Ambientalismo scientifico e combustibili fossili. Il futuro è ora.

In evidenza

Giovanni Villani

“Il problema generale del rapporto dell’uomo con il suo ambiente è prima di tutto di tipo culturale. Comprendere questo intrinseco e imprescindibile rapporto, incentivare una relazione che non sia di solo sfruttamento e, al tempo stesso, riconoscere che l’attività umana non è qualcosa di estraneo, ma parte integrante dell’ambiente naturale, è un compito culturale cui la comunità dei chimici può e deve dare un essenziale contributo, partendo dalla scuola e da una corretta educazione ambientale”.

Inizio questa riflessione con questa citazione. Essa è il “cappello” del paragrafo “Il contributo della comunità scientifica chimica italiana” al documento “Posizione della Società Chimica Italiana riguardo ai cambiamenti climatici” del Giugno 2016. Tale citazione fu principalmente elaborata della Divisione di Didattica che, allora, io avevo l’onore di presiedere. Essa rappresenta, per inciso, anche una risposta a quanti pensano che parlare di “cultura chimica” in generale, significhi riflettere su “cose astratte e sostanzialmente inutili” e una dimostrazione dell’importanza di elaborare posizioni generali su temi essenziali e impattanti sulla vita delle persone.

L’idea che la Natura sia qualcosa da “sfruttare” è largamente presente nella cultura moderna e contemporanea occidentale. Sebbene sempre presente in forma latente, tale idea è stata sviluppata filosoficamente da Francesco Bacone, filosofo/scienziato inglese del XVII secolo e che, quindi, visse, non casualmente, alle soglie della prima rivoluzione industriale di quel paese e, più in generale, dell’occidente.

Che il termine “sfruttamento” sia totalmente negativo è evidente a tutti. È difficile oggi trovare un esempio in cui tale termine entri in maniera positiva. Non è un caso che la parola “sfruttamento” è stata anche associata al lavoro e alla schiavizzazione di interi popoli, “piaghe” che sono seguite, non casualmente, alla prima industrializzazione e al colonialismo.

Il termine usato da Bacone, era “dominare” la Natura, ma, credo che, se riusciamo a guardare il mondo con gli occhi di quattro secoli fa, egli intendesse dire semplicemente “influire sulla Natura”. La scelta “tecnologica” di Bacone si è rivelata corretta. L’uomo in questi quattro secoli ha contrastato efficacemente tanti problemi, come le malattie e la fame (purtroppo solo in certe parti del mondo).

A distanza di quattro secoli, però, la scienza e le tecnologie hanno reso il mondo estremamente “piccolo”. Molte sono le immagini moderne che visualizzano questa nuova condizione. L’idea di “casa”, o come ci dice Vincenzo Balzani di “navicella spaziale”, sono sicuramente immagini più consone alla situazione attuale. In questo mondo “piccolo”, i problemi si sono “ingigantiti” e abbiamo scoperto che, essendo questo il nostro unico “luogo possibile”, c’è la necessità di proteggerlo per noi e le prossime generazioni,

Il cambiamento di prospettiva richiesto da un ambientalismo non utopico, da me definito “scientifico”, non è facile. Che “la transizione ecologica rappresenti un impegno senza precedenti: per questo l’Industria chimica continua a investire sul futuro” ce lo dice anche Paolo Lamberti, Presidente Federchimica, sul frontespizio del loro sito web.

Tale impegno può essere reso attuale per i chimici? Io credo di si, e vediamolo in un caso concreto, essenziale per il futuro del nostro pianeta: la transizione energetica dai combustibili fossili.

È da tempo che Balzani, in prima fila, con tanti altri scienziati al seguito, ci dicono che dobbiamo accelerare nella transizione alla produzione di energia che faccia a meno, elimini del tutto, i combustibili fossili. Le due lettere di Vincenzo Balzani ai giornali (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2020/10/10/due-lettere-aperte-di-v-balzani/) sono solo l’ultimo esempio del suo costante impegno su questo tema. A tale posizione ne viene contrapposta un’altra, anch’essa presente in ambito chimico in senso lato, che c’è tempo per fare tale transizione, che il momento “non è ora, magari in futuro …”.

Io credo che questo sia il momento di scelte nette. La mia posizione è chiara: io sono con Vincenzo, il futuro è ora … se vogliamo avere un futuro.

Io credo che la Società Chimica Italiana, che si è dimostrata lungimirante e si è dotata da un lustro di un documento ufficiale sul cambiamento climatico, debba prendere una chiara posizione tra queste due alternative. Se vogliamo essere ambientalisti, in senso scientifico, se vogliamo costruire un rapporto positivo con tutta quell’area culturale che si impegna su queste problematiche, dobbiamo chiarire la nostra posizione.

Forse sarà utopico, e se lasciassimo decidere, democraticamente, i Soci della SCI? Gli strumenti non mancano, a partire dall’attuale fase elettorale.

Il riscaldamento globale ha diverse velocità

In evidenza

Rinaldo Cervellati

Dal 1948, la temperatura media annuale del pianeta è aumentata di 0,8 gradi. In Canada[1] questo valore è doppio  (+1,7 °C) e nell’estremo nord quasi triplo: +2,3 °C (Figura 1).

Questa è la conclusione del rapporto commissionato dal governo canadese sui cambiamenti climatici [1].

Non c’è da stupirsi per un paese situato ad alte latitudini. Più ci si avvicina all’Artico, più diventa caldo, ha affermato Steven Guilbeault su Radio Canada. Questo ecologista co-presiede l’Advisory Council on the Fight Against Climate Change, un’organizzazione istituita dal governo canadese afferma: “Più si arriva a nord dall’Ecuador, più velocemente le temperature aumentano. Nell’Artico, non è solo due volte più veloce della media planetaria, è 4 anche 5 volte più veloce! È un fenomeno planetario, è legato alla nostra geografia”.

“Se tutti i paesi rispettassero [i loro impegni] alla Conferenza di Parigi [sul clima] potremmo evitare 1°C di riscaldamento. Sarebbe un fatto enorme “.

Le conseguenze sono già molteplici per il Canada: innalzamento del livello degli oceani che lo costeggiano, aumento delle precipitazioni annue (con riduzione delle nevicate nel Canada meridionale). Nell’estremo nord, la durata e l’estensione delle assenze di ghiaccio marino nelle regioni canadesi dell’Oceano Artico e dell’Oceano Atlantico sono in aumento.

C’è anche un impatto sugli eventi meteorologici estremi, spiegano gli esperti che hanno scritto il rapporto: “Ciò aumenterà la gravità delle ondate di calore e contribuirà ad aumentare il rischio di siccità e incendi boschivi. Anche se le inondazioni interne sono il risultato di molteplici fattori, precipitazioni più intense faranno aumentare il rischio di inondazioni nelle aree urbane “.

L’azione umana è la principale responsabile.

Questo voluminoso rapporto rileva che le variazioni naturali del clima possono aver contribuito al riscaldamento osservato in Canada, ma specifica che il fattore umano, cioè le emissioni di gas serra, è dominante. Gli esperti canadesi affermano che: “È probabile che più della metà del riscaldamento osservato sia causato dalle attività umane”.

Il riscaldamento globale continuerà in Canada, ma la sua entità dipenderà dagli sforzi compiuti in tutto il mondo per ridurre le emissioni di gas serra, soprattutto nei prossimi due decenni. Il rapporto delinea diversi scenari per la fine del secolo. I più ottimisti prevedono un aumento di 1,8°C (rispetto al periodo di riferimento dal 1986 al 2005). Il più pessimista, se non si fa nulla, + 6,3 °C. Per il ministro federale dell’ambiente Catherine Mckenna, questo rapporto è un allarmante promemoria della necessità di agire.

Possiamo, dobbiamo e lo faremo. Il prezzo dell’inquinamento in Canada, oggi effettivo in tutto il paese, è un modo per agire e proteggere il nostro ambiente.

Questo rapporto è stato commissionato dal governo liberale di Justin Trudeau nel bel mezzo di un dibattito sull’introduzione di una carbon tax sulla benzina ma anche su olio combustibile, propano e gas naturale. Il risultato è stato la Carbon tax, ovvero l’aumento del prezzo del carburante per i contribuenti. Il principio è aumentare il prezzo di questi combustibili fossili che emettono molta CO2 per incoraggiare i privati ​​e le aziende a rivolgersi ad altre fonti di energia, a modi di trasporto e riscaldamento più ecologici.

Questa tassa sui prodotti fossili e derivati è entrata in vigore lunedì 1 aprile 2019 in quattro province canadesi: Ontario, Saskatchewan, Manitoba e New Brunswick. Tassa imposta dal governo federale, contro il parere dei vertici delle province interessate. A livello nazionale, il leader dell’opposizione, del partito conservatore, Andrew Scheer, è decisamente contrario a questa “tassa aggiuntiva”.

Il governo di Ottawa promette di restituire il 90% delle entrate di questa tassa al contribuente sotto forma di rimborso. Il resto dei fondi sarà investito in programmi di efficienza energetica. Non abbastanza da convincere il Premier della provincia del Saskatchewan, che annuncia di voler sporgere denuncia contro il governo canadese.

Il Canada è andato ieri, lunedì 19 al voto anticipato, a due anni dalle precedenti elezioni.

Opere consultate

[1] Sandy Dauphin, Au Canada, le réchauffement climatique va deux fois plus vite que sur le reste de la planète, France inter, 2 aprile 2019

https://web.archive.org/web/20190410152640/https://www.franceinter.fr/environnement/au-canada-le-rechauffement-climatique-va-deux-fois-plus-vite-que-sur-le-reste-de-la-planete


[1] Il Canada è un Paese del nord America compreso tra gli Stati Uniti a sud e il circolo polare artico a nord. È stato dominio inglese fino al 1931. Le sue dieci province e tre territori si estendono dall’Atlantico al Pacifico e verso nord nell’Oceano Artico, coprendo 9,98 milioni di chilometri quadrati. Le due lingue principali sono inglese e francese, ma essendo un Paese multietnico si parla il cinese, l’hindi, il tedesco, lo spagnolo, l’italiano e altre lingue.  Per esperienza personale desidero dire che il tasso di razzismo in Canada è prossimo a zero.

Ci rimane solo l’adattamento.

In evidenza

Claudio Della Volpe

https://www.economist.com/leaders/2021/07/24/a-3degc-world-has-no-safe-place

Si è appena chiuso il G20 di Napoli sul clima e si è chiuso male; è vero che il comunicato finale è stato proposto come una vittoria, ma la realtà è che due articoli chiave sono stati esclusi.

Il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani al termine di un negoziato che come previsto è “stato molto lungo e intenso” ha dichiarato che un accordo era stato raggiunto, ma ahimè per lui esclude le cose di sostanza.

Anche Cingolani riconosce che “Su 60 articoli due sono stati estratti perché non è stato possibile trovare l’accordo quindi alcuni punti sono stati rinviati ai livelli di decisione politica più alta del G20 dei capi di Stato: oggettivamente è stato un ottimo risultato“.

L’ultima frase è del tutto sballata. Perché?

I due punti su cui non si è raggiunto l’accordo sono

  1. sulla decisione di rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030
  2.  sull’eliminare il carbone dalla produzione energetica entro il 2025.

A differenza di Cingolani che non può che fare buon viso la grande stampa mondiale non ha peli sulla lingua; l’Economist scrive chiaramente che non ci rimane che l’adattamento perché la mitigazione non è passata. Il titolo che leggete nella figura di apertura è: Non ci sono posti sicuri in un mondo a +3°C rispetto al passato prossimo.

D’altronde i fenomeni estremi verificatisi negli ultimi tempi, partendo dagli incendi australiani e finendo alle tragiche alluvioni tedesche i cui effetti mortali non sono stati ancora quantificati con precisione confermano che nessun emisfero e nessun continente è sicuro nemmeno ora.

Il motivo del disaccordo è che i paesi come India e Cina che rappresentano 3/8 dell’umanità e oggi anche una frazione significativa della produzione mondiale in tutti i settori non hanno accettato condizioni che potrebbero mettere a rischio la loro crescita economica; mentre i 7-8 paesi più industrializzati spingono per una transizione forte e rapida in termini energetici, ma che metterebbe a rischio  le quote di mercato di Cina ed India e a loro volta non sono intenzionati a nessun tipo di aiuto o cessione di diritti.

Il problema appare di non facile soluzione; troppo facile o perfino ipocrita dire che adesso gli inquinatori sono cinesi o indiani quando poi buona parte di quelle economie produce per noi dei paesi ricchi e i gas serra ivi prodotti sono un nostro carico.

Perché le aziende occidentali esternalizzano in paesi che vanno a carbone, hanno un costo del lavoro più basso e nessun controllo sull’inquinamento ambientale? Perché non producono qui, recuperando posti di lavoro?

Il G20 non è una COP, una conference of parties, ma di fatto mostra gli stessi problemi sociali e politici già presenti in tutte le discussioni mondiali sul clima e finora non risolte; nel frattempo le cose peggiorano.

Scultura di Issac Cordal a Berlino intitolata: ′′ Politici che discutono del riscaldamento globale.”

Non possiamo più sprecare tempo

In evidenza

Mauro Icardi

Le anomale precipitazioni piovose, che hanno interessato Germania, Belgio e Olanda dovrebbero indurci non solo a maggiori riflessioni, ma anche all’adozione di piani concreti contro il cambiamento climatico. Le ultime notizie parlano di oltre 180 morti e un numero non ben definito di dispersi.

Ridurre le emissioni dovute all’uso dei combustibili fossili, modificherà inevitabilmente e in maniera profonda il nostro modo di vivere. Sia nell’ambito della nostra vita privata, che in quella sociale e nell’organizzazione del lavoro. Non credo si possa pensare di risolvere problemi di questa importanza tramite compromessi. Dovremo adattarci a dei cambiamenti che modificheranno in maniera profonda le nostre abitudini.

L’adattamento a nuove situazioni è un processo che richiede indubbiamente risorse personali, una sorta di meccanismo di omeostasi psicologica, al quale però occorre essere stati preparati.

 Ricordo bene che nel periodo della mia infanzia e poi dell’adolescenza, sono stato educato a non eccedere nella richiesta di beni materiali. A non legare in maniera esagerata le mie soddisfazioni personali al possesso di beni materiali. Soprattutto se questi erano superflui. Queste indicazioni provenivano dai miei genitori, che nati negli anni 30, avevano vissuto in maniera ovviamente diversa.

Personalmente ho vissuto anch’ io il periodo della necessità di essere parte di una comunità di amici, ma fortunatamente nessuno di noi era influenzato in maniera eccessiva dalle lusinghe pubblicitarie.

Oggi invece molte, direi troppe cose sono cambiate. Ci confrontiamo con i problemi ambientali ormai da tempo. Ma quando ne parlo con amici, conoscenti e persone che frequento, rimango sempre piuttosto perplesso. Le obiezioni che mi sono rivolte quando cerco di spiegare quelle che possono essere le soluzioni (per altro non più rimandabili)  sono le stesse che ho iniziato a sentire negli anni 70.

In genere sentivo dire che, la Terra è grande e ha ancora sterminati territori da sfruttare, che l’inquinamento fosse il prezzo da pagare per il progresso, che fosse un diritto fondamentale quello del possesso dell’auto e magari della seconda casa al mare.

La sensazione che provo è che non sia cambiato nulla, quando ascolto le persone che parlano, magari sul tram o al ristorante. Invece sono cambiate diverse cose. E’ aumentata la concentrazione di CO2 in atmosfera, la biodiversità è profondamente compromessa, cosi come i cicli biogeochimici di fosforo e azoto.

Lo scopo di questo blog è questo. Informare nella maniera più rigorosa possibile come si debba preservare il pianeta.  La scienza, soprattutto quella del clima ha già indicato con chiarezza quali sono gli scenari probabili con cui dovremo fare i conti, se non invertiamo la tendenza. Le leggi fisiche non sono emendabili per decreto.  Si è detto e scritto molte volte, su questo blog e su migliaia di altri. Su centinaia di riviste scientifiche.

I segnali che ci dovrebbero far reagire immediatamente, pretendendo un impegno immediato e reale da parte della politica si susseguono con un’ allarmante regolarità. Il 2020 ha chiuso il decennio più caldo mai registrato. La temperatura globale è stata di circa 1,2 °C sopra il livello pre-industriale. 

E mi chiedo cosa altro dobbiamo aspettare che accada per smuoverci da questo torpore.

“ Le basi più elementari dei presupposti su cui si fonda il nostro futuro benessere economico sono marce. La nostra società vive una fase di rifiuto collettivo della realtà che, quanto a proporzioni e implicazioni non ha precedenti nella storia”

Jeremy Legget- Fine corsa Einaudi 2006.

Gli avvertimenti arrivano da lontano. Questo che ho tratto è solo uno dei tanti. Non abbiamo troppo tempo, e sprecarlo non è saggio.

Nota: L’intensità di questo evento alluvionale è stata certamente inusuale, se confrontata con le altre alluvioni avvenute in passato in Germania. E quindi non è corretto attribuire un singolo episodio, sia pure catastrofico come questo direttamente al riscaldamento globale, come affermato dal ministro tedesco Horst Seehofer. Ma quello che ci si può ragionevolmente supporre, e che eventi estremi di questo genere si possano verificare più frequentemente in un’atmosfera modificata dai gas serra.
Riporto quanto dichiarato da Antonio Navarra, climatologo e presidente della fondazione Centro Euro Mediterraneo sui cambiamenti climatici, intervistato a proposito di quanto successo in Germania.

Professor Navarra, eventi come questo sono certamente riconducibili all’emergenza
climatica?

«È molto probabile, ma per essere scientificamente corretti non possiamo parlare di certezza. Si tratta di fenomeni che hanno scale temporali completamente diverse ed è difficile spiegare un evento puntuale con un processo che invece si estende per secoli. Sarebbe come voler creare un rapporto di causa-effetto tra il fatto che sono inciampato in una strada della capitale e il crollo dell’Impero Romano. Probabilmente il legame, c’è ma è difficile dimostrarlo scientificamente.
Qualche collega sta cercando di dimostrate il legame tra global warming e singoli eventi meteo
estremi, ma alla fine non si può che parlarne in termini statistici».
Un dato, statistico appunto, consolidato è che frequenza e intensità dei fenomeni estremi stanno aumentando.
«Questo è fuor di dubbio. C’è una chiara correlazione tra l’aumento della concentrazione
dell’anidride carbonica nell’atmosfera e la frequenza e l’intensità di alluvioni, ondate di calore e
periodi di siccità. Nel caso specifico delle precipitazioni assistiamo a un graduale spostamento
verso nord delle due fasce che attraversano l’Europa. Una passa nella zona centrale del
continente, l’altra attraversa il Mediterraneo. Quest’ultima sta migrando verso latitudini più alte: tra qualche anno da noi ci saranno sempre meno piogge che si riverseranno proprio dove c’è stata l’alluvione di ieri. Le nostre proiezioni danno per l’area mediterranea un calo delle precipitazioni compreso tra il 15 e il 20%».

Recensione. I bugiardi del clima.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

I bugiardi del clima. Potere, politica psicologia di chi nega la crisi del secolo

di Stella Levantesi,ed.Laterza p.256 2021 17 euro

In questi 2 fine settimana di luglio ho avuto il tempo di leggere un libro che merita alcune riflessioni in relazione all’impegno del nostro blog rispetto ad alcuni temi per i quali l’aspetto scientifico, sociale e politico si intrecciano intimamente. Mi riferisco a “I bugiardi del clima” di Stella Levantesi, ed.Laterza. Il libro vuole rispondere ad una domanda: perchè nonostante decenni di consapevolezza scientifica sui motivi dei cambiamenti climatici l’azione politica è così lenta e le iniziative più significative sono quelle affidate alla società civile? La risposta può aiutare a comprendere gli errori del passato ed a non commetterne ancora.

La novità del libro secondo me deriva dal suo metodo:percorrere al fine di comprendere non il.percorso di chi è giunto alla conclusione dell’emergenza climatica, ma di chi afferma che non c’è. Si comprende quindi come i negazionisti siano abili nel trasformare un fenomeno scientifico da tutti osservabile in un tema politico: così il fenomeno perde il suo fondamento scientifico e diventa questione politica, se non addirittura partitica, e come tale è più facile metterne in discussione l’esistenza e, soprattutto, l’urgenza.

Il libro presenta anche una interpretazione storica della nascita del negazionismo ambientale: alcune aziende di gas,carbone e petrolio sapevano come realmente stessero le cose sin dagli anni ’70-’80 con.i loro tecnici capaci di collegare attività produttive, combustibili fossili ed emissioni climalteranti, causa dell’innalzamento termico del pianeta. Per dirottare la conoscenza delle cose e delle relative responsabilità tali tecnici hanno attuato una campagna di disinformazione durata fino al 2015, quando tali fatti vennero alla luce con riferimento specifico alla Exxon.

In effetti anche Shell ed altri sapevano,ma nessuno aveva parlato cosicché il fronte negazionista aveva avuto la possibilità di crescere e rinforzarsi. Non erano state coinvolte nell’operazione solo aziende di combustibili fossili: associazioni industriali avevano arruolato negazionisti a noleggio (la denominazione è dovuta allo scienziato Michael Mann) ed alcuni circoli conservatori avevano promosso una camera dell’eco che comprendeva alcune piattaforme mediatiche negazioniste. Tra i primi obbiettivi di queste sono stati e sono tuttora l’ostacolo e la resistenza a qualunque regolamentazione al settore fossile ed alla politica climatico ambientale e la semina di discredito alla scienza del clima. Questa – può essere una giusta osservazione a posteriori -si é dispersa in molti troppi rivoli frazionando dati e conoscenze a svantaggio della loro significatività. La macchina negazionista per acquisire forza si serve di differenti strumenti, dai finanziamenti alla propaganda politica alle strategie di comunicazione.Secondo uno studio le maggiori compagnie di gas e petrolio spendono più di 200 milioni di dollari l’anno al fine di esercitare pressioni per ostacolare le politiche climatiche e la regolamentazione del settore. Circa i dati scientifici gli strumenti più adottati per finalizzarli al proprio tornaconto negazionista sono quelli del cosiddetto cherry pickling per cui si isolano dei dati e si sopprimono le prove e le vie di accesso al quadro completo e dell’argumentum ad hominem,strategia per cui invece di criticare i contenuti di un’argomentazione si lancia discredito su chi l’ha formulata. Infine viene confusa l’opinione pubblica dando l’impressione che il dibattito scientifico sui cambiamenti climatici sia ancora in corso e su questo torna l’osservazione già prima formulata, circa alcune responsabilità del mondo scientifico talvolta ubriacato da un numero crescente di dati in un approccio olistico che però finisce per fare perdere la visione di sintesi.

La prima bugia che si può raccontare sull’emergenza climatica è che non è colpa dell’essere umano;la seconda è che tutti gli esseri umani ne sono responsabili in uguale misura.Queste bugie, insieme alla paura di perdere lo status quo ed i propri benefici all’interno della società, finiscono per alimentare il negazionismo. Ed ecco perché la crisi climatica non riguarda solo la Scienza, ma va reinterpretata come crisi che interseca tutte le altre, dalla giustizia sociale alla salute pubblica.
Non voglio chiudere queste note sul libro di Stella Levantesi senza ricordare il significativo paragone che vi si può leggere descritto circa come le strategie negazioniste ricalchino quelle dell’industria del tabacco. I parallelismi tra le due campagne di disinformazione sono evidenti: per continuare a vendere sigarette si nascondono dati e si screditano quanti su basi scientifiche dimostrano la correlazione stretta fra fumo e tumore dei polmoni o anche semplici patologie respiratorie.
Non sono Stella Levantesi ed ho solo cercato di sintetizzare il suo pensiero descritto con chiarezza ed incisività nel suo libro.Il fatto che io condivida quanto riportato non deve togliere a quanti leggono questo post la curiosità di leggere in dettaglio il libro per poi elaborarlo nella propria coscienza al fine di contribuire affinchè il dibattito perda quei caratteri di strumentalità che nuocciono a scelte sostenibili.

Ancora alberi.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

In occasione della recente festa dell’albero ho avuto modo di riflettere su questo meraviglioso organismo vivente capace di garantirci una vita più sana ed un ambiente più puro.
La mia prima riflessione da chimico ha riguardato un vecchio progetto che avevo ideato con alcuni collaboratori più giovani e che puntava ad insegnare la chimica attraverso l’analisi e gli studi di un sistema di riferimento. Ne avevamo individuati due: l’acquario e l’albero, il primo ci valse anche un premio internazionale. Questo per dire che in un albero c’è tantissima chimica, dalla fotosintesi alle scienze ambientali, dalle biomasse alla economia circolare, dall’agrochimica alla fitochimica: partendo dalla realtà albero si possono trovare spunti e stimoli per sviluppare un programma completo di chimica.
Oggi parlando di alberi il primo pensiero va ovviamente al loro ruolo per contrastare i cambiamenti climatici. Uno studio recente che ha esaminato lo stoccaggio del carbonio nelle foreste dei Paesi del Nord Pacifico ha dimostrato che, sebbene gli alberi con il tronco di diametro superiore ai 50cm siano solo il 3% del totale, tuttavia sono responsabili del 40% del carbonio stoccata. Lo studio afferma con decisione quanto sia perciò importante la manutenzione delle foreste, soprattutto degli alberi a tronco largo, per consentire loro di continuare a svolgere con efficacia il ruolo attivo nello stoccaggio del carbonio, consentendo di fornire all’ecosistema un sistema di controllo climatico efficace ed economico.

https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1002/ecs2.1224

(si veda anche https://ilblogdellasci.wordpress.com/brevissime/grandi-alberi/)
I tronchi larghi sono capaci di stoccare carbonio in modo non proporzionale rispetto a quelli più piccoli.Proprio per questo al fine di proteggere gli alberi con i tronchi più grandi negli Stati Uniti lato Pacifico dal 1994 è addirittura stata promulgata una legge per rallentare la perdita dei vecchi alberi di largo tronco, oggi integrata con alcune proposte finalizzate non solo alla protezione, ma soprattutto alla piantagione di questo tipo di alberi.
Esistono anche studi finalizzati a trovare un algoritmo di correlazione fra carbonio stoccato e diametro del tronco ed un altro per correlare la diminuzione di carbonio stoccata all’abbattimento/morte di questi alberi, partendo dal dato che metà della biomassa in un albero è costituita da carbonio. A fronte di quanto detto assistiamo al sacrificio di molti grandi alberi nei centri urbani per motivi di estetica e, soprattutto,di speculazione edilizia.
Una speranza aggiuntiva sul ruolo positivo degli alberi viene dalla recente Giornata Mondiale dell’Olivo: da questa pianta otteniamo uno degli alimenti più preziosi, l’olio d’oliva, base della dieta mediterranea divenuta grazie all’ONU patrimonio immateriale dell’umanità.
L’olivo già simbolo di pace e vicinanza fra i popoli è una delle poche piante capaci di assorbire più CO2 di quanto ne possa generare l’intero ciclo produttivo. Accanto ad una bella notizia una brutta diffusa di recente: di 750 varietà italiane di mandorlo ne sono scomparse oltre 150. Eppure si tratta di una pianta che cresce da Nord a Sud della penisola, capace di crescere anche in altitudine fino a 700 m slm, speciale per la sua fioritura che avviene in.primavera e per i suoi frutti che maturano in autunno.
A causa dei cambiamenti climatici, dello spopolamento delle campagne e della differenziazione moderna della produzione 150 specie di mandorlo sono, come dicevo, scomparse.
Gli interventi a contrasto del fenomeno vanno da quelli tecnici – studio genico delle specie in estinzione per ripiantarle -a quelli sociali -adozione da parte dei cittadini delle singole piante.
Oggi registriamo una ulteriore valorizzazione degli alberi quasi a collegarli col mondo della tecnologia avanzata spesso tanto lontano dalla natura. Le piante hanno ispirato la costruzione di un robot capace di entrare nel terreno grazie a sensori che crescono e si muovono nel terreno come radici. Per studiare il suolo quale migliore strumento della pianta che vi cresce sopra?
Le radici infatti per ridurre l’attrito si muovono dalla pianta ed arrivano ovunque, riuscendo a rompere anche i terreni più duri, formando reti e ramificazioni alla ricerca dell’acqua.
È così possibile studiare il suolo per migliorare l’agricoltura, riducendo lo spreco di acqua e l’impiego di biofertilizzanti, come N e P, che per quanto utili vanno limitati.


L’ingegnere al femminile che ha progettato il robot, Barbara Mazzolai, ha anche ipotizzato che il robot, battezzato Plantoide, possa in un domani divenire uno strumento per indagare il corpo umano, una sorta di endoscopio di nuova generazione, visto che le sue punte non danneggiano i tessuti. Quelle braccia possono anche raggiungere i sopravvissuti ad un disastro o recuperare reperti archeologici in anfratti inaccessibili.
Vorrei concludere dal punto di partenza: l’dea di collegare l’insegnamento della chimica ai processi che avvengono nella vita di un albero ed alle sostanze che da esso si possono ottenere e che l’uomo applica ai campi più diversi dalla farmaceutica alla  cosmetica, dalla clinica all’alimentazione, dalle biotecnologie alla nutraceutica, dalle scienze -omiche alla sensoristica.
Le varie sezioni e capitoli sono dedicati a colori, sapori, odori, medicinali, droghe, saponi, fibre, alimenti.
Ricordo anche una delle esperienze di laboratorio che proponevamo e che voleva contrastare l’errata posizione che assegna ai composti sintetici una maggiore pericolosità rispetto a quelli naturali: si confrontava la tossicità dell’acido acetilsalicilico sintetico con quello del composto naturale concludendo che il primo, meno acido, era meno dannoso per l’organismo umano di quello estratto dalla corteccia dei salici.

Commenti alla PROPOSTA DI PIANO NAZIONALE INTEGRATO PER L’ENERGIA E IL CLIMA

15 marzo 2019

Gruppo di scienziati energia per litalia

Commenti alla

PROPOSTA DI PIANO NAZIONALE INTEGRATO PER L’ENERGIA E IL CLIMA 31/12/2018

Introduzione

Nella conferenza COP21 di Parigi (2015) si è unanimemente riconosciuto che il cambiamento climatico è il più preoccupante problema per l’umanità e si è individuato un percorso per fermarlo: la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili entro il 2050. Nella COP24 del dicembre scorso a Katowice il segretario dell’ONU Guterres ha dichiarato però che “il mondo è fuori rotta” e gli scienziati dell’IPCC hanno lanciato “un’ultima chiamata” per salvare il pianeta.

Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima presentato dal Governo deve necessariamente inserirsi in questo quadro. Nel Piano sono presentate molte proposte sulle quali non si può non essere d’accordo, come, la necessità di riorganizzare e potenziare i sistemi di accumulo, l’autoconsumo e la formazione di comunità energetiche. Altri punti pienamente condivisibili sono: l’urgenza di superare le attuali criticità nella distribuzione dell’energia e nell’integrazione del mercato, l’individuazione di meccanismi per risolvere il problema della povertà energetica, la necessità di aumentare i fondi e ridurre la frammentazione nei finanziamenti delle ricerche sull’energia e di promuovere un’azione di informazione e formazione delle persone
Chi si aspettava però un piano capace di riportare l’Italia nella “rotta giusta” e di rispondere “all’ultima chiamata” degli scienziati rimarrà deluso.

Energia primaria e mix energetico

Il Piano prevede una diminuzione del consumo di energia primaria, da 155 Mtep nel 2016 a 135 Mtep nel 2030: si tratta di una diminuzione di poco maggiore (5%) rispetto a quanto accadrebbe senza le misure proposte dal Piano stesso. Il mix energetico al 2030 non cambia molto rispetto a quello del 2016: viene confermata l’uscita dal carbone, ma il petrolio diminuisce solo da 36% al 31%, il gas rimane addirittura invariato al 37% e le rinnovabili aumentano soltanto dal 18% al 28%. Questi dati sono molto deludenti, tanto più che in questo modo al 2030 la quota delle rinnovabili sarebbe ancora minore sia di quella del petrolio che di quella del gas, prese separatamente. Per il mix energetico il Piano si spinge al 2040, prevedendo che la fonte prevalente di energia primaria saranno ancora i combustibili fossili (circa 65%). Questi obiettivi riguardo il mix energetico, del tutto insoddisfacenti, sono la conseguenza inevitabile di un Piano che si preoccupa di facilitare e potenziare, anziché di limitare, l’approvvigionamento e l’utilizzo di gas e petrolio. Evidentemente nella stesura del Piano ci sono state forti pressioni delle lobby che hanno interessi nella ricerca ed estrazione di idrocarburi, nell’importazione di GNL e nella messa in opera di strutture per la sua di distribuzione, e nel completamento della TAP, che pure una delle forze politiche che guida il paese sembrava volesse eliminare. Fa parte di queste pressioni il ricatto “diminuzione oil & gas uguale perdita di posti di lavoro”, anche se tutti gli studi dimostrano che il bilancio fra posti persi e posti creati nella transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili sarà positivo perché l’intensità di lavoro nelle rinnovabili (industria manifatturiera) è più alto di quello che si ha nell’industria estrattiva [1,2].

Persino nel settore dell’energia elettrica, in cui le rinnovabili sono partite da una posizione molto avvantaggiata grazie all’idroelettrico preesistente, secondo il Piano più di un terzo della produzione elettrica verrà ancora da fonti fossili nel 2030. In questo settore si potrebbe certamente fare di più perché nel 2018 c’è stata una diminuzione del 27% nel costo dei pannelli fotovoltaici. Inoltre, la quantità di celle fabbricabili con un lingotto di silicio puro è destinata ad aumentare ulteriormente grazie al progresso tecnologico e si ritiene che ben prima del 2030 si svilupperanno pannelli con moduli flessibili di uso più generale. Il Piano prevede, e non si può che essere d’accordo, l’individuazione di aree idonee per la realizzazione di nuovi impianti di eolico e fotovoltaico, il repowering e rewamping degli impianti già esistenti, il potenziamento dell’obbligo di quota minima negli edifici nuovi o ristrutturati e snellimento delle pratiche burocratiche. La previsione di raggiungere con le rinnovabili 187 TWh nel 2030 (38.7% della produzione elettrica) è però deludente e notevolmente inferiore alla previsione del Coordinamento FREE (210 TWh) [3].

Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni, il Piano si adagia sulle prescrizione della UE (riduzione delle emissioni del 40% al 2030), mentre il Parlamento europeo ha già chiesto che la riduzione sia portata 55%. Anche chi aspettava misure più conseguenti al tanto sbandierato principio “chi inquina paga” sarà deluso. Nel Piano, infatti, non c’è traccia della carbon tax [4], provvedimento molto delicato, ma necessario per la transizione energetica.

Risparmio ed efficienza

In base alle norme europee, nel periodo 2021-2030 siamo tenuti a ridurre il consumo di circa 51 Mtep. Il Piano afferma che si raggiungerà questo obiettivo risparmiando ogni anno lo 0,8% di energia rispetto ai consumi dell’anno precedente. Questo risparmio si otterrà, in gran parte adeguando e potenziando gli strumenti di sostegno già in vigore: (i) il meccanismo dei Certificati Bianchi; (2) le detrazioni fiscali per gli interventi di efficienza energetica e il recupero del patrimonio edilizio esistente; (iii) il Conto Termico; (iv) il Fondo Nazionale per l’Efficienza Energetica. Un forte contributo dovrà poi venire dal settore dei trasporti.

Il Piano prevede grandi risparmi di energia termica derivanti da una forte diffusione delle reti di teleriscaldamento alimentate da centrali termoelettriche a cogenerazione,

biomasse, o termovalorizzazione dei rifiuti (Figura 47), mentre insiste molto meno sulla opportunità di diffondere l’uso di solare termico e di pompe di calore.
La difficoltà di ridurre i consumi energetici aumentando l’efficienza è materia di vasta discussione nella letteratura scientifica [5,6]. Per raggiungere l’obiettivo prefisso sarà necessaria l’attuazione di un serio programma informativo e formativo per i cittadini, molto più incisivo dei tentativi fatti finora. Bisogna partire dal concetto di sufficienza, cioè convincere le persone e, se necessario, obbligarle mediante opportune disposizioni di legge, a ridurre l’uso dei servizi energetici. Per consumare meno, bisogna anzitutto “fare meno”: meno viaggi, minor velocità, meno luce, meno riscaldamento. Se poi tutto quello che si usa dopo aver adottato la strategia della sufficienza è più efficiente, si avrà un risparmio ancora maggiore: è il fare meno (sufficienza) con meno (efficienza).

La recente proposta di aumentare il limite di velocità in autostrada a 150 km/ora e il continuo aumento del numero, delle dimensioni e della potenza delle auto che costituiscono il parco macchine italiano non contribuiscono certamente a ridurre i consumi. Il Piano non affronta questi argomenti.

Trasporti

Nel settore dei trasporti le politiche del Piano sono deludenti. Anzitutto c’è un equivoco, purtroppo molto diffuso, dovuto anche a disposizioni di legge precedenti: si parla di “carburanti alternativi” indicando con questo nome biocarburanti, elettricità da rinnovabili, idrogeno e a volte anche gas naturale, cose che non potrebbero essere più diverse fra loro. Ad esempio (pag. 88) , “Ci si propone di accelerare quanto previsto dal comma 10 del D.Lgs 275/2016…… per la sostituzione del parco autovetture, autobus e mezzi di servizio in modo che le Pubbliche Amministrazioni …. siano obbligate all’acquisto di almeno il 30% entro il 2022, il 50% entro il 2025 e l’85% entro il 2030 di veicoli elettrici e veicoli ibridi con ricarica esterna, a metano e a idrogeno, nonché elettrici o metano nel caso degli autobus”.

Il Piano è chiaramente orientato per continuare con l’uso dei combustibili fossili. Manca qualsiasi accenno a una data indicativa per il phase out dei veicoli a benzina e diesel, fissata per il 2025 in Olanda e per il 2040 in Francia e Regno Unito. Il Piano a parole sostiene la diffusione della mobilità elettrica per persone e merci, ma si propone come obiettivo soltanto 1,6 milioni di auto elettriche “pure” nel 2030, in contrasto con stime molto superiori di altre fonti che si basano anche sulla forte riduzione nel costo delle batterie che avverrà nei prossimi anni. Ma l’energia elettrica che sarà usata nei trasporti nel 2030 sarà ancora prodotta per quasi il 40% usando combustibili fossili, per cui la penetrazioni delle rinnovabili nel settore dei trasporti stradali è affidata prevalentemente ad una selva di norme e agevolazioni per l’uso dei biocarburanti (vide infra).

Il Piano, in accordo con le compagnie petrolifere, incoraggia l’uso del metano non solo per la produzione di elettricità, ma anche come “combustibile ponte” per la mobilità. E’ vero che a parità di energia prodotta, il metano genera il 24% in meno di CO2 rispetto a benzina e gasolio, ma questo non basta per combattere il cambiamento climatico in modo sostanziale. Inoltre, va tenuto presente che Il metano è un gas serra 72 volte più potente di CO2. Poiché nella lunga filiera del metano si stima ci siano perdite di almeno il 3% rispetto alla quantità di gas usato, passando dal carbone e dal petrolio al metano c’è il rischio di peggiorare la situazione riguardo gli effetti sul clima [7]. Anche per quanto riguarda l’inquinamento, gli studi più recenti [8] indicano che il particolato prodotto dalla combustione del metano è, come massa, inferiore a quello prodotto dal gasolio, ma le particelle sono in numero superiore e più piccole, quindi potenzialmente più pericolose per la salute. Pertanto, non ha senso considerare il metano come combustibile “pulito” e come fonte energetica “alternativa” al carbone e al petrolio [9]. Questo importante concetto è ignorato dal Piano che ha per obiettivo nel 2040 una quota del 37% di energia primaria da metano, la stessa del 2016.

Nel Piano non c’è alcuna recriminazione sul fatto che le case automobilistiche italiane continuano a produrre auto a benzina o diesel e si dedicano in particolare alla fabbricazione di auto di lusso e/o di SUV, utilizzando incentivi diretti o indiretti. La FCA ha annunciato che, accanto ai SUV Alfa Romeo e Lancia che già produce, costruirà a Modena, dove gli operai della Maserati sono sotto occupati, una nuova super sportiva ad alta gamma a partire dall’autunno 2020. Ci si dovrebbe interrogare su quale sia il “valore sociale” di questo tipo di “lavoro” e sarebbe anche opportuno chiedersi per quanto tempo potranno andare avanti queste produzioni prima di trovare rifugio, ancora una volta, negli ammortizzatori sociali. Nel frattempo sempre FCA ha annunciato, in grave ritardo rispetto ai concorrenti tedeschi e francesi, la produzione di un veicolo elettrico, la 500, a partire dalla seconda metà del 2020 a Mirafiori, dove nel frattempo verranno messi in cassa integrazione per un anno 3.245 dipendenti, tra operai e dirigenti [10].

Approvvigionamenti di combustibili

l consumo di gas, che era di circa 85 Gm3 all’anno nel periodo 2005-2008, è diminuito negli ultimi anni (75,2 Gm3 nel 2017). Le previsioni SNAM sono per un consumo di 74,3 Gm3 nel 2027 e per una più decisa diminuzione negli anni successivi (70.9 Gm3 nel 2030) [11]. Gli attuali canali di fornitura del metano sono, dunque, più che sufficienti. Nonostante questo, il Piano insiste per la diversificazione degli approvvigionamenti dall’estero di gas e sostiene la necessità di agire su tre fronti: 1) ottimizzare la capacità di importazione e di distribuzione di gas naturale liquefatto (GNL); 2) aprire la TAP entro il 2020 per consentire l’importazione da 8.8 a 18 mld di m3 all’anno; 3) partecipare al progetto EastMed. L’intendimento del Piano, già contenuto nella Strategia Energetica Nazionale del precedente governo, è fare dell’Italia un hub del gas: un report di SNAM chiarisce infatti che importiamo più gas di quello che serve, per poi esportarne circa l’8% a paesi del Nord Europa.

Per quanto riguarda il GNL, il Piano parte dalla considerazione che sono già su strada più di 2000 veicoli pesanti che usano questo combustibile. Prevedendo una forte crescita nel numero di questi veicoli, il Piano sostiene la necessità di sviluppare una rete di distribuzione GNL lungo i 3000 km di autostrade, mentre dovrebbe incoraggiare con iniziative concrete il passaggio del trasporto merci dalla strada alla rotaia o alle vie marittime, che pure a parole dice di voler sostenere coniando due nuovi tipi di incentivi, Ferrobonus e Marebonus.

C’è il rischio reale di costruire infrastrutture per il gas che rimarranno inutilizzate o sotto utilizzate, con spreco di denaro pubblico. Poi, al solito, ci saranno forti pressioni perché “ormai ci sono e quindi vanno utilizzate”, come accade per le centrali termoelettriche a carbone, la cui chiusura è condizionata alla concessione di compensazioni per il mancato uso, e le centrali a turbogas che vanno remunerate anche se funzionano solo parzialmente, perché troppo numerose. Poiché in futuro per vari motivi si produrrà e si userà sempre più energia elettrica, sarebbe meglio investire ancor di più di quanto previsti nel Piano in sistemi di accumulo dell’elettricità, piuttosto che in impianti di stoccaggio geologico del gas di importazione, con tutte le problematiche di sicurezza che ne derivano (vedi deposito di Minerbio).

Più in generale, le compagnie petrolifere, non avendo interesse nel carbone, sono d’accordo per la progressiva sostituzione delle centrali termoelettriche a carbone con centrali turbogas a metano, vedendo in questa trasformazione non solo un interesse economico, ma anche il modo di ridurre le preoccupazioni dell’opinione pubblica. Le compagnie petrolifere hanno anche capito che l’uso del gasolio per i trasporti non sarà difendibile a lungo dopo il diesel gate e le notizie sul più recente accordo delle industrie automobilistica tedesca di rallentare, per contenere i costi, lo sviluppo di tecnologie in grado di ridurre le emissioni dei motori a benzina e a gasolio [12]. Ufficialmente le compagnie petrolifere sostengono che è necessario usare il gas come energia ponte in attesa che le rinnovabili siano “mature”, ma in realtà, come è emerso alla World Gas Conference (Washington, 29 giugno 2018), pensano al gas come il combustibile “pulito” del futuro. Quindi c’è una forte spinta anche nel settore dei trasporti per passare al gas, spacciandolo per fonte alternativa al pari dell’energia elettrica. Ma è provato che, se anche l’energia elettrica fosse tutta ottenuta dal gas, sarebbe ugualmente più conveniente perché i motori elettrici sono 3-4 volte più efficienti di quelli a combustione [9].

Biocarburanti

Quello sui biocarburanti è un discorso molto delicato perché tocca grandi interessi economici e molti incentivi, ma è necessario fare chiarezza anche su questo argomento. Come già fece la Strategia Energetica Nazionale del precedente governo, l’attuale Piano incoraggia l’uso di biocarburanti al fine di rimpiazzare i combustibili fossili con fonti rinnovabili. A questa presa di posizione non è certamente estraneo il fatto che ENI ha puntato sulle bioraffinerie, abbondantemente pubblicizzate sulle pagine dei quotidiani fino ad affermare che “in Italia il carburante si otterrà anche dalle bucce di mele” [13].

In linea generale, può essere utile ottenere biocarburanti da prodotti di scarto, ma va anche detto che i prodotti di scarto sono in piccola quantità rispetto al consumo di carburanti. Ecco allora che il biometano di cui parla il Piano non sarà ottenuto solo da scarti e rifiuti, ma dallo “sviluppo di una filiera agricolo/industriale per la produzione di biometano sia da matrice agricola, sia da rifiuti” come chiarisce SNAM [11]. Bisogna rendersi conto che la produzione di biometano o biocarburanti liquidi di prima generazione da prodotti agricoli dedicati non è una soluzione per la mobilità sostenibile. D’altra parte, i biocarburanti di seconda generazione, che sfruttano una frazione maggiore della biomassa non sono affatto in uno stato avanzato.

L’Unione Europea, nel tentativo di abbattere la produzione di CO2, ha concesso agli Stati membri di fornire sussidi per la produzione di biodiesel da miscelare al gasolio di origine fossile. In Italia il biodiesel viene prodotto da ENI in massima parte con olio di palma proveniente da Paesi equatoriali. E’ noto [14] che il biodiesel prodotto in questo modo genera quantità di CO2 maggiori del gasolio fossile perché per creare piantagioni di olio di palma vengono abbattute foreste tropicali che hanno un’azione positiva sul clima. Per rimediare a questo errore, che gli scienziati avevano segnalato da tempo, il Parlamento Europeo, nel gennaio 2018 ha votato per escludere entro il 2020 l’olio di palma dai sussidi per il biodiesel. Il provvedimento però non è stato ancora approvato dalla Commissione Europea. Nel frattempo, la Norvegia è stata presentata una petizione per chiedere all’Esecutivo comunitario di rispettare gli impegni presi con il Parlamento UE per far cessare subito i sussidi e anticipare entro il 2025 la messa al bando dell’olio di palma nei biocarburanti prevista al momento per il 2030. E’ il solito ricatto: ormai le bioraffinerie ci sono e bisogna usarle, altrimenti si perdono posti di lavoro.
Su un piano più generale, per rappresentare un’alternativa credibile ai combustibili fossili i biocarburanti devono (a) fornire un guadagno energetico (EROEI>1), (b) offrire benefici dal punto di vista ambientale, (c) essere economicamente sostenibili e (d) non competere con la produzione di cibo. Molto spesso queste condizioni, in particolare la prima e l’ultima, non sono verificate.
I biocarburanti non possono giocare un ruolo importante nelle transizione energetica semplicemente perché l’efficienza della fotosintesi naturale è molto bassa (0,1-0,2%) e la ricerca scientifica mostra che non è possibile aumentarla in modo significativo. E’ evidente che il trasporto (a volte su lunghe distanze) e il processo di raffinazione delle biomasse contribuiscono ad abbassare ulteriormente l’EROEI dei biocarburanti, ma dati attendibili su questo parametro non vengono mai forniti dai produttori. Ma gli scienziati sanno che l’efficienza di conversione dei fotoni del sole in energia meccanica delle ruote di un’automobile (sun-to-wheels efficiency) è più di 100 volte superiore per la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche rispetto alla filiera che dalle biomasse porta alle auto alimentate da biocarburanti [15]. Questo spiega perché gli esperti, al contrario di quanto si propone il Piano, non prevedono una sostituzione significativa dei  combustibili fossili con biocarburanti, ma una rapida, dirompente diffusione delle auto elettriche. La cosa non meraviglia perché i motori elettrici, oltre a non produrre CO2, non inquinano, sono quattro volte più efficienti dei motori a combustione interna, sono molto più facili da riparare e meno costosi da mantenere. Un ultimo grande vantaggio dell’alimentazione elettrica è che l’energia si può ottenere senza occupare suolo agricolo, ma collocando i pannelli fotovoltaici sui tetti e su altre aree inidonee alla agricoltura.

La non sostenibilità dei biocarburanti in Italia balza all’occhio anche dai dati riportati nel Piano (Figure 14 e 15): il 50% della produzione delle 997 mila tonnellate di materie prime consumate nel 2017 veniva dall’Indonesia, il 38% da altri paesi e solo il 12% dall’Italia; la materia prima è era costituita in gran parte da olii vegetali (in particolare, olio di palma), con un 5% di colture dedicate (grano, mais, soia), che probabilmente erano il principale contributo italiano.

Sicurezza e energetica

Il Piano prevede (pag. 191) che la dipendenza energetica, essenzialmente dovuta all’importazioni di petrolio e metano, diminuisca dal 77,5% nel 2016 al 72,7% nel 2025, al 71,2% nel 2030 e al 67,2 neo 2040. Con una diminuzione così lenta, non si capisce come faremo ad eliminare i combustibili fossili entro il 2050.

Il Piano si prefigge di assicurare la sicurezza energetica aumentando e differenziando le connessioni internazionali sia per la rete gas che per quella elettrica e con la formazione di scorte di sicurezza per il petrolio. Come già sottolineato, c’è il rischio concreto di costruire infrastrutture, specie nella visione di fare dell’Italia un hub del gas, che rimarranno inutilizzate o sotto utilizzate. La vera sicurezza energetica, quella che potrebbero fornirci le energie rinnovabili, non viene perseguita.

Ricerca, innovazione, formazione, cultura

Per quanto riguarda la ricerca, il Piano lamenta giustamente la scarsa disponibilità di fondi, la frammentazione dei finanziamenti e la carenza di coordinamento. Andrebbe sottolineata anche la necessità che la politica si giovi della disponibilità e dell’esperienza degli scienziati, cosa che negli ultimi anni non è avvenuta.

Per quanto riguarda i fondi per l’innovazione, nel Piano viene giustamente sottolineato che l’innovazione nel settore della sostenibilità ecologica ed energetica deve avere priorità, discorso che può sembrare ovvio, ma che ovvio non è poiché si premia ancora l’innovazione nelle ricerche petrolifere e nell’energia nucleare. Anche se il futuro è già presente, il passato non vuole passare.

il Piano si propone anche di rivedere il sistema degli incentivi e a questo proposito riporta che da una recente indagine del Ministero dell’Ambiente sono state individuate 57 misure che hanno un impatto in campo energetico per un totale di 30,6 mld€ nel 2017; di questi, 16,9 mld€ sono costituiti da sovvenzioni ai combustibili fossili (altro che“carbon tax”!), mentre i sussidi a fonti con impatto ambientale favorevole ammontano a 13,7 miliardi. Dunque, l’uso dei i combustibili fossili, responsabili per il cambiamento climatico e i danni alla salute dell’uomo, è ancora oggi incentivato più delle energie rinnovabili, che ci salveranno da queste sciagure.

Conclusione

In base agli accordi di Parigi e al successivo riesame della situazione presentato a Katowice si devono ridurre le emissioni di CO2 del 45% entro il 2030 e a zero al 2050. Il primo obiettivo che ogni Paese dovrebbe proporsi oggi è quindi una rapida transizione energetica. Non sembra che il Piano proposto dal Governo sia molto efficace per svolgere questo compito, poiché non prevede e tanto meno propone una forte riduzione dell’uso dei combustibili fossili e una forte espansione delle rinnovabili. Non accenna neppure alla necessità di facilitare, con opportune strutture stradali, la mobilità ciclistica, che ha anche un forte potenziale turistico.

Nel Piano c’è un ossequioso rispetto per gli obiettivi che l’Unione Europea si è data per il 2030, ma non ci sono idee originali e tanto meno proposte concrete per andare oltre quegli obiettivi, come converrebbe ad un Paese come l’Italia che ha abbondanti energie rinnovabili, una affermata industria manifatturiera, scarsissimi combustibili fossili, forte dipendenza energetica dall’estero e che è molto colpita nella sua vocazione turistica e culturale dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento. Bisognerebbe finalmente capire che per avere energia abbiamo “bruciato” più di quello che si poteva “bruciare”, che l’agricoltura deve essere utilizzata solo per l’alimentazione e che il futuro è nell’energia elettrica rinnovabile.

Quello proposto dal Governo è un Piano che sembra non rendersi conto che la transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è non solo necessaria, ma inevitabile e che assecondarla e anticiparla è una grande opportunità di crescita economica e riduzione dei costi causati dagli impatti ambientali e climatici. Compito del Piano dovrebbe essere anche quello gettare le basi per il passaggio dal consumismo e dall’usa e getta dell’economia lineare ad una economia circolare caratterizzata dalla sobrietà. L’Italia, che per decenni ha caricato pesanti debiti sulle spalle delle future generazioni, può e deve trovare nella transizione energetica l’occasione per un netto cambiamento di rotta che le permetterebbe anche di assumere un ruolo di guida all’interno della Unione Europea.

[1] http://www.irena.org/publications/2018/Apr/Global-Energy-Transition-A-Roadmap- to-2050
[2] M.Z. Jacobson, et al., Joule, 2017, 1, 108-21. http://dx.doi.org/10.1016/j.joule.2017.07.005

[3] https://energiaoltre.it/wp-content/…/11/Position-paper-Coordinamento-FREE-2.pdf [4] https://www.rivistamicron.it/corsivo/la- -e-possibile-a-patto-che/
[5] http://www.eueduk.com/bedazzled-energy-efficiency/

carbon-

tax

8

[6] E. Shove, BuildingResearch&Information, 2018, 46(7), 779.
[7] priceofoil.org/2017/11/09/burning-the-gas-bridge-fuel-myth/
[8] T. Wang et al., Environ. Sci. Technol., 2017, 51, 6990.
[9] https://www.transportenvironment.org/sites/te/files/2018_10_TE_GNC_e_GNL_per_au to_e_navi_ITA.pdf
[10] http://www.hdmotori.it/2018/12/04/fiat-500-elettrica-mirafiori-cassa-prezzi-uscita/
[11] pianodecennale.snamretegas.it/includes/doc/2/2019012208362018- decennale_web.pdf.
[12] https://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2018/09/29/news/auto _diesel-207618352/?ref=search.
[13] Si veda, ad esempio, Corriere della Sera, 5 gennaio 2018.
[14] https://www.transportenvironment.org/news/biodiesel-increasing-eu-transport- emissions-4-instead-cutting-co2.
[15] E. Williams et al., Environ. Sci. Technol., 2015, 49, 6394

ENERGIA PER L’ITALIA (http://www.energiaperlitalia.it/energia-per-litalia/) è un gruppo di docenti e ricercatori di Università e Centri di ricerca di Bologna, coordinato dal prof. Vincenzo Balzani (vincenzo.balzani@unibo.it ; tel: 335 264411)

Energia per l’Italia

Vincenzo Balzani (coordinatore), Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università Nicola Armaroli, ISOF-CNR

Alberto Bellini, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università

Giacomo Bergamini, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università Enrico Bonatti, Columbia University, Lamont Earth Observatory, ISMAR-CNR

Alessandra Bonoli, Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, dell’Ambiente e dei Materiali, Università

Carlo Cacciamani, Dipartimento della Protezione Civile Nazionale Romano Camassi, INGV

Sergio Castellari, INGV

Daniela Cavalcoli, Dipartimento di Fisica ed Astronomia, Università

Marco Cervino, ISAC-CNR

Maria Cristina Facchini, ISAC-CNR

Sandro Fuzzi, ISAC-CNR

Luigi Guerra, Dipartimento di Scienze dell’Educazione «Giovanni Maria Bertin», Università

Giulio Marchesini Reggiani, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università Vittorio Marletto, Servizio IdroMeteoClima, ARPA

Enrico Sangiorgi, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università

Leonardo Setti, Dipartimento di Chimica Industriale, Università
Micol Todesco, INGV
Margherita Venturi, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università Stefano Zamagni, Scuola di Economia, Management e Statistica, Università Gabriele Zanini, ENEA-Divisione MET

Lo strano caso della chiesa di S. Lamberto e della foresta di Hambach.

Claudio Della Volpe

Mentre prosegue l’incontro di Katowice, COP24, voglio raccontarvi una storia esemplare delle contraddizioni in cui si trova la transizione energetica in Europa e in particolare in quella Germania che rappresenta una sorta di “paese guida” europeo; vedremo fra un momento che questo ruolo di guida nasconde in realtà parecchia polvere sotto il tappeto. Tutti i commentatori si sono dilungati sulle contraddizioni polacche, Katowice è a pochi chilometri da grandi miniere di carbone e la Polonia non intende rinunciarvi. Katowice è la capitale del carbone. Ma la Germania è un esempio ancora migliore.

I due luoghi di cui parlo oggi sono nella Renania, la zona occidentale della Germania al confine con Olanda, Belgio, Lussemburgo e Francia; a nord abbiamo la Renania Settentrionale-Westfalia (Nordrhein-Westfalen), capoluogo Dusseldorf e a sud la Renania Palatinato (Rheinland-Pfalz), capoluogo Magonza, entrambe, insieme alla Saar (Saarland), costituiscono un bacino minerario storico della Germania.Questa regione occidentale è ricca di carbone sia di tipo antracitico che lignitico, che si è formato nel corso di decine di milioni di anni dalla degradazione più o meno completa di enormi foreste che ricoprivano la zona. Non è l’unica regione della Germania con questa risorsa, ma è quella con il più alto tasso di lignite. La lignite (alta umidità relativa superiore al 21%, incompleta carbonificazione) è di limitato pregio perché è meno energetica per unità di massa e dunque più marcata fonte di inquinamento ambientale ma anche climatico rispetto ad altri tipi di carbone.

Si presenta con colore da bruno a nero, tanto da essere chiamata carbone bruno; ha un potere calorifico superiore (PCS, senza escludere l’energia di evaporazione dell’acqua) inferiore a 24 MJ/kg (5.700 kcal/kg) , considerando la sostanza senza ceneri (contro una media di 35 dell’antracite e di 42 del petrolio).

La Germania è ad oggi la principale produttrice mondiale di lignite, uno dei principali esportatori ma soprattutto utilizzatori di questo combustibile fossile da cui ricava buona parte della propria elettricità; soprattutto da quando nel 2011, dopo l’incidente di Fukushima ha deciso di spegnere le centrali nucleari entro il 2030. Dunque la verde Germania, con la più alta quantità di rinnovabili al mondo conserva un segreto, tutto sommato ben custodito, nel fatto che mentre chiudeva le sue centrali nucleari le sostituiva con un buon numero di centrali a carbone, che costituiscono oggi la sua “base produttiva” elettrica con quasi 300TWh anno, una quantità pari al consumo totale italiano di energia elettrica.

Se si guardano i numeri sul sito della AGEB, si vede che effettivamente la Germania dal 1995 pur avendo diminuito l’uso del nucleare, dell’antracite… e del gas naturale, e pur avendo certamente incrementato l’efficienza complessiva delle sue centrali ed ovviamente pur avendo incrementato di parecchio l’uso delle rinnovabili, che coprono una parte significativa del consumo, ha incrementato l’uso della lignite. Anzi la lignite è stata uno dei mezzi per uscire dalla crisi del 2008. Nonostante l’impetuosa crescita delle rinnovabili, il paese non raggiungerà il taglio previsto delle emissioni al 2020 per parecchi punti di scarto.

Questa scelta è solo economica dato che si tratta di una risorsa interna e a basso costo per lo meno economico, ma come vedremo con alti costi ambientali; si sarebbe potuto fare diversamente, incrementando ulteriormente le rinnovabili, si sarebbero potute usare centrali a gas che invece sono state chiuse o anche basandosi, come fa l’Italia, sulla produzione in eccesso di altri paesi che volentieri vendono la loro energia elettrica in quanto i loro impianti nucleari (o idroelettrici ) DEVONO liberarsi dell’eccesso di produzione anche senza mercato interno. In quasi tutta Europa questi impianti sono in eccesso rispetto al fabbisogno, immani cattedrali di capitale fisso che se rimangono prive di remunerazione si mascherano dietro i pochi posti di lavoro supportati e urlano la loro fame di profitto ogni giorno. Non potete regolare la produzione di una centrale nucleare, dovete tirarla sempre al massimo, un sistema rigidissimo; ed è da dire che anche le centrali a carbone sono parecchio rigide da questo punto di vista, al contrario di quelle a gas, sono adatte solo a far da “base” e sono state usate così dai tedeschi.

I due casi a cui facevo riferimento all’inizio sono proprio questo, il costo ambientale e culturale della lignite; la foresta di Hambach che vedete qui sotto è meno di un decimo (200 ettari) della foresta originale ricca di alberi secolari e al cui confine si apre la più grande miniera a cielo aperto di lignite di tutta Europa, denominata anch’essa Hambach (a sinistra nella foto).Notate nella parte inferiore della foto lo scavo ripidissimo. La collina artificiale che vedete, che si viene a creare a causa dell’estesa coltivazione superficiale della miniera, Sophienhöhe, 6 km ad est della città Julich all’estremità NE della miniera è la più alta d’Europa, 293 metri sul livello del mare ma anche quasi 600m sopra il punto più basso degli scavi, che a loro volta costituiscono il punto più basso del territorio europeo, con quasi 300m di dislivello negativo.

Durante quest’anno è venuta a compimento una lotta fra gli ambientalisti radicali tedeschi e la RWE, la compagnia che estrae la lignite; grazie alla dura opposizione esercitata dagli ambientalisti anarchici che hanno dormito sugli alberi per settimane e grazie anche alle vittime che ci sono state durante questo periodo (il giornalista Steffen Meyns, che si era arrampicato per seguire l’operazione, era morto cadendo da una passerella tra due alberi), l’abbattimento della foresta che era stato programmato è stato interrotto dalla magistratura anche se la lotta in tribunale continuerà per altri anni.L’altro episodio analogo ha avuto conclusione opposta e costituisce l’altra faccia della medaglia. La chiesa di S. Lamberto, localmente nota come Immerather Dom, che vedete sotto, era un esempio di stile neoromanico situata a Immerath, una frazione di Erkelenz. Risalente al XII secolo nella sua forma originaria ed ampliata in anni successivi, è stata abbattuta a gennaio 2018, seguendo il destino del resto della cittadina, per far posto ad una miniera di lignite di proprietà della solita RWE.Ma pensate che l’intera cittadina di Immerath si trovava sul percorso previsto per l’estensione della miniera di Garzweiler, il sito di estrazione di lignite operato dalla società tedesca RWE; già nei primi anni 2010 la società aveva demolito e ricostruito gran parte degli edifici di Immerath su un nuovo sito, incluso il cimitero (esumando e trasferendo i corpi già sepolti).La chiesa stessa è stata ricostruita altrove in forma moderna. Stavolta non ci sono stati conflitti duri (oltre la resistenza pacifica dei verdi) ma pagamenti, scambi economici e poi silenzio contro devastazioni ambientali.Potreste dire che forse per una vecchia chiesa non vale la pena di far baccano; ma guardiamo le cose più da vicino.Panoramica della miniera di Garzweiler. Sullo sfondo le centrali termiche che utilizzano la lignite estratta. Da http://www.mining-technology.com/projects/rhineland/

Un buco gigantesco di dimensioni analoghe a quelle di Hambach con una serie non banale di effetti collaterali; infatti lo scavo altera in modo irrimediabile la falda acquifera.

100 milioni di tonnellate di lignite vengono estratte dalle varie miniere della zona e, per tale produzione, vengono rimossi e spostati annualmente circa 450 milioni di metri cubi di argille, sabbie e conglomerati sovrastanti lo strato di lignite (nell’area infatti si individuano facilmente significative colline artificiali).

Lo strato di lignite si trova a varie profondità e per estrarlo occorre quindi abbassare la falda acquifera (in termini tecnici tale operazione è chiamata dewatering). In tutta l’area, sono quindi in azione giganteschi e sofisticati sistemi di pompaggio in grado di estrarre annualmente enormi quantità di acqua di falda senza compromettere, stando ai dati ufficiali, il fabbisogno idrico delle comunità ubicate nelle vicinanze delle cave.

Così come descritti, ad un lettore possono sembrare dati un po’ freddi ma, se confrontiamo le superfici utilizzate,credo che risulti chiara la situazione esistente. A tale scopo sono state messe a confronto solo le  superfici di scavo delle tre miniere con quelle  di Roma e Milano.Immagini riprese da Google maps alla stessa scala. Le tre miniere sono al centro. Inden la più piccola, Hambach la più grande e Garzweiler quella più in alto. A destra in alto il comune di Milano ed  a sinistra l’estensione di Roma all’interno del Grande Raccordo Anulare (GRA).

La figura ci dice che l’area oggetto di scavo ( da assommare poi a quella utilizzata per lo stoccaggio dei sedimenti che ricoprono lo strato di lignite) è più grande di quella del comune di Milano e grande come l’area di  Roma all’interno del GRA. A questo si deve aggiungere che l’attività estrattiva ha comportato la distruzione di villaggi e la loro ricollocazione in altre aree; dal 1948 sono state spostate circa 30.000 persone.

da http://astrolabio.amicidellaterra.it/node/526

Ecco questi sono gli effetti nella verde Germania (che è certamente dotata del più ampio apparato fotovoltaico europeo) delle contraddizioni della transizione energetica. A voi ogni ulteriore commento.In questa vignetta i cicloamatori tedeschi fanno dire alla Merkel: Oh, dite che le bici sono fatte dal carbone? Grande opportunità per l’estrazione mineraria!

da https://www.roadbike.de/news/angela-merkel-und-das-fahrrad-was-die-kanzerlin-auf-der-eurobike-nicht-gesagt-hat.865692.9.htm#1

per approfondire

http://dataenergia.altervista.org/portale/?q=consumo_produzione_energia_elettrica_germania

https://gloria.tv/article/Ca4PVUKybkpK1tJoqVkNfZN6D

COP24, cosa ci aspettiamo.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

E’ partito il 3 dicembre in Polonia, più precisamente in Slesia, Katowice, la COP 24 (Conferenza delle Parti all’interno della più generale Conferenza delle Nazioni Unite sul clima).

Sembra un’ironia, ma Katowice si trova a 150 Km dalla centrale elettrica a carbone, indicata nel 2014 dalla C.E. come la più dannosa nell’Unione Europea. Sono attese le linee guida, il cosiddetto Rule book, per rendere operativo l’accordo di Parigi del 2015.

Si tratta forse di uno degli ultimi appelli ancora validi per salvare il nostro pianeta. Gli scienziati parlano di solo 12 anni da ora rimasti per agire in modo decisivo per salvare in Pianeta.

Durerà 11 giorni e le attese per gli esiti dell’evento sono molto forti, anche se il carattere tecnico più che politico della manifestazione, raffredda molti entusiasmi. Il punto fondamentale riguarda il rispetto dell’intesa per limitare a due gradi centigradi il riscaldamento globale. Correlati ad esso sono i problemi relativi ai finanziamenti della decarbonizzazione, all’adattamento ed al trasferimento di tecnologie sostenibili innovative, ai meccanismi e agli attori delle fasi di controllo. Secondo gli esperti l’Europa si trova nelle condizioni, rispetto a questi problemi, di conseguire i risultati attesi ed, addirittura, di modificarli in meglio, andando ben oltre il 55% di riduzione delle emissioni entro il 2030.

All’evento partecipano 30000 fra delegati e visitatori provenienti da tutto il mondo. Il mancato carattere politico, a cui prima si accennava, ha fatto considerare da qualcuno COP24 come inutile. Credo sia errata tale valutazione. L’evento polacco fa parte di un percorso definito, ogni tappa del quale ha un suo significato: annullarla avrebbe effetti molto negativi rispetto alla fiducia dei cittadini nel buon esito del processo in atto. D’altra parte per esso si possono individuare elementi di fiducia quali il disaccoppiamento fra crescita del PIL e delle emissioni, l’aumento del ricorso alle energie rinnovabili, gli impegni di contenimento delle emissioni. Su quest’ultimo punto pesa il fatto che esso non riguarda tutti i Paesi firmatari dell’accordo di Parigi, dal quale in particolare gli USA si sono ritirati. Anche in questo caso però a parziale consolazione c’è da dire che ampie Regioni degli USA, come California, New York, Washington ed altre istituzioni americane hanno di fatto annunciato il loro continuato impegno. Quindi credo che sia necessario dare fiducia e credibilità all’incontro, alternativa al quale sarebbe solo sperare nelle singole iniziative con ben più scarse probabilità di successo.

Si veda anche

http://www.climalteranti.it/2018/12/09/un-momento-di-chiarezza-alla-cop24/

e

http://www.climalteranti.it/2018/12/02/raccontare-la-cop24-i-5-errori-da-non-commettere/

Michael Mann: Percezione e negazione del cambiamento climatico.

Mauro Icardi

Michael Mann fisico e climatologo, attualmente ancora impegnato nella collaborazione con l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), Direttore dell’Earth System Science Center presso la Pennsylvania State University, e autore di “La terra brucia” in questi giorni è stato in visita in Italia.

Mann ha tenuto una serie di incontri dedicati ai cambiamenti climatici, e al triste fenomeno del negazionismo relativamente alla sua origine antropica. Io ho potuto ( e voluto) assistere a quello tenutosi nella sede della Società Meteorologica Italiana, cioè nel Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, dove la stessa venne fondata nel 1865 da Francesco Denza, padre barnabita, meteorologo e astronomo.

Prima dell’inizio della conferenza ho avuto la possibilità di visitare la collezione archeologica, la raccolta di strumenti scientifici e la collezione dei dati meteorologici raccolti da padre Denza.

Sono stato fatto salire anche sulla la torretta dell’osservatorio meteorologico dove il religioso si dedicava alle osservazioni astronomiche e meteorologiche.

La mia curiosità è stata ampiamente soddisfatta ed appagata. Anche perché non mancano strumenti che ho potuto utilizzare negli anni di studio, per esempio l’ebulliometro di Malligand.

La foto che segue mostra il professor Mann ritratto davanti a questa parte della raccolta.

Esaurita questa piacevolissima anteprima, la conferenza tenuta dal professor Mann ha positivamente rinforzato le mie convinzioni. Convinzioni che ormai da anni mi portano a cercare di mettere in pratica azioni virtuose ,volte a ridurre quanto più possibile il mio valore di emissioni di CO2. La mia formazione personale è passata anche attraverso l’esperienza ed il ricordo degli anni dell’austerity e della crisi energetica. L’esempio pratico della possibilità di una vita personale appagante, ma che non fosse preda di bramosie consumistiche ed esageratamente edonistiche viene dall’educazione che i miei genitori hanno voluto non impartirmi, ma direi donarmi.

E tutto questo di fatto è una buona base di partenza.

All’inizio della conferenza, già le parole di presentazione di Luca Mercalli inquadrano quello che sarà il tema della serata. Di fronte ai dati scientifici validati dall’istituto di Scienze dell’atmosfera e del Clima, che mostrano come la primavera del 2018 risulti essere la quarta più calda in Italia, con un aumento di temperatura media di 1,8°C, queste ragioni spariscono di fronte alle percezioni e alle opinioni comuni. E’ stata una primavera piovosa, e questo basta perché la gente la avverta automaticamente come una primavera fredda. Con buona pace di grafici e studi scientifici.

L’intervento di Michael Mann da poi conto di molte situazioni surreali e palesemente assurde. Ma prima di parlarne è giusto ricordare l’importanza e il colossale lavoro svolto da Mann e dai suoi collaboratori alla fine degli anni 90.

La raccolta dei dati sulle temperature di migliaia di anni, lo studio dei coralli, degli anelli di crescita degli alberi e i ghiacci polari. Alla fine della ricerca i dati vengono raccolti in un grafico, poi pubblicato su Nature, e conosciuto come il grafico della “mazza da hockey” (hockey stick).La curva della temperatura terrestre che è piatta, improvvisamente si impenna in corrispondenza degli ultimi due secoli, della rivoluzione industriale, dalla sempre maggior quantità di carbone, petrolio e gas naturale bruciato dall’uomo per le proprie necessità. Necessità che col tempo forse si sono trasformate, almeno in parte, in capricci consumistici.

Mann riesce a catturare l’attenzione. Potrebbe non essere così immediato, visto che ovviamente parla in inglese. Ma in sala non vola una mosca.

Scorrono anche diapositive che mi interessano particolarmente. Il cambiamento climatico impatterà, anzi sta già impattando sulle modalità di approvvigionamento delle risorse idriche. L’esempio della California è recente. E viene mostrato.

Ma il tema della serata è centrato sul negazionismo. Sulla pretesa che la pubblica opinione o la cattiva politica possano sfuggire alle evidenze scientifiche, nonché alle leggi fisiche. Sembrerebbe una specie di incubo. Invece è una deprimente e triste realtà. L’indice delle parole proibite dall’amministrazione Trump, come “evoluzionismo” è purtroppo storia recente.

Le teorie e gli studi di Mann sono stati oggetto di ogni sorta di attacchi e minacce. Minacce provenienti sia dall’ambiente scientifico, che da quello politico o dell’opinione pubblica. Mi colpiscono due cose che il professore ci mostra. La prima è la dichiarazione da parte di un membro del congresso degli Stati Uniti che l’innalzamento dei mari sia causato dalle rocce che vi finiscono dentro. La seconda opinione (che purtroppo non è mancata nemmeno in Italia) è la convinzione che in ogni caso il riscaldamento globale sia una buona cosa, una “good thing”. Un immaginario che vede la trasformazione dell’Italia, degli Usa e del pianeta in un unico enorme paradiso turistico. L’idea di un “non luogo” come quelli teorizzati dall’etnologo Marc Augè che non solo non ha nulla di realistico, ma che sottovaluta superficialmente i problemi concreti e reali del riscaldamento globale.

Devo dire che non provo nemmeno sbigottimento o stupore. Parlando di questi temi ho potuto constatare personalmente quanto abbia spazio nelle menti di molte persone, quel sottile e subdolo meccanismo di rimozione e negazione. Che in ultima analisi è solo una scusa per non agire, per procrastinare il necessario cambiamento di strategie politiche e di abitudini personali. Il solo fatto che sia ritornato ad usare la bici come mezzo di trasporto per recarmi al lavoro mi ha probabilmente qualificato agli occhi dei colleghi come eccentrico, se non incosciente.

Al termine della conferenza provo di nuovo una sensazione che non riesco a descrivere. Che è quella di sapere profondamente che non devo derogare alle mie convinzioni, e che devo continuare sulla strada intrapresa. Che passa non solo attraverso una revisione continua delle mie abitudini, nella verifica dei miei veri bisogni, ma anche attraverso un impegno di cui non mi posso privare. Anche se può sembrare faticoso o improbo. Di studio e di divulgazione. Sento che tutto questo mi fa stare bene. In pace con me stesso. Sento in maniera profondamente intuitiva che questa è la strada giusta.

E voglio lasciare alle parole del Professor Mann la chiusura e la sintesi.

«Qual è il ruolo appropriato per gli scienziati nelle discussioni pubbliche a proposito di cambiamenti climatici? Devono restare rinchiusi nei laboratori con le teste sprofondate nei loro laptops? Oppure devono impegnarsi in sforzi vigorosi per comunicare le loro scoperte e parlare delle conseguenze?

Un tempo avrei sostenuto il primo punto di vista… non desideravo nulla di più che essere lasciato solo ad analizzare i dati, costruire modelli teorici e fare scienza guidato dalla curiosità. Pensavo toccasse ad altri pubblicizzare le implicazioni delle ricerche. Prendere anche lontanamente posizione sulle politiche riguardanti il cambiamento climatico mi appariva come anatema.

Tutto ciò che ho sperimentato negli anni, mi ha convinto che quel punto di vista era sbagliato. Sono diventato involontariamente un personaggio pubblico quando il nostro lavoro finì sotto i riflettori dei media alla fine degli anni ’90. Posso continuare a convivere con gli assalti cinici contro la mia integrità e la mia persona portati avanti dalla macchina del negazionismo finanziato dalle multinazionali. Quello con cui non posso convivere è il rimanere in silenzio, mentre gli esseri umani, confusi e ingannati dalla propaganda dell’industria petrolifera, vengono condotti senza saperlo lungo un cammino tragico che condannerà le future generazioni. Come spiegheremo ai nostri nipoti che abbiamo visto approssimarsi la minaccia, ma non abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per assicurarci che l’umanità prendesse le giuste contromisure?»

(Michael E. Mann, The Hockey Stick and the climate wars, Columbia University Press 2012)

NB Questo articolo vuole anche essere un ringraziamento a Luca Mercalli, Claudio Cassardo, Daniele Cat Berro, Valentina Accordion della Società Meteorologica Italiana. Non solo per l’organizzazione di questa serata e della conferenza, ma per il loro lavoro di questi anni.