Coronavirus e limiti della crescita

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Claudio Della Volpe

(ringrazio tutti gli amici di Climalteranti, di Risorse Globali e della redazione di questo blog con cui ho discusso di questo post (non sempre in armonia); ringrazio in particolare Sylvie Coyaud (Oca Sapiens) per gli utili suggerimenti)

Parlare di coronavirus su questo blog sembra fuori tema, ma vedremo che non è così. Inoltre trattandosi di un argomento non strettamente chimico, qualche dettaglio potrebbe essere impreciso; me ne scuso con gli specialisti.

Il SARS-Cov-2 è un virus ad RNA responsabile della Covid-19, una EID (Emerging infectious disease) a volte definita anche come zoonosi (meno correttamente).

Il termine zoonosi si usa correttamente solo per malattie trasmesse da uomo ad animale e viceversa; qua stiamo parlando di malattie che invece sono presenti nelle specie umane ed animali e si pensa abbiano fatto il cosiddetto “salto di specie”. In sostanza hanno come serbatoio un animale ma possono essere trasmesse tramite fluidi corporei vari (sangue, muco, feci) anche all’uomo e in alcuni casi diventano capaci di trasmettersi direttamente da uomo a uomo.

Covid-19 è l’ultima di una lunga serie di malattie che abbiamo ricevuto in dono dagli animali negli ultimi 50 anni: AIDS dagli scimpanzé, SARS dallo zibetto (civet-cat), MERS dai cammelli, Ebola dai pipistrelli come Covid-19, probabilmente attraverso un ospite intermedio. Senza dimenticare altri nomi che non sono assurti a fama globale: Virus del Nilo Occidentale (zanzare come vettori ed uccelli come serbatoio), Nipah Virus, virus di Marburg ed altre.

3888–3892 | PNAS | February 25, 2020 | vol. 117 | no. 8 http://www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.2001655117

Non è che questo tipo di malattie (le zoonosi o le EIDs) fossero prima sconosciute; in realtà morbillo, vaiolo, influenza, difterite, peste bubbonica, tubercolosi sono considerate comunemente tutte malattie “zoonotiche” in origine e poi diventate umane. Ma esse hanno origini molto più lontane e sono in qualche modo parte della nostra storia millenaria di contatto ed invasione della natura, parte della nostra storia di cacciatori-raccoglitori e poi agricoltori.

E’ pur vero che oggi abbiamo i mezzi per rivelare casi che una volta sarebbero passati sottosilenzio, ma negli ultimi anni mi pare che il loro numero si sia incrementato ed è sempre più frequente trovarci di fronte a virus o microorganismi “nuovi” con cui non eravamo ancora entrati a contatto e che proprio per questo non trovano difese nel nostro patrimonio immunitario. In questi casi può svilupparsi una pandemia, ossia una potente epidemia che interessa tutta l’umanità prima o poi. Ogni evento locale di “spillover” (termine con cui i microbiologi indicano il passaggio di un patogeno da una specie ospite all’altra) catalizzato, è vero, dalla normale evoluzione dei virus ma anche dall’espansione senza soste della presenza nostra e dei nostri animali domestici, rischia di diventare globale.

(Lo spillover decisivo del SARS-Cov-2 si sarebbe verificato a fine novembre scorso.)

L’umanità primitiva che viveva in gruppi piccoli e sparsi, in un rapporto limitato al proprio habitat aveva scarse probabilità di incontrare microrganismi nuovi; era relativamente ben adattata al proprio territorio o agli habitat in cui si muoveva e gli scambi di agenti patogeni fra i vari gruppi erano probabilmente meno frequenti (anche se non si possono escudere spillover preistorici). L’umanità attuale che vive in un mondo che ha raggiunto quella che è stata definita “l’unificazione microbica” (e anche virale) è soggetta frequentemente a questi incontri man mano che sistematicamente continua a distruggere ed invadere i residui di foreste ed ecoambienti rimasti finora relativamente isolati e a cacciare nella maggior parte dei casi INUTILMENTE gli animali selvatici; man mano che la pressione agricola e di allevamento cresce, che gli ambienti naturali vengono aggrediti, gli ospiti naturali degli animali di quelle zone hanno la possibilità di scambiarsi con altre specie; dopo tutto la loro capacità di mutazione è enorme data la loro altissima velocità di riproduzione. Possono adattarsi, mutare e moltiplicarsi ovunque viviamo noi.

Quando si viene in contatto con nuove malattie che non fanno parte del nostro patrimonio immunitario l’effetto è devastante; dopo la cosiddetta “scoperta dell’America” (ossia lo sbarco di Colombo) lo scambio colombiano di cui abbiamo parlato altrove fornì all’Europa la sifilide (per maggiori informazioni si veda anche la teoria di Crosby), ma all’America tante di quelle malattie “da bambini” (come il morbillo) ma anche il vaiolo, da decimarne la popolazione con effetti terribili e perfino con una ricaduta climatica poderosa (ed opposta a quella attuale: riduzione di CO2 in atmosfera).

Un esempio di zoonosi locali indotte dalle variazioni dell’agricoltura di montagna è l’espansione delle malattie da zecca; queste sono vere e proprie zoonosi, nel senso non si trasmettono di solito da uomo a uomo. La zecca è un abitante della media montagna, di una media montagna tradizionalmente antropizzata, probabilmente in relativo equilibrio. Fin quando la media montagna è stata un ambiente regolarmente coltivato e le stagioni invernali sono state sufficientemente rigide le zecche erano in numero limitato e gli ospiti delle zecche erano al massimo pericolosi per gli animali domestici come i cani- Oggi, con la montagna abbandonata, qualunque ignaro turista si avventuri nella media montagna rimboschita, rinselvatichita e senza nemmeno la conoscenza del rischio zecca (si è persa la nozione di come si tolgono le zecche senza pericoli, come facevano i nostri vecchi) può rimanere vittima delle malattie trasmesse dalle zecche in buona parte delle nostre Alpi.

Frontiers in Microbiology | http://www.frontiersin.org 1 April 2018 | Volume 9 | Article 702

Le zoonosi e/o EID che si stanno sviluppando negli ultimi anni vengono tutte da zone cosiddette in “via di sviluppo”: Africa, Cina, Malaysia, India, zone dove la rapida espansione della popolazione e l’introduzione di metodi produttivi nuovi soprattutto in agricoltura distrugge equilibri ecologici millenari. (anche perché la sanità pubblica e l’educazione  all’igiene possono esservi più carenti)

Nelle zone di espansione gli animali selvatici e quelli addomesticati e, tramite loro, gli umani entrano in esteso contatto; gli animali più comuni o che si muovono più facilmente (specie se dotati di ali come gli uccelli, i pipistrelli che sono pure mammiferi, non dimentichiamolo, e dunque non tanto dissimili da noi) diventano il serbatoio per lo scambio di virus e microorganismi, casomai tramite ospiti per noi importanti come i maiali o le galline. Il risultato è reciprocamente svantaggioso: per loro è la distruzione dell’habitat e per noi l’acquisizione di nuovi ed indesiderati ospiti. Ci sono anche effetti ulteriori: dopo la SARS del 2002 gli zibetti sono stati decimati nella zona interessata, come se fosse colpa loro.

Dunque ecco che il coronavirus ci appare non come un caso, ma come un effetto necessario dell’invasione che operiamo costantemente degli ultimi ambienti ecologicamente indipendenti, delle reti naturali che strappiamo più o meno inconsapevolmente. Dei limiti insuperabili che tentiamo di superare con una crescita “infinita” (ed anche di una caccia diventata nella maggior parte dei casi gioco crudele).

Una nota finale è sui farmaci antivirali che sono in studio oltre al vaccino; mentre per il vaccino si parla di mesi (ma più ragionevolmente di anni) per il suo ottenimento ci sono alcuni farmaci che potrebbero rivelarsi utili secondo alcuni.

il fosfato di clorochina o la clorochina

imbrevettabile e ultra-collaudato contro la malaria. Da solo o combinato con il ritonavir avrebbe un effetto inibitorio sul Covid-19. I due farmaci, somministrati insieme potrebbero bloccare alcune proteine che non permettono al farmaco di penetrare nei tessuti. La clorochina ha ucciso il Sars-CoV-2 in vitro. Le ricerche più importanti sulla clorochina – iniziate con il coronavirus della SARS – sono quelle di Andrea Savarino all’ISS di Roma.

https://hivforum.info/forum/viewtopic.php?t=2786&start=120

Fare ricerca su questo tipo di farmaci imbrevettabili e collaudati potrebbe essere meglio che cercarne altri che costano troppo per i sistemi sanitari (quando esistono) dei paesi poveri (le trattative per abbassare i prezzi durano anni e intanto la gente muore, i volontari per primi)

Il ritonavir (ABT-538) è un farmaco antiretrovirale appartenente alla classe degli inibitori della proteasi, utilizzato nel trattamento della infezione del virus HIV.

Fra gli altri farmaci antivirali che sono in studio il remdesivir, GS-5734

che funziona ingannando la polimerasi virale dell’RNA; il farmaco ha trovato già resistenze, ma queste resistenze sono prodotte solo attraverso un indebolimento del meccanismo di replicazione del virus e dunque non sono stabili; in pratica il suo uso potrebbe essere comunque vantaggioso.

Anche se è da dire che è stato il meno efficace dei tre provati contro Ebola. I risultati erano positivi solo nei topi.

https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT03719586

Queste difficoltà fanno capire che la lotta alle zoonosi non può passare solo attraverso lo sviluppo di sempre più potenti antivirali, che inseguano le zoonosi e le loro resistenze, ma prima di tutto attraverso un diverso rapporto fra noi e la Natura che ci circonda.

Ovviamente non possiamo fare a meno dei vaccini, di medici esperti, di eroici volontari (anche i rapporti tra umani fanno parte della Natura).

Ma per non imitare la corsa, sempre in bilico, fra antibiotici e batteri, la Natura deve essere rispettata, non violentata. Dobbiamo smettere di distruggerla, fermare la crescita della popolazione, raggiungere un equilibrio con essa. Insieme con l’equilibrio climatico dobbiamo assolutamente raggiungere un equilibrio alimentare (e ovviamente degli altri nostri bisogni di specie.) con il resto della biosfera, un problema complessivo da cui dipende il nostro futuro.

Una umanità sana può essere e rimanere tale solo in un ambiente sano; è il concetto di “one health” ossia della necessità di preservare gli equilibri e la “salute” dell’ambiente per preservare la nostra salute come specie (il che non vuol dire eliminare le zoonosi, ma certo limitarle).

Non siamo indipendenti dalla Natura.

La gara costante a sopravanzare virus e batteri tramite la chimica di sintesi non può essere l’unica strategia del futuro. Gli antivirali e gli antibiotici vanno usati con saggezza, principalmente per avere il tempo di adattarci ad un diverso modo di convivere con la Natura.

Le quattro leggi ecologiche di Barry Commoner:

  • Ogni cosa è connessa con qualsiasi altra.“L’ambiente costituisce una macchina vivente, immensa ed estremamente complessa, che forma un sottile strato dinamico sulla superficie terrestre. Ogni specie vivente è collegata con molte altre. Questi legami stupiscono per la loro varietà e per le loro sottili interrelazioni.” Questa legge indica la interconnessione tra tutte le specie viventi, in natura non esistono rifiuti:es. ciò che l’uomo produce come rifiuto ossia l’anidride carbonica è utilizzata dalle piante come risorsa. L’uomo col suo inquinamento altera ogni giorno il ciclo naturale degli eventi. 

2) Ogni cosa deve finire da qualche parte. “In ogni sistema naturale, ciò che viene eliminato da un organismo, come rifiuto, viene utilizzato da un altro come cibo.” Niente scompare. Si ha semplicemente un trasferimento della sostanza da un luogo all’altro, una variazione di forma molecolare che agisce sui processi vitali dell’organismo del quale viene a fare parte per un certo tempo. 

3) La natura è l’unica a sapere il fatto suo. “Sono quasi sicuro che questo principio incontrerà notevole resistenza, poiché sembra contraddire la fede universale nella competenza assoluta del genere umano.” Questo indica esplicitamente l’uomo a non essere così pieno di sé e a usare la natura come se potesse renderla a suo indiscriminato servizio. Se la natura si ribella l’uomo crolla. 

4) Non si distribuiscono pasti gratuiti.“In ecologia, come in economia, non c’è guadagno che possa essere ottenuto senza un certo costo. In pratica, questa quarta legge non fa che sintetizzare le tre precedenti. Non si può evitare il pagamento di questo prezzo, lo si può solo rimandare nel tempo. Ogni cosa che l’uomo sottrae a questo sistema deve essere restituita. L’attuale crisi ambientale ci ammonisce che abbiamo rimandato troppo a lungo.”

Barry Commoner – Il cerchio da chiudere.

Da leggere: https://www.who.int/zoonoses/en/

https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2002106?query=TOC

As the late Nobel laureate Joshua Lederberg famously lamented about emerging infectious diseases, “It’s our wits versus their genes.” Right now, their genes are outwitting us by adapting to infectivity in humans and to sometimes silent spread, without — so far — revealing all their secrets.

per il merito dell’infezione si veda qui:

https://www.fnovi.it/node/48433

“Spillover”, il magnifico libro di David Quammen, è esaurito, il consiglio è di farselo prestare… e di restituirlo. In alternativa: Genesis.

Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic

https://www.adelphi.it/libro/9788845929298

 

(D. Quammen 2014. Spillover. Ed. Adelphi ) “la dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie… i virus, soprattutto quelli di un certo tipo, il cui genoma consiste in RNA (e non DNA) si adattano bene e velocemente alle nuove condizioni create dall’uomo”

SI veda anche: https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/dossier_foreste.pdf

In ecosistemi vitali, poco disturbati, è infatti più facile che un patogeno, come un virus o un batterio, non disturbi il proprio ospite. Ma qualunque squilibrio o alterazione può essere interpretato come un’ottima occasione per percorrere nuove strade, magari di successo, proprio come la diffusione dell’HIV.In definitiva malattie pericolose, come alcune zoonosi, possono diffondersi con maggior probabilità in ecosistemi minacciati e frammentati rispetto ad altri intatti e pieni di biodiversità (Ostfeld R. Et Al. 2008, Infectious disease ecology: the effects of ecosystems on disease and of disease on ecosystems, Princeton University Press).Questo significa che certi cambiamenti dell’equilibrio ecologico – proprio come la deforestazione o il degrado delle foreste – possono far uscire allo scoperto malattie, vecchie e nuove, creando dei veri disastri sanitari nelle comunità umane.Ecco quindi che ancora una volta il fattore deforestazione si trasforma in un micidiale ingrediente dei disastri che impattano sulla salute e sul benessere umano, come nel caso del virus HIV uscito dalla giungla africana per uccidere ad oggi 30 milioni di persone e contaminarne un numero assai più grande, oppure di Ebola che ha recentemente sconvolto il mondo per il suo micidiale outbreak. Le nuove malattie – le cosiddette malattie emergenti – come Ebola, AIDS, SARS, influenza aviaria e influenza suina e altre meno note – non sono catastrofi naturali e accadimenti del tutto casuali, sono la conseguenza del nostro intervento maldestro sugli ecosistemi.

https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_marzo_04/dai-pipistrelli-all-uomo-origini-coronavirus-e80e2708-5e0d-11ea-8e26-25d9a5210d01.shtml