Scienziate che avrebbero dovuto vincere il Premio Nobel: Rachel Carson (1907-1964)

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Rinaldo Cervellati

Secondo la biografa Linda Lear [1], Rachel Carson è stata probabilmente la più incisiva scrittrice del secolo scorso sulla Natura, ricordata più per aver contrastato l’idea che l’Uomo possa padroneggiarla a piacimento che per le sue ricerche di biologa marina sulla vita oceanica. Il suo sensazionale libro del 1962, Silent Spring [2] mise in guardia contro i pericoli per tutti i sistemi naturali dall’uso improprio di pesticidi come il DDT, denunciando le invadenze e gli intenti dell’industria dei pesticidi e, più in generale della tecnologia moderna, dando il via al movimento ambientalista contemporaneo.

Rachel Carson nasce il 27 maggio 1907 in una fattoria vicino alla cittadina di Springdale, Pennsylvania, USA, la più giovane di tre figli di Robert W. Carson, agente di assicurazioni e Maria McLean Carson. Rachel ereditò dalla madre uno straordinario amore per la Natura, da bambina esplorò con vivace attenzione i 26 ettari della fattoria di famiglia. Frequentò la scuola primaria di Springdale fino al decimo grado per passare poi alla high school a Parnassus dove si diplomò nel 1925 al primo posto nella sua classe di 45 studenti. Fra le sue letture preferite storie di scienze naturali particolarmente riguardo la vita acquatica.

Rachel Carson bambina

Dall’età di dieci anni cominciò a scrivere in giornali per bambini e ragazzi anche dopo essere stata ammessa al Pennsylvania College for Women (oggi Chatham University) dove si diplomò con lode in biologia nel 1929. Dopo aver frequentato un corso estivo nel Laboratorio di Biologia Marina, continuò gli studi di zoologia e genetica alla Johns Hopkins University nell’autunno 1929.

Dopo il primo anno di specializzazione, Carson divenne assistente part-time nel laboratorio di R. Pearl[1] occupandosi di problemi diversi utilizzando modelli animali, dai ratti alla drosofila. In questo modo guadagnò il denaro necessario per proseguire gli studi.

Rachel Carson nel 1929

Alla Johns Hopkins completò un progetto di tesi sullo sviluppo del pronefro (primo stadio di sviluppo dell’organo escretore) dei pesci, che le valse il titolo di M.Sc. in zoologia nel 1932. Era intenzione di Carson proseguire le ricerche per il dottorato, ma nel 1935 fu costretta a interrompere gli studi causa la morte del padre e conseguenti difficoltà economiche. Trovò un’occupazione presso lo United States Bureau for Fisheries (Ufficio USA per la Pesca) come redattore di una rubrica radiofonica intitolata Romance Under Water con lo scopo di suscitare interesse verso l’ambiente marino e il lavoro dell’Ufficio per la sua salvaguardia. La rubrica ebbe un notevole successo di ascolti, poco dopo Carson ottenne il posto fisso di assistente junior di biologia marina al Bureau, seconda donna assunta in questa carica.

Carson sul campo insieme ad un collega

Al Bureau for Fisheries, le principali mansioni di Carson erano di rilevare e analizzare dati sul campo delle popolazioni ittiche nonchè scrivere articoli e opuscoli divulgativi per il pubblico. Utilizzando i risultati delle sue ricerche e le discussioni con altri biologi marini scrisse regolarmente articoli per vari giornali. Nel luglio del 1937, la rivista Atlantic Monthly pubblicò un suo saggio col titolo Undersea, vivida narrazione di un viaggio lungo il fondo dell’oceano. La casa editrice Simon & Schuster contattò Carson suggerendole di espandere il saggio e trasformarlo in un libro. Dopo diversi anni di ulteriori ricerche sul campo, Carson pubblicò il suo primo libro, Under the Sea Wind [3]. Il libro ricevette ottime recensioni e il successo degli scritti di Carson aumentò rapidamente, tanto che essa tentò di lasciare il Bureau (trasformatosi in Fish and Wildlife Service) nel 1945 ma a quei tempi c’erano poche possibilità di lavoro per i naturalisti, la maggior parte dei fondi per le scienze venivano destinati a ricerche applicate e tecnologiche, sull’onda del “successo” ottenuto dal progetto Manhattan. E’ in questo periodo che Carson incontrò per la prima volta il tema DDT, un nuovo micidiale insetticida rivoluzionario (denominato “insect bomb”) che si stava imponendo rapidamente nei mercati anche in assenza di adeguati test sulla sicurezza per la salute e l’impatto ambientale. Tuttavia all’epoca il DDT non era che uno dei tanti interessi di Carson, gli editori lo consideravano un argomento di scarsa importanza.

Nel Fish and Wildlife Service, Carson ebbe la supervisione di un piccolo staff di scrittori e nel 1949 divenne capo redattore delle pubblicazioni del Servizio. Sebbene il nuovo status le permettesse sempre maggiori opportunità di ricerca sul campo e libertà nella scelta dei suoi progetti di scrittura, ciò comportò anche responsabilità amministrative sempre più noiose, tanto che già nel 1948 stava lavorando su materiale per un secondo libro, e aveva preso la decisione di iniziare a dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Assunse un agente letterario, con la quale stabilì una stretta relazione professionale che durò per tutta la sua carriera di scrittrice.

Nel 1951 pubblicò, con l’Oxford University Press il suo secondo libro, The Sea Around Us [4] che illustra la scienza e la poesia del mare dai suoi inizi primordiali alle scoperte scientifiche dei primi anni ‘50. Divenuto rapidamente un best seller, il libro vinse diversi premi sia da società scientifiche sia da istituzioni pubbliche e Carson ottenne anche due dottorati ad honorem. Insieme al successo arrivò anche la sicurezza finanziaria sicchè Rachel potè abbandonare definitivamente il lavoro per concentrarsi unicamente all’attività di scrittrice.

All’inizio del 1953, Carson iniziò la ricerca bibliografica e sul campo sull’ecologia e gli organismi della costa atlantica. Nel 1955, completò il terzo volume della sua “trilogia marina”, The Edge of the Sea [5], che tratta della vita negli ecosistemi costieri (in particolare lungo la costa dell’Atlantico orientale).

Rachel Carson, ricercatrice e scrittrice

Fra il 1955 e il 1956, Carson continuò a scrivere articoli divulgativi su riviste specializzate mentre lavorava al progetto di un libro sull’evoluzione, ma la pubblicazione del libro di Julian Huxley[2] Evolution in Action, insieme alla sua stessa difficoltà nel trovare un approccio chiaro e convincente all’argomento, la condussero a abbandonare il progetto. I suoi interessi si stavano infatti rivolgendo sempre più alla salvaguardia dell’ambiente terrestre.

I pesticidi di sintesi, in particolare composti clorurati di idrocarburi (ad es. il DDT, p-diclorodifenil-tricloroetano) e organofosfati vennero sviluppati con i fondi militari per la scienza (military funding of science) in USA dopo la fine della 2° Guerra mondiale.

Nel 1957, l’USDA (United States Department of Agriculture) diede il via al progetto di eradicazione di formiche rosse e altri insetti nocivi alle coltivazioni attraverso l’irrorazione aerea massiccia e diffusa di DDT e altri pesticidi che inevitabilmente coinvolgeva anche terreni privati non agricoli. Già Carson si era interessata alla pericolosità del DDT negli anni ’40, nel 1958 decise di impegnarsi a scrivere un libro sull’argomento. Secondo i biografi la decisione dipese anche da una lettera inviata nel gennaio 1958 da un’amica di Carson al The Boston Herald, che descriveva la morìa di uccelli intorno alla sua proprietà derivante dall’irrorazione aerea di DDT. Carson stessa in seguito scrisse che questa lettera (ricevuta in copia) la spinse a indagare a fondo i problemi ambientali causati dai pesticidi di sintesi.

Dopo quattro anni di intense ricerche bibliografiche e contatti con numerosi scienziati di istituzioni pubbliche come i National Institutes of Health e il National Cancer Institute, Carson fu in grado di provare la pericolosità del DDT e di altri pesticidi per l’ambiente e la correlazione pesticidi-cancro.

Rachel Carson nel suo studio

Tutto ciò nonostante l’opposizione aggressiva delle potenti industrie degli erbicidi chimici, che includeva testimonianze di esperti compiacenti e lobbisti nell’establishment che contraddicevano quanto riportato dalla maggior parte della letteratura scientifica che Carson stava studiando.

Nel 1961 le venne diagnosticato un cancro al seno, anche per questo motivo il libro denuncia, Silent Spring [1], venne pubblicato solo l’anno successivo, il 27 settembre 1962.

Il filo conduttore di Silent Spring è il potente, e spesso negativo, effetto che gli umani hanno sulla Natura. L’argomento principale del libro è la denuncia che l’uso indiscriminato dei pesticidi ha effetti dannosi sull’ambiente; Carson sostiene che dovrebbero essere più propriamente definiti “biocidi” perché i loro effetti sono raramente limitati ai parassiti bersaglio. Il DDT e altri pesticidi sintetici, molti dei quali soggetti a bioaccumulo, distruggono praticamente tutte le specie di insetti, compresi quelli utili all’uomo e necessari alla conservazione dell’ecosistema. L’industria chimica del settore viene accusata di diffondere intenzionalmente disinformazione fra pubblico e funzionari pubblici per fare accettare acriticamente le proprie posizioni (cioè i propri interessi).

Quattro capitoli del libro sono dedicati ai pericoli dei pesticidi per la salute umana. Vengono descritti numerosi casi di avvelenamento da pesticidi, insorgenza di tumori e altre patologie collegate. Riguardo al DDT e al cancro, Carson scrive:

In test di laboratorio su soggetti animali, il DDT ha provocato sospetti tumori epatici. Gli scienziati della Food and Drug Administration che hanno segnalato la scoperta di questi tumori erano incerti su come classificarli, ma ritenevano che ci fosse qualche “giustificazione per considerarli carcinomi epatici di basso grado”. Il Dr. Hueper* ora dà al DDT la valutazione definitiva del DDT come “agente cancerogeno chimico”.[1, p. 225]

*[autore del libro Occupational Tumors and Allied Diseases]

Carson prevede che queste conseguenze possano aumentare in futuro, soprattutto dal momento che i parassiti bersaglio possono sviluppare resistenza ai pesticidi e gli ecosistemi indeboliti potrebbero cadere preda di specie invasive non previste. Il libro si chiude con proposte di approccio biotico al controllo dei parassiti come alternativa ai pesticidi chimici, ad esempio: limitazione della popolazione di insetti nocivi mediante predatori specifici,vertebrati o invertebrati, “sterilizzazione” o cattura dei maschi attraverso segnali sonori o biochimici e opportune trappole. L’uso giudizioso di pesticidi dovrebbe essere lasciato come ultima risorsa.

Va ricordato che uno dei primi impieghi del DDT fu nella lotta al vettore della malaria, la zanzara anofele, inizialmente con successo. In Italia fu impiegato a questo scopo soprattutto in Sardegna, dove la malaria era endemica e fu effettivamente debellata. Il rovescio della medaglia sta però nel fatto che gli insetti (e in specifico le zanzare) sviluppano abbastanza rapidamente resistenza agli insetticidi.

In realtà Carson non chiese mai un divieto assoluto sul DDT. In Silent Spring ha solo espresso il concetto precedentemente esposto. Scrive infatti:

Nessuna persona responsabile sostiene che la malattia trasmessa dagli insetti debba essere ignorata. La domanda che ora si è presentata con urgenza è se sia saggio o responsabile attaccare il problema con metodi che stanno rapidamente peggiorando la situazione. Il mondo ha assistito alla guerra vittoriosa contro le malattie attraverso il controllo di insetti vettori di infezione, ma ha saputo poco dell’altro lato della medaglia – le sconfitte, i trionfi di breve durata che ora sostengono fortemente l’allarmante visione secondo cui l’insetto nemico è stato reso più forte dai nostri sforzi. Peggio ancora, potremmo aver distrutto i nostri stessi mezzi di combattimento [1, p. 266]

A proposito della malaria Carson ha esplicitamente affermato che i programmi per la malaria sono minacciati dalla resistenza acquisita dalle zanzare, citando il parere del direttore del Servizio fitosanitario olandese: Il consiglio pratico dovrebbe essere “Spruzzare il meno possibile” piuttosto che” Spruzzate al limite della vostra capacità”. La pressione sulla popolazione infestante dovrebbe essere sempre la meno drastica possibile.[1, p. 275].

Carson e lo staff editoriale coinvolti nella pubblicazione di Silent Spring si aspettavano aspre critiche e si preoccupavano addirittura della possibilità di essere citati in giudizio per diffamazione. In preparazione degli attacchi previsti, Carson e la sua agente cercarono sostenitori famosi prima della pubblicazione del libro. La maggior parte dei capitoli scientifici furono revisionati da scienziati con competenze specifiche, tra i quali Carson trovò un forte sostegno. Carson partecipò alla Conferenza della Casa Bianca sulla questione ambientale del maggio 1962, l’Editore Houghton Mifflin distribuì copie del libro a molti delegati e promosse l’uscita imminente sulla rivista New Yorker (che ne fece una recensione molto favorevole). Carson ne inviò una copia anche al giudice associato della Corte suprema William O. Douglas, un avvocato ambientalista che le aveva fornito a parte del materiale incluso nel suo capitolo sugli erbicidi.

William Orville Douglas (1898-1980)

Tuttavia critiche feroci provennero ovviamente dalle industrie produttrici di pesticidi: la Du Pont, la fabbrica principale di DDT, la Velsicol Chemical Company sola produttrice di clordano e eptacloro, quest’ultima promosse anche un’azione legale. Rappresentanti dell’industria chimica e lobbisti presentarono una serie di reclami non specifici, alcuni in forma anonima. Le aziende chimiche e le organizzazioni associate pubblicarono articoli in favore e difesa dell’uso di pesticidi.

Il biochimico dell’American Cyanamid, R. White-Stevens, giunse a affermare che:

Se l’uomo seguisse gli insegnamenti di Miss Carson, torneremmo al Medioevo, e gli insetti, le malattie e i parassiti erediterebbero ancora una volta la Terra“.

Molti attacchi misero in dubbio le qualità scientifiche di Carson, alcuni giunsero fino a accuse di ambiguità sessuale.

Dall’ambiente accademico arrivarono pareri contrastanti. La recensione del Dr. W. J. Darbin, direttore del Dipartimento di Biochimica alla Vanderbilt University[3] School of Medicine, pubblicata su Chemical & Engineering News in ottobre 1962 è una completa stroncatura del libro e dell’autrice [6]. Sul merito e la forma di questa questa recensione seguì un acceso e interessante dibattito fra sostenitori e oppositori [7].

Più obiettiva la recensione che apparve su Nature a firma C.W. Hume [8] che sostiene i dati relativi al disastro ambientale provocato dall’indiscriminata irrorazione di interi territori e riporta le alternative biotiche proposte nel libro. Secondo Hume la parte più controversa è quella riguardante l’effetto del DDT sull’uomo. Da buon britannico afferma che l’accumulo medio del pesticida negli abitanti del Regno Unito è di 2 ppm contro le 5.3-7.4 ppm negli USA con punte di 17.1 ppm nei lavoratori agricoli, ciò essendo dovuto ai migliori controlli effettuati in Gran Bretagna. In particolare stigmatizza l’atteggiamento di coloro che cercano di screditare scientificamente Carson che possiede invece tutte le carte in regola come ottima ricercatrice.

Il successo di pubblico fu enorme, secondo la biografa Linda Lear, la campagna diffamatoria dell’industria fu controproducente perché la polemica fece aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sui potenziali pericoli dell’uso dei pesticidi. Lo speciale televisivo con il dibattito fra Carson e il Dr. White-Stevens fu seguito da dieci a quindici milioni di americani che in grande maggioranza simpatizzarono per Carson. Occorre anche dire che l’opinione pubblica era già stata sconvolta dallo scandalo della talidomide[4].

Dopo un anno dalla pubblicazione del libro la campagna denigratoria dell’industria si affievolì e il Congresso USA commissionò un rapporto pubblico sulla pericolosità dei pesticidi, di conseguenza la FDA, dichiarò: …che con tutta probabilità i rischi potenziali del DDT erano stati sottovalutati, e cominciò a porre alcune restrizioni al suo uso. Nel 1972 il DDT per uso agricolo venne proibito negli Stati Uniti, nel 1978 anche in Italia.

Ma il tumore aveva stroncato Rachel Carson nel 1964. Numerosissimi sono stati gli onori ricevuti postumi, dalla Medaglia Presidenziale della Libertà all’effige su un francobollo al ponte Rachel Carson a Pittsburgh fino ai nomi di due navi da ricerca marina. L’edificio della fattoria dove visse bambina è stato dichiarato monumento nazionale.

L’edificio della fattoria natale e il ponte di Pittsburgh che porta il suo nome

Infine vale la pena ricordare che il dibattito sull’uso del DDT per combattere la malaria dove è endemica, per es. in regioni dell’Africa e dell’India, è ancora acceso. L’OMS nel 2006 ha dichiarato che, se usato correttamente, il DDT dovrebbe comparire accanto ai medicinali e alle zanzariere in quelle regioni, affermazione peraltro mai contrastata da Carson come si evince dai due brani di Silent Spring sopra riportati.

Una biografia completa di Rachel Carson si trova in:

  1. Lear, Witness for Nature, Mariner Book Houghton Mifflin Harcourt, Boston New York, 2009
  2. https://www.amazon.com/Rachel-Carson-Witness-Linda-Lear/dp/0547238231

Biliografia

[1] L. Lear, The Life and legacy of Rachel Carson Biologist – Writer – Ecologist 1907-1964, http://www.rachelcarson.org/Bio.aspx

[2] R. Carson, Silent Spring, Houghton Miffin, 1962, reprinted in 1996 with an introduction by Al Gore.; trad ital.: Primavera Silenziosa, Universale Economica Feltrinelli, 1966, riproposto nel 1999 con una introduzione di Al Gore.

[3] R. Carson, Under the Sea Wind, Simon & Schuster Eds., 1941; ripubblicato da Penguin Group, 1996.

[4] R. Carson, The Sea Around Us, Oxford University Press 1st Ed, 1951; trad ital.: Il Mare intorno a noi, Feltrinelli, 2011.

[5] R. Carson, The Edge of the Sea, Houghton Mifflin, 1955; ripubblicato da Mariner Books, 1998.

[6] W. J. Darby, Silence, Miss Carson, C&EN News, 1962, 40(40), 60,63.

[7] Letters, C&EN News, 1962, 40(43), 5; Letters, C&EN News, 1962, 40(45), 4-5.

[8] C.W. Hume, An American Prophetess, Nature, 1963, 198, 117.

[1] Raymond Pearl (1879-1940), biologo americano, ricercatore eclettico e molto prolifico con interessi dalla zoologia all’agricoltura, dalla biometria alla genetica. Abilissimo comunicatore e divulgatore scientifico.

[2] Sir Julian Sorell Huxley (1887 – 1975) biologo britannico, genetista, evoluzionista e internazionalista. E’ stato figura di spicco nella sintesi moderna della teoria dell’evoluzione. Eccelllente scienziato, comunicatore e divulgatore, è stato il primo direttore dell’UNESCO e membro fondatore del World Wildlife Fund.

[3] La Vanderbilt University (Nashville, Tennessee) è un’Università privata fondata nel 1973 dal magnate Cornelius Vanderbilt con la donazione iniziale di 1000000 di dollari. Molto esclusiva è considerata una delle principali università del Sud degli USA, classificata al 17° posto nella classifica delle università USA.

[4] La talidomide è stato un farmaco utilizzato negli USA (ma non solo) come rimedio per i disturbi delle donne in gravidanza. Fu poi ritirato poiché molte donne sottoposte al trattamento davano alla luce neonati con gravi malformazioni fisiche degli arti superiori.

Smontare i mattoncini.

Mauro Icardi

L’idea del titolo mi è venuta facendo una riflessione sulla vicenda della diffusione ambientale dei PFAS.

Il problema della diffusione nell’ambiente e della concentrazione nell’organismo umano, e particolarmente nel sangue dei composti perfluoroalchilici è attualmente uno dei problemi ambientali più gravi. Grave perché ,sia in Italia e particolarmente in Veneto, ma anche in vaste zone degli Stati Uniti questo tipo di composti , massicciamente e capillarmente diffusi nell’ambiente hanno contaminato le falde acquifere da cui si prelevano acque destinate all’uso idropotabile.

Nella zona di Vicenza si è ipotizzato che la responsabilità sia da attribuire ad una azienda che utilizza questo tipo di composti organici, e che non ha gestito correttamente il ciclo di depurazione dei propri reflui.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, ed in particolare nella zona di Portsmouth nel New Hampshire la concentrazione di questi composti nell’acqua potabile sembra sia invece dovuta alle esercitazioni antincendio che venivano effettuate in una base dell’aeronautica militare degli Stati Uniti. Nell’area di questa base venivano dati alle fiamme vecchi aerei per esercitazione. Gli addetti della base provvedevano a spegnere gli incendi così provocati con estintori nei quali questo tipo di composti erano presenti. Le schiume percolavano nel terreno, e da qui hanno raggiunto le falde acquifere. Nessuno si è mai preoccupato delle conseguenze di questo tipo di attività, francamente piuttosto discutibile e gestita con una incredibile superficialità.

Se si può pensare che non fossero ancora note le caratteristiche di tossicità di questi composti, e anche vero che negli Stati Uniti venne pubblicato fin dal 1962 un bestseller dell’ambientalismo : “Primavera silenziosa” di Rachel Carson. In questo libro si parlava dell’uso indiscriminato di DDT e pesticidi.Ma in ogni caso si metteva già in luce il meccanismo di accumulo di composti tossici principalmente nelle zone adipose del corpo umano, e anche nel latte materno. Questo avrebbe dovuto essere uno spunto per l’adozione di un principio di precauzione. La capacità dell’essere umano di ragionare in prospettiva e di andare oltre ai presunti benefici immediati, e di pensare a limitare il proprio impatto sull’ambiente, sembra essere un insormontabile limite ancestrale. Quasi che molte nostre azioni siano legate al cervello arcaico, quello che ci impedisce ogni attività pensata, pianificata e guidata dalla razionalità.

Tornando ai PFAS si stanno cominciando a prendere le contromisure del caso, si stanno cercando di identificare dei limiti adeguati. Gli studi sono condotti dall’EPA (Enviromental Protection Agency) e dall’OMS. Si sa che nel caso di questi composti l’accumulo avviene principalmente a livello del sangue. Così come si è riusciti a capire che i composti a lunga catena di carbonio (in generale da otto atomi di carbonio e oltre) sono quelli che tramite il meccanismo di riassorbimento nei tubuli renali transitano nei reni e sono eliminati solo parzialmente attraverso l’eliminazione urinaria.

I composti a catena di carbonio più corta invece riescono ad essere espulsi dal corpo umano nel giro di pochi giorni. Per questa ragione i principali produttori di PFAS negli Staiti Uniti, Europa e Giappone hanno aderito ad un accordo volontario per eliminare i composti a lunga catena di carbonio quali l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e il perfluoroottanosulfonato (PFOS). Ma le aziende che non hanno aderito a questo accordo volontario continuano a produrre, importare o usare questo tipo di composti a lunga catena di carbonio. Circa 500 tonnellate/anno sono ancora prodotte dalle industrie cinesi.

I dati sulla tossicità di questi composti sono ancora oggetto di studio, ma l’accordo ha permesso di conseguire qualche risultato che da qualche speranza. Se all’inizio dei controlli sistematici la concentrazione di PFAS nel sangue dei cittadini americani era pari a circa 5 ng/lt, nel 2012 questa concentrazione è risultata all’incirca dimezzata. Composti di questo tipo, usati per realizzare tessuti impermeabili all’acqua, in particolare per uso sportivo, nella schiuma per estintori, e nei rivestimenti d i cartoni per alimenti sono come si può intuire inquinanti persistenti ed ubiqui. Oltre all’ingestione di acqua contaminata vengono molto spesso assorbiti attraverso il consumo di pesce contaminato.

La produzione di composti a catena corta che non subiscono accumulo persistente nell’organismo è una vittoria solo parziale. Perché sposta il problema a livello ambientale. Nel corso degli anni sono stati prodotti ed immessi sul mercato almeno 3000 tipologie di molecole di questo tipo. Molecole costruite sulla base del legame carbonio-fluoro, dalla grande stabilità strutturale ma praticamente impossibili a degradarsi per via naturale dalle comunità di microrganismi. L’unica possibilità attuale è la diluizione e la dispersione, che come si può ben intuire è la peggiore delle soluzioni.

A questo punto la sfida che l’industria chimica dovrebbe affrontare è quella di un nuovo modo di costruire le molecole. Pensando a renderle meno stabili, meno indistruttibili alla fine del ciclo di vita. Questa è a mio parere forse la sfida più grande che la chimica industriale deve affrontare. Ma che non può più essere rimandata per molto tempo ancora. Affrontare questo impegno avrebbe il duplice effetto di diminuire una tendenza alla cronicizzazione di effetti tossici ancora non provati, ma che potrebbero essere responsabili di gravi patologie, quali tumori, problemi ormonali e diabete. La seconda quella di cambiare l’immagine della chimica, che sconta comunque sempre in maniera non corretta una specie di peccato originale. La chimica industriale negli anni ha raccolto ed esaudito le istanze che venivano anche dai consumatori. Le belle catene di molecole che sembravano i mattoncini delle costruzioni devono essere smontate e ricomposte in altro modo. Qualcosa di simile a quanto avvenuto con la linearizzazione delle molecole dei tensioattivi. Ora che ci siamo resi conto che i rischi sono superiori, o non proporzionali ai benefici, anche i semplici cittadini possono e devono orientare le scelte delle aziende. Con le loro scelte personali. In fin dei conti nel passato ci si riparava dalle piogge con la tela cerata.

Gli ultimi attori di questo cambiamento devono essere gli esponenti della classe politica. Ritrovando l’essenza del concetto di polis, di arte del governo devono destinare fondi alla ricerca. Perché non ci sono solo i PFAS che si concentrano nell’ambiente. Anzi potrebbero essere solo la punta dell’iceberg.