Referendum 17 aprile 2016. (4.parte):lavoro, ambiente, royalties.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

I precedenti post di questa serie sono pubblicati qui, qui e qui.

a cura di Claudio Della Volpe

Nei precedenti post di questa serie abbiamo raccontato i dati legati al prossimo referendum del 17 aprile 2016 sulla abrogazione della durata illimitata del diritto di estrazione di fossili entro il limite delle 12 miglia dalle coste italiane. Nel far questo abbiamo di fatto dimostrato che i dati grezzi supportano fortemente il voto positivo al referendum.

Infatti l’Italia, come tutta l’UE, si è impegnata a ridurre la propria impronta fossile e per mantenere l’incremento della temperatura media globale occorre che noi come gli altri riduciamo i nostri consumi di fossile del 20% entro 10-15 anni per poi azzerarli entro il 2050, fra soli 35 anni;

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secondo le stime pubblicate di recente su Nature (NATURE, VOL 517 ( JANUARY 2015) p. 187) questo corrisponde a lasciare sotto terra una percentuale molto elevata della attuali risorse fossili (più di 4/5 delle riserve di carbone, più di metà di quelle di gas e più di un terzo di quelle petrolio); e allora la scelta del referendum ha una sua logica dato che le risorse italiane non solo sono minime, ma anche qualitativamente non eccelse (il petrolio è parecchio sporco di S e più costoso da purificare, olio leggero o ad alto API) e il gas estratto dal mare è più costoso sia energeticamente che economicamente rispetto ad altre estrazioni. La sua estrazione conviene solo a chi paga delle royalties ridicole come quelle italiane che non solo ammontano al 4-7-10% dell’estratto ma con una franchigia enorme pari ai primi 25-80 milioni di metri cubi di gas o 20-50.000 ton di petrolio ALL’ANNO:

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Ora se pensate che la ventisei concessioni (ultimi dati MISE) entro le 12 miglia soggette al referendum producono in tutto 1.2 miliardi di metri cubi di gas, come documentato nel secondo post, ossia una sessantina di milioni all’anno, in pratica sono “in media” senza royalties;

Vediamo in dettaglio cosa è successo nel 2015 dalla pagina del MISE. (http://unmig.mise.gov.it/unmig/strutturemarine/piattaforme.pdf)

Nel 2015 su 48 concessioni eroganti gas in tutto il mare italiano solo 17 hanno superato la quota di franchigia, per un totale dei ¾ della produzione. 17×80 fa 1360; su un totale di 4.5 miliardi di metri cubi 1.5 non pagano perchè sotto franchigia e 1.36 sono sotto franchigia per le 17 più grandi; totale 2.86 miliardi metri cubi su 4.52 sono sotto franchigia, il 63% e non pagano NULLA. In particolare delle 26 sotto le 12 miglia solo 5 hanno superato la franchigia; dato che 5×80 fa 400 milioni e le 5 coprono quasi il 90% della produzione (1200 milioni di mc) si ha che quasi 500 milioni di metri cubi su 1200 non pagano NULLA (oltre il 40%). Petrolio in mare: nel 2015 solo 6 concessioni hanno prodotto e tutte hanno superato la franchigia di 50mila ton; dato che il totale è stato di 750.000 ton e le franchigie totali sono 6×50.000=300.000 il 40% non ha pagato royalty.

Chiaro? Una parte importante dell’estrazione di fossili dal mare italiano non paga royalty. La situazione a terra è diversa soprattutto per il petrolio perchè c’è praticamente un solo grande giacimento che da solo fa un terzo delle estrazioni totali di tutto il fossile e quasi il 70% del petrolio, quello della Val d’Agri, esempi e ragionamenti fatti sulla Val d’Agri come fa Nomisma, e ripresi dall’ineffabile Tabarelli, non hanno senso sul resto. (Oh tenete presente che dopo l’estrazione nulla impedisce a chi estrae di vendere dove vuole; quel petrolio o gas una volta estratto non è più “nostro” come implicitamente ragionano alcuni)

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il picco del gas offshore italiano; i dati prima del 1980 sono stimati, gli altri sono del MISE, curva logistica

E se aggiungete a tutto questo che la produzione totale di fossili italiani è comunque in diminuzione netta da tempi non sospetti, ha insomma da lunga pezza superato il proprio picco di produzione, avrete abbastanza argomenti razionali per dire che estrarre i nostri fossili non vale molto la pena.

Tuttavia a questi argomenti se ne possono e devono aggiungere altri che non sono da considerare secondari e che aggiungono sale e complessità alla discussione.

Fra gli altri ne esaminerò oggi due che sono problemi ambientali e problemi di lavoro.

Il primo punto da sottolineare è che la norma che è stata inserita nella legge a dicembre scorso e che il SI al referendum potrebbe abrogare, questa insomma della prolunga all’infinito o quasi dei tempi di estrazione ha un corollario ambientale importante, se non ci sono limiti di estrazione se non a giudizio di chi estrae, succede o potrebbe succedere che le strutture di estrazione e le modifiche ambientali effettuate rimangono lì per sempre; non ci sarà mai, almeno a breve, un “ripristino” ambientale; si potrà sempre spostare più in là il tempo di fine concessione; vediamo qui che i bassi potenziali di estrazione, sono comodi e correlati alle leggi, ma solo per chi vuole fare il furbo: se estraggo poco non pago royalty di alcun genere e di più prolungo la vita utile del giacimento in modo da rimandare le spese di ripristino ambientale.

In secondo luogo quali sono i dati di inquinamento ambientale? Qui occorre sottolineare che le norme relative sono lacunose, non esistono limiti per tutti gli inquinanti e in alcuni casi occorre fare da soli ossia usare come riferimento dati di zone “pulite” usate comunemente dalla letteratura di riferimento ma non indicate nella legge.

I dati resi recentemente noti da Green Peace sono interessanti per più motivi:

Anzitutto sono dati raccolti da ISPRA che è un’istituto pubblico con ampia esperienza in proposito; questi dati non sono stati resi noti spontanemente, ma su richiesta dell’associazione ambientalista, sono relativi solo ad un sottoinsieme delle zone di estrazione, sono stati raccolti dall’ISPRA ma su commessa dell’ENI che li ha pagati. Si tenga presente che uno dei ruoli dell’ISPRA è quello di fare da controllore dell’inquinamento marino. Ma come si fa a fare da controllore e contemporaneamente a farsi pagare una commessa da chi si dovrebbe controllare? Nessuna violazione formale, ma tutte queste cose congiurano a rendere ancora più significativi i risultati trovati.

Che sono i seguenti:

si tratta di piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione: 34 impianti (33 nel 2012 e 2014) che estraggono gas, tutti di proprietà di ENI. I dati si riferiscono agli anni 2012, 2013 e 2014

i monitoraggi prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitili (Mytilus galloproncialis, le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme

A seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Questi parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014. Non sempre le piattaforme che presentano dati oltre le soglie confermano i livelli di contaminazione negli anni successivi, ma la percentuale di piattaforme con problemi di contaminazione ambientale è sempre costantemente elevata.

tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o SQA, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcune tra queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’uomo e causando seri danni al nostro organismo.

per quanto riguarda i tessuti dei mitili i risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli SQA.

Per quel che riguarda gli altri metalli misurati nei tessuti dei mitili non esistono limiti specifici di legge che consentano una valutazione immediata dei livelli di contaminazione. Per verificare il possibile impatto ambientale delle attività offshore sull’accumulo di questi inquinanti è stato perciò effettuato un confronto con dati presenti nella letteratura scientifica specializzata. In particolare, si sono confrontati i livelli di concentrazione di queste sostanze nei mitili impiegati per i monitoraggi delle piattaforme con i livelli di concentrazione rilevati in altre aree dell’Adriatico, estranee alle attività di estrazione di idrocarburi. Per avere certezza di non sovrastimare i risultati di tale raffronto, sono stati utilizzati come termine di paragone i valori medi stagionali di concentrazione più alti riportati in questi studi.

I risultati mostrano che circa l’82% dei campioni di mitili raccolti nei pressi delle piattaforme presenta valori più alti di cadmio rispetto a quelli misurati nei campioni presenti in letteratura; altrettanto accade per il selenio (77% circa) e lo zinco (63% circa). Per bario, cromo e arsenico la percentuale di campioni con valori più alti era inferiore (37%, 27% e 18% rispettivamente).

Non mi sembra ci sia molto da commentare il problema c’è.

Non è l’unico problema ambientale; si sa almeno dagli anni 50 che la estrazione di acqua e di gas aggrava la subsidenza del suolo, fenomeno particolarmente delicato in certi contesti; il caso Ravenna è emblematico; almeno una parte dell’effetto di subsidenza di Ravenna dipende dall’estrazione antropica di gas metano da terra e da mare; i dati a riguardo quantificano il fenomeno abbastanza bene e il fenomeno in questione ha un costo economico non indifferente; (http://www.legambiente-ra.it/pdf/preti_ruggeri.pdf). L’effetto di subsidenza per la parte dovuta all’estrazioe di gas è tanto maggiore quanto maggiore è la vicinanza della zona di costa al sito di estrazione. Chi lo paga?

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Questione lavoro. Si sono levate molte voci che lamentano con alte strida che il referendum può dare la botta finale al settore, facendo saltare decine di migliaia o perfino centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Ora a parte che il ricatto lavorativo è stato sempre usato in questi casi ma non ha impedito nè chiusure nè inquinamento nè problemi, in questo caso caso si tratta di una “palla”, una bufala.

Per fare un esempio di peso, negli USA il totale della manodopera impegata nel settore Oil e gas era alla fine del 2015 di 183.000 persone (di converso quella impiegata nel settore solare era di 210.000).

https://it.wikipedia.org/wiki/Ricerca_e_produzione_di_idrocarburi_in_Italia#Royalties

In val d’Agri dove si estrae il grosso del fossile italiano (attorno a 2/3) lavorano 4500 persone (3000 circa con ENI); Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia (tra attività a terra e a mare, dentro e fuori le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a rischio con il referendum. Il ministro Galletti fa riferimento alla cifra di 10mila posti di lavoro in meno e  la Filctem Cgil sostiene che i lavoratori che rimarrebbero a casa sono 10 mila solo a Ravenna e in Sicilia. Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol -Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo, come abbiamo documentato nei precedenti post.

Dato che stiamo parlando di un sesto delle estrazioni italiane parliamo di un sesto dei 9-10.000 lavoratori totali, ossia di una riduzione attorno a 1500-2000 posti in dieci anni (150-200 in meno all’anno).

Posti specializzati è vero ma che si potrebbero tranquillamente recuperare semplicemente sviluppando il settore energetico “alternativo”; l’Italia non ha una catena produttiva degna di questo nome nè per eolico nè per fotovoltaico. Il governo non solo non ha una piano energetico adeguato a COP21, ma non ha nemmeno un progetto per sviluppare il settore delle rinnovabili degno di questo nome, ma le capacità tecnico imprenditoriali non mancano; abbiamo un produttore internazionale di silicio per esempio per FV, MEMC di Merano, abbiamo le competenze del FV a Catania; l’ENEA ha fatto esperimenti sul FV e possiede campi FV di studio da oltre trent’anni. Abbiamo almeno un paio di gruppi di ricerca attivi nel settore dell’eolico troposferico. Perchè queste competenze non vengono spinte?

Mi piacerebbe avere risposte, diverse da quelle che fa intravedere l’affaire Tempa Rossa. Mi piacerebbe capire perchè quando il governo ha cambiato d’improvviso le regole relative all’installazione del FV e alla remunerazione dell’energia prodotta, con un danno enorme per un settore che copriva a quel momento 100.000 persone nessuno dei soloni attuali ha profferito verbo.

L’anno scorso il totale delle partite economiche (tasse + royalties) relative ai fossili italiani è stato di circa 1 miliardo (a stare a sentire gli aedi del fossile come Prodi e i suoi boys: Clò, Tabarelli, etc.) di cui 350 milioni di royalties. Un sesto di questo corrisponde a 70 milioni di royalties e a 140 scarsi di tasse che si ridurrebbero (lo ripeto) in dieci anni (7+14 milioni in meno all’anno). Di converso se si cercano di stimare le cifre a favore dei fossili si trovano cose così:

246 milioni di euro in investimenti e finanziamenti da enti pubblici (The fossil fuel bailout: G20 subsidies for oil, gas and coal exploration di ODI): si tratta di aiuti erogati sotto forma di investimenti e finanziamenti da enti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Servizi Assicurativi del Commercio Estero (SACE). L’Italia,-secondo questo documento– ha contribuito con una media di 44 milioni di euro ai progetti esplorativi di combustibile fossile fra il 2010 e il 2013 attraverso i meccanismi la Banca Mondiale. A questi aiuti indiretti vanno aggiunti quelli più diretti legati alla riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori fissi e nelle operazioni di campo per la coltivazione di idrocarburi, pari a 300 mila euro nel 2015 e previsti in egual misura fino al 2018. 

Secondo queste stime il governo contribuisce annualmente alla sola ricerca di idrocarburi sul piano complessivo con 400 milioni di euro, più di quanto riceva in termini di royalties.

La questione è certamente complessa e questa eventuale piccola vittoria, se ci sarà, non cambierà i fatti grossi:

  • I fossili coprono il grosso delle nostre esigenze energetiche
  • Dobbiamo ridurne fortemente l’uso per motivi climatici (e anche ambientali) come spiegato nei primi post di questa serie
  • Non possiamo farlo in tempi brevissimi, ma dobbiamo cominciare e avere un piano serio che non abbiamo; il referendum del 17 aprile è un avviso e potrebbe costituire un piccolo passo su questa strada; si sarebbe potuto fare di meglio, ma al momento le cose stanno così. Si tenga presente (se si guarda all’origine del referendum) che esso non viene da un piano organico ma di fatto proviene dal conflitto di attribuzioni fra Regioni e Governo centrale.
  • Non sarà facile passare ad una società basata su una diversa conversione dell’energia primaria e necessiterà non solo di grandi investimenti economici, ma probabilmente di grandi cambiamenti sociali; la crescita quantitativa non potrà più essere l’obiettivo principe e la distribuzione ineguale della ricchezza non potrà più esserne il supporto chiave.

Ha scritto di recente Vincenzo Balzani rispondendo su Scienza in rete:

Il mancato apporto, quantitativamente marginale, delle nostre riserve di combustibili fossili non dovrebbe essere compensato da un aumento delle importazioni, bensì da una riduzione dei consumi. Ad esempio, mediante una più diffusa riqualificazione energetica degli edifici, la riduzione del limite di velocità sulle autostrade, incoraggiando i cittadini ad acquistare auto che consumino e inquinino meno, incentivando l’uso delle biciclette e dei mezzi pubblici, trasferendo gradualmente parte del trasporto merci dalla strada alla rotaia o a collegamenti marittimi e, soprattutto, mettendo in atto una campagna di informazione e formazione culturale, a partire dalle scuole, per mettere in luce i vantaggi della riduzione dei consumi individuali e collettivi e dello sviluppo delle fonti rinnovabili rispetto al consumo di combustibili fossili e ad una estesa trivellazione del territorio.

Sempre Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli concludono il loro libro (Energy for a sustanaible world Wiley 2011):

“Per vivere nel terzo millenio abbiamo bisogno di paradigmi sociali ed economici innovativi e di nuovi modi di guardare ai problemi del mondo. Scienza, ma anche coscienza, responsabilità, compassione ed attenzione, devono essere alla base di una nuova società basata sulla conoscenza, la cui energia sia basata sulle energie rinnovabili, e che siamo chiamati a costruire nei prossimi trent’anni. L’alternativa, forse è solo la barbarie.”

 Utimo minuto

Su alcuni giornali e blog si legge che se il referendum passa e vince il SI non c’è problema perchè tornerebbe in vigore l’art.9 della legge 9 gennaio 1991 n. 9; chi sostiene questa cosa non ha capito che quella legge non è mai stata abolita o in discussione; invece la presente eventuale abrogazione della frase del comma 17 art. 6 della 152/2006 è molto specifica e limitata; il resto del comma 17 art 6 NON VIENE TOCCATO dall’abrogazione e NON consente la prosecuzione dell’estrazione DOPO la scadenza della concessione; la legge 9/1991 non fa differenza fra sotto e sopra le 12 miglia, è un testo generale e non si incrocia nè si nega con l’art. 6 comma 17; mi spiace per Tabarelli; per lui come per tutti i fossilari il futuro è nero come il carbone.

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

Referendum 17 aprile. (2 parte): cosa si decide?

E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

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Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe.

La prima parte di questo post, scritta da Vincenzo Balzani, è stata pubblicata qui (http://wp.me/p2TDDv-2dN).

Ieri il mio vecchio e caro amico Gustavo Avitabile è intervenuto sulla prima parte di questo post scritta da Vincenzo Balzani, sostenendo due cose che non condivido affatto.

La prima è che questa questione non debba essere discussa qui sul blog perchè non ha una risposta univoca; beh il blog è proprio il luogo delle discussioni, per analizzare questioni generali che non abbiano risposta univoca, è nato per questo, per poter superare i limiti di tempo e di spazio delle riviste peer review o della rivista sociale (C&I). Caro Gustavo, qui potrai tranquillamente esprimere la tua posizione contraria a quella di Vincenzo e “ragionarla”. Dove altro vuoi farlo?

Scrivi pure un post.

In secondo luogo Gustavo sostiene che questa del referendum non sarebbe una questione e quella di Vincenzo una risposta che “può invocare la Chimica in quanto scienza a sua giustificazione”; al contrario Vincenzo, io e alcuni altri sosteniamo che proprio grazie alla Chimica (e alla Fisica e alle scienze naturali in genere) è possibile analizzare in modo razionale questa questione: dopo COP21 occorre o no iniziare a chiudere le nostre attività estrattive fossili? Le risposte possono essere diverse perchè poi le idee politiche ci mettono lo zampino, ma i dati grezzi sono chiari e lampanti.

In questa seconda parte del post cercherò di approfondire alcune questioni che Vincenzo aveva sinteticamente e appassionatamente sostenuto condendole di qualche dato in più per dare gambe alla seconda delle due risposte a Gustavo. Attingerò ampiamente alla pagina di ASPO-Italia una associazione di cui faccio parte e che si occupa del picco del petrolio e delle questioni energetiche (https://aspoitalia.wordpress.com/2016/03/07/le-bufale-sul-referendum-del-17-aprile/), ringrazio quindi Dario Faccini per il lavoro che ha pubblicato domenica scorsa e a cui rimando per ulteriori approfondimenti.

Come avviene spesso i referendum abrogativi appaiono (e sono) difficili da capire e da apprezzare nel loro effettivo significato. Questo referendum del 17 aprile, comunemente detto “NoTriv” non fa eccezione.

Fra l’altro oggi 9 marzo la Corte Costituzionale potrebbe ampliarne ancora i confini recuperando due degli 8 quesiti originari posti da alcune regioni che si erano sentite scippate dalle decisioni governative in tema di attività mineraria, e dei quali solo uno è rimasto al momento; quindi potremmo vederne delle belle.

Il quesito referendario orfano riguarda (come tutti i referendum italiani) una abrogazione, la cancellazione di una parte di una legge:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

Il DL 152 è un decreto molto ampio e fondamentale modificato e rimaneggiato più volte e il suo titolo fa capire che è uno strumento essenziale di controllo dell’ambiente.

Trovare il comma 17 art.6 del DL 152/2006 non è banale, non cercate a vanvera in rete ma provate qua: (http://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2006-04-14&atto.codiceRedazionale=006G0171), dove l’art. 6 è completo e contiene tutti i commi in vigore al momento; dico questo perchè dalla sua scrittura questo articolo è stato abolito, riscritto e rimaneggiato molte volte ben 13 per la precisione ed è facile trovare in rete versioni non valide perchè modificate da leggi successive.

Il comma 17 attualmente in vigore recita:

  1. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtu’ di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attivita’ di ricerca, di prospezione nonche’ di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto e’ altresi’ stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi gia’ rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attivita’ di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonche’ le operazioni finali di ripristino ambientale. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma e’ abrogato il comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l’aliquota di prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l’olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione e’ tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell’incremento dell’aliquota ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione ((,rispettivamente, del Ministero dello sviluppo economico, per lo svolgimento delle attivita’ di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare, e del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio, ivi compresi gli adempimenti connessi alle valutazioni ambientali in ambito costiero e marino, anche mediante l’impiego dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), delle Agenzie regionali per l’ambiente e delle strutture tecniche dei corpi dello Stato preposti alla vigilanza ambientale, e di contrasto dell’inquinamento marino)).

La parte scritta in rosso è quella sottoposta ad abrogazione. Essa è il risultato della legge di stabilità 2016 fatta dal Governo Renzi alla fine del 2015.

Cerchiamo di capire.

Le aree marine italiane in cui è possibile fare attività minerarie sono mostrate nelle cartine qui sotto, come erano prima del 2008 e dopo del decreto 2013 che è stato l’ultimo a modificarle.

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Zone marine aperte alle attività minerarie, prima del 2008 e dopo il 2013. Fonte: DGRME-MISE, Il Mare, edizione speciale del Bollettino Ufficiale delle Risorse e Degli Idrocarburi, Marzo 2015.

Come si vede la modifica del 2013 è sostanzialmente una piccola espansione nel Mare Balearico ma una notevole riduzione nelle zone costiere e protette; la fascia delle 12 miglia è sostanzialmente interdetta ALLE NUOVE ATTIVITA’ GIA’ DA QUESTO DECRETO del 2013. Ma le vecchie, quelle già in essere possono continuare. I divieti si applicano solo alle richieste di concessioni successive al 20/6/2010. Per tutte le concessioni richieste prima di questa data, è possibile ottenere proroghe alla loro scadenza sino a quando il giacimento non sia esaurito.

E questo è il cuore della battaglia referendaria.

Il senso del referendum è quindi il seguente:

Volete che, quando scadranno le concessioni precedenti al 26/2/2010, nelle acque territoriali italiane, entro le 12 miglia, (e ragionevolmente che non sono state già sottoposte a richiesta di rinnovo) vengano fermati i giacimenti in attività anche se c’è ancora gas o petrolio?

Non si tratta quindi di una chiusura di tutte le attività, ma solo di una parte ben precisa di esse; cerchiamo di capire di quanto gas e petrolio e denaro si tratta di lasciare sotto il fondo del mare (il grosso fra l’altro si estrae a terra).

Ci sono tre categorie di concessioni minerarie in mare:

  • oltre le 12 miglia con 43 piattaforme di cui 31 eroganti e che hanno prodotto nel 2015 2.48 miliardi di metri cubi di gas, il 36% della produzione nazionale.
  • entro le 12 miglia ma che hanno GIA’ depositato istanza di rinnovo prima della data del blocco e che saranno ragionevolmente rinnovate; si tratta di 39 piattaforme che nel 2015 hanno prodotto 622 milioni di metri cubi di gas, circa il 9% della produzione nazionale (1,1% dei consumi 2014).

QUESTE DUE TIPOLOGIE DI PIATTAFORME NON SARANNO INFLUENZATE DALL’ESITO DEL REFERENDUM.

Ed infine

3) Le concessioni entro le 12 miglia, i cui permessi inizieranno a scadere a partire dal 2017 e termineranno nel 2027. Sono 17 concessioni (secondo alcuni sono 21, si veda qui http://www.internazionale.it/notizie/2016/02/24/referedum-trivelle), che nel 2015 hanno prodotto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, circa il 17,6% della produzione nazionale (il 2,1% dei consumi 2014). Tra queste, 4 concessioni hanno permesso anche una produzione di petrolio pari a 500.000 tonnellate, circa il 9,1% della produzione nazionale (0,8% dei consumi 2014). Queste concessioni, nel caso vincano i “si” al referendum, non potranno essere prorogate.

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Produzione storica di gas naturale dalle concessioni poste entro le 12 miglia, ancora non scadute. La legenda riporta, prima del codice della concessione, l’anno in cui essa scadrà.  Le concessioni sono ordinate dal basso verso l’alto secondo l’ordine con cui scadranno.

La loro posizione è mostrata da questa cartina (che riguarda il caso a 21):

Stiamo quindi parlando non della distruzione dell’industria nazionale del petrolio o di interventi estesi, ma di una iniziale riduzione della nostra capacità estrattiva che da una parte segue un TREND STORICO voluto dal mercato (costi alti di estrazione) mostrato più sotto e dall’altra anticipa le decisioni che tutti i paesi estrattori dovranno prendere per adeguarsi alle necessità della lotta al cambiamento climatico.

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Estrazione di gas naturale in Italia.

Il grosso dell’estrazione di gas e petrolio in Italia (quote comunque ridotte rispetto ai nostri consumi) avviene a TERRA e non sarà toccato dal referendum.

Stiamo parlando in conclusione del 9% della produzione interna di petrolio e del 18% circa di quella del gas, corrispondenti rispettivamente a circa lo 0.8% e il 2% dei consumi interni totali. Ecco perchè nella prima parte del post si diceva che l’interesse del referendum è ridotto dal punto di vista produttivo.

Il valore economico dell’estratto può essere stimato in circa mezzo miliardo di euro (ma i profitti non sono necessriamente italiani) con delle royalties di circa un decimo di questo valore all’anno che entrano nel bilancio statale. La sola spesa del referendum corrisponde quindi alle royalties di vari anni di estrazione.

Questo è un referendum essenzialmente politico, strategico, diciamo così. Di immagine. Da qualche parte occorre iniziare a fare quel che serve a combattere il global warming; ma ne parleremo ancora.

(continua)

Referendum 17 aprile. (1.parte): Perché dobbiamo dire NO alle trivelle .

E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

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(questo è il primo di una serie di articoli sul referendum del 17 aprile, ne seguiranno altri)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Vincenzo Balzani

vincenzobalzaniUniversità di Bologna, coordinatore del gruppo energiaperlitalia.it

Con l’avvicinarsi del referendum sulle trivellazioni, la lobby del petrolio si è fatta sentire con un apocalittico articolo del professor Alberto Clò su formiche.net, intitolato “Ecco gli effetti nefasti del NO alle trivelle”.

albertoclò

Clò parte da lontano. Sostiene che la vittoria del NO al rientro dell’Italia nel nucleare ha causato “la distruzione di un’intera industria – quella elettromeccanica – che contava decine e decine di migliaia di occupati, un gran numero di ingegneri, eccellenti capacità manifatturiere, un sapere scientifico e accademico tra i primi al mondo”. E aggiunge: “Con la vittoria dei NO-TRIV avremmo il medesimo risultato: la distruzione di un’altra industria italiana”.

E’ vero, la storia si ripete, ma le conseguenze sono state, sono e saranno ben diverse da quelle indicate da Clò.

Nel giugno 2011, dopo il referendum sul nucleare, importanti esponenti politici e le lobby interessate sostennero, come ripete oggi Clò, che l’Italia aveva “perso il treno”. I fatti, invece, hanno dimostrato, anche se qualcuno non se n’è ancora accorto, che rinunciare al nucleare è stata una scelta saggia e lungimirante. Grazie a quella scelta non produciamo scorie radioattive, che non sapremmo dove mettere, non rischiamo disastri e non siamo impantanati nella costruzione di centrali che avrebbero richiesto tempi e investimenti economici fuori controllo, come dimostrano gli esempi di Olkiluoto e Flamanville. Per contro, il NO al nucleare ha reso possibile il decollo delle energie rinnovabili: il fotovoltaico produce oggi una quantità di energia paragonabile a quella che avrebbero generata due reattori nucleari che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero stati pronti nel 2025.

La storia, appunto, si ripete. Alcuni esponenti del Governo e la lobby del petrolio sostengono che rinunciando allo sfruttamento delle riserve di combustibili fossili, per altro molto marginali, perderemmo un altro treno. Anche in questo caso, però, si tratta di un treno vecchio, che causa danni dove passa e che è destinato ad arrestarsi in un futuro non troppo lontano. Meglio quindi dedicare tutte le nostre forze per salire sul treno giusto, il treno del futuro, quello delle fonti rinnovabili. Ormai tutti dovrebbero aver capito, dopo i numerosi moniti degli scienziati, la conferenza Cop21 di Parigi e l’encliclica Laudato sì di papa Francesco, che la cosa più urgente da fare è custodire il pianeta. Solo una rapida transizione dall’uso dei combustibili fossili a quello delle fonti rinnovabili può risolvere la crisi energetico-climatica. E’ una transizione già in atto, un processo inarrestabile dal quale il nostro Paese può trarre molti benefici perché siamo all’avanguardia nel manifatturiero, un settore chiave per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si tratta di un vantaggio che, assieme alle abbondanti fonti rinnovabili di cui disponiamo e alle ottime prospettive di mercato in campo internazionale, ci permette di guardare al futuro con serenità.

Ecco, allora, che il referendum sulle trivellazioni del 17 aprile ha un significato che va ben al di là del contenuto dei suoi singoli quesiti. Si tratta, nientemeno, di dare un senso al futuro per quanto riguarda clima, ambiente ed energia.