Moda sostenibile.

Luigi Campanella, ex Presidente SCI

L’aggettivo sostenibile è usato ed abusato, talvolta anche a sproposito. Ogni campo dell’attività umana si compiace di essere definito sostenibile: dal turismo alla produzione, dalla pratica alla sicurezza, dall’economia alla medicina.

Oggi vi voglio proporre un settore a cui forse pochi pensano per abbinare ad esso l’aggettivo in questione ed al quale l’aggettivo sostenibile si adatta perfettamente: parlo della Moda sostenibile.

Si tratta in pratica di definire le linee guida sui requisiti eco-tossicologici per gli articoli di abbigliamento, pelletteria, calzature ed accessori Tali linee si devono intendere applicate al prodotto finito ed ai materiali componenti e rivolti a quanti contribuiscono alla sua ideazione, realizzazione, distribuzione commercializzazione. Il fine è l’introduzione ed evoluzione di pratiche virtuose e sostenibili attraverso una corretta gestione dell’utilizzo delle sostanze chimiche nella filiera produttiva per garantire sugli articoli prodotti standard di sicurezza a beneficio dei consumatori

I riferimenti non possono che essere i principali regolamenti e leggi internazionali,a partire in questo periodo dal REACH, ma non solo: si pensi al CPSIA americano, ed agli standard cinesi e giapponesi ed i principali standard tecnici internazionali

Nell’ambito di utilizzo delle sostanze chimiche potenzialmente pericolose bisogna distinguere fra quelle che risultano ristrette sull’articolo e quelle che invece compaiono nel processo produttivo. Peraltro l’utilizzo delle sostanze nelle filiere produttive,chimiche e manifatturiere,può essere molto diverso in relazione alla quantità,alle miscele che si producono,alla tossicità,ai cicli lavorativi, alle macchine utilizzate.

Le sostanze chimiche in una filiera tessile possono svolgere fino ad 80 funzioni (es. ammorbidente, antimacchia, antipiega, batteriostatico, candeggiante ,detergente ,fissatore , disperdente, enzima proteasi, impermeabilizzante, ritardante, lubrificante, schiumogeno, uv assorbente …).

I coloranti, nello specifico, sono divisi in classi ed ognuna è ricca di composti finalizzati per l’uso in base al tipo di tessuto da trattare.

I composti chimici di base utilizzati nella filiera tessile sono di natura diversa:acidi (acetico, formico, solforico, cloridrico, ossalico), basici (ammoniaca, sodio idrossido, calcio idrossido), estratti vegetali (castagno, mimosa…..), depilanti (sodio solfidrato, sodio solfuro), concianti minerali (solfato basico di cromo, sali di Al, Zr, Ti, Fe), concianti organici (glutaraldeide, oxazolidina, sali di fosfonio)

Gli approcci adottati sono 2.

Proattivo: considera i limiti di presenza di residui di sostanze negli articoli

Avanzato : considera richieste di settore avanzate come obiettivi da raggiungere

Per ogni tipo di composto sono fissati dei limiti di presenza nel tessuto o prodotto finale e nell’impianto produttivo e dei metodi ufficiali ed accreditati di analisi.

Nota del postmaster: si vedano anche articoli prtecedenti sul medesimo tema:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/02/15/chimicamente-alla-moda-2/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/10/la-chimica-e-sempre-piu-di-moda-negli-istituti-tecnici-2-parte/

 

La sostenibilità ambientale del cuoio

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Biagio Naviglio**

(l’autore è ricercatore presso la Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli e delle Materie Concianti Srl – Via Poggioreale 39 – Napoli e Presidente dell’ordine dei Chimici della Campania)

cuoio1Introduzione

Le componenti fondamentali della sostenibilità devono essere intese come :

– la capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione (sostenibilità economica);

– la capacità di generare condizioni di benessere umano, inteso come sicurezza sul territorio,salute e diritti civili equamente distribuiti (sostenibilità sociale) ;

– la capacità di mantenere lo stesso livello di qualità e riproducibilità delle risorse naturali (sostenibilità ambientale).

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Le tre componenti della sostenibilità secondo una delle definizioni più comunemente accettate

Anche nel settore conciario la questione della sostenibilità ha guadagnato , negli ultimi tempi, una notevole attenzione tra i clienti del settore, i consumatori e la comunità in generale. Ciò anche perché ricerche di mercato hanno evidenziato che la maggior parte dei consumatori sostiene di essere orientata , a pari prezzo, all’acquisto di prodotti con migliori performance in termini di sostenibilità e di essere disposti a spendere di più , qualora le informazioni a riguardo siano attendibili e verificabili. Conseguentemente l’industria conciaria sta mettendo in atto tutte le strategie in grado di garantire il pieno rispetto delle diverse componenti della sostenibilità come ad esempio :

– la conformità alla normativa ambientale (scarichi idrici , rifiuti solidi , emissioni in atmosfera,ecc.);

– la valutazione del Carbon Footprint in accordo alla metodologia LCA (Life Cycle Assessment);

– l’uso delle migliori tecnologie disponibili (BAT- Best Available Technology)) per la riduzione dell’impatto ambientale;

– la conformità alla legislazione che regola la salute e sicurezza sul lavoro; il rispetto dei diritti dei lavoratori e nessun tipo di lavoro minorile;

– l’impegno nel garantire il benessere degli animali e la tracciabilità delle pelli grezze;

– la trasparenza e il “Made in” con l’impegno di comunicare l’origine della produzione del cuoio;

– la sicurezza degli articoli in cuoio e la tutela del consumatore con l’impegno del pieno rispetto della legislazione concernente le sostanze chimiche soggette a restrizioni in ambito REACH.

Struttura dell’industria conciaria italiana

L’industria conciaria italiana è tradizionalmente ed indiscutibilmente considerata leader sia a livello europeo (66% della quota sulla produzione europea) che mondiale (17 % della quota sulla produzione mondiale) ; le concerie italiane si trovano in una posizione di assoluta avanguardia anche per quanto riguarda la ricerca , le tecnologie e le strategie di mercato .

Il settore conciario italiano è tradizionalmente organizzato in quattro distretti industriali, ognuno con la propria specializzazione produttiva : Arzignano, Zermeghedo e Montebello in Veneto; S. Croce sull’Arno e Ponte a Egola in Toscana , Solofra in Campania e Turbigo e Castano Primo in Lombardia.

La principale specializzazione produttiva del polo conciario veneto riguarda la lavorazione delle pelli bovine grandi che vengono destinate ai clienti dell’imbottito (arredamento ed interni auto) , alla calzatura ed alla pelletteria.

Il distretto toscano si caratterizza per l’elevato grado di artigianalità e flessibilità delle produzioni, primariamente destinate all’alta moda; le lavorazioni riguardano soprattutto le pelli di vitello e le bovine medio-grandi, alcune delle quali utilizzate per la produzione di cuoio da suola.

In Campania , invece, esiste un polo conciario specializzato nella concia di pelli ovine e caprine per abbigliamento, calzatura e pelletteria.

Infine una significativa presenza conciaria permane in Lombardia , nell’area magentina, la cui specializzazione industriale riguarda la produzione di pelli ovicaprine destinate per l’alta moda.

Il processo produttivo conciario

Il lavoro di trasformazione delle pelli grezze in cuoio finito vanta tradizioni millenarie. La pelle è infatti da sempre uno dei materiali più diffusamente utilizzati dall’uomo per la fabbricazione di calzature, capi di abbigliamento e oggetti d’uso quotidiano di vario genere; nessun altro materiale è comparabile al cuoio per un così ampio range di applicazioni. Le inimitabili proprietà fondamentali del cuoio derivano dal fatto che esso è un biomateriale microporoso ed igroscopico con una elevata superficie interna della fibra collagenica. Queste caratteristiche permettono un adeguato controllo del flusso di calore, di umidità e di aria attraverso il cuoio e ne determinano le sue proprietà di comfort.

Il processo produttivo conciario è costituito da una serie di trattamenti chimici e meccanici che consentono la trasformazione della pelle grezza in cuoio finito; tali operazioni chimiche e meccaniche sono atte ad eliminare l’epidermide ed il tessuto sottocutaneo dal restante derma che viene convertito in cuoio. Quando la pelle è trasformata in cuoio, la sua struttura naturale è conservata ; tale struttura consiste in fasci di fibre di proteine, le proteine del collagene, che si intrecciano tra loro in maniera naturalmente tridimensionale in tutto lo spessore della pelle (figura 1)

cuoio2

Figura 1: Struttura fibrosa della pelle

Il processo produttivo a ciclo completo prevede delle fasi ad umido e delle fasi a secco. Le fasi ad umido comprendono i cosiddetti lavori di riviera (rinverdimento, calcinaio, decalcinazione-macerazione), quelli di concia propriamente detti e le operazioni di riconcia, tintura e ingrasso. Le fasi a secco riguardano alcune operazioni meccaniche e il processo di rifinizione.

In figura 2 si riporta il diagramma a blocchi di un processo produttivo conciario a ciclo completo; a partire dalla fase di ricevimento della pelle grezza in conceria fino al cuoio finito. Nel diagramma si riportano non solo le fasi relative alla concia al cromo ma anche quella previste per la produzione del cuoio suola.

cuoio3

Figura 2 : Schema del processo conciario

I problemi ambientali dell’industria conciaria derivano dal fatto che

  1. a) nel processo produttivo la maggior parte dei prodotti chimici utilizzati resta nei reflui allo stato originario o trasformati in derivati in quanto le quantità fissate sono quasi sempre inferiori a quelle fornite. Nel caso ad esempio della concia al cromo convenzionale, il rendimento di fissazione non supera quasi mai il 60/%. Ciò comporta da un lato elevati consumi e sprechi delle materie prime, dall’altro la presenza di elevate quantità di prodotti chimici negli scarichi con conseguente necessità di trattamenti depurativi.

Le acque reflue di concerie sono quindi caratterizzate oltre che dalla presenza del cromo trivalente , nel caso della concia con solfato basico di cromo, da elevate concentrazioni di sostanze organiche (COD – Chemical Oxigen Demand), di composti azotati , di sali (in particolare cloruri e solfati) , di solfuri , di tensioattivi e così via.

b)La trasformazione della pelle grezza in cuoio dà luogo ad una produzione di rifiuto pari ad oltre il 50% in peso della materia prima lavorata , oltre ai fanghi derivanti dalla depurazione degli scarichi idrici.

Per questi motivi l’industria conciaria è spesso considerata una attività altamente inquinante e pertanto nell’immaginario collettivo richiama cattivi odori , acque inquinate e un suolo contaminato

Come spesso avviene, quando si tratta di problemi ambientali, esiste un divario tra la percezione e la realtà del rischio.

La sostenibilità della materia prima (pelli grezze) e della sua trasformazione

L’industria conciaria si occupa sostanzialmente della trasformazione di un rifiuto dell’industria della carne e/o del latte in un prodotto industriale adatto ad essere valorizzato nella produzione di articoli in pelle e/o cuoio. Pertanto il cuoio può essere considerato come una soluzione ambientalmente sostenibile ad un reale problema di smaltimento di elevate quantità di spoglie animali che si originano dall’industria della carne.

Infatti la disponibilità di pelli grezze sul mercato dipende dalla quantità di macellazioni a scopo alimentare e non è in alcun modo influenzata dal fabbisogno dell’industria manifatturiera della pelle ; in sostanza il numero di animali allevati e macellati a fine vita è funzionale ai fabbisogni di altre industrie (carne , latte, lana, ecc.).

Per quanto concerne l’impatto ambientale (effluenti e rifiuti) del processo produttivo conciario è da tener presente che

Come accennato precedentemente l’industria conciaria italiana è prevalentemente strutturata in poli conciari; questo tipo di accentramento permette di affrontare in maniera razionale e mirata alcune delle problematiche ambientali legate alla lavorazione della pelle.

Ad esempio per far fronte alla domanda di disinquinamento delle acque è stata favorita, a partire dagli anni ’70, la costruzione di impianti di depurazione centralizzati di tipo consortile specializzati nel trattamento di acque a prevalente origine conciaria (questi impianti trattano, in genere, anche percentuali minori di effluenti urbani).

In quegli anni, mentre la politica ambientale tendeva ad esasperare i trattamenti depurativi a piè di fabbrica, la realizzazione di strutture centralizzate di depurazione, quali impianti di servizio di aree industriali per scarichi di difficile trattabilità, era stata fortemente voluta , sin dall’inizio, dagli operatori del settore per i molti vantaggi che tale soluzione comportava:

  • maggiore continuità ed affidabilità di esercizio ;
  • possibilità di impiegare tecnologie di tipo avanzato, insostenibili in proprio dai singoli insediamenti;
  • sensibile riduzione dei costi unitari di trattamento;
  • migliore trattabilità dello scarico complessivo ;
  • maggiori garanzie di controllo e minore impatto ambientale globale.

In sostanza, per il settore conciario, è stato anticipato il modello depurativo indicato successivamente nella normativa europea.

Attualmente in Italia gli impianti consortili trattano circa l’85% delle acque reflue conciarie mentre il restante viene trattato in impianti di singole concerie.

Se il trattamento depurativo è effettuato correttamente e l’impianto consortile è adeguatamente condotto, tutti i parametri delle acque (Cromo , COD , ecc.) in uscita rispettano i valori limiti previsti dalla legislazione vigente, con l’eccezione talvolta dei parametri cloruri e solfati. In genere, tuttavia, i valori di questi parametri non sono tali da produrre danni ai corpi idrici recettori e lo sversamento delle acque depurate è consentito da apposite autorizzazioni e/o deroghe regionali.

Per quanto concerne i rifiuti come ad esempio il carniccio , la rasatura e i ritagli di pelle (residui solidi specifici della lavorazione conciaria) essi vengono adeguatamente gestiti e valorizzati per la produzione di fertilizzanti , ammendanti , ecc., in particolare nei distretti industriali della Toscana e del Veneto.

Inoltre nel distretto conciario toscano viene effettuato , mediante un impianto centralizzato, il recupero del cromo trivalente; infatti opportuni trattamenti dei liquidi di concia al cromo esausti consentono il riciclo di tale conciante nel processo produttivo.

La problematica ambientale della concia al cromo

La ragione principale per la crescita della richiesta di conce alternative è la scarsa immagine del cromo e conseguentemente delle pelli conciate con tale metallo. Secondo quanto frequentemente contestato, una delle maggiori cause dell’inquinamento conciario è l’impiego per la concia di prodotti a base di cromo. In pratica la presenza di cromo nelle acque reflue e quindi nei fanghi di depurazione oltre che in alcuni residui solidi è uno dei punti più frequentemente citati da chi addita l’industria conciaria quale fonte di grave inquinamento. Ciò è dovuto anche al fatto che, talvolta, quando si dice che l’industria conciaria usa il cromo si tende a pensare che si tratti di cromo esavalente, che è notoriamente tossico e cancerogeno.

Tuttavia anche il cromo trivalente,utilizzato nel processo conciario sottoforma di solfato basico di cromo, è un metallo pesante e come tale soggetto a limitazioni nelle acque reflue e nei residui, anche se, per quanto è noto, non presenta particolari problemi né sul piano sanitario né su quello ambientale (è facilmente abbattibile come idrossido già a pH 4,5 circa e l’idrossido è quasi inerte in condizioni normali).

Ad ogni modo nonostante ciò è evidente che il termine “chrome free” implica necessariamente che vi è un problema che sta alla base circa l’impiego del cromo trivalente nella produzione del cuoio. Questo concetto ha la sua origine nell’asserito impatto ambientale del cromo(III) nelle “emissioni conciarie” (scarichi idrici, residui solidi, ecc.) e nella sua potenziale mobilità e trasformazione nei residui solidi conciati e nei fanghi. Anche la potenziale ossidazione nelle pelli finite del cromo trivalente a cromo esavalente sta negli ultimi tempi generando delle preoccupazioni nei riguardi del cuoio al cromo. Inoltre un altro inconveniente che deriva dalla concia al cromo è rappresentato dallo smaltimento degli scarti di lavorazione, quali la rasatura, la smerigliatura e la rifilatura. Infatti il loro eventuale incenerimento può provocare l’ossidazione del cromo III a cromo VI mentre lo smaltimento di tali residui in discarica oppure il loro riutilizzo è legato anche al concetto di riciclabilità e biodegradabilità. Al riguardo è noto che nel sentimento comune un cuoio con concia organica ed esente da metalli pesanti è più facilmente degradabile rispetto a quello contenente cromo ed anche più anallergico. Questa ultima caratteristica rende l’uso di tale tipo di cuoio più favorevole nei confronti dei soggetti predisposti alle allergie e alle irritazioni cutanee.

Valutazione del ciclo di vita

Una valutazione oggettiva dei vantaggi produttivi ed ambientali derivanti dall’impiego di conce alternative a quella al cromo, non è facile né semplice. Sul piano produttivo si potrebbe dire che gli svantaggi sono superiori ai vantaggi. Le limitazioni nella destinazione di questi cuoi rispetto a quelli al cromo, i processi produttivi relativamente più complessi e lunghi, la necessità di impiegare un maggior numero di prodotti chimici per compensare alcuni inconvenienti, rendono complessivamente questi sistemi meno flessibili e più costosi.

Sul piano ambientale, la quantità globale dell’inquinamento prodotto con questi sistemi di concia chrome-free e/o metal-free è probabilmente maggiore per la necessità di utilizzare prodotti più difficilmente eliminabili dalle acque. Al riguardo, alcuni anni fa, uno studio di autori tedeschi (B. Trommer, H.J. Kellert, Comparison of tanning methods from an ecological viewpoint – Leather, dic. 1999 parte I e gen. 2000 parte II), in cui vengono raffrontati quattro tipi di concia (concia convenzionale al cromo, concia wet-white con glutaraldeide e tannini sintetici, concia combinata glutaraldeide e cromo e concia vegetale con mimosa) mediante applicazione della metodologia LCA (Life Cycle Assesment) al solo processo conciario, mette in evidenza che la concia al cromo è da preferire sotto tutti gli apetti considerati.

Infatti lo studio mostra che le fasi che maggiormente contribuiscono all’inquinamento/tossicità delle acque sono quelle successive alla concia (riconcia, ingrasso, tintura, ecc.) ed è risultato notevolmente maggiore per le conce alternative esaminate. In pratica, il solo svantaggio rilevato per la concia convenzionale al cromo è stato, come era ovvio, la presenza di cromo nei fanghi di depurazione con le conseguenti difficoltà per lo smaltimento.

La concia peggiore, da questa valutazione generale, è risultata la concia con tannino vegetale (mimosa) che ha il solo vantaggio dell’assenza di metalli concianti e/o pesanti nel prodotto e nei fanghi. Ad ogni modo i risultati di questo studio sono comunque parziali in quanto non sono stati presi in considerazione gli altri criteri ambientali previsti dalla metodologia LCA. Infatti questo metodo si basa su un approccio sistematico definito “from cradle to grave”, cioè “dalla culla alla tomba”: il prodotto, processo o servizio, è analizzato in ogni fase della sua vita, dall’estrazione e trasformazione delle materie prime, attraverso la produzione, il trasporto e l’utilizzo, fino al riciclo o allo smaltimento. Attraverso uno studio LCA è quindi possibile individuare le fasi in cui si concentrano maggiormente le criticità ambientali e le informazioni necessarie per realizzare gli interventi di miglioramento.

Al riguardo una recente ricerca riguardante la valutazione del Carbon Footprint (CF) di pelli ovine per abbigliamento ha evidenziato che la maggior parte dell’impatto climatico (Carbon Footprint) deriva dalla fase di agricoltura-allevamento, e cioè a monte del processo di lavorazione conciario.

Per quanto concerne , invece, la fase “core” cioè il cuore del processo di lavorazione effettuato in azienda i dati riscontrati mostrano che il contributo maggiore dell’impatto ambientale , in termini di CF, è dovuto ai prodotti chimici impiegati nelle diverse fasi di lavorazione.

Conclusioni

La sostenibilità del cuoio , in particolar modo quello derivante dalla produzione italiana, è sostanzialmente basata su processi produttivi che risultano essere conformi alle norme ambientali di riferimento; la conceria italiana , la cui produzione si concentra , per la quasi totalità, all’interno di poli industriali territoriali da molti anni considera la tutela dell’ambiente come parte integrante della propria crescita produttiva. L’adozione di tecnologie pulite , il maggior uso di prodotti chimici più ecocompatibili, l’impiego di macchinari con un più elevato rendimento energetico , hanno consentito di raggiungere adeguati livelli di efficienza ambientale dei cicli produttivi.

Per quanto concerne la sicurezza del prodotto , in termini di presenza di sostanze particolarmente pericolose- SVHC , la pelle finita (cuoio) italiana è generalmente conforme ai requisiti previsti dalle normative internazionali ed in particolare a quelli regolamentati dal REACH.

Bibliografia

  1. Unione Nazionale Industria Conciaria : Rapporto di Sostenibilità 2014
  2. Naviglio G., La Gestione Ambientale nell’Industria Conciaria, Tesi di laurea – Ingegneria Gestionale 2003-2004
  3. Naviglio B. , Calvanese G. , Aveta R. , Caracciolo D., Girardi V. , Scotti M. , Tortora G., Romagnuolo M. , I sistemi di concia alternativi al cromo : dal chrome-free al metal-free , CPMC ,86, 5, 275-289 , 2010
  4. Wolf G., Meier S., Lin A., Leather and Sustainibility : from contradiction to value creation, World Leather, 14-16, December 2013/January 2014
  5. Germann H.P., Sustainible leather manufacture – Realistic objective or wishful thinking ? , Leather , 28-30, April 2010
  6. Naviglio B., Fabbricino M., Cozzolino A. , La valutazione del Carbon Footprint del cuoio : il caso della lavorazione delle pelli ovine nel Distretto di Solofra , CPMC , 90,6,245-261, 2014

**Biagio Naviglio è laureato in Chimica Industriale, Ricercatore Senior della Stazione Sperimentale Pelli dal 1981 con attività nella chimica e tecnologia della concia per la riduzione dell’impatto ambientale. Socio della SCI divisione di Chimica Industriale
Presidente dell’ordine dei chimici della Campania da febbraio 2016 ad oggi

 

In ricordo di Francesco Dondi

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Luisa Pasti, Maria Chiara Pietrogrande, Catia Contado, Maurizio Remelli, Alberto Cavazzini *

dondiFrancesco Dondi è venuto meno il 30 Ottobre 2015, all’età di 72 anni. Francesco ha dedicato la sua lunga carriera scientifica alla ricerca nel campo delle scienze delle separazioni. In particolare, Francesco si è dedicato allo sviluppo di modelli matematico-statistici per la descrizione e l’interpretazione dei processi chimico-fisici, sia nei loro aspetti cinetici che termodinamici, che sono alla base dei fenomeni separativi. Tra questi, possiamo menzionare: lo sviluppo della teoria stocastica per descrivere a livello microscopico-molecolare il processo di separazione; lo studio delle isoterme di adsorbimento; l’interpretazione di sistemi complessi multicomponente tipici dell’analisi cromatografica di miscele reali.

In questi ambiti Francesco ha assunto un ruolo di primo piano nella comunità scientifica nazionale ed internazionale coordinando progetti di ricerca nel campo delle Scienze delle Separazioni, della Chimica dell’Ambiente e della Teoria della Cromatografia; organizzando come chairman numerosi convegni nazionali ed internazionali; come membro di numerose società scientifiche e dell’editorial board di importanti riviste specializzate del settore.

Francesco Dondi ha sempre interpretato il suo ruolo di scienziato con serietà e spirito di servizio verso il mondo accademico e la società. Ha svolto con costanza e assiduità gli incarichi a lui affidati dall’Ateneo di Ferrara, tra cui ricordiamo l’incarico di Pro-Rettore per la ricerca scientifica; il ruolo di Presidente del Corso di Laurea in Chimica e Direttore del Dipartimento di Chimica; la direzione del Master in Scienza Tecnologia e Management dell’Università di Ferrara; la partecipazione come membro dei  Consigli di Amministrazione e degli organismi di assistenza agli studenti (Opera Universitaria, Azienda per il Diritto allo studio).

Negli ultimi dieci anni della sua attività accademica, il suo senso di responsabilità e di servizio lo hanno spinto a sviluppare tematiche di etica e sostenibilità per stimolare e spronare gli scienziati ad assumere un ruolo attivo nella salvaguardia del pianeta.

In questa fase, Francesco si è confrontato con colleghi in ambito nazionale ed internazionale organizzando congressi e conferenze per disseminare questi concetti nell’intera comunità. Tra le sue iniziative vogliamo solo ricordare l’organizzazione, nel 2007, del primo Forum Internazionale “Ethics and Science for the Environment” in collaborazione tra le Università di Ferrara, in particolare con l’allora Rettore prof. Patrizio Bianchi, e quella di Bayreuth soprattutto nella figura del professor Harmut Frank che ha visto la partecipazione di studiosi di numerose aree quali l’economia la filosofia, la teologia, oltre a scienziati illustri tra cui il premio Nobel 1991 per la Chimica Richard R. Ernst.

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Una delle caratteristiche di Francesco cui siamo più affezionati è la sua visione aperta e multidisciplinare degli argomenti che andava trattando e la sua capacità di comunicarli alle generazioni più giovani e ai suoi studenti per fornire alle future classi dirigenti l’educazione e gli strumenti necessari ad affrontare una società (sempre più) complessa. Questa attività, più di altre, ha fatto comprendere alle persone a lui meno vicine che Francesco era persona di grande cultura con molteplici interessi che spaziavano dalla musica alla pittura, dalla letteratura alla filosofia, ed era uomo di grande Fede che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca del significato più profondo del valore delle cose. Il suo intervento nell’ambito della sostenibilità e dell’etica non si è limitato allo sviluppo di concetti, seppure molto innovativi ed importanti, ma anche alla disseminazione concreta collaborando attivamente con le Istituzioni riguardo a temi molto discussi quali l’inquinamento dell’aria dovuto ad impianti industriali.

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http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2013_4/pdf4_2013/dondi_moser_es4_2013.pdf

Francesco ha avuto il coraggio di affrontare tematiche controverse e discusse nella moderna società conservando al tempo stesso il rigore e l’onestà propri dello scienziato e per questo, come sanno quelli che hanno avuto la fortuna di collaborare con lui, si è dimostrato poco incline a compromessi al punto da risultare talvolta eccessivamente rigido e decisionista. Chi lo conosce bene però sa anche come, dietro ogni sua decisione, ci fosse un lungo percorso di riflessione che non lasciava nulla al caso con la consapevolezza che prendere decisioni fà parte delle responsabilità di chi deve dirigere, anche quando queste possono essere dolorose a livello personale.

Francesco è stato amato da suoi studenti di diverse generazioni proprio per la sua generosità, la disponibilità e per il suo entusiasmo nell’insegnamento e nella ricerca.

Ai propri allievi Francesco ha insegnato la passione per il lavoro del ricercatore, il rigore metodologico, l’onestà intellettuale e il rispetto per la scienza che non deve mai trascurare il valore dell’essere umano e della società.

*alcuni degli allievi di Francesco Dondi

Nota del postmaster:

http://www.tessischool.eu/wp-content/uploads/Acqua-risorsa_sostenibile.pdf

ecoscienza Numero 4 • Anno 2013
L’UniVeRsiTà e La RiceRca
neLLa socieTà DeL Rischio

La Befana del chimico

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna giudicarli in essi come le loro azioni più serie,  Michel de Montaigne, Saggi, Cap. XXIII

Con l’approssimarsi dell’Epifania, i bambini si accingono non solo a collocare nel presepe le statuine dei Magi, segno della festa cristiana, ma anche, con trepidazione, ad aspettare l’arrivo della Befana carica di doni. Come dar loro torto? I giocattoli sono stati i compagni migliori della nostra infanzia e, forse, in qualche ripostiglio della nostra casa ne conserviamo qualcuno come ricordo. Non dobbiamo vergognarci perché quello che siamo è un po’ anche merito loro. Quando si osserva un bambino intento a giocare, non occorre possedere una mente acuta come il grande Michel de Montaigne per capire quanto sia importante per lui l’attività che sta svolgendo. Psicologi, pedagogisti ed etologi attribuiscono al gioco una funzione fondamentale nell’educazione dei bambini. Non c’è dubbio che oggigiorno i bambini, i loro genitori e pure la befana abbiano a disposizione una scelta così ampia di giocattoli che può perfino disorientarli. Ci sono, com’è noto, anche i giochi istruttivi. Alcuni resistono al tempo e tra questi il “piccolo chimico” o, nella versione odierna “il laboratorio di chimica”. Non so quanti di voi abbiano osservato le prime reazioni giocando con il piccolo chimico e se ciò abbia o meno influito nella scelta della professione. Di sicuro chi ha ideato questo tipo di gioco ha visto giusto. Ma chi è stato? La storia completa la trovate in un interessante articolo firmato da Rosie Cook e pubblicato nella primavera 2010 da Chemical Heritage Magazine (vol. 28, n. 1).

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Il primo “Chemcraft set”, con l’attrezzatura per compiere alcuni esperimenti chimici, apparve sul mercato statunitense nel 1915 e subito conquistò una vasta popolarità. Veniva prodotto dalla Porter Chemical Company una piccola società di Hagerstown (Maryland, U.S.A.) creata dai fratelli John J. e Harold Mitchell Porter, con lo scopo generico di “produrre e vendere preparazioni chimiche oltre a materiali e articoli”. Venne loro in mente di realizzare un piccolo corredo, completo di manuale, da destinare ai ragazzi per stimolarne l’intelligenza attraverso la chimica . Non era difficile produrlo e presto lo misero in commercio. Il set del chimico in erba si diffuse inizialmente in alcune grandi città dell’Atlantico Centrale (Filadelfia, Baltimora, Washington D.C.). La produzione della Porter subì, com’è logico, una forte espansione. Negli anni ’50 del secolo scorso offriva da 10 a 15 diverse versioni del gioco contenenti da 10 a 100 pezzi, prezzo minimo 1 $. Intanto, a partire dagli anni ’20, sul mercato apparvero i concorrenti (Alfred Carlton Gilbert, Chemical Magic Set).

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Per un paio di decenni l’interesse per i “giochi” chimici parve svanire, complice anche la diffidenza verso la chimica che l’inquinamento atmosferico e l’uso indiscriminato dei pesticidi avevano favorito. Anche il famoso libro di Rachel Carson “Silent Spring” (1962) fece la sua parte. Il Toy Safety Act firmato da Nixon nel 1969 e la Consumer Safety Commission, create nel 1972, complicarono ulteriormente le cose perché i produttori del gioco dovettero renderlo più sicuro ed attenersi alle norme, piuttosto restrittive, emanate al riguardo. Alcuni anni dopo, nel 1976, la legge nota come Toxic Substances Control Act introdusse altre severe limitazioni per quanto riguarda le sostanze presenti nel set. Era necessario anche perché non mancarono gravi incidenti.

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Negli anni ’80 ci fu la ripresa, in coincidenza con il rinnovato interesse per la cultura scientifica. Comparvero nuovi giochi, adeguati alle norme, di dimensioni più ridotte un po’ e con meno prodotti chimici. Oggigiorno, il computer e il Web consentono anche ai ragazzi di simulare esperimenti di tipo chimico in tutta sicurezza ma forse l’apprendimento e il divertimento non sono pari a quelli del passato. Finora ho parlato del mercato U.S.A., così qualcuno si chiederà: e in Italia?

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Negli anni ’60-’70 la Pan Ludo/Kosmos (Busto Arsizio) produceva il set del piccolo chimico. In rete si trovano immagini molto belle di esemplari reperiti anche nei mercatini. Vi rimando alle descrizioni ivi allegate (http://www.claudiocostantini.it/ricordi/index.asp?index=Giochi2).

Al termine di questo racconto, ecco un cenno all’attualità.

La prima novità è “The alchemist matter kit –DIY Science experiments for kids”, adatto a bambini e ragazzi da 5 a 12 anni, che devono operare sotto la supervisione di un adulto (https://www.kickstarter.com/projects/alchemistmatter/the-alchemist-matter-kit ).

L’ha inventato l’ingegnere belga Laurence Humier e viene presentato così: “Inside the kit, you will find samples of raw materials and a manual. Following the instructions, you will experiment with components that look similar to the naked eye but react differently—the same way that alchemists, the ancestors of chemists, did! 

Il gioco è ispirato alla popolare serie televisiva americana “Breaking Bad ma i genitori possono stare tranquilli: i materiali che il fai da te (Do It Yourself) permette di sintetizzare sono innocui.

Infine, non può mancare la citazione di un giocattolo che dovrebbe educare alla sostenibilità.

Si tratta dell’automobile ad acqua, anzi ad acqua salata (http://www.biosolex.com/auto-ad-acqua.html). Nella presentazione si dice che dopo l’attivazione del modulo cella a combustibile con una miscela di acqua salata e tre fogli (inclusi) di lamiera di magnesio, la macchina può funzionare per circa 5-7 ore di continuo.

Per saperne di più sulla cella MAFC (Magnesium Air Fuel Cell),  potete leggere qui

http://phys.org/news191259549.html

http://www.jameco.com/jameco/content/saltwater.html

oppure, meglio ancora: “Electrochemical Technologies for Energy Storage and Conversion”, a cura di Jiujun Zhang,Lei Zhang,Hansan Liu, Andy Sun,Ru-Shi Liu,  Wiley, 2012,  p. 252 e segg. (https://books.google.it/books?isbn=352764007X)

Buona Epifania e buon divertimento ai vostri bambini (…e anche a voi).

Un nostro collega chimico riciclatore

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Nel gran discorrere che si fa sempre di rifiuti si insiste continuamente
sulla necessità della raccolta differenziata, un termine riferito alle azioni dirette a separare, dai rifiuti misti, quelle componenti suscettibili di essere sottoposte a riciclo, cioè alla trasformazione di nuovo in merci utilizzabili, una operazione del resto indicata come obbligatoria dalla legge europea e italiana sul trattamento dei rifiuti.

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La massa dei rifiuti urbani in Italia si aggira, come è ben noto, fra i 30 e i 40 miliardi di chilogrammi all’anno, il che significa che ogni persona, in media, produce ogni anno una massa di rifiuti solidi corrispondente a oltre sei volte il proprio peso. Tali rifiuti sono miscele molto variabili di merci usate: dagli imballaggi di plastica, vetro, alluminio, ferro, ai residui di alimenti, ai giornali e alla carta e cartoni usati, a indumenti usati, e innumerevoli altre cose, come è facile osservare guardando il flusso quotidiano di sacchetti che arrivano ai cassonetti.
Almeno la metà di questi oggetti potrebbe essere trattata per recuperare la materia che essi contengono, col che si avrebbero molti vantaggi: si dovrebbe estrarre e usare meno petrolio, metalli, prodotti agricoli e forestali, tutti beni naturali scarsi, si diminuirebbe l’inquinamento delle acque e del suolo e dell’aria, si darebbe lavoro a migliaia di persone. Il recupero dei materiali dai rifiuti, anche questo è ben noto ai lettori, presuppone la raccolta separata delle varie frazioni di materiali presenti nei rifiuti — carta tutta insieme, vetro tutto insieme, plastica tutta insieme, eccetera — e l’avvio dei materiali omogenei ad apposite industrie che trasformano le varie frazioni in nuovi materiali.

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Il successo dei processi di riciclo dipende innanzitutto dalla conoscenza della natura e composizione dei materiali di partenza. Mentre esiste una (abbastanza accurata) merceologia della carta, della plastica, dei metalli, si sa molto poco della composizione delle innumerevoli sostanze presenti nelle merci usate. Per esempio: la carta dei giornali è costituita in gran parte da cellulosa, ma contiene anche molte altre sostanze, collanti, additivi e, soprattutto inchiostro al quale è affidata l’informazione che il giornale distribuisce. Se esistesse una macchina magica, un diavoletto di Maxwell, capace di separare la cellulosa dagli additivi e dagli inchiostri, sarebbe facile recuperare cellulosa adatta per nuovi fogli di carta; senza tale macchina, per il recupero della cellulosa riutilizzabile bisognerebbe
avere informazioni chimiche precise sui diversissimi additivi e inchiostri presenti nei molti milioni di tonnellate di carta da giornali che vengono usati ogni anno in Italia.

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Attualmente dal riciclo di un chilo di carta da giornali si recupera molto meno di un chilo di cellulosa adatta per nuova carta, e si formano alcune centinaia di grammi di fanghi in cui sono concentrate le sostanze estranee alla cellulosa. Il riciclo diventa più difficile se fra la carta straccia finiscono imballaggi contenenti sostanze cerose o plastiche.

Prendiamo il vetro: le innumerevoli bottiglie di vetro in circolazione
contengono gli ingredienti di base del vetro, dei silicati di calcio e di
sodio, ma anche sostanze coloranti; da un chilo di rottami di vetro bianco si ottiene, per fusione e riciclo, quasi un chilo di vetro bianco, ma dai rottami di vetro misto colorati non solo non si recupera più vetro bianco, ma si ottengono vetri colorati di minore valore merceologico. Bisogna inoltre stare attenti che fra i rottami di vetro da riciclare non finiscano dei rottami di vetro delle lampade fluorescenti o dei video dei televisori che contengono sostanze tossiche.

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E ancora: se si avessero dei rifiuti di plastica costituiti da una sola materia — polietilene, pvc (cloruro di polivinile), PET (poletilen-tereftalato), eccetera — sarebbe possibile rifonderli e ottenere nuovi oggetti della stessa materia, ma quando siamo in presenza di miscele di varie materie plastiche è possibile al più ottenere oggetti di plastica di limitato valore, come piastrelle da pavimenti o paletti.
Al fine della caratterizzazione degli oggetti adatti per essere riciclati e
dello sviluppo di tecniche e processi per separare e ritrattare con successo le varie frazioni di materie presenti nei rifiuti è centrale il ruolo della chimica e della merceologia, a cominciare dalla analisi degli oggetti in commercio e di quelli che finiscono nei rifiuti.
Esiste un gran numero di nostri colleghi chimici impegnati in queste operazioni spesso raffinate, dalla chimica analitica dei rifiuti da riciclare e delle merci riciclate, all’invenzione di accorgimenti, spesso molto ingegnosi, per rendere più efficiente il riciclo e sarebbe bello ascoltare la loro voce che spesso non arriva nelle aule universitarie, benché ciascuno di noi sia debitore al loro lavoro se ci sono meno discariche e inceneritori. Almeno un grazie.
E almeno un grazie anche ad altri colleghi chimici, che, senza camici bianchi o tute, lavorano indefessi al riciclo di una parte dei rifiuti organici arrecando addirittura beneficio alla vita dei campi e degli animali.

Geotrupes stercorarius

Geotrupes stercorarius

Mi riferisco al paziente scarabeo, il coleottero Geotrupes stercorarius L., molto, più umile, ma anche molto più utile, dei suoi parenti che erano tanto apprezzati e riprodotti in forma di amuleti da Egizi, Fenici e anche Greci.
Non so se lo avete mai visto al lavoro: non è bello e sembra sempre alle prese con qualcosa da fare; non appena trova dei rifiuti organici, soprattutto feci di animali, se ne impossessa e comincia a farli rotolare fino a quando non hanno raggiunto la forma di palline da ping-pong, e intanto si nutre di una parte delle molecole che essi contengono e alla fine trasporta queste palline, ormai ridotte a cellulosa e lignina, nella sua tana per poter finire di mangiarle con calma. Con queste operazioni contribuiscono al ciclo del carbonio e dell’azoto, fra l’altro con processi di grande interesse chimico e biologico. Qualche volta questi, che ho chiamato impropriamente e genericamente scarabei, vengono schiacciati dalle automobili mentre cercano di raggiungere la loro tana, altre volte si dimenticano in giro queste palline sulle spiagge (quando ero bambino le palline abbandonate dagli scarabei erano usate per giocare nelle ”piste” scavate nella sabbia). Lo scarabeo vive, insomma, alleviando il lavoro e i costi delle aziende di raccolta e trattamento dei rifiuti e, nel suo piccolo, lo fa bene, senza discariche, senza CDR e senza inceneritori. Il suo comportamento è estremamente sofisticato, sembra infatti che usi le stelle per orientarsi, muovendosi prevalentemente di notte per trasportare i suoi carichi (http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960982212015072)

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Propongo che qualche azienda del genere lo adotti come proprio emblema.

Nota del Blogmaster. Le palle marroni che si trovano sulle spiagge a volte possono anche essere egagropili di Poseidonia, ossia resti spiaggiati di Poseidonia.

22 marzo 2014: L’acqua per un mondo sostenibile ed il ruolo dei chimici

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Francesco Dondi, f.dondi@unife.it  Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche, Università di Ferrara*

dondiAll’approssimarsi del 22 Marzo, giornata mondiale dell’acqua, volentieri condivido con i colleghi della SCI parte dei risultati del lavoro svolto all’Università di Ferrara sul tema dell’uso sostenibile dell’acqua.

A questo tema ci siamo dedicati assai intensamente grazie a due fortunate opportunità:

l’Ateneo di Ferrara ha fatto proprio il paradigma della Sostenibilità, nominandomi per un triennio responsabile delle politiche della sostenibilità: è stato costruito un apposito portale:

http://sostenibile.unife.it/index.php/it

dove  trovano posto le varie iniziative e problematiche della sostenibilità.  Il tema dell’acqua e dell’educazione al suo  buon uso è stato  poi l’argomento specifico del progetto europeo TESSI: Teaching Sustainability across Slovenia and Italy, coordinato dal Dott. Fabio Tomasi del Consorzio Area di Trieste, i cui risultati sono accessibili al portale:

http://www.tessischool.eu/

Nell’ambito di questo progetto il gruppo di Unife ha redatto  un manuale sul buon uso dell’acqua. I colleghi sloveni hanno prodotto un manuale sui rifiuti.  Questo  ed altro materiale ha visto la luce grazie alla  collaborazione di numerosi docenti  di diverse discipline – scientifiche, tecniche, umanistiche – dell’Università di Ferrara

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I risultati di questi progetti sono ora presentati in una mostra multimediale presso il Castello Estense nella prestigiosa sede cinquecentesca dei Camerini del Duca, dimora del duca Alfonso I d’Este. La mostra  rimarrà aperta fino al 13 Aprile 2014. Nel corso della settimana  è riservata a visite gratuite e guidate dal Lunedì al Venerdì (informazioni: <mailto:tessi@unife.it>tessi@unife.it).  Al  Sabato e alla  Domenica è aperta al pubblico (accesso gratuito) dalle 9.30 alle 16.30.

http://sostenibile.unife.it/index.php/it/presentazione-della-mostra

In questo stesso blog potrete trovare i links ad una parte del materiale didattico predisposto: video, manuali e prodotti multimediali.  Nella predisposizione di questo materiale didattico  ci hanno fatto da guida sia gli straordinari principi che stanno alla base dell’etica dell’acqua, ma anche i concetti tipicamente chimici.

Sono infatti convintoche l’alleanza tra le due Culture – scientifica ed umanistica –  sia essenziale per la costruzione di un mondo veramente sostenibile.

L’acqua, come dice Leonardo, è il vetturale della natura.

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L’acqua guida e regola la natura  grazie  alle straordinarie proprietà chimico-fisiche che tutti conosciamo. Ai chimici spetta quindi  il compito di spiegare come queste straordinarie proprietà siano alla base del tempo meteorologico come lo conosciamo o dei processi di crescita e conservazione dei territori. L’acqua con le sue straordinarie proprietà solventi consente la vita, ma anche la desertificazione, l’inquinamento, i disastri ambientali, così come  le tecnologie di rimedio ai disastri provocati dall’uomo. Vi sono motivi dunque  per parlare alla gente  dell’acqua con un linguaggio chimico accessibile a tutti, spiegando l’importanza della  struttura molecolare dell’acqua,  delle proprietà termodinamiche quali la capillarità, la tensione superficiale, la pressione osmotica, l’equilibrio tra fasi, la stabilità dei colloidi ecc.

La ridotta disponibilità dell’acqua accessibile ed annualmente rinnovabile.

Sappiamo che l’acqua effettivamente disponibile ed annualmente rinnovabile è solo una frazione piccolissima rispetto a tutta l’acqua  esistente sulla terra. E’ come  la scorta di bordo dell’”astronave Terra” e dobbiamo restituirla intatta all’ambiente affinché le generazioni future possano usufruirne: e’ una questione di Giustizia Sociale.

Dobbiamo quindi  far “conoscere” in termini quantitativi di quant’acqua disponiamo  per un mondo sostenibile.

Noi, infatti, non dobbiamo essere i passeggeri distratti di questo mondo, richiamando il concetto di Leonardo. Come dice Tony Allan (1), dobbiamo essere  “disciplinati passeggeri” e questo richiede la diffusione della  conoscenza delle proprietà  dell’acqua. E’ importante quindi far conoscere come solo un corretto uso delle proprietà dell’acqua potrà assicurare un futuro sostenibile per le generazioni future.

Nuovi concetti sono però necessari per un insegnamento aggiornato. Mi riferisco all’importante concetto dell’”acqua virtuale” proposto da Tony Allan e messo in numeri  da Arjen Hoekstra attraverso la  water footprint:

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http://www.waterfootprint.org/?page=files/home

L’”acqua virtuale” è una misura dell’impronta idrica dei beni, dei singoli individui e delle nazioni in termini di risorse idriche. Cominciamo a comprendere, ad esempio, che attraverso l’importazione di beni, come il caffè o la maglietta di cotone, importiamo acqua da regioni lontane e ne determiniamo in definitiva gli eventuali disastri ecologici. Dobbiamo quindi adeguare uso,  produzione e consumi, comprese le nostre diete alimentari:  come dice Tony Allan  ce lo impone non la Scienza o l’Economia, ma la Compassione.

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In pratica dovremo ridurre in futuro la nostra impronta idrica del 40%. Come? Attraverso un uso razionale e responsabile dell’acqua, evitando sprechi ogni giorno, non gettando parte degli alimenti…mettendo a punto nuove tecnologie ed insegnando a fare ciò alle giovani generazioni. I due video sull’acqua virtuale qui sotto presentati illustrano questo nuovo strumento per la misura della sostenibiltà delle risorse idriche.

E’ necessario stabilire una cooperazione – alleanza con altre discipline: la geografia, la biologia, l’ingegneria del ciclo urbano dell’acqua, le buone pratiche. Il manuale sull’acqua qui sotto presentato assieme alle diapositive per un corso integrato rivolto agli insegnanti  sono un esempio di  approccio interdisciplinare sul tema della “didattica”  dell’acqua sviluppato in TESSI.

Il tema della sostenibilità della risorsa acqua è ad un tempo terra di nessuno e di tutti. E’ assolutamente importante stabilire collaborazioni con le scienze della comunicazione per creare strumenti multimediali a disposizione dei non esperti e degli studenti per diffondere questi concetti, mettendo tutti in grado di compiere scelte informate.

Dobbiamo infatti affrontare le sfide che la così detta Società del “Rischio” (2) pone soprattutto a quelli che si dedicano alla ricerca scientifica. Questo si puo’ fare,  come dice il sociologo Piet Strydom (3), stabilendo  un collegamento tra rischio,  conoscenza e comunicazione, per  fornire “cognizione” ad una società complessa affinché sappia decidere in modo informato e democratico. Il video sul problema del mercurio nel mare Adriatico tratta  su come “comunicare” situazioni ambientali sfavorevoli e su come si può convivere con esse.

E’ importante quindi stabilire nelle scuole un nuovo spirito positivo e costruttivo partecipando ai corsi di aggiornamento dei docenti, come attuato nell’ambito del  progetto TESSI.

Dobbiamo coinvolgere gli studenti in progetti di sostenibilità operativa per fornire ad essi ambiti di speranza applicata – come dice David Orr (4)- facendoli partecipare a competizioni in grado di risvegliare energie e creatività. Dobbiamo coinvolgerli in progetti operativi di risparmio dell’acqua ai vari livelli della gestione delle strutture, magari premiando le tesi su tali argomenti come istituito all’Università di Ferrara:

http://sostenibile.unife.it/index.php/it/premi-riconoscimenti/ii-edizione-premio-universita-sostenibilita

Riportiamo qui di seguito una serie di links a materiale vario predisposto nell’ambito di TESSI con i colleghi del nostro Ateneo e con i ricercatori e gli assegnisti del centro di Ateneo  se@ di comunicazione diretto dal prof. Frignani, col quale abbiamo sviluppato una straordinaria esperienza di comunicazione e di divulgazione scientifica. Il video sulle “buone pratiche” realizzato assieme ai colleghi ingegneri in collaborazione con SSe@e@ è un esempio di “divulgazione”  tecnico-scientifica di carattere popolare.

Il materiale sviluppato a Ferrara per TESSI è assai esteso, consiste in 17 video per più di due ore di  trasmissione. In questa sede si presenta solo un’anteprima di un progetto più completo sull’acqua, bene comune, rivolto alle scuole superiori, che sarà successivamente reso disponibile in forma completa.

Materiali scaricabili o disponibili per una visione.

Manuale sul Buon uso dell’acqua(ed altri) prodotto dal Gruppo di Docenti di Unife afferenti al progetto TESSI

Diapositive di un corso per insegnanti sull’acqua (il ciclo delle acqua: Dondi; Mistri; Alvisi)

Video – You Tube  tratti dal manuale sul buon uso dell’acqua illustranti i seguenti aspetti:

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L’impronta d’acqua della pizza margherita:

L’ impronta idrica delle nazioni e la Giustizia Sociale:

Convivere con i problemi ambientali: il mercurio nell’adriatico

Il Buon Uso dell’acqua : azioni per un buon uso dell’acqua

http://www.youtube.com/watch?v=bvtgCGgFlKQ

Riferimenti bibliografici

1. Tony Allan, Tony Allan, Virtual Water, tackling the threat to our planet’s most precious resource, I.B. Tauris, 2011.

2. Ulrich Beck, “La Società del Rischio”, Carrocci Editore, Roma, 2000

3. Piet Strydom, “Risk, environment and society”, Open University Press, Buckingham, 2002, Cap. 8

4. David W. Orr, State of the World 2010, Worlwatch Institute, Ed. Italiana, Ed. Ambiente p. 158

__________________________

Attenzione : uno dei prossimi numeri di CNS sarà dedicato all’acqua: https://www.soc.chim.it/divisioni/didattica/cns

_______________

*Prof. Francesco Dondi
Dipartimento di Chimica
Università di Ferrara
Via  Luigi Borsari, 46
44100 Ferrara
email: <mailto:f.dondi@unife.it>f.dondi@unife.it
skype: f.dondi.unife
TEL  +390532 455 154
cell. +39 335 7014246
fax +39 0532 240709

Col fiato sospeso

a cura di Francesco Dondi – Delegato alle politiche della sostenibilità dell’Università di Ferrara

 Film sul caso della Facoltà di Farmacia dell’Università di Catania presentato  della regista  Costanza Quadriglio alla Mostra di Venezia

Si tratta della nota vicenda trattata peraltro anche nel volume di Francesco Viviano ed Alessandra Ziniti “Morti e Silenzi all’Università” (2010, Aliberti Editore).

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Con questo breve intervento non voglio entrare nel merito né della vicenda né del film che non ho ancora visto.

Piuttosto si tratta di cominciare a “pensare”, prima di tutto e, ad esempio a pensare  a  proposte affinché non solo queste cose non  accadano più ma, semmai, si attivi una positivo processo di interesse  ed attenzione alla  qualità della vita all’interno degli atenei.

Si tratta di considerare questa vicenda quindi come uno stimolo severo,  una opportunità e svegliaci una buona volta da uno stato di mancanza  generalizzata di iniziative per la sostenibilità degli e negli atenei – perché in questo consiste la qualità della vita all’interno degli atenei.  Del resto interessante è quanto dice la stessa regista:  “Non voglio puntare il dito contro l’Università ma porre l’attenzione sulla vera questione: l’Italia non è un Paese in grado di gestire il progresso” ( http://catania.livesicilia.it/2013/08/21/il-film-sul-caso-farmacia-alla-mostra-del-cinema_255681/)

La risposta potrebbe trovarsi anche nello sviluppo di progetti di Sostenibilità all’interno degli Atenei Italiani,  guidati dai Chimici cui spettano competenze e quindi responsabilità.

All’Università di Ferrara, come noto, abbiamo sviluppato il progetto di Università Sostenibile (vedi http://sostenibile.unife.it/index.php/it) anche recentemente  illustrato nel Blog SCI.

All’interno di questo percorso è previsto il sottoprogetto:

Ecology on Campus”

Essenzialmente questo sottoprogetto consiste nel coinvolgere direttamente  ricercatori chimici (e gli studenti) nell’applicare le loro ricerche sulla qualità dell’ambiente proprio nel  Campus, pensato anche come una iperstruttura immersa nella più vasta città od ambiente circostante.

Cito solo qualche esempio: i sensori (penso alla CO2 i cui livelli incidono sui livelli di attenzione degli studenti nelle aule); i rivelatori on line; le analisi di composti responsabili di malattie croniche (penso ai composti carbonilici, ad esempio responsabili delle forme asmatiche). Un  progetto di questo tipo (qualità dell’aria) è stato approvato (e finanziato) dal consiglio di amministrazione dell’Università di Ferrara, nell’ambito del progetto sostenibilità:  inizierà  nel settembre 2013 (responsabili, oltre al sottoscritto, il Dott. Nicola Marchetti e la Dott.ssa Luisa Pasti) e verrà sviluppato nell’ambito del progetto TESSI (Teaching Sustainability across Slovenia and Italy).

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Nel definire questo progetto mi sono ispirato al testo: Smith April A., Campus Ecology. A guide to assessing environmental quality and creating strategies for change, Living Planet Press, 1993  dedicato a:

1.  come identificare  i flussi di risorse nel campus;

2. come  analizzarne la qualità ambientale;

3. come  creare strategie per il cambiamento;

4. dove reperire le informazioni;

4.  a chi spettano le responsabilità…

( in http://sostenibile.unife.it/index.php/it/la-sostenibilita-nelluniversita si puo’ trovare un elenco di testi dedicati alla sostenibilità nell’università).

Ricordo che tra gli obiettivi dello sviluppo sostenibile  che sono in corso di definizione per il 2015-30 da parte dell’ONU sta l’aver cura dei “Confini del Pianeta”. Essi includono attenzione alle emissioni del gas ad effetto serra, i carichi di azoto e fosforo, la diminuzione dello strato protettivo dell’ozono, l’inquinamento chimico, il buon uso dell’acqua, l’acidificazione degli oceani, cura del territorio, il carico di aereosol, la perdita della biodiversità:
Perché non entriamo nell’ordine di idee che “i confini del Pianeta” sono vicino a noi, nelle nostre aule e nei nostri laboratori?

per saperne di più:

http://www.colostate.edu/Depts/SAHE/JOURNAL2/2001/Framework.htm

Sarah Hammond Creighton, 1998, MIT, Greening the Ivory Tower: Improving the Environmental Track Record of Universities, Colleges and Other Institutions