Una storia islandese.

Claudio Della Volpe.

Il mio personale interesse per l’Islanda è cominciato quando mia sorella Irene (che fra parentesi mi batteva sistematicamente a scacchi) ha fatto la sua mossa del cavallo e mi ha regalato, a uno dei miei compleanni, il primo libro giallo di Arnaldur Indriðason; da allora il mio interesse per questa isola lontana e misteriosa è cresciuto e mi sono anche letto quasi tutti i libri di Indridason, che consiglio anche a voi. Nel frattempo mia sorella ci è andata a vedere le balene. Io invece, che pur essendo un ciclista, sono tendenzialmente più sedentario, ho approfondito le questioni islandesi; ed ho trovato una storia che mi ha fatto molto riflettere.

L’Islanda è una isola di 103mila kmq, situata nel Nord Atlantico, riscaldata, oltre che dai vulcani, che ne hanno generato il territorio negli ultimi 20 milioni di anni (terra giovanissima quindi) anche da un (per ora) favorevole contributo della Corrente del Golfo; attualmente abitata da poche centinaia di migliaia di persone (340.000) con una economia sostanzialmente limitata (fra l’altro produce anche alluminio e cloro e li esporta), ha un territorio coperto per il 10% di ghiacci ed una agricoltura esercitata in avverse condizioni climatiche; ma non solo.      

Quando alla fine del 1 millenio dC (ufficialmente dopo l’874dC) i Vichingi scoprirono e colonizzarono l’isola, questa era ricoperta da una foresta di betulle per circa il 25-40% (per un approfondimento del tema si veda: http://www.nabohome.org/postgraduates/theses/nt/NT_PhD_thesis.pdf). Al momento le foreste la ricoprono solo per meno di un decimo di questa superficie e per i tre quinti sono foreste di betulle; questo nonostante un imponente contributo artificiale: dal 1950 gli islandesi piantano più alberi di quasi tutti al mondo, ma le foreste sono cresciute tutto sommato di poco, non è facile farle riscrescere dopo averle distrutte. Anche se gli islandesi sembrano tipi tenaci.
In questa foto, scattata attorno al 1910 in uno dei siti dove oggi si sviluppa un parco nazionale, si vede quello che allora quasi certamente era il più alto albero di Islanda. Foto: Skógræktin/CE Flensborg.

Quando si racconta la storia umana raramente si tiene conto del potenziale distruttivo che pochi individui possono avere in certi contesti delicati; in poco meno di tre secoli una popolazione vichinga stimata in al massimo qualche decina di migliaia di persone rase al suolo l’intera foresta islandese. Essi erano pastori, contadini e pescatori; le loro pecore volevano spazio di pastura ed erano ghiotte delle piantine del principale albero dell’isola, la betulla.

Considerate le zone verde scuro di questa immagine, che rappresentano una stima minimale.
Nel “Libro degli islandesi” una cronistoria della colonizzazione dell’Islanda scritto nel primo 12°secolo, Ari Thorgilsson scriveva che “in quei giorni (NdT ossia prima dell’avvento dei Vichinghi), l’Islanda era coperta di boschi dalle montagne alle spiagge”. A ulteriore riprova di ciò, nel 1300 la chiesa islandese nei suoi documenti riconosceva un particolare valore agli ormai rari territori alberati in terra d’Islanda.
Nella pagina web del servizio forestale islandese http://www.skogur.is/english/forestry-in-a-treeless-land/ si cita un articolo del 2004 che dice:
Fra le prime cose che un visitatore nota usualmente in Islanda ci sono che fa più freddo del paese da cui viene e che mancano le foreste nel paesaggio. Logicamente egli connnette questi due fatti ed arriva alla conclusione che l’Islanda è troppo fredda per le foreste. Questa impressione è spesso rinforzata quando egli vede le “foreste” di betulle spontanee che sono basse e deformi. Comunque oltre un secolo di afforestazione ha dimostrato che questo non è vero, che è l’uso passato del territorio e non il clima a spiegare il paesaggio privo di alberi. Di fatti le foreste crescono in Islanda come in qualunque altro paese del mondo laddove costituiscano una delle maggiori industrie.
La situazione attuale è questa, considerate sempre le ormai rare aree verde scuro:

Indubbiamente la cosa non è stata inusuale nella storia umana, ma in Islanda la deforestazione fu particolarmente grave in quanto la foresta aveva solo alberi di betulla, che, data la voracità verso i loro germogli da parte di pecore e capre, non poterono nemmeno ricrescere dopo l’abbattimento.
La conseguenza di ciò è il paesaggio islandese attuale, un paesaggio in ampia parte desertico pur in presenza di forti precipitazioni; queste e il vento portano via il terreno e rendono dunque impossibile la rinascita delle piante, la deforestazione ha condotto alla desertificazione pur in presenza di acqua e di tutti gli elementi fondamentali della vita contenuti in abbondanza nella roccia vulcanica: un ossimoro, un “deserto bagnato”; che ha reso possibili, pensate un po’, le tempeste di sabbia al circolo polare artico! Si tratta in effetti di un meccanismo di retroazione positiva: la riduzione della primitiva copertura forestale e il continuo attacco da parte delle specie che pascolano e degli uomini che le supportano riduce la possibilità della sua ricrescita, e dunque meno piante ora, meno piante in futuro, fino alla loro scomparsa: il terreno non è una miscela di nutrienti, ma una struttura dinamica, ricca di sostanze organiche e di esseri viventi che ci vivono, insomma è a sua volta una struttura viva (senza fare vitalismo)!
E’ anche un esempio di come i sistemi complessi siano contro-intuitivi.

Cosa hanno fatto gli islandesi moderni per contrastare il fenomeno?
Beh anzitutto si sono resi conto della situazione solo alla fine del XIX secolo. Nel 1882, dopo una tempesta di sabbia particolarmente devastante a est di Reykjavík, il governo decise che la riforestazione e la conservazione del suolo dovevano diventare una priorità.
La sede del Servizio di Conservazione del suolo è stata posta a Gunnarsholt, ad un centinaio di chilometri da Reykjavik, in una fattoria che nel 1882 fu messa in ginocchio da una terribile tempesta di sabbia che sconvolse tutta l’area ad est della capitale. La fattoria e tutto quello che la attorniava fu sepolto dalla sabbia, centinaia di pecore morirono, la vegetazione scomparve e un lago vicino venne completamente riempito dalla polvere.
Gli islandesi hanno iniziato una serie di politiche di riforestazione che però sono culminate solo dopo il 1950; nella seconda metà del XX secolo è iniziata una riforestazione che prosegue al ritmo di alcuni milioni di alberi all’anno; tuttavia questo corrisponde solo a qualche migliaio di ettari all’anno e dunque in totale solo lo 0.5% del territorio nazionale è stato riforestato finora.Tuttavia gli islandesi hanno un collaboratore naturale che è molto utile nel preparare il suolo alla riforestazione introducendo in esso le componenti azotate necessarie: il lupino dell’Alaska (Lupinus nootkatensis) di un luminoso colore viola-azzurro.

La storia di questo lupino e dei benefici e dei conflitti che ha generato sono raccontati su Internazionale (p. 50 Internazionale 1251 | 13 aprile 2018) Invasione viola da Egill Bjarnason.
Lupinus nootkatensis è una pianta pioniera che serve appunto alla colonizzazione dei terreni abbandonati e impoveriti e che è capace come tutte le leguminose di catturare l’azoto atmosferico tramite i batteri del genere Rhizobium che vivono sulle sue radici; per questo motivo negli anni 40 il servizio di conservazione del suolo la scelse come pianta pioniera da usare sui territori da rimboschire il cui suolo presentava gli aspetti deteriorati del terreno sul quale di solito il lupino dell’Alaska attecchisce. L’uso del lupino prepara il suolo arricchendolo di composti azotati e quando, dopo qualche anno, la situazione è sufficientemente migliorata possono spontaneamente subentrare altre specie.
Il progetto di seminarlo nel deserto di lava nera a Nord Est, Holasandur (The Sand of Hills) un deserto fra Husavik ed il lago Myvatn è un progetto umano.

Nell’Holasandur che è attualmente un deserto di 130kmq di sabbia nera le forze distruttive dell’uomo e della Natura hanno giocato per 300 anni riducendolo come è mentre tutto attorno c’è suolo buono e terra fertile. E’ un deserto a qualche centinaio di metri di quota, un “deserto bagnato” sul quale agisce ora un progetto di rimboschimento finanziato dalla vendita di buste di plastica, e che prevede che milioni di semi di lupino siano sistemati colà senza altra azione, senza usare concimi di alcun genere; su uno spazio così ampio e con quelle condizioni atmosferiche il costo dei metodi tradizionali di rimboschimento che prevederebbero concimi di sintesi sarebbe del tutto insopportabile. Comunque è alto anche il costo del metodo di piantare semi di lupino dell’Alaska.
http://www.diamondringroad.com/holasandur.html
Ovviamente il deserto è diventato una attrazione come è, viene visitato da migliaia di persone ed, a torto o a ragione, è una delle attrazioni dell’Islanda moderna, è entrato nella sua cultura profondamente. Ma è giusto lasciarlo così?
La fase di ricostruzione del suolo dura da 15 a 35 anni, durante i quali zone crescenti di territorio vengono letteralmente invase dal lupino; il lupino, anche grazie ai cambiamenti climatici prospera più del dovuto anche dove sarebbe stato inimmaginabile vederlo crescere.
Nel suo lavoro di rimboschimento il servizio statale addetto usa varie piante anche indigene, ma ha scelto l’aiuto fin dal 1940 di questa pianta “estera”. Il Nootka lupin (Lupinus nootkatensins), viene usato in modo crescente in questo progetto nazionale di rimboschimento. Il lupino è una pianta aggressiva , forma strutture dense e compatte e può dominare le altre vegetazioni per 15-35 anni riducendone la ricchezza in specie. Solo quando il terreno cambia il lupino si ritrae consentendo la colonizzazione di altre specie e col tempo la crescita di alberi ne ridurrà lo sviluppo togliendogli letteralmente il sole. E’ sicuramente una pianta efficace ma la sua forza è imprevista; aiutato dai cambiamenti climatici certamente il lupino ha effetti inaspettati che devono essere attentamente gestiti. Come racconta l’articolo di Internazionale la situazione è dinamica; ci sono città dell’Est dell’Islanda che forniscono gratuitamente strumenti per estirpare il lupino mentre in altre zone, soprattutto ad Ovest avviene il contrario; ci sono coloro che amano incondizionatamente il lupino valutando che possa aiutare a rimboschire l’isola islandese una volta verde e ci sono quelli che difendono lo status quo che dopo tutto ha un suo fascino (anche se perverso!).
Voi cosa ne dite?

https://www.nytimes.com/interactive/2017/10/20/climate/iceland-trees-reforestation.html
Rimboschimento islandese: una sfida difficile.
Per approfondire:
http://www.skogur.is/english/history-of-icelands-forests-for-kids/
https://www.cbd.int/doc/world/is/is-nr-01-en.pdf