato da partigiano; si dichiara ebreo, viene mandato nel campo di concentramento di Auschwitz III, dove viene reclutato per la produzione della gomma sintetica; questo coinvolgimento e altri aspetti apparentemente casuali e secondari gli consentono di salvarsi la vita quando i russi nella loro avanzata liberano il campo; proprio alcune di queste circostanze fortuite ragione di vita per lui e morte per altri a lui vicini (come Alberto Dalla Volta) si imprimeranno nella sua mente e fino alla fine gli rimaranno nell’anima come un enorme fardello.

Tornato fortunosamente in Italia, scrive subito il suo primo libro (anche se le sue prime esperienze di scrittore risalgono a prima della guerra) che viene prima rifiutato e poi accettato con una condivisione sempre più larga che diventerà corale solo alla fine degli anni 50, consacrandolo scrittore a tutto tondo, con una produzione complessiva di tutto rispetto.

Farà comunque il chimico per molti anni e trarrà da questa sua attività fonte di ispirazione. Morirà in circostanze mai chiarite del tutto per una caduta dalle scale nel 1987.

Meno conosciuta la storia di Kurt Vonnegut jr., nipote di un immmigrato tedesco in USA, nato a Minneapolis, studente di biochimica a Cornell, nel 1943 decide spontaneamente di arruolarsi e diviene fante esploratore; catturato sul fronte delle Ardenne e detenuto a Dresda assistette al bombardamento della città da parte degli alleati, nel febbraio 1945, un bombardamento in cui vennero usate migliaia di bombe incendiarie e che fece decine di migliaia di vittime, ma si salvò per mero caso nascondendosi sotto il mattatoio dellla città, una grotta che gli salvò la vita e che serviva di solito per conservare la carne. Questo episodio scioccante fu poi da lui ripreso nel suo primo grande romanzo, Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini, un duro atto di accusa contro la guerra, ma anche un esempio di scrittura diversa dal solito e con fortissime venature fantascientifiche e satiriche.

Kurt non arrivò alla scrittura facilmente; sposato con la sua compagna di infanzia Jane Cox, di cui era profondamente innamorato, fu da lei spinto a scrivere.

In un articolo del New Yorker si narra la storia di questo rapporto così importante per lo scrittore.

in November, 1945, he wrote Jane in a fever of excitement. He had been reading the foreign affairs section of Newsweek when he realized something: “Everything that was reported by ace newsmen from the heart of Europe I found to be old stuff to me. . . . By Jesus, I was there.” That was me; I was there. That astonishing moment in “Slaughterhouse-Five” was the impetus for the entire book, first felt in 1945. His war experience was crying out to be written. He told her he was trying to remember every little thing that had happened to him. He would write about that. But one thing was clear: “I’LL NOT BE ABLE TO DO IT WITHOUT YOUR HELP.”

The next week, in a calmer mood, he articulated his new conviction. “Rich man, poor man, beggar man, thief? Doctor, Lawyer, Merchant, Chief?” he wrote, reprising his old theme. “From your loving me I’ve drawn a measure of courage that never would have come to me otherwise. You’ve given me the courage to decide to be a writer. That much of my life has been decided. Regardless of my epitaph, to be a writer will have been my personal ultimate goal.”

In realtà il suo romanzo a metà fra il fantascientifico e l’autobiografico il più famoso ed importante Mattatoio n. 5 nel 1969, fu anche l’inizio della fine del loro rapporto matrimoniale, ma rimasero sempre una coppia legata da forti sentimenti.

Il rapporto fra Vonnegut e la fantascienza è oggetto di una celebre citazione tratta da un suo romanzo, con cui Vonnegut si rivolge agli scrittori di questo genere:

« Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi, quello che cí fanno gli equivoci tremendi, gli errori, gli incidenti e le catastrofi. Voi siete i soli abbastanza stupidi per tormentarvi al pensiero del tempo e delle distanze senza limiti, dei misteri imperituri, del fatto che stiamo decidendo proprio in questa epoca se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì sarà il Paradiso o l’Inferno. »
(Da Dio la benedica, signor Rosewater o Le perle ai porci (1965))

(da wikipedia)

Vonnegut vinse parecchi premi letterari, si laureò in antropologia con una tesi che di fatto fu il romanzo

di cui parleremo più avanti. Fu inoltre nominato “artista dello stato di New York” per l’anno 2001-2002. In quegli anni manifestò il suo ateismo, confermando le voci che erano circolate in tal senso. Insegnò letteratura ad Harvard fu a lungo pompiere volontario e presidente della American Humanist Association (Associazione degli Umanisti Americani).

Morì il 10 aprile 2007 a seguito dei traumi cerebrali conseguenti ad una caduta in ambito domestico.

 

Entrambi questi scrittori così simili ma così diversi si sono occupati dell’acqua anomala, una scoperta avvenuta nel 1962 ad opera del ricercatore russo N. N. Fedyakin, pubblicata su una rivista russa, che era tradotta in inglese, ma di cui non sono stato capace di trovare copia in letteratura. Il lavoro fu poi continuato insieme a Derjaguin, un chimico fisico russo molto più noto, che la pubblicizzò in occidente decisamente solo dopo il 1966 con un congresso in Gran Bretagna ed un lavoro su Discussions Faraday Soc. 42, 109 (1966) e su JCIS nel 1967 ; la cosa divenne di dominio pubblico solo dal 1969 con articoli sui giornali e con articoli su molte altre riviste anche divulgative, scatenando una corsa alla ricerca ed alla emulazione fra le due grandi potenze.

Si trattava di un’acqua che condensava in una situazione particolare, in tubi capillari di quarzo e che mostrava delle proprietà molto particolari; si temeva potesse alterare stabilmente le proprietà del resto dell’acqua con cui veniva in contatto, argomento questo che arriverà in letteratura. La cosa scatenò una incredibile corsa fra i vari paesi a causa dei potenziali effetti benefici o tragici del materiale, ma fu comunque chiaro entro pochi anni che i dati erano frutto di un errore sperimentale, dovuto alla dissoluzione dei componenti del contenitore.

Fu pure pubblicato un libro (Poliacqua, ed, Il Saggiatore) da parte di uno dei più famosi studiosi dell’acqua di quel periodo F. Franks, autore del monumentale tomo sull’acqua in 7 volumi su cui ho studiato durante la mia tesi. La critica feroce di Franks scatenò una risposta altrettanto dura di Derjaguin su Nature.

La cosa interessante è che mentre la breve novella di Levi è stata scritta o almeno pubblicata nel 1971, dunque parecchio dopo che il tema era divenuto di dominio pubblico, e dunque quasi certamente è stata influenzata dagli eventi già svoltisi, (anche se l’autore scrive nella lettera a Einaudi che l’articolo di Scientific American da cui lo ha appreso è successivo al suo testo, in realtà lo precede, è del 1969 Polywater, Sci. Amer. 221, 90 (Sept., 1969); col beneficio di inventario il testo di Levi fu scritto fra il 1968 e il 1970, ma comunque già allora la notizia era circolata sui giornali), il romanzo di Vonnegut , un romanzo ampio e di argomento molto più complesso è stato pubblicato solo nel 1963, dunque quando in occidente pochissimi conoscevano la cosa e non è verosimile che Vonnegut ne fosse a conoscenza. Secondo me è una idea originale di Vonnegut, anche se la pubblicazione del romanzo è avvenuta dopo la scoperta, almeno formalmente.

Nel romanzo in realtà si parla di varie cose:

La voce narrante è John o Jonah (in inglese, sinonimo di portasfiga) è uno scrittore che ha deciso di scrivere un libro dal titolo Il giorno in cui il mondo finì, che vuole essere un resoconto su come alcuni scienziati responsabili dell’invenzione della bomba atomica trascorsero la giornata del 6 agosto 1945, appunto «il giorno in cui il mondo finì».

Le sue ricerche si concentrano su Felix Hoenikker, uno dei “padri” della bomba atomica, nonché Premio Nobel. Inizia così a rintracciare e contattare coloro che hanno conosciuto direttamente lo scienziato a partire dai figli. Il quadro che ne viene fuori è quello di un uomo interamente votato alla scienza, completamente estraneo alla vita sociale, incapace di amare la moglie Emily e di piangere la sua morte, incapace di fare da padre ai suoi tre. Da questa ricerca lo scrittore scopre anche qualcosa sull’ultima invenzione nata in risposta alle pressanti richieste di un generale della Marina americana, che gli aveva chiesto di inventare qualcosa capace di solidificare il fango. L’idea, come si viene a sapere in seguito, gli era venuta proprio il giorno dello sgancio della bomba, “giocherellando” a ripiglino con uno spago (e più precisamente quando forma la figura chiamata “cesta del gatto”, da cui il significato del titolo originale “Cat’s Cradle”). Da lì l’invenzione del “ghiaccio-nove”: un «seme», ovvero una microparticella in grado di cristallizzare e congelare istantaneamente l’acqua (portandone il punto di fusione a 114 °F, ossia 45,556°C) e potenzialmente in grado, con una reazione a catena, di propagare questa proprietà a tutta l’acqua del pianeta, con conseguenze catastrofiche. Alla morte dello scienziato i tre figli si spartiscono l’invenzione, conservando ognuno una scheggia di “ghiaccio-nove”.

(da wikipedia)

Non vi dico come continua sperando siate stimolati a leggerlo.

I titoli delle due opere hanno origini del tutto diverse; infatti quello di Levi Ottima è l’acqua, prende il titolo in prestito dal famoso incipit della Prima Olimpica di Pindaro: Ἄριστον μὲν ὕδωρ”.

Mentre il titolo del romanzo di Vonnegut, Cat’s cradle, la culla del gatto si rifà ad un giochino da ragazzi, in italiano chiamato ripiglino, a cui avete certamente giocato anche voi da ragazzi e mostrato nelle figure accluse al testo.Concluderei come conclude Franks il suo libro; scoperte sull’acqua e sulle sue presunte caratteristiche rivoluzionarie sono continue. Acque magiche se ne sono scoperte varie volte, ma l’acqua in effetti si presta, ha proprietà incredibili; per chi volesse esplorarle tutte compiutamente e con dettaglio c’è la pagina ben nota di Martin Chaplin http://www1.lsbu.ac.uk/water/

La proprietà che mi intriga di più è il fatto che l’acqua (come molte altre molecole) è una miscela di isomeri di spin nucleare, NSIM, in sigla; il caso più famoso è l’idrogeno, ma l’acqua è l’altra molecola famosa e semplice di cui si è ottenuta la separazione dei due isomeri di spin; orto-acqua e para-acqua, l’acqua è insospettabilmente una miscela non solo di due quasi-fasi, strutturata/non strutturata come insegnava Franks decenni fa ma proprio di due diverse molecole, con reattività diversa, ma interconvertibili fra loro. L’argomento si presterebbe a scrivere un altro post e dato che sono stato già abbastanza lungo mi fermo qua e ne riparlerò appena possibile.

da Angew. Chem. Int. Ed. 2014, 53, 1 – 5

Riferimenti.

-An Annotated Bibliography for Anomalous Water

LELAND C. ALLEN Journal of Colloid and Interface Science, VoL 36, No. 4, August 197 p. 554

– F. Franks Poliacqua Il saggiatore 1983 tradotto da Polywater MIT press 1981

– B. Derjaguin Nature 1983 Polywater rewieved, v. 301 p.9-10

https://www.reuters.com/article/us-vonnegut/kurt-vonnegut-dead-at-84-idUSN1126991620070412

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0ahUKEwipndGsurnXAhXjHJoKHXeUAccQFggpMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.physi.uni-heidelberg.de%2FForschung%2FANP%2FCascade%2FTeaching%2FFiles%2FPolywater.pptx&usg=AOvVaw0YPjui-hslUjnGrMZTkq7P

Ghiaccio 9 – Urania 1383 – K. Vonnegut trad da Cat’s cradle, 1963 in inglese, prima edizione italiana 1994   https://en.wikipedia.org/wiki/Cat’s_cradle

Mattatoio n. 5 – Kurt Vonnegut, Slaughterhouse-Five; – or, The Children’s Crusade: – A Duty-Dance With Death, Delacorte Press, 1969, pp. 186.

Oppure Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, o la crociata dei bambini : danza obbligata con la morte, Scrittori italiani e stranieri, Mondadori, 1970, pp. 205,

Ottima è l’acqua – P. Levi in Opere complete vol. 2 pag. 733 – ed. Repubblica l’Espresso

  1. N. Fedyakin, Change in the Struc- ture of Water During Condensation in Capillaries, Kollo~d. Zh. 9.4, 497 (1962). Translation: Colloid J. USSR (English Transl.) 24, 425.
  2. B. V. Derjaguin and N. N. Fedyakin, Special Properties and Viscosity of Liquids Condensed in Capillaries, Dold. Akad. Nauk SSSR 47, 403 (1962). Translation: Dokl. Phys. Chem., Proe. Aead. Sd. USSR 147, 808.
  3. V. Derjaguin, Effect of Lyophile Surfaces on the Properties of Boundary Liquid Films, Discussions Faraday Soc. 42, 109 (1966).
  4. V. Derjaguin, N. N. Fedyakin, and M. V. Talayev, Concerning the Modified State and Structural PoIymorphism of Liquids Condensed from Their Under- saturated Vapors in Quartz Capillaries, J. Colloid. Interface Sei. 24, 132 (1967).

Poliacqua e altre storie.

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Mauro Icardi.

Il racconto di Primo Levi intitolato “Ottima è l’acqua” è quello che chiude il volume di racconti fantascientifici “Vizio di forma”, la cui prima edizione risale al 1971.

Nel 1987 uscì la seconda edizione nella quale fu anteposta la “Lettera 1987” di Primo Levi all’editore Einaudi. In questa lettera l’autore esprime alcune considerazioni, ed il proprio punto di vista sui racconti scritti quindici anni prima. Il libro risente delle atmosfere dei primi anni 70, e Levi fa riferimento anche al “Medioevo prossimo venturo” di Roberto Vacca quale fonte di ispirazione. Nella parte conclusiva di questa lettera si sofferma proprio sul racconto “Ottima e l’acqua.” L’invenzione narrativa parte dalla scoperta fatta da un chimico, Boero, che si accorge dell’aumento della viscosità dell’acqua. Prima eseguendo misure sull’acqua distillata del laboratorio dove lavora, e notando lievi scostamenti. Poi accorgendosi durante una passeggiata in campagna che il torrente che sta osservando sembra scorrere più lentamente. Prelevato un campione di acqua verificherà che anche l’acqua di quel torrente, e in seguito di vari corsi d’acqua italiani ed europei è molto più viscosa del normale. Le conseguenze immaginate sono catastrofiche. Difficoltà di nutrimento per le piante, impaludamenti dei fiumi, ispessimento del sangue degli esseri umani, con conseguenti problemi di tipo cardiocircolatorio, e morti premature.

Levi ricorda come dopo la pubblicazione del suo libro la rivista “Scientific American” riportò la notizia della scoperta di un’ acqua simile a quella del racconto. Ecco la parte in cui ne parla.

Quanto a “Ottima è l’acqua”, poco dopo la sua pubblicazione lo “Scientific American ha riportato la notizia, di fonte sovietica, di una “poliacqua” viscosa e tossica simile per molti versi a quella da me anticipata: per fortuna di tutti le esperienze relative si sono dimostrate non riproducibili e tutto è finito in fumo. Mi lusinga il pensiero che questa mia lugubre invenzione abbia avuto un effetto retroattivo ed apotropaico. Si rassicuri quindi il lettore: l’acqua , magari inquinata non diverrà mai viscosa, e tutti i mari conserveranno le loro onde

In effetti la storia della poliacqua è estremamente singolare. Inizia nel 1962 quando su una rivista Sovietica, il Kolloid Zurnal pubblica un articolo nel quale il Fisico Nikolaj Fedjakin sostiene di aver scoperto un nuovo stato strutturale dell’acqua durante la condensazione in capillari. Successivamente il direttore dell’Istituto di Chimica-Fisica di mosca Boris Derjagin venuto a conoscenza di questi esperimenti li ripete con capillari in quarzo. Nel 1966 la notizia della scoperta di questo tipo di acqua esce dai confini dell’URSS per arrivare in Inghilterra in un convegno tenutosi a Nottingham. Nel 1970 però già si comincia a pensare che una struttura maggiormente viscosa dell’acqua sia dovuta a semplice contaminazione. L’articolo esce su “Science” nel 1970. Il titolo è “Poliwater: Polimer or artifact?”

Sarà un articolo che sarà molto contestato e criticato dalla comunità scientifica del tempo, che evidentemente era molto attratta da questa possibilità.

In altre parole si trattava di acqua sporca, o fortemente carica di sali. Niente di più di questo. La poliacqua non esisteva. E un articolo uscito su Nature nel 1971 mise del tutto fine alla vicenda in questione. Nature dovette ricredersi, visto che prima aveva considerato la chimerica poliacqua come “la sostanza più pericolosa esistente sulla terra, da trattare con la massima cautela

Ne da conto anche il quotidiano torinese “La Stampa” nel nella pagina delle cronache dall’estero del 10 Ottobre 1969.

Individuata la sostanza più micidiale del mondo E’ la « poliacqua » e porrebbe distruggere ogni forma di vita (Nostro servizio particolare)

Londra, 10 ottobre. Una sostanza artificiale, che esiste in minuscole quantità, potrebbe distruggere ogni forma di vita sulla Terra. Lo afferma il professore americano F. J. Donahoe, in una lettera pubblicata dalla rivista scientifica inglese Nature. La sostanza si chiama « poliacqua » (Polywater) ed è conservata in alcuni laboratori scientifici della Gran Bretagna, dell’Urss e degli Usa. Il professor Donahoe scrive che se questa sostanza, inventata dai sovietici nel 1962, fosse mescolata all’acqua normale e si auto-generasse in grandi quantità, la Terra si trasformerebbe in un pianeta morto e infuocato come Venere. « Sino a che non si saranno accertate le sue esatte caratteristiche », ha, aggiunto lo studioso americano, « la “poliacqua” dovrebbe essere attentamente conservata. E’ la sostanza più pericolosa che io conosca ». Un portavoce della rivista Nature ha dichiarato di ritenere estremamente improbabile che la « poliacqua » possa autogenerarsi, ma che «esiste una possibilità infinitesimamente piccola che ciò possa accadere».

(Brano tratto da Archivio Storico La Stampa)

L’abbaglio si potrebbe spiegare in molti modi. Prima di tutto l’importanza che l’acqua riveste per i fenomeni vitali. L’idea quindi che un’acqua per così dire aliena potesse in qualche modo contaminare la normale acqua liquida, probabilmente inquietò i ricercatori. Una delle ipotesi che vennero formulate fu quella che l’acqua comune fosse una forma metastabile dell’acqua, e che potesse quindi subire la trasformazione in poliacqua. E anche in questo caso si teorizzò quanto poi si è visto successivamente: cioè che l’acqua avesse una sorta di memoria ancestrale del suo stato di poliacqua, propagando tale stato alle molecole di acqua liquida adiacenti. In sostanza quanto appunto immaginato nel racconto di Primo Levi.

Una commemorazione.

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Si commemorano in questi giorni i 70 anni della pubblicazione di Se questo è un uomo; il testo di Levi, scritto fra la metà del 1945 e il gennaio 1947 fu rifiutato due volte da Einaudi, a causa della valutazione negativa della Ginzburg e di Pavese, secondo i quali c’erano già troppe testimonianze sui campi di concentramento.

Il testo fu dunque pubblicato da de Silva, una piccola casa editrice, nell’autunno 1947 e fu solo oltre 10 anni dopo che Einaudi lo pubblicò negli Struzzi.

Anche noi facciamo una piccola commemorazione; par nostra.

Luigi Campanella, già Presidente SCI.

Sono fra coloro che hanno appreso con dolore la notizia del passaggio de La Chimica e l’Industria dall’edizione cartacea a quella solo on line. Ritengo che l’informatizzazione contribuisca moltissimo alla migliore organizzazione della nostra società, ma penso anche che un bel testo cartaceo da potere sfogliare fisicamente sia più godibile e più stimolante. Molti si chiederanno cosa c’entri questo discorso con Primo Levi a cui è dedicato questo mio breve articolo.

La ragione è questa: rileggendo i cartacei del giornale della SCI ho avuto la possibilità di imbattermi in una lettera di Primo Levi al Direttore della Chimica e l’Industria e così di conoscere  su una figura così maestosa ancora di più, cose che prima non conoscevo e che forse non avrei mai saputo se non avessi avuto disponibile proprio quella raccolta cartacea.

La lettera è del novembre 1947 ed è scritta da un Primo Levi ventisettenne. Il chimico, scrittore, scultore ci parla del complesso industriale che i tedeschi realizzarono  nell’area di Auschwitz, 40 Km ad ovest di Cracovia, con il fine di produrre gomma sintetica a partire dal carbone.attraverso la cokificazione, il carburo di calcio, l’acetilene, il butadiene ed il processo di polimerizzazione per emulsionamento. Nella lettera c’è il tentativo di correlare la capacità produttiva agli spazi occupati dalla fabbrica ed alla natura delle materie prime utilizzate nonchè all’organizzazione aziendale ai fini della soluzione del problema “sociale” della sistemazione della mano d’opera in campi di concentramento disposti a corona attigui al cantiere. I bombardamenti alleati sulla fabbrica ne preclusero qualsiasi produzione fino alla presa in carico da parte dei russi che vollero esaltare nel ciclo produttivo restaurato gli aspetti analitici di controllo delle materie prime e dei prodotti finiti. Eravamo nel 1945, ma in tutto ciò ritroviamo i cardini delle strategie industriali moderne a conferma che Primo Levi fu un chimico che pensava con le mani, forse una dote che oggi con la robotizzazione ed automazione di molte attività si è persa.

La stessa dote che consentì a Primo Levi di inventare e sperimentare vernici nuove e di riutilizzare gli scarti delle produzioni per realizzare sculture  di filo di rame intrecciato: Arte e Scienza pure dopo un dramma incommensurabile come quello delle stragi naziste,a conferma del ruolo rigenerante della cultura.

 

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no…

(Primo Levi, primi versi della poesia Shemà epigrafe in Se questo è un uomo)

 Riferimenti:

http://www.cid-torviscosa.it/attivita/news/il-lager-di-buna-monowitz-nella-descrizione-di-primo-levi-in-una-lettera-dimenticata-alla-rivista-la-chimica-e-lindustria-del-1947/

Cronache dall’ “Ora della Chimica”

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Mauro Icardi

Ho avuto modo di visitare la quinta edizione festival dell’innovazione e della ricerca scientifica ospitato nella biblioteca Archimede di Settimo Torinese. Edizione dedicata alla chimica. Più che giusto intitolarla quindi “L’ora di chimica”. E ho trovato interessante ed appropriata la mostra dedicata a Primo Levi scrittore di fantascienza, di cui mi ero già occupato nella recensione del libro di Francesco Cassata tratta dalla settima lezione Primo Levi tenutasi nell’ottobre del 2015.

Ho potuto nuovamente verificare di persona che questa parte dell’opera dello scrittore è sconosciuta a molti. Forse da altri considerata minore. Io credo che vada invece scoperta e apprezzata. E’ una parte integrante della “galassia Primo Levi”, e alcuni racconti sono acuti e profetici. Come ho già avuto modo di far notare, per esempio il “Mimete” di “Storie naturali” è una rappresentazione di un prodotto tecnologico odierno, non essendo altro che la descrizione con mezzo secolo di anticipo (il libro uscì nel 1966) delle odierne stampanti 3D.

La chimica viene vista spesso in maniera distorta e confusa. Ma alla chimica dobbiamo anche l’elevato livello di qualità della vita di cui (almeno nel mondo occidentale) abbiamo potuto godere negli anni successivi al secondo conflitto mondiale. Prima che la crisi ecologica e quella economica, cioè le due facce della stessa medaglia ci mettessero sotto gli occhi il fatto incontrovertibile che i limiti fisici di pianeta e biosfera non possono essere superati.

La chimica e particolarmente l’industria chimica dovrà in un futuro molto prossimo modificare i propri cicli produttivi, privilegiando l’utilizzo di materie prime rinnovabili, approfondendo ulteriormente la conoscenza dei meccanismi chimici e biochimici che sono alla base dei processi di degradazione ambientale. La chimica permea la nostra vita anche nei processi e nelle reazioni biochimiche che avvengono nel corpo umano. Tutto questo nella mostra di Settimo Torinese è stato ampiamente divulgato, grazie anche a laboratori per ragazzi delle scuole, dalle elementari fino alle superiori. Per mostrare la magia della chimica. Consapevolezza e conoscenza sono ottime chiavi di comprensione.

E di conoscenza e comprensione si è parlato anche nella conferenza sulle sostanze stupefacenti dal titolo “Nuove droghe. Istruzioni per il non uso”. Sappiamo che esiste una cultura parallela dello “sballo”. Sappiamo che il consumo di sostanze stupefacenti o psicotrope non è un fenomeno recente, ma accompagna l’uomo da secoli. Da quando i nostri antenati e progenitori scoprirono che da diverse sostanze di origine naturale si potevano estrarre sostanze che miglioravano il tono dell’umore. Che aiutavano a sopportare la fatica, o lo illudevano di stare meglio. Di aiutarlo a dimenticare la fatica della vita e della quotidianità.

Quello che il relatore il Professor Marco Vincenti, che è Direttore del dipartimento di chimica dell’Università di Torino ha voluto sottolineare, è che il suo intervento non aveva l’intenzione di formulare un giudizio etico o morale. Ma si proponeva di dare un quadro oggettivo della realtà attuale del consumo di sostanze stupefacenti. Sottolineando che molto spesso esiste un consumo inconsapevole. Non tanto per le cosiddette sostanze stupefacenti “storiche” come quelle derivate dagli oppiacei, come l’eroina, o quelle stimolanti come la cocaina. Ma soprattutto per le nuove droghe che possono essere sintetizzate con relativa semplicità. Per esempio l’ecstasy che può essere facilmente sintetizzata partendo dal safrolo (4-allil-1,2-metilendiossibenzene), sostanza di facile reperimento in commercio. La stessa pianta di cannabis che oggi viene coltivata in serre modernissime, sia pure illegali, e che irrorata costantemente con luce artificiale si arricchisce in principio attivo di THC a valori di molto alti (20-40%) rispetto a quelli consueti molto più bassi (0,5-1,5%). E’ intuitivo che un consumo inconsapevole di uno spinello che ne contenga in dosi così elevate provochi effetti collaterali di gran lunga maggiori e più pericolosi.

Estremamente interessanti anche le parti delle conferenza dedicate ai metodi analitici di determinazione di metaboliti di sostanze stupefacenti rilevabili su matrici quali sangue, urine o capelli, nonchè quelli di riconoscimento rapido di alcuni dei principali composti e principi attivi di narcotici o stupefacenti, effettuati tramite l’utilizzo della spettroscopia Raman utilizzando lo strumento portatile Tru Narc.

Il pubblico era formato per la maggior parte di ragazzi di scuole superiori, a cui in ultima analisi è giusto che sia diretto il maggior sforzo di divulgazione. Per esperienza so che la chimica parallela, praticata nei laboratori dove si sintetizzano sostanze stupefacenti si ammanta di un’aura di mito che non permette di discernere e di osservare la cose con il dovuto giudizio critico. Ed è pur vero che anche in questo campo si perpetra l’ennesima dicotomia falsa che recita naturale= buono, sintetico=cattivo.

Il grande successo della serie “Breaking Bad”, che è in ogni caso un prodotto di fiction di buonissimo livello dal punto di vista strettamente legato alla storia, alla sua narrazione, produzione e regia, credo debba a questo mito inossidabile una buona parte (ovviamente non tutta) della sua fortuna.

Qui il mito è rappresentato dal professor Walter White, che conoscendo perfettamente la chimica, utilizza questa sua preparazione professionale per la produzione clandestina di metanfetamina.

La divulgazione e la conoscenza della chimica, degli effetti collaterali del consumo di questo tipo di sostanze possono aiutare soprattutto i giovani a non lasciarsi influenzare da questi falsi miti. E a saper distinguere tra quello che viene raccontato in qualunque prodotto di intrattenimento, e la realtà della chimica e della tossicologia delle sostanze stupefacenti. Si potrebbe pensare che sia un concetto acquisito e che si possa sottintendere. Ma in un’epoca dove si tende ad una mitizzazione generalizzata credo sia corretto invece sottolineare il concetto.

In conclusione questo festival dedicato alla chimica merita un sincero elogio.

E questa immagine che mostra una platea di bambini intenti a seguire una lezione sulla chimica dei profumi è decisamente beneaugurante. Per la chimica e la sua divulgazione, ma più in generale per un giusto riavvicinamento all’amore per la conoscenza.

L’ora di chimica. 5° edizione del festival dell’innovazione e della scienza a Settimo Torinese.

In evidenza

Mauro Icardi

Con questo accattivante titolo, la città di Settimo Torinese si appresta a dare il via a questa manifestazione, che negli anni passati si è occupata di nuove tecnologie, di spazio ed esplorazione dell’universo, di luce e di robotica. Ma che per l’edizione 2017 ha deciso di dedicare una settimana alla chimica (dal 15 al 22 Ottobre) e a come essa entri giornalmente nella nostra vita quotidiana.

Il tema non è nuovo, ma è particolarmente stimolante che venga affrontato nella città dove ha lavorato Primo Levi per 23 anni. Settimo Torinese ha un legame piuttosto forte con la chimica. In passato nel territorio della città non vi è stata solo la Siva, la fabbrica di vernici di cui Levi fu direttore tecnico e dove lavorò per 23 anni, ma anche la Paramatti che produceva anch’essa vernici, le fabbriche di pneumatici della Ceat e della Pirelli. E poi i centodieci anni di storia storia della Schiapparelli Farmaceutici, fondata nel 1907 e che cambierà varie volte nome e ragione sociale (Farmitalia Carlo Erba, Antibioticos) fino ad essere oggi la Olon Spa.

Proprio in parte dell’area ex Paramatti è sorta la nuova biblioteca multimediale Archimede che è stata inaugurata nel 2010.

Ma i luoghi di questo festival sono diversi, e coinvolgeranno anche Torino ed altri luoghi del suo hinterland, come Moncalieri e Grugliasco.

Il programma di incontri e iniziative e ampio e diversificato. Si parlerà di chimica e del suo ruolo in vari settori. Alimentazione, produzione industriale, elettronica. Questo il programma del festival:

http://www.festivaldellinnovazione.settimo-torinese.it/wp-content/uploads/2017/09/INNOV-2017-Programma.pdf

Si possono soddisfare le più diverse curiosità. Dalla chimica degli alimenti e delle fermentazioni parlando di cioccolato, vermut e spumante e infine il caffè. Che abbiamo anche noi trattato su questo blog, parlando di vino e birra.

La chimica ancestrale che diventa la chimica di oggi, quella che molti non pensano sia così vicina a loro. Basta pensare ai nostri recettori dell’olfatto che percepiscono qualità e identità di molecole volatili e gas presenti nell’aria.

Non mancherà il tema dell’acqua, delle nuove tecnologie per preservarla. Poi la polvere cosmica, l’elettronica.

Degna di nota la mostra dedicata al Primo Levi scrittore di fantascienza. Interessante il collegamento dei temi della fantascienza di Levi con quelli della fantascienza del novecento. Lo scrittore poliedrico e centauro che immaginava le odierne stampanti 3d, quando parlava del duplicatore Mimete. Ingiustamente ritenuti minori i suoi due libri “Storie naturali” e “Vizio di forma”. Avevo auspicato che venisse riscoperto il Levi fantascientifico, e non posso che essere contento di questa scelta.

Molti i laboratori e gli esperimenti scientifici dedicati ai ragazzi della scuole. Non mancheranno gli esperimenti di chimica spettacolare, quella che in molti apprezzano e che riporta alla mente gli spettacoli scientifici che si tenevano nel 700.

Basta osservare questo programma per rendersi conto delle possibilità di didattiche e divulgative, che spazieranno dalla chimica fisica, alla leggi dei gas. Produrre CO2 decomponendo bicarbonato, o studiare i fluidi utilizzando succhi di frutta e di verdura.

Lo scorso anno furono circa 35.000 le presenze per il tema della robotica. Il mio augurio è che quest’anno siano altrettante se non di più. Le note di presentazione lo dicono chiaramente. Invitano a scoprire la bellezza, la magia della chimica. Io ovviamente non posso che essere d’accordo.

In quella città ho vissuto. Sono davvero contento che si sia trasformata in un polo culturale, da città dormitorio come veniva considerata fino a qualche anno fa.

E ovviamente ci tornerò. Sono tanti gli spunti che questo festival offre. E d è un invito che doverosamente estendo ai lettori di questo blog.

 

La diversa presenza di Primo Levi

Mauro Icardi

Il prossimo 11 Aprile ricorrerà il trentesimo anniversario della morte di Primo Levi. E sul web, sui giornali già si possono leggere molti articoli che ne ricordano la figura di uomo, di reduce dell’olocausto, di scrittore. Non ultimo di chimico. Il salone del libro di Torino ne ricorderà l’opera e la figura, e nel 2017 è stata pubblicata la nuova edizione ampliata delle Opere Complete in due volumi, che sarà completato da un terzo volume che raccoglie le interviste che Levi rilasciò. Il festival della scienza e dell’innovazione di Settimo Torinese che si terrà dal 15 al 22 Ottobre prossimi sarà dedicato a Levi e alla chimica.

Nel mare magnum di cose che si scriveranno mi sentivo di voler fare un piccolo omaggio. Partendo da una considerazione fatta da Ernesto Ferrero, cioè che non sono trascorsi trent’anni dall’assenza di Levi, ma bensì dalla sua “diversa presenza”. E trovo che davvero questa frase sia la descrizione più vera. Mai come oggi, e costantemente da quel 11 Aprile del 1987 la parabola di Levi è cresciuta, rivelando un tesoro inestimabile di opere, di scritti che dovrebbero di fatto trasferire la sua opera nel novero degli autori che sono i capisaldi delle antologie scolastiche. Cosa che ai tempi in cui ho studiato io non era poi così evidente e chiara. Levi si mescolava e confondeva con altri autori del memorialismo della deportazione e dell’olocausto.

La notizia della sua morte mi giunse inaspettata. Ma credo non soltanto a me. Levi era ormai scrittore a tutti gli effetti fin dal 1975, anno del suo pensionamento dalla carica di direttore tecnico della Siva. L’avevo conosciuto leggendo per primo “Il sistema periodico” verso la fine degli anni 70, quando il libro era già uscito da circa quattro anni. Un libro che mi aveva decisamente rapito e affascinato.

Vi erano certamente nel libro riferimenti al tragico periodo storico che Levi andava vivendo, in particolare le leggi razziali e la cattura da parte dei nazifascisti. Ma il libro mi affascinava per le descrizioni del laboratorio, delle esperienze che lo scrittore faceva. Del racconto “Ferro” dedicato alla figura di Sandro Delmastro mi appassionava la parte dedicata all’analisi qualitativa sistematica, purtroppo ormai cancellata dai programmi scolastici negli Istituti Tecnici.

Levi collaborava con il quotidiano “La stampa” ed il mensile “Airone” e quindi leggevo i suoi articoli con moltissimo interesse. Uno in particolare lo trovai davvero inusuale e moderno: “Il gabbiano di Chivasso” una intervista immaginaria con un gabbiano ormai dedito a frugare nelle discariche, piuttosto che a scrutare il mare per procurarsi il pesce, pubblicata sul numero di Marzo 1987 nella rubrica “Zoo immaginario- Le storie naturali di Primo Levi”. In quel periodo molte riviste scientifiche o ambientalistiche trattavano dell’argomento della sempre più frequente inurbazione di animali selvatici, dalle volpi fino appunto ai gabbiani.

Soltanto un mese dopo Levi diventò “diversamente presente”. Io non abitavo più a Settimo Torinese ed ero andato a lavorare da due mesi in una azienda che faceva vernici nelle vicinanze di Varese. Un trasferimento tutto sommato anomalo tra Piemonte e Lombardia, visto che i nati a Torino sono definiti dispregiativamente “bogia nen” che per i non Torinesi significa una tendenza negativa all’immobilismo. Per me significava uscire dalla famiglia e crearmene una mia. Levi relativamente al suo trasferimento a Milano dice che “E’ cosa risaputa che i Torinesi trapiantati a Milano non vi allignano o vi allignano male”. Non è sempre così, ma è vero che certi tratti caratteriali dei Torinesi siano molto simili, e che il legame con la città sia sempre particolarmente forte.

Ricordo perfettamente che il proprietario mi chiese se “conoscessi il Dottor Levi” visto che nativo di Torino, provenivo proprio da Settimo Torinese. Lui lo aveva conosciuto, ed era logico visto il comune mestiere di fabbricanti di vernici, sia pure destinate ad usi diversi. Per i fili elettrici quelle prodotte a Settimo Torinese, per il legno quelle prodotte a Mornago. La domanda mi colse di sorpresa, ma dovetti ovviamente dire di no.

Non ho mai avuto questa possibilità. Levi teneva molte lezioni nelle scuole per parlare dell’esperienza del Lager ma non venne, o non fu mai invitato in quelle che ho frequentato.

Durante un ritorno a casa dei miei appresi dal notiziario radio la notizia della sua morte. Inaspettata, improvvisa. Strana e con un certo alone di mistero. Quasi una maledizione che sembrava accumunarlo a Cesare Pavese. Sul sito del centro internazionale di studi a conclusione della biografia si legge “Muore suicida nella sua casa di Torino”.

Evitai di leggere articoli che indagassero troppo sulle ragioni del suo gesto, qualunque potessero essere. Mi colpirono due cose: la prima era un mio ricordo personale. Quando ero ragazzo, all’incirca negli anni tra la fine delle elementari e le medie spesso arrivavo in bicicletta fino al cancello della Siva. La ragione era semplice. La fabbrica era situata alla periferia di Settimo, ed io partivo da casa giurando di restare intorno all’isolato, invece mi spingevo ad esplorare la zona industriale. Ho il ricordo della colonna di cui parla Levi nel capitolo “Clausura” de “La chiave a stella”, che rivedevo anche ogni volta che ritornavo dai miei in automobile anni dopo. Ma da bambino mi affascinava come ogni altra cosa che non si conosce. Quando la curiosità è irrefrenabile, e si cerca di capire a cosa serva una colonna che si studierà più avanti. Una colonna di distillazione.

Ora la Siva è stata ristrutturata e diventerà un museo della memoria. Settimo Torinese si è candidata per diventare la capitale italiana della cultura 2018. Nella trasformazione di quella che era una città dormitorio, una delle tante anonime della cintura torinese, la presenza di Levi ha avuto un suo ruolo. Anche per questo da ex settimese non posso che esserne lieto.

La seconda cosa che mi colpì fu che di Levi io avevo letto molto, ma non avevo fino mai letto i suoi due primi libri. Recuperai presto acquistando l’edizione in un unico volume di “Se questo è un uomo” e “La tregua” completa dell’appendice scritta per l’edizione scolastica scritta nel 1976. L’appendice tenta di dare conto delle principali domande che a Levi venivano poste relativamente alla sua esperienza di deportato nei lager nazisti.

Leggere se questo è un uomo fu una seconda scoperta. Colposamente tardiva, ma che mi riempì di una stupore pieno di rispetto. Mi colpì la serena dignità dello stile letterario usato per narrare di quella esperienza. Un libro che parla di una delle più grandi tragedie della storia, senza alzare i toni, ma con la consapevolezza che occorre essere testimoni. Pacati ma inflessibili. Non giudici, ma testimoni.

La diversa presenza dello scrittore mi salta agli occhi ogni volta che nella sezione della mia libreria dedicata alle sue opere trovo libri dove nelle note biografiche la data della sua morte non compare, perché acquistati da me antecedentemente.

E allo steso modo la percepisco quando vedo che la sua figura e la sua opera sono attuali.

Indispensabili sia per il valore della testimonianza, che per quello della divulgazione della chimica.

E’ una diversa presenza costante nel tempo.

Nota: tra le tante iniziative io consiglio il riascolto di Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi

di Marco Belpoliti

a cura di Monica D’Onofrio

(In onda su Radio3 Suite, aprile 2007)

Questo il link

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/ContentItem-9f787d6e-bb78-4a1e-8386-fa901c91a588.html

 

Giorno della memoria. L’esame di chimica di Levi in Lager.

Mauro Icardi

Il 27 Gennaio 2017 ricorre il 72° anniversario della liberazione, da parte delle forze alleate, del campo di sterminio di Auschwitz. Utilizzo il sostantivo sterminio perché era quello il fine che nei campi di concentramento nazisti era perseguito, in perfetto accordo e ossequio alla politica di Adolf Hitler e dei suoi collaboratori. Per la precisione furono soldati dell’armata rossa che il mattino del 27 Gennaio arrivarono a cavallo davanti al cancello principale del campo.
Primo Levi così ricorda quel momento nel primo capitolo de “La tregua” con queste parole:
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogy , il primo dei morti tra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, che la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto a salutare i vivi e i morti.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

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Come sempre nello stile di Levi tutto è pacato, armonioso ed essenziale. Questo brano ne è un perfetto esempio.
Paradossalmente l’esperienza della deportazione è per Levi l’inizio della sua vocazione di scrittore, nonostante avesse già scritto racconti e poesie prima, durante i suoi anni di studio. L’esigenza di portare testimonianza di quanto è avvenuto nell’universo concentrazionario del regime nazista porterà Levi a scrivere già durante la prigionia, attività decisamente rischiosa che lo avrebbe sicuramente portato a finire in crematorio nel caso fosse stato scoperto.
Levi dopo essere stato liberato dalla prigionia si interrogherà spesso su quanto la sua sopravvivenza al tremendo regime del Lager sia dovuta al caso, e questo sentimento lo accompagnerà per tutta la vita.
Altri due episodi aiuteranno Levi a sopravvivere. L’ultimo in ordine di tempo è il fatto che fosse ammalato e ricoverato in infermeria nel momento in cui i tedeschi ,pressati dall’avanzare delle truppe sovietiche abbandonano il campo di Auschwitz. Ma nell’intento di non lasciare tracce dei loro crimini costringono i prigionieri ancora in forze ad abbandonare anch’essi il campo, mentre loro tentano di distruggere almeno i registri di internamento dei prigionieri. L’evacuazione sarà ricordata come la “marcia della morte”. I prigionieri saranno costretti a marciare per chilometri nella neve, diretti verso le stazioni ferroviarie, da dove verranno stipati su carri bestiame aperti riempiti fino al limite della capienza. Altre migliaia di persone troveranno la morte in questo modo, morti di fatica, di fame o di freddo, o fucilati dopo pochi chilometri di marcia dalle SS nel caso fossero moribondi o stremati dalla stanchezza.
L’altro episodio che in qualche modo decide della sopravvivenza di Levi è quello dell’esame di chimica sostenuto in Lager, per potere essere aggregato al Kommando 98, il kommando chimico come specialista, sottraendosi così ai lavori più pesanti e al freddo.
Ed ora so anche che mi salverò se diventerò specialista, e diventerò specialista se supererò un esame di chimica”.
Per chi forse non riuscisse a capire il perché di un esame di chimica in Lager ecco alcune informazioni su come era strutturato il campo di Auschwitz.
Il complesso concentrazionario era costituito dai campi di Auschwitwz, Birkenau, e Buna Monowitz.
Quest’ultimo venne costruito nell’ottobre del 1942 nella frazione di Monowice (in lingua tedesca Monowitz) della cittadina di polacca di Oswiecim (Auschwitz in tedesco). Nei pressi vi era l’impianto per la produzione di gomma sintetica Buna Werke di proprietà della IG Farben.
I deportati furono utilizzati sia per la costruzione del campo, che per quella dell’impianto chimico che avrebbe dovuto anche ricavare combustibili liquidi dal carbone.

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Al di là di ogni ragione logistica come la presenza di una buona rete stradale e ferroviaria, l’impianto chimico venne realizzato per utilizzare la forza lavoro quasi gratuita. L’amministrazione del campo e la IG Farben stipularono accordi economici per poter utilizzare i prigionieri pagandoli 3-4 Reichsmark giornalieri.
La Farben si preoccupava anche di non diminuire il livello produttivo, e per questa ragione chiedeva ai responsabili del campo di effettuare frequenti selezioni, che destinassero gli inabili al lavoro alla morte per gas e successivamente al crematorio.
In questo scenario Levi sostiene un esame di chimica davanti al Dottor Pannwitz.
Condotto davanti a lui dal rude e volgare Kapò Alex.
“Siamo entrati. C’è solo il Dottor Pannwitz, Alex col berretto in mano gli parla a mezza voce – …un italiano in Lager da tre mesi soltanto già mezzo kaputt… Er sagt er ist Chemiker… – ma lui Alex sembra che faccia su questo le sue riserve”.
E inizia cosi l’esame di chimica. Levi riesce nonostante i tre mesi passati in Lager a spostare traversine, portare pesi, a richiamare alla mente, in maniera pronta e docile, i suoi ricordi dello studio della chimica organica. A mano a mano che il colloquio prosegue sente che gli corre nelle vene la febbre dei suoi passati esami.
Pannwitz sembra molto interessato al tema della tesi di Levi, “Misura di costanti dielettriche”.
Chiede al prigionero, all’Haftling 174517 se conosce l’inglese, mostrandogli anche il testo del Gattermann .
Entrambi hanno studiato su quel libro, ma sono uno al di qua del filo spinato con la sua vita regolare e sicura, e uno al di là senza nessun orizzonte oltre quello del Lager e della prigionia, del lavoro, della fame del freddo e della fatica disumana.
L’esame termina e Levi non riesce nemmeno a trovare una formula di saluto in lingua tedesca adatta a salutare il suo esaminatore. Lui che come dirà in seguito ha imparato il tedesco dal basso, dal Lager e sa dire parole come mangiare, lavorare, rubare e morire. Sa dire in tedesco anche pressione atmosferica ed acido solforico. Ma non una frase di saluto.

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Esce dalla stanza sempre accompagnato da Alex.
Per rientrare in campo devono attraversare uno spiazzo ingombro di travi e tralicci. E il capitolo di “Se questo è un uomo” dedicato all’esame di chimica si chiude con la descrizione di Alex che afferra un cavo d’acciaio unto di grasso e compie un gesto che rimane impresso, forse più di altri sia pure più violenti e crudeli nella memoria di Levi:
…ecco si guarda la mano nera di grasso viscido. Frattanto io l’ho raggiunto: senza odio e senza scherno, Alex strofina la mano sulla mia spalla, il palmo e il dorso per nettarla, e sarebbe assai stupito, l’innocente bruto Alex ,se qualcuno gli dicesse che alla stregua di questo suo atto io oggi lo giudico, lui e Pannwitz e gli innumerevoli che furono come lui, grandi e piccoli, in Auschwitz e ovunque
Non sarà lunga l’esperienza nel laboratorio di Buna per Levi, che sarà descritta nei racconti “Pipetta da guerra” e “L’ultimo Natale di guerra”.
Ma sarà per il lui un riparo dalla vita di stenti del campo.
La fabbrica di Buna Monowitz che costerà migliaia di morti non entrerà mai in produzione.

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