Chimicamente alla moda. 1.

Marino Melissano*

*Marino Melissano è stato fino a pochi giorni fa vicepresidente di Altroconsumo, uno dei pochi chimici (già docente universitario, libero professionista, coordinatore di progetti europei, membro dell’ordine dei Chimici in Trentino) in una posizione chiave nelle associazioni di consumatori e ambientalisti.

Premessa

melissanoPochi sanno che l’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, dopo quella del petrolio. La scioccante dichiarazione è dovuta ad una delle principali esponenti del settore, Eileen Fisher, una magnate dell’industria tessile.

Nel tessile si possono usare molte sostanze tossiche, che inquinano e possono lasciare tracce sui capi di abbigliamento. L’esistenza di questo rischio è riconosciuta dall’UE ed esiste una categoria dedicata nel servizio RAPEX, ossia nella segnalazione rapida di casi di merci pericolose che entrino nel mercato europeo.(si veda Nota RAPEX[i]).

Dobbiamo conoscerle ed essere coscienti di ciò negli acquisti.

Se vogliamo veramente cambiare il mondo, se vogliamo invertire la tendenza all’inquinamento, se vogliamo che le generazioni future possano vivere in un ambiente più pulito e più rispettoso dei diritti altrui, se vogliamo un’economia più equilibrata che muti i concetti di profitto e lavoro, se vogliamo risorse meglio distribuite, se vogliamo che i diritti di noi consumatori siano il punto-chiave di ogni politica industriale e sociale.

DOBBIAMO CAMBIARE IL NOSTRO APPROCCIO ALLE COSE, DOBBIAMO INTERPRETARE UN NUOVO RUOLO, DOBBIAMO ESSERE PIU’ COSCIENTI DI CIO’ CHE ACQUISTIAMO, IN DEFINITIVA AVERE NUOVE RESPONSABILITA’.

“Tutti pensano di cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiare sé stesso” (Tolstoj)

Questo vale anche per la moda, che non deve essere solo trendy, ma deve diventare sempre più sostenibile, deve diventare «uno stile».

                                                   «La moda passa, lo stile resta» (Coco Chanel)

melissano2Panorami incontaminati e boschi lussureggianti hanno a che fare con una moda sostenibile?

Estetica senza etica: un abito nuovo ci veste o ci gratifica?

La Chimica e la moda

Greenpeace (GP), nel 2011 ha scoperto due impianti tessili in Cina che scaricavano sostanze pericolose nei fiumi Azzurro e delle Perle. Così ha fatto analizzare prima le acque e poi 141 campioni di vestiario di 20 diversi marchi, prodotti in Paesi in via di sviluppo (trovate questo report insieme agli altri qui). Questo numero potrebbe apparire ridotto rispetto al numero di capi presenti sul mercato mondiale; ma in effetti è ben noto che anche un campione relativamente ridotto di dati può comunque considerarsi rappresentativo dell’intera popolazione statistica, purchè raccolto con criteri appropriati, quali una copertura completa di tutte le principali aree di produzione e tipologie di prodotto, una numerosità di dati raccolti per area proporzionale alla produzione complessiva dell’area stessa, e così via. D’altronde vedremo più avanti altri studi con coperture analoghe e fatti da enti istituzionali.

Nello studio citato di GP i 2/3 dei campioni contenevano sostanze tossiche o cancerogene (nonilfenolo etossilato, ftalati, formaldeide, coloranti contenenti ammine).

Secondo uno studio realizzato dalla Ue, il 7-8% delle patologie dermatologiche è dovuto a ciò che indossiamo, mentre il Sistema europeo di allerta rapido per i prodotti non alimentari piazza l’abbigliamento al primo posto della classifica per presenza di sostanze pericolose. (Chemical substances in textile products and allergic reactions)

L’Associazione Tessile e Salute ha eseguito, per conto del Ministero della Salute, un’indagine sui tessili circolanti in Italia. E’ risultato che:

  • Il 15% erano privi di etichettatura
  • Il 34% riportavano una composizione errata
  • Il 29% aveva un pH fuori dai limiti: a livello comunitario non esiste una restrizione cogente specifica relativa al valore di pH consentito per un prodotto di abbigliamento in tessuto o pelle, anche se esistono norme volontarie per la sua determinazione e requisiti definiti, a livello volontario, da alcuni marchi. (Nota sul pH[ii])
  • Il 4% conteneva ammine aromatiche (cancerogene)
  • Il 4% coloranti allergenici
  • Il 4% metalli pesanti
  • Il 6% formaldeide

Sono stati monitorati 400 casi di dermatiti gravi ed è risultato che fossero causate:

  • 69,1% da tessili
  • 16,5% da accessori metallici
  • 14,4% da calzature

Quello della sicurezza dei capi di abbigliamento è insomma un problema che le associazioni ambientaliste e dei consumatori, tra cui Altroconsumo, denunciano da tempo, senza trovare adeguato ascolto, salvo in occasione di eventi eclatanti come il ritiro di pigiami per bambini posti sotto sequestro dalla Procura di Torino perché risultati tossici.

Le leggi sono carenti, obsolete e frammentate. la norma Uni/Tr 11359, sulla gestione della sicurezza degli articoli di abbigliamento è l’unico documento normativo sistematico sulla materia.

Vediamo più da vicino questi composti.

melissano3NONILFENOLIETOSSILATI (NPE):

Vengono usati in genere come detergenti industriali e nella produzione di detergenti.

Sono tensioattivi che possono funzionare da interferenti endocrini, di conseguenza il loro commercio è stato limitato in Europa e non si trovano più nei prodotti per bucato negli Stati Uniti. L’NPE, che è stato individuato anche in pigiamini per bambini e nella biancheria intima viene rilasciato al momento del lavaggio dei tessuti e, una volta disperso nell’acqua, si degrada in altri composti, tra cui il nonilfenolo, che si accumula nei pesci, interferendo con il loro sistema endocrino..

L’ NPE che è usato, come detergente ed è responsabile dell’inquinamento idrico e dell’alterazione degli ecosistemi acquatici, pur essendo vietato da più di 10 anni negli articoli prodotti in UE, non è vietato nei capi importati.

Gli Stati membri dell’Unione Europea hanno raggiunto nel 2016 un accordo per vietare l’impiego del nonilfenolo etossilato (NPE) anche nei tessuti importati all’interno della UE, ma la messa al bando avrà effetto entro il 2021.

Esiste, però, uno studio dell’Agenzia danese per l’ambiente che ha concluso che le concentrazioni di NPE, più alte nei tessuti di origine cinese di aspetto brillante, non pongono rischi per la salute umana pur essendo tossici per gli organismi acquatici.

Il fenomeno può essere considerato una sorta di effetto rebound, simile a quello che avviene per certi farmaci; se assumete i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) per via orale avete un potenziale effetto gastrolesivo dovuto alla inibizione di alcuni enzimi; per evitare questo effetto si può somministrare il farmaco per altre vie, non orali, per esempio attraverso una pomata direttamente sull’arto infiammato; ma il farmaco anche per questa strada può avere effetti gastrolesivi (ma notevolmente inferiori), in quanto una volta assorbito entra in circolo e dunque può arrivare allo stomaco dal circolo ematico, anche se in concentrazioni inferiori. In analogo modo se voi impedite il contatto diretto fra NPE e pelle umana, imponendo una concentrazione finale rilevabile molto bassa sui tessuti ed anche un lavaggio preventivo, NPE si diffonderà comunque nell’ambiente dove entra in biosfera; miliardi di capi cedono piccole quantità di composto che, sommate insieme, oltre ad essere lesive per alcune specie animali (stimolano la femminilizzazione in varie specie), entrano nella catena alimentare e per questa strada vengono infine ri-assorbite dall’uomo.

Occore precisare tuttavia che sebbene gli NPE siano stati trovati in quantità significativa nel latte umano anche nel nostro paese, ed ovviamente anche in altri paesi, non esiste ancora una associazione chiara fra questo bioaccumulo e la sorgente effettiva di questi composti, così ampiamente usati in passato.

Alcuni esempi di capi, pubblicati da Greenpeace, in cui sono stati trovati NPE con le immagini dei capi incriminati si possono trovare nel report originale.

melissano4FTALATI

Famiglia di composti di sintesi usati nell’industria delle materie plastiche come agenti plastificanti, o meglio, come sostanze aggiunte al polimero per migliorarne la flessibilità e la modellabilità.

Sono sostanze tossiche soggette a restrizione europea. Il loro uso in concentrazioni >0,1% è vietato nei giocattoli e negli oggetti per la prima infanzia, compresi gli indumenti. Il più recente documento riguardante questi prodotti e il loro uso è di meno di un anno fa: https://echa.europa.eu/documents/10162/22286145/four_phthalates_annex_xv_report_initial_appendices_en.pdf/f86ddf58-a578-486f-88d3-9d9c21139ad3.

E’ bene chiarire che i composti soggetti a restrizioni non sono genericamente gli ftalati ma alcuni ftalati, i principali dei quali con le sigle: DEHP, DBP, DIBP, and BBP corrispondono ai cosiddetti ftalati a basso peso molecolare.

melissano5

Sperimentazioni sugli animali da laboratorio hanno mostrato che i tipici effetti critici riguardano la tossicità epatica, testicolare e riproduttiva.

Non essendo legati stabilmente alla matrice polimerica, gli ftalati possono facilmente migrare e depositarsi sulla pelle, ma anche essere inalati o ingeriti.

Si sospetta che alcuni di essi agiscano come interferenti endocrini.(http://ehp.niehs.nih.gov/0901331/)

In campo tessile sono usati per le stampe di scritte o disegni da applicare a magliette o pigiamini, specie nell’abbigliamento dei più piccoli. Se la stampa si “screpola” facilmente vuol dire che contiene pochi ftalati, viceversa una stampa che resta sempre morbida e inalterata ne contiene molti.

Alcune di queste sostanze sono disciplinate dal regolamento REACH, e soggette ad autorizzazione (Allegato XIV) o a restrizione (Allegato XVII).

Alcuni esempi, pubblicati da Greenpeace, di capi in cui sono stati trovati ftalati con le immagini dei prodotti implicati si possono trovare nel report originale.

(continua)

Note dell’autore.

[i] Nota su Rapex: Dal 2012 esiste un sistema di allerta rapido per tutte le merci pericolose gestito dalla Unione Europea i cui report sono pubblici e che si può consultare a questo indirizzo e a cui qualunque cittadino si può abbonare gratuitamente: http://ec.europa.eu/consumers/consumers_safety/safety_products/rapex/alerts/main/index.cfm?event=main.listNotifications

Nella categoria Clothing, textiles and fashion items il rischio chimico è stato segnalato nel corso del 2016 69 volte, cioè per 69 diverse merci di questa categoria. Nel 2015: 69 – 2014:95 – 2013:99- 2012:66. In tutti i 400 casi individuati per la categoria in questione da quando il sistema esiste il rischio è stato giudicato “serio”. Questo dà contemporaneamente l’idea che un sistema del genere è utile perché il rischio c’è ed è un rischio significativo (anche se il numero di merci in ingresso in EU è molto più elevato) ma anche del fatto che esistono metodi di verifica e controllo efficaci. D’altronde per il medesimo motivo pone anche il problema di quanti casi NON vengano individuati: in pratica questi casi probabilmente sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più esteso di violazione delle regole. (si veda anche: http://www.mercipericolose.it/approfondimenti-mp/pillole-di-reach/471-restrizioni-reach-sugli-ftalati-e-rapex)

  • [ii] (Nota sul pH): La necessità di una restrizione cogente è conseguente al fatto che la pelle umana ha un pH 5,5 e che al contatto con sostanze a comportamento acido o basico che mostrano valori di pH molto diversi da 5,5 sviluppa fenomeni irritativi anche molto significativi.
  • Il metodo per la determinazione del pH su tessili è descritto nella norma EN ISO 3071, e quello per il cuoio nella norma EN ISO 4045.
  • In Cina, al contrario, la restrizione dei valori del pH è un requisito cogente (Standard GB 18401) che impone, per i prodotti tessili destinati all’abbigliamento, valori di pH compresi tra 4,0 – 7,5 (per bambini fino a 36 mesi); tra 4,0 – 8,5 (per prodotti a diretto contatto con la pelle); 4,0 – 9,0 (per prodotti non a diretto contatto con la pelle).