Qualcuno può aiutarmi a spiegare un fenomeno?

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Maurizio D’Auria*

Da qualche tempo sto cercando di ricostruire le vicende che hanno permesso la nascita e la sedimentazione nella cultura scientifica italiana degli studi in ambito fotochimico. In questo ambito per molto tempo si è pensato che lo scoppio della I Guerra Mondiale sia coinciso con un periodo di lungo oblio della disciplina. Questo convincimento si è probabilmente diffuso per il fatto che Ciamician a Bologna dopo il 1914 non pubblicherà più nulla in termini di ricerche sperimentali in ambito fotochimico, e che anche Paternò a Roma sostanzialmente fece la stessa cosa.

Abbiamo altrove cercato di dimostrare che questo non è stato proprio vero. Allievi di Ciamician e di Paternò continuarono a sviluppare la disciplina, talvolta ottenendo anche risultati molto interessanti. Maurizio Padoa a Bologna tentò, per esempio, nel 1911 di effettuare una sintesi asimmetrica utilizzando luce circolarmente polarizzata. La reazione studiata da Padoa (Gazz. Chim. Ital. 1911, 41(I),469) fu la bromurazione dell’acido angelico e, ovviamente, non ebbe successo. L’insuccesso era dovuto al fatto che la luce interveniva nel processo solo per generare l’atomo di bromo per scissione omolitica del bromo, ma poi non aveva nessun ruolo nella successiva addizione di bromo all’acido angelico.

acido angelico

Fin qui nulla di strano quindi. Qualche giorno fa mi imbatto, però, in un articolo che mi ha messo in difficoltà. Mario Betti , successore di Ciamician sulla cattedra di Chimica Generale dell’Università di Bologna, nel 1942, pubblica una nota sui Rendiconti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna (vol IX, pp. 203-214). In questo articolo viene descritta l’addizione di cloro (quindi sostanzialmente la stessa reazione esaminata da Padoa) al doppio legame del propene in fase gassosa sotto l’azione di luce polarizzata. Il processo è formalmente identico a quello visto precedentemente e quindi non c’era ragioni di attendersi una qualche catalisi asimmetrica. Invece, Betti dichiara di trovare una certa asimmetria. Arriva a determinare valori di a fino a 0.22. Se consideriamo che il (-)-1,2-dicloropropano liquido mostra una rotazione ottica di -4.33, il risultato indica una relativamente buona (ottima per l’epoca) induzione asimmetrica.

propene

Ma come si spiega tutto ciò? qualcuno è in grado di spiegarmi come è possibile che in questo caso si osservi una reazione chirale mentre nel caso precedente no?

*http://cla.unibas.it/contents/instance3/files/document/1001004D’Auria.pdf

Un chimico, un matematico e il calore. 1.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Rinaldo Cervellati

La sensazione del caldo e del freddo, del calore insomma, ha suscitato interesse e timore fin da quando l’essere umano ha preso coscienza di se e dell’ambiente che lo circonda. Molto sinteticamente si può dire che le due interpretazioni sulla natura del calore, quella dinamica (secondo cui il calore è dovuto al movimento delle parti dei corpi) e quella particellare (secondo la quale il calore è una sostanza diversa dalle altre) sono entrambe presenti nella filosofia naturale del mondo occidentale. Empedocle (495 a.c. – 430 a.c. circa) poneva il fuoco tra i quattro “elementi” dai quali si sarebbero formati i corpi materiali; Eraclito (535 a.c. – 475 a.c. circa), invece, sosteneva che il fuoco fosse un principio dinamico, e sarebbe quindi alla base di tutto. Aristotele (384 a.c. – 322 a.c. circa) aggiunse il fuoco come “quinta essenza” ai quattro elementi empedoclei cercando in questo modo di interpretare alcuni fenomeni termici, come il trasferimento del calore da un corpo caldo a uno freddo. Gli atomisti, con Democrito (460 a.c. – 370 a.c. circa) ragionavano in termini di atomi “caldi” e “freddi”, come ci riporta Lucrezio nel De Rerum Natura.

Le interpretazioni dei filosofi greci furono sottoposte al vaglio dei grandi scienziati e filosofi del XVII secolo che tuttavia, seppure con notevoli precisazioni, rimasero sostanzialmente ancorati alle concezioni precedenti. Galileo (1564-1642), per esempio, condivideva più la concezione democritea, infatti riteneva che del calore fossero responsabili corpuscoli infimi (“minimi ignei”) in continua agitazione, ritenendo che il freddo derivasse dalla privazione di tali corpuscoli. Anche Francesco Bacone (1561-1626), basandosi sul calore sviluppato per attrito, giunse alla conclusione che il calore è un moto di espansione. Cartesio (1596-1650) e Newton (1643-1727), invece, pur con certe differenze, sostennero che il calore dei corpi era dovuto all’agitazione o alla vibrazione delle particelle costituenti i corpi.

E i chimici? Com’è noto nel XVII e soprattutto nel XVIII secolo la chimica fu dominata dalla (o meglio dalle) teorie del flogisto, un principio non isolabile che interverrebbe nella formazione (perdita di flogisto) e scomposizione (acquisto di flogisto) degli ossidi metallici (calci). La classica teoria del flogisto, dovuta a G.E. Stahl[1] che la enunciò nel 1716, fu poi adattata per interpretare l’aumento di peso nella formazione degli ossidi giungendo a ipotizzare un peso negativo (!) per il flogisto. Queste teorie ebbero comunque un notevole influsso sull’interpretazione del calore, il flogisto poteva infatti essere considerato come il vero “principio” del fuoco.

Sebbene già attorno al 1730 le teorie del flogisto fossero state messe in discussione da alcuni chimici, fra cui l’olandese H. B. Boerehaave (1668-1738) e il russo M. Lomonosov (1711-1765), queste furono praticamente archiviate solo nel 1774 in seguito all’esperimento detto “dei dodici giorni” effettuato da Antoine Laurent Lavoisier. Tale esperimento portò alla scoperta che la formazione degli ossidi è dovuta a un gas contenuto nell’aria, che Lavoisier chiamò oxigène.lavoisier2

 laplace

Negli anni successivi, oltre a continuare le ricerche che condussero alla definitiva enunciazione della legge di conservazione della massa, Lavoisier eseguì, insieme al matematico e fisico matematico Pierre Simon de Laplace[2] una serie di esperimenti su fenomeni coinvolgenti il calore, raccolti in una memoria presentata all’Académie des Sciences il 18 giugno 1873 col titolo “Mémoire sur la chaleur” [1]*.prima pagina memoire

Questo è un raro esempio di collaborazione fra un chimico e un matematico. La memoria, suddivisa in quattro articoli, non costituisce solo il primo trattato di Calorimetria, ma è anche un manuale pratico e interpretativo di fenomeni termochimici. Nell’introduzione i due Autori spiegano i motivi che li hanno spinti a pubblicare i risultati delle loro ricerche:

Questa memoria è il risultato di esperimenti sul calore che abbiamo fatto durante lo scorso inverno, insolitamente mite, cosa che non ci ha permesso di fare di più. Ci eravamo dapprima proposti di attendere un inverno più freddo prima di pubblicare qualsiasi cosa su questo argomento, avremmo così potuto ripetere con tutta la cura possibile gli esperimenti, e farne di più, ma ci siamo impegnati a rendere pubblico questo lavoro anche se molto imperfetto, dalla considerazione che il metodo che abbiamo usato possa essere di qualche utilità per la teoria del calore e, per la sua precisione e generalità possa essere adottato da altri fisici…[1, p. 355]

Passano poi a descrivere l’organizzazione della memoria in quattro articoli:

… nel primo, presenteremo un nuovo metodo di misurare il calore; presenteremo nel secondo i

risultati delle principali esperienze che abbiamo fatto; nel terzo esamineremo le conseguenze che si possono trarre da queste esperienze, infine, nel quarto, discuteremo la combustione e la respirazione. [1, p. 355]

All’inizio del primo articolo gli Autori lamentano la mancanza di dati quantitativi negli studi fatti in precedenza sui fenomeni termici, anche se riconoscono la scelta di una scala per la misura della temperatura basata sui due punti fissi: la fusione del ghiaccio e l’ebollizione dell’acqua alla pressione atmosferica, come pure la ricerca di un fluido le cui variazioni di volume sono praticamente proporzionali alle variazioni di calore.

Ma… la conoscenza delle leggi che segue il calore, quando si diffonde in corpo, è lontana da quello stato di precisione tale da poter sottoporre ad analisi i problemi relativi… agli effetti del calore in un sistema di corpi irregolarmente riscaldati, particolarmente quando la miscela si decompone e forma nuove combinazioni. [1, p. 356]

Dopo aver ricordato le due ipotesi sulla natura del calore, Lavoisier e Laplace affermano che per poter proseguire il lavoro occorre stabilire esattamente cosa si intende per calore libero, calore latente, capacità termica e calore specifico di un corpo e forniscono le definizioni per queste grandezze, definizioni che ci sono oggi famigliari[3].

Prendono in esame alcuni fenomeni di equilibrio termico e di trasferimento di calore e cercano di interpretarli in base a una o all’altra teoria per concludere che:

Non decideremo quindi fra le due ipotesi precedenti; vari fenomeni appaiono favorevoli alla prima, ad esempio, il calore prodotto dall’attrito di due solidi; ma ci sono altri che possono essere spiegati più semplicemente dalla seconda… come non possiamo decidere fra queste due ipotesi sulla natura del calore, dobbiamo però accettare un principio comune a entrambe.

Se, in una combinazione o in un cambiamento di stato, vi è una diminuzione del calore libero, questo calore riapparirà quando le sostanze ritornano al loro stato precedente, e, viceversa, se in una combinazione o in un cambiamento stato, vi è un aumento di calore libero, questo calore scomparirà nel ritorno delle sostanze al loro stato originale[4].

Questo principio è ora confermato dall’esperienza, la detonazione del nitre [nitrato di sodio] ce ne fornirà in seguito una prova determinante. [1, pp. 358-359]

A questo punto gli autori descrivono il termometro a mercurio che useranno negli esperimenti e la scala termometrica (la Réaumur, simbolo r). Propongono una regola generale per la misura del calore specifico di un corpo per mescolamento scegliendo arbitrariamente una sostanza di riferimento, per esempio l’acqua:

Indicando con m la massa del corpo più caldo alla temperatura a, con calore specifico q, con m’ la massa del corpo meno caldo alla temperatura a’ con calore specifico q’, se b è la temperatura di equilibrio della miscela, ammettendo che il calore ceduto dal corpo più caldo sia stato tutto acquistato dal corpo meno caldo, dovrà essere:

m q . (a – b) = m’q’ . (b – a’)

da cui si ottiene:

q/ q’ = m’. (b – a’) / m . (a – b)

che è il rapporto fra i calori specifici dei due corpi.[1, pp. 362-363]

Gli autori riportano l’esempio del mescolamento di acqua e mercurio a temperature diverse giungendo alla conclusione che il calore specifico del mercurio è circa 33 volte più piccolo di quello dell’acqua (29.9 in base ai dati attuali).

Discutono in dettaglio i limiti e le fonti di errore del metodo del mescolamento, poi attraverso lunghe considerazioni su un modello ipotetico di strumento di misura del calore e dopo aver elaborato le equazioni per il trattamento dei dati, giungono alla descrizione meticolosissima del calorimetro a ghiaccio di loro invenzione.

calorimetroQui ne daremo una breve descrizione. Con riferimento alla figura originale, il calorimetro progettato e fatto costruire da Lavoisier e Laplace è formato da tre recipienti concentrici: nel più interno si colloca il corpo in esame; in quello intermedio il ghiaccio; in quello più esterno si colloca dell’altro ghiaccio che ha la funzione di isolante, evitando che il calore dell’ambiente esterno fonda il ghiaccio del recipiente intermedio. Anche il coperchio è cavo e riempito di ghiaccio. In base alla quantità d’acqua che fuoriesce dal recipiente intermedio mediante un apposito condotto si può misurare il calore fornito dal corpo nel contenitore più interno, o calcolarne il calore specifico. Per misurare il calore sviluppato in una reazione chimica si introducono i reagenti in un matraccio di vetro posto nel più interno dei recipienti del calorimetro sopra un supporto isolante. Nel matraccio vi è anche la possibilità di provocare una scintilla elettrica per innescare la reazione[5].

I due Autori forniscono anche indicazioni precise per misurare il calore assorbito in una trasformazione fisico-chimica, come la dissoluzione di certi sali[6] [1, p. 366].

Il primo articolo della memoria termina con un riassunto delle precauzioni usate per garantire l’attendibilità dei risultati, la temperatura del laboratorio non deve superare i 3-4°r il che riporta a quanto dichiarato nell’introduzione, gli autori avrebbero voluto ripetere gli esperimenti in un inverno gelido…

(continua)

Riferimenti.

[1]. M.rs Lavoisier & de Laplace, Mémoire sur la Chaleur, in: Histoire de l’Académie Royale des Sciences, Anno 1780, Paris, 1784, pp. 355-408. *Le parti della Mémoire tradotte in italiano sono opera dell’autore del post

Note.

[1] Georg Ernst Stahl (1659/60-1734), medico e chimico tedesco, grande personaggio sia in medicina che in chimica. Fra le sue opere, i trattati sullo zolfo e sui sali, gli Experimenta, observationes… chymicae et physicae. La sua teoria del flogisto, seppure errata, è considerata dagli storici come il primo tentativo di razionalizzare la chimica in un’unica teoria.

[2] Pierre Simon de Laplace (1749-1827), matematico e fisico francese ha dato contributi fondamentali allo sviluppo dell’analisi matematica, della statistica, della meccanica, dell’astronomia e della cosmologia. Famoso il suo Exposition du système du monde.

[3] Lavoisier e Laplace sono ben consapevoli che il calore specifico dipende dalla temperatura ritengono tuttavia che nell’intervallo 0°r – 80°r i calori specifici possano essere ritenuti approssimativamente costanti. Per le applicazioni pratiche questa approssimazione è utilizzata anche oggi.

[4] Gli autori anticipano qui quella che oggi chiamiamo 1a Legge della Termochimica o Legge di Lavoisier-Laplace.

[5] Si tratta di un calorimetro isobaro, sicché, come diremmo oggi, misura la variazione di entalpia, ΔH della trasformazione.

[6] Come noto oggi chiamiamo esotermiche le trasformazioni che avvengono con sviluppo di calore, endotermiche quelle che avvengono invece con assorbimento.

Gilbert Newton Lewis (1875-1946), un premio Nobel mancato? Parte 1

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Rinaldo Cervellati

LewisPortrait

G.N. Lewis (1900 ca)

Gilbert N. Lewis (Weymouth, MA 1875 – Berkeley, CA 1946) è noto a tutti quelli che hanno studiato chimica sopratutto per il concetto di acidi e basi come accettori e donatori di una coppia elettronica rispettivamente. Molto conosciuto anche per le sue rappresentazioni molecolari dette “strutture a punti e linee”. Meno noto è invece il notevole contributo dato alla termodinamica, si devono infatti a lui l’introduzione e lo sviluppo dei concetti di fugacità e attività per adattare le funzioni termodinamiche al caso dei gas e delle soluzioni “reali”. In questo post ci occuperemo in dettaglio dei suoi studi di termodinamica applicata alla chimica, campo di studi che costituì il suo primo interesse di ricerca.

Ma cominciamo dall’inizio. Lewis fu un bambino intellettivamente molto precoce, leggeva correntemente fin dall’età di tre anni; ricevette l’istruzione primaria dai suoi genitori e parenti. Ottenne il B. Sc. (Bachelor of Sciences) all’università di Harvard nel 1893. Dopo un anno di insegnamento alla Phillips Academy di Andover (MA), ritornò a Harvard, dove conseguì il dottorato nel 1899 discutendo una tesi sui potenziali elettrochimici di amalgami di zinco e cadmio[1]. Dopo un anno di insegnamento, per perfezionare gli studi di termodinamica si recò, con una borsa di studio, in Germania, dapprima a Göttingen da Walther Nernst[2] e poi a Lipsia da Wilhelm Ostwald[3]. Va subito detto che il suo rapporto con Nernst fu pessimo, si dice che fra i due nacque “un’inimicizia che durò tutta la vita” e che, come vedremo, determinò probabilmente la mancata assegnazione del Nobel.gil_lewis1910 Tornato a Harvard, fu esercitatore di laboratorio di termodinamica ed elettrochimica per tre anni. Dopo una parentesi come supervisore all’Ufficio Pesi e Misure di Manila, nel 1905 entrò a far parte dello staff del Massachusetts Institute of Technology, dove divenne assistente nel 1907, poi professore associato (1908) e infine full professor nel 1911. Nel 1912 divenne Professore di Chimica Fisica e direttore del College of Chemistry a Berkeley (University of California) dove rimase fino alla sua scomparsa. Il suo interesse per la termodinamica iniziò negli anni di Harvard e i suoi primi lavori del 1900-1901 dimostrano un’inusuale (per quei tempi) conoscenza dei lavori di J. W. Gibbs[4] e di P. Duhem[5]. Le idee di questi due scienziati sui concetti di energia libera e potenziale termodinamico erano espresse con un formalismo matematico certamente noto ai fisici, meno noto e comunque non molto utile per i chimici e per le applicazioni pratiche. In aggiunta, la formulazione della termodinamica era rigorosamente valida per sistemi ideali, privi cioè di interazioni reciproche (gas perfetto) o con interazioni supposte identiche e uniformi (soluzione ideale). Lewis si impegnò nella ricerca di “correzioni” per le deviazioni dal comportamento ideale nei sistemi lontani dall’idealità, introducendo i concetti di “attività” e “fugacità”. Tentò, senza successo, di ottenere un’espressione esatta della funzione entropia che nel 1901 non era ancora ben definita alle basse temperature. Nel periodo di Harvard Lewis scrisse anche un lavoro sulla termodinamica della radiazione di corpo nero, postulando che la luce esercitasse una pressione. Fu però scoraggiato a perseguire questa idea dai suoi colleghi più anziani e più conservatori. Nessuno si accorse che in particolare W. Wien aveva avuto successo sviluppando la stessa idea. Nel suo tentativo di trovare un’espressione generale dell’entropia, misurò i valori di entalpia e di energia libera per parecchie reazioni chimiche sia inorganiche sia organiche. Lewis fu un eccellente didatta, come professore introdusse per primo la termodinamica nei corsi di chimica al College of Chemistry di Berkeley, imitato poi in tutte le università. Si propose di presentare la termodinamica in una forma matematica accessibile ai chimici[6] e immediatamente utilizzabile nella pratica. Questo progetto si concretizzò nel 1923 con la pubblicazione, insieme a Merle Randall, del testo Thermodynamics and the Free Energy of Chemical Substances (McGraw Hill)[7], probabilmente il primo testo in cui la termodinamica chimica (classica) è formalizzata in modo rigoroso ma (relativamente) semplice.GW618H435

Nel 1907 Walther Nernst espose il suo teorema noto anche come terzo principio della termodinamica. Esso afferma che:

“La variazione di entropia che accompagna una trasformazione fisica o chimica di un sistema tende a zero quando la temperatura assoluta tende a zero”.

In forma matematica:

lim (T→0) ΔStrasf = 0

dove ΔStrasf è la variazione di entropia della trasformazione. Osservazioni sperimentali avevano infatti mostrato che la variazione di entalpia ΔH e di energia libera ΔG di una trasformazione diminuivano monotonicamente al diminuire della temperatura, quindi, poiché ΔH = ΔG + T(∂ΔG/∂T)P, al tendere di T a 0 si avrà ΔH = ΔG → 0, ma (∂ΔG/∂T)P = −ΔS, da cui per T→0, anche ΔS →0.

Lewis criticò il teorema di Nernst con toni molto aspri, molte fonti sono concordi nel riportare il seguente commento: “a regrettable episode in the history of chemistry” (un episodio deplorevole nella storia della chimica). Il commento è probabilmente estrapolato da un contesto più ampio, in base al suo teorema infatti, Nernst stimò i valori delle funzioni termodinamiche di molte sostanze a varie temperature e se ne servì per calcolare le costanti di equilibrio di molte reazioni chimiche ma queste stime si accordavano con i dati sperimentali entro un ampio margine di errore. Ad esempio per la reazione di decomposizione dell’acqua a 800 °C il valore calcolato da Nernst fu Keq = 1.32 contro il dato sperimentale di 0.93. Questo accordo fu giudicato scadente da molti, fra cui ovviamente Lewis che, a parere dello storico W.H. Copper, diede comunque credito a Nernst per il teorema deplorando però aspramente l’uso di funzioni termodinamiche stimate con esso [1].

Stime affidabili si ottennero con l’estensione di Planck al teorema di Nernst e la definizione meccanico statistica di cristallo perfetto.

Nel testo di Lewis e Randall del 1923 (nota 7) i due autori scrivono:

Se l’entropia di ogni elemento in qualche stato (perfetto) cristallino viene presa come zero allo zero assoluto della temperatura, ogni sostanza ha una entropia positiva finita; ma allo zero assoluto della temperatura l’entropia può diventare zero e lo diventa nel caso di sostanze cristalline perfette.

Lewis tuttavia in precedenza non aveva perso occasione per evidenziare pubblicamente errori di Nernst.

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Lewis ricevette la prima candidatura al Premio Nobel nel 1922, faceva però parte del Comitato Wilhelm Palmær, amico di Nernst, che a quanto pare fece di tutto per evitare che il premio gli fosse assegnato. Fu ancora candidato per i suoi contributi alla termodinamica e alla teoria del legame chimico nel 1924 e nel 1925 senza risultato positivo (a quanto risulta nel 1925 Arrhenius diede parere negativo). Nel 1926 fu ancora candidato e ottenne un parere favorevole da un altro chimico svedese, Theodore Svedberg, che suggerì tuttavia che a Lewis fosse attribuito il premio in un prossimo futuro, in attesa di nuovi contributi su termodinamica e legame. Ma nel 1926 Lewis aveva già abbandonato le ricerche in termodinamica e teoria del legame, così il Nobel per la Chimica 1926 fu assegnato proprio a Svedberg “per i suoi lavori sui sistemi dispersi”. Negli anni successivi le candidature di Lewis aumentarono, solo nel 1929 ne ottenne sei, quattro nel 1932. L’ultima la ricevette nel 1940. In totale ottenne 35 candidature. Secondo N. Gussmann è stato proprio il lungo rancore verso Nernst che precluse per sempre il Nobel a Lewis [2].

Oltre alla termodinamica e al legame, Gilbert N. Lewis ha dato contributi importanti in teoria della relatività (si è sempre considerato sia un chimico sia un fisico), ha isolato e caratterizzato per primo l’acqua pesante[8], insieme al suo ultimo allievo, Michael Kasha, stabilì che la fosforescenza di alcuni composti organici è dovuta all’emissione di luce da parte di un elettrone nello stato di tripletto.

Gilbert Newton Lewis è morto nel 1946 in circostanze quantomeno poco chiare [3]. Secondo W. B. Jensen se fosse vissuto più a lungo avrebbe ottenuto il Nobel per la Chimica insieme a Linus Pauling nel 1954 per il suo contributo alla teoria del legame chimico [4]. Jensen non è il solo a fare questa ipotesi, vedremo perché in un prossimo post.

Riferimenti.

[1] W.H. Copper, Great Physicists. The life and times from Galileo to Hawking, Oxford University Press, Oxford, 2001, p. 131

[2] N. Gussmann, How Not to Win the Nobel Prize, www.chemheritage.org/discover/media/periodic-tabloid/archive/2011-10-19-how-not-to-win-the-nobel-prize.aspx

[3]http://www.che.ncku.edu.tw/FacultyWeb/ChenBH/E340100%20Thermodynamics/Supplementary/Gilbert_Lewis%20Nov.%202%202011.pdf

[4] W.B. Jensen, http://www.britannica.com/biography/Gilbert-N-Lewis

Note.

[1] Il supervisore della tesi fu Theodore W. Richards, primo americano a vincere il Nobel per la Chimica nel 1914 in riconoscimento “della sua accurata determinazione del peso atomico di un gran numero di elementi chimici”.

[2] Walther Nernst, fisico tedesco (1864-1941), personaggio importantissimo per la chimica fisica (termodinamica, elettrochimica, fisica dello stato solido), Premio Nobel per la Chimica 1920 in riconoscimento “dei suoi lavori in termochimica”. Curioso il fatto che Nernst ricevette il premio 1920 nel 1921 perché il Comitato del 1920 ritenne che nessuno dei nominati avesse i requisiti in quell’anno (http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/chemistry/laureates/1920/index.html.)

[3] Wilhelm Ostwald, chimico russo-tedesco (1853-1931), straordinario personaggio della chimica fisica, Premio Nobel per la Chimica 1909 “per i suoi lavori sulla catalisi e per le sue ricerche sui principi fondamentali che governano gli equilibri chimici e le velocità di reazione”.

[4] Josiah Willard Gibbs, scienziato americano (1839-1903) ha dato contributi fondamentali in matematica, fisica e chimica, fondatore, insieme a Maxwell e Boltzmann, della meccanica statistica. Persona riservata e schiva pubblicò i suoi importanti lavori nelle Transactions of the Connecticut Academy, una rivista minore, fortunatamente letti da Maxwell, Helmholtz e qualche altro fra cui Einstein. Gibbs è noto agli studenti di chimica per la funzione energia libera G, o meglio ΔG, così chiamata in suo onore.

[5] Pierre Duhem, scienziato francese (1861-1916), fisico e filosofo, è noto ai chimici per l’equazione di Gibbs-Duhem, che interpreta le variazioni del potenziale chimico dei componenti in un sistema termodinamico.

[6] Ovviamente i chimici teorici contemporanei sono in grado di apprezzare la formulazione matematica più raffinata, tuttavia gran parte di essi ritiene che la termodinamica classica non riservi più sorprese e sono del parere che andrebbe ridimensionata nei corsi di chimica fisica a vantaggio di argomenti moderni. Ricordo però che il Prof. Paolo Mirone (1926-2012), noto spettroscopista ed eccellente didatta mi disse che anche dopo più di trent’anni di insegnamento della termodinamica, alcuni punti della trattazione gli ponevano interrogativi…

[7] Il testo è stato ripubblicato, revisionato da K.S. Pitzer e L. Brewer, nel 1961 sempre da McGraw Hill Book Co., New York. L’edizione italiana: Termodinamica – con prefazione di A.M. Liguori, Leonardo Edizioni Scientifiche, è del 1970. Gli attuali testi universitari di Chimica Fisica presentano la termodinamica (classica) sostanzialmente nello stesso modo del libro di Lewis & Randall.

[8] La scoperta del deuterio si deve a Harold Urey, allievo di Lewis, Premio Nobel per la Chimica 1934 proprio per quella scoperta. Molti sostengono che avrebbero dovuto assegnare il premio a entrambi, ma ancora una volta non è stato così.

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

Il 25 aprile e la chimica.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

E un richiamo gli folgorò la testa: Johnny qual è l’aoristo di lambano?”

da Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio

Oggi è 25 aprile, l’anniversario della liberazione dal nazifascismo, una delle date fondanti della Repubblica Italiana.

Il 25 aprile 1945 finiva il potere fascista in Italia, finiva la guerra e cominciava l’avventura della ricostruzione postbellica, nella quale la chimica avrebbe giocato un ruolo enorme, nel bene e nel male.

Seguire la storia della Chimica italiana prima, durante e dopo il fascismo non è facile; un bell’articolo lo trovate gratis in rete sulla Treccani online, non proprio aria fritta, scritto da Luigi Cerruti  ( Chimica e società: la mediazione politica

Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Tecnica (2013))

:

http://www.treccani.it/enciclopedia/chimica-e-societa-la-mediazione-politica_%28Il_Contributo_italiano_alla_storia_del_Pensiero:_Tecnica%29/

Il racconto ve lo consiglio è affascinante e deprimente insieme, segno dei tempi di allora, ma non solo, segno della debolezza di quegli uomini di scienza “che si fidano di compiacere il potere”, una cosa che tempo fa scrisse Giorgio Nebbia su questo blog.

Cosa fosse diventata la Chimica specie universitaria, durante il fascismo ce lo racconta sempre Cerruti:

Nel corso degli anni, l’atteggiamento discriminatorio ‘spontaneo’ dei cattedratici di chimica si organizzò sempre meglio. Durante l’istruttoria per la nomina delle commissioni concorsuali, il ministero dell’Educazione nazionale riceveva un foglio con l’elenco degli ordinari ‘papabili’, in cui, accanto a ogni nome, con il settore disciplinare di riferimento era indicata la data di iscrizione al Partito nazionale fascista (PNF). Un simile ‘suggerimento’ non aveva bisogno di commenti particolari, e fa comprendere come si siano potute realizzare carriere come quelle di Felice De Carli (1901-1965), allievo del già citato potente professor Nicola Parravano (1883-1938) e iscritto fin dal 1921 all’Associazione nazionalista italiana (ANI) di Enrico Corradini e Luigi Federzoni; come il suo maestro, De Carli passò nel 1923 al PNF, in occasione della fusione tra le due organizzazioni promossa da Federzoni.

Scrive in un appunto di lavoro (che mi ha gentilmente inviato ieri) e che poi divenne il bel libro sul PCB a Brescia Marino Ruzzenenti:ruzzenenti

“La chimica e l’industria” del marzo-aprile 1945 usciva priva dell’elenco completo del Comitato direttivo, come avveniva di consueto, nonchè dello stesso Presidente, Giovanni Morselli (Già il numero di gennaio-febbraio non prevedeva più la presidenza ma citava una <giunta del Comitato direttivo, formata dal solito Morselli, Livio Cambi e Gaspare De Ponti). Rimaneva nell’ultima pagina la firma del solo Direttore responsabile, Angelo Coppadoro.

Ma il cambiamento veniva rimarcato anche dall’articolo di fondo di prima pagina di Michele Giua, “ritornato a libera vita tra i colleghi chimici dopo oltre otto anni di carcere inflittogli dal fascismo”, articolo che interveniva su un tema davvero cruciale, cioè sul rapporto tra scienza, tecnica e politica.

Il professor Ruzzenenti, che ringrazio per la sua disponibilità, si riferisce nel suo appunto all’articolo di Michele Giua Scienza, tecnica e politica, in ”La chimica e l’industria”, Milano, marzo-aprile 1945, anno XXVII, nn. 3-4, pp.35-36.

Avrei voluto ripubblicarlo integralmente sul blog, ma non ho fatto in tempo; l’idea mi è venuta troppo tardi; cercherò di aggiungerlo nei prossimi giorni.

25aprile2Chi era il Michele Giua cui fu affidato il compito di scrivere di Chimica appena dopo la Liberazione? Dice Luigi Cerruti:

Nel 1922 egli disponeva di carte accademiche eccellenti, in quanto era un allievo della scuola di Paternò e un buon chimico organico; inoltre era stato il primo in Italia a introdurre nella chimica organica le teorie elettroniche elaborate oltreoceano. In quell’anno risultò secondo nella terna dei vincitori del concorso per la cattedra di chimica generale dell’Università di Perugia; ma era un attivo militante socialista, e non venne mai chiamato da nessun consiglio di facoltà, fino a che, nel 1935, non venne arrestato durante la retata torinese contro il movimento antifascista Giustizia e Libertà.

Giua che poi riuscì ad ottenere una cattedra solo nel 1949, è stato consultore nazionale (1945-46), deputato alla Costituente (1946-48) e senatore (1948-58) per il PSI; ma vediamo cosa dice nel suo articolo, seguendo il testo di Ruzzenenti:

Egli confutava che la scienza fosse soltanto “attivirà teoretica”, condividendo con Poincarè e Mach l’affermazione sul carattere nettamente <economico> della costruzione scientifica. “Essa rientra nell’attività pratica e come tale è sempre subordinata alla politica, intendendo con questo termine tutto l’insieme della vita sociale. … la potenza della scienza, intesa nel senso baconiano, non consiste in altro che nella sua utilità”. Ed in questo senso non vi sarebbe differenza sostanziale tra scienza e tecnica.

Quindi veniva analizzata criticamente come nel campo della chimica nell’ultimo ventenio la ricerca scientifica avesse “brillato per mancanza di originalità”: “…le soluzioni date ai diversi problemi riferentisi all’industria dell’azoto, dell’alluminio, dello zinco, dei combustibili, della cellulosaeec. sono tutte elaborazioni di processi già noti, salvo qualche particolare adattamento alla natura delle materie prime nazionali”.

“La causa prima di questa degenerazione … è stata l’asservimento alle necessità dello Stato totalitario”…

“Ne sono esempi evidenti l’autarchia industriale e le applicazioni di guerra”

   Esaminando poi i diversi casi di autarchia -Italia, Germania, Giappone e U. R. S. S. -, rilevava come quella messa in atto dal Fascismo fosse “antieconomica, cioè costruita in base a processi più costosi di quelli che lo scambio internazionale mette a disposizione dei popoli civili, … un non senso e i popoli che vi si adattano sono condotti inevitabilmente al disastro.” . Diverso sarebbe stato invece il caso dell’U. R. S. S. “perchè l’Unione sovietica offre un esempio particolare di autarchia imposta e dalla necessità di difesa del regime socialistico che costituisce l’ingresso nella storia di una massa enorme di popolo mantenuto per secoli in uno stato di schiavitù, e da quella di sfruttare economicamente tutte le risorse nazionali, particolarmente del sottosuolo.”

Il Giua andava quindi alla conclusione: “… quindi si può senz’altro affermare che la scienza e la tecnica per il loro carattere utilitario saranno sempre legate alla politica degli Stati. Perchè questo legame non sia dannoso all’umanità, nè crei disastri simili a quelli che si sono verificati in meno di un triennio, è necessario non già che la scienza e la tecnica modifichino la loro natura, ma che gli Stati indirizzino e l’una e l’altra verso finalità socialmente utili. Per raggiungere un tale risultato occorre però che la <politica> si umanizzi, che gli Stati cioè pongano al bando la guerra come mezzo per la soluzione dei conflitti internazionali.” Ma poichè “uno dei prencipi del marxismo pone la guerra tra le condizioni di vita degli Stati capitalistici” … “non resta altra soluzione che un cambiamento sostanziale che elimini le antinomie sociali insite nell’attuale regime capitalistico e instauri un sistema di vita civile fondato sulla democrazia del lavoro”.

Personalmente pur condividendo alcune delle conclusioni di Giua ritengo che le cose siano perfino più forti e radicali: perchè anche il contenuto teorico della scienza secondo me risente della struttura sociale; scienza e società interagiscono fortemente dentro e fuori la testa degli uomini; senza una società libera la scienza non può veramente svilupparsi.

Brecht ne “la Vita di Galileo” fa dire a Galileo:

Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale…

Alla fine di quell’anno 1945, comunque le cose erano già velocemente cambiate; e sulle medesime pagine de La chimica e l’Industria arrivò una risposta alle posizioni di Giua.

MarioGiacomo Levi, già titolare della cattedra di chimica industriale al Politecnico di Milano fino al 1938, quando venne allontanato perchè ebreo, costretto nel 1943 a rifugiarsi in esilio in Svizzera e che nel dopoguerra sarebbe diventato Presidente della Società Chimica Italiana.

25aprile3(MARIO GIACOMO LEVI, L’industria chimica italiana e le possibilità del suo avvenire, in ”La chimica e l’industria”, Milano, novembre-dicembre 1945, anno XXVII, nn. 11-12, pp. 189-195)

Dice Ruzzenenti: Il Levi tracciava un ampio e dettagliato panorama, comparto per comparto, dello stato della grande industria chimica in Italia, delle sue potenzialità di ripresa e delle possibili prospettive.

Ne emergeva un quadro realistico, con evidenti arretratezze determinate dall’oggettiva mancanza di materie prime, aggravata dall’ossessione autarchica dell’ultimo decennio del fascismo.

Infatti, proprio sul problema delle materie prime si soffermava per ribaltare del tutto l’impostazione del passato regime. Affermava infatti, citando Einaudi, che “il problema delle materie prime non esiste: le materie prime sono nella terra dove la natura le ha poste in quantità ingenti e largamente sufficienti ai bisogni umani; non esistono quindi, e se esistono sono solubili, problemi naturali di materie prime.”

… “Non è il possesso naturale delle materie prime che basta a dare la ricchezza, come non è il difetto delle stesse materie che produce la povertà: le uniche vere fonti capaci di dare ricchezze durature e di distribuirle nel mondo, annullandone le povertà, sono i commerci e gli scambi onesti di materie prime e di prodotti finiti, le industrie che consumano e che trasformano, i cervelli e le braccia che operano, gli uomini che fraternizzano e che collaborano”. Veniva qui delineata la nuova prospettiva neoliberale in cui si intendeva, da parte delle classi dominanti, ricostruire in Occidente l’economia e la società.

Una prospettiva che, in onore del clima del tempo, teneva conto delle domande nuove di democrazia che la lotta di Liberazione aveva espresso.

In questo contesto Levi poneva il problema dei grandi oligopoli chimici che, come l’italiana Montecatini, “presentano inconvenienti e pericoli” per cui “ad essi gli orientamenti politici dell’Europa di domani saranno per lo meno in parte contrari”.

Dopo averne elencati i cinque principali vantaggi ne riconosceva anche gli inconvenienti:

“1. i grandi raggruppamenti industriali sono potenze nello stato: essi possono in certi momenti orientarne la politica fino al punto di consigliargli imprese politicamente rischiose o di farlo precipitare in una guerra;

  1. essi tendono a costituire per determinati prodotti un regime di monopolio eliminando la possibilità di libere concorrenze;
  2. essi possono utilizzare la propria forza per costrigere tecnici, impiegati ed operai ad accettare condizioni di lavoro favorevoli all’impresa, ma inadeguate alla vita, comprimendo il mercato del lavoro.”

Rispetto a questo problema Levi prendeva in considerazione le possibili soluzioni prospettate da chi caldeggiava o la nazionalizzazione o la socializzazione delle grandi imprese. Ma, ritenendole ambedue irrealistiche o impraticabili, concludeva che “la soluzione intermedia sia possibile e la migliore: quella di lasciar vita ai grandi organismi realizzandone tutti i vantaggi, ma esercitando su di essi la sua vigilanza lo Stato.”

Era la risposta alle posizioni di Giua sulla base della divisione del mondo che si andava delineando e nella quale l’Italia faceva parte del settore allora legato al “libero mercato”.

Mi fermo qua; nei primi 6 mesi dopo la guerra si era già delineato nell’ambito chimico il quadro futuro, anche se a grandissime linee, un conflitto fra una crescita che appariva  inarrestabile  e infinita forse perfino a tutti e un warning, tutto sommato debole sulll’uso privatistico delle risorse medesime; credo che oggi certe tendenze si siano chiarite e le cose siano in un certo senso al di quà e al di là di questa discussione; oggi è in questione non solo la privatezza dei fini, che si è manifestata ripetute volte nella distruzione o nel danno dei beni comuni ma anche l’infinità delle risorse: il pianeta non è infinito e la crescita materiale nemmeno.

Ma vi giustifico la citazione iniziale di Fenoglio.

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Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano, non è scrittore facile e non è autore molto conosciuto; ma si da il caso che io abbia in questo momento uno studente di dottorato un pò particolare, Luciano Celi che su Fenoglio ci ha scritto un libro.

Il Partigiano Johnny è un libro di Fenoglio, pubblicato postumo nel 1968 e che non ha una fine ben precisa, ha avuto almeno due stesure e sulla fine del romanzo ci sono opinioni discordanti;  ma quel che ho capito io è che il libro di Fenoglio non ha una fine per l’ottimo motivo che la Resistenza, intesa come la lotta per liberarsi dall’oppressione e dallo sfruttamento, per Fenoglio non ha mai fine; non so, nessuno sa, se Johnny muoia o no, ma so che il 25 aprile 1945 è un giorno simbolico, un giorno che non finisce mai, per cui mai sapremo se Johnny muoia o no; Johnny, che è un pò la parafrasi di Fenoglio è con noi se lottiamo come lui ha lottato; se no è morto.

Il 25 aprile è un giorno simbolico. Ma ogni altro giorno è buono per lottare; la chimica è una scienza ed una tecnologia umana potentissima, e proprio per questo ha necessità di essere conosciuta e bene e difesa e liberata per diventare forza di liberazione a sua volta; l’alternativa fra liberare la scienza e non liberarla è tutto sommato semplice e ce la raccontano Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli :

(Energy for a sustanaible world Wiley 2011):

“Per vivere nel terzo millenio abbiamo bisogno di paradigmi sociali ed economici innovativi e di nuovi modi di guardare ai problemi del mondo. Scienza, ma anche coscienza, responsabilità, compassione ed attenzione, devono essere alla base di una nuova società basata sulla conoscenza, la cui energia sia basata sulle energie rinnovabili, e che siamo chiamati a costruire nei prossimi trent’anni. L’alternativa, forse è solo la barbarie.”

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

 

Dall’armadio alla scatola: alcune considerazioni sulla storia della strumentazione scientifica

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Luigi Campanella, ex Presidente SCI

Eccetto che per la fabbricazione delle bilance, la produzione e il commercio degli strumenti scientifici ebbero origine da un’ampia gamma di altre attività, quali l’orologeria, la tornitura, l’incisione e la fusione. Nel Rinascimento, infatti, un ristretto gruppo di coloro che esercitavano queste arti si dedicò alla fabbricazione degli strumenti, dando così origine a una manifattura specializzata. Fu questo un processo lento e l’associazione tra la fabbricazione degli strumenti e l’orologeria e, più in generale, la meccanica di precisione proseguì ben oltre il XVIII sec., poiché con esse la fabbricazione degli strumenti condivideva tecniche e conoscenze.

Alla fine del XVI sec. troviamo un numero minore di artigiani che fabbricano strumenti e che nello stesso tempo costruiscono orologi o macchine per l’edilizia di quanti ve ne siano all’inizio del secolo. Questa evoluzione è interna alla logica di un’espansione dell’attività e riflette probabilmente anche un generale ampliamento delle specializzazioni delle funzioni nella matematica applicata. Poiché un commercio fiorente richiede una domanda stabile. Durante il Rinascimento, in tutta l’Europa, uno dei maggiori successi della fabbricazione degli strumenti è proprio dovuto alla crescita della domanda con la produzione di strumenti semistandardizzati e con l’innovazione delle competenze necessarie per sviluppare strumenti particolari per ordinativi speciali.

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Sebbene ci siano pervenute alcune testimonianze sulle quantità delle partite prodotte, come, per esempio, quelle relative alla fabbrica di astrolabi di Georg Hartmann a Norimberga, è probabile che nel XVI sec., in laboratori più piccoli di quelli di Hartmann, di Christoph Schissler il Giovane o ancora di Walter Arsenius, noti produttori e studiosi di strumentazione del tempo, le scorte disponibili fossero molto inferiori, e che anche gli strumenti prodotti in serie fossero fabbricati solamente su ordinazione. Certamente ciò accadeva per gli strumenti di alta qualità sia proponenti nuove soluzioni tecniche e quindi ideati da uno studioso e costruiti con la collaborazione di un artigiano, sia ideati per essere presentati a un principe o a un personaggio autorevole e che quindi dovevano essere, oltre che tecnici, anche di valore ornamentale, simile a quello dei prodotti dell’oreficeria.

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Probabilmente Tobias Volkmer o Erasmus Habermel, che lavoravano per le corti di Brunswick e di Praga, ricevevano un maggior numero di richieste di questo secondo genere rispetto agli artigiani occupati nelle attività commerciali di tutti i giorni. Poiché tutti quelli che costruivano strumenti di alta qualità potevano entrare in rapporto con la alta società, se tale qualità era abbinata ad un valore estetico si capisce come in un primo tempo l’aspetto fisico e la dimensione di uno strumento fossero una questione di estetica o di finalità espositiva o di appealing. E’ stato solo con l’Illuminismo che la dimensione è divenuta il prodotto di un’esigenza scientifica. Lo spazio era cioè condizionato dalle componenti tecniche dello strumento. Gli “armadi” sono stati per lunghi anni il prodotto di componenti strumentali a grande occupazione di spazio. Con la rivoluzione del transistor e poi dei circuiti integrati, dei computer e dei robot le dimensioni si sono ridotte consentendo di giungere alla fase di portabilità dello strumento scientifico, tanto preziosa, in quanto con l’analisi in situ è consentito di risparmiare ed ottimizzare le risorse, evitando trasferimenti di campioni, a volte anche molto ingombranti, in più con il pericolo che durante il trasferimento il campione si alteri rendendo inutili tutte le spese sostenute nella missione di campionamento.

Alla luce di queste considerazioni generali possiamo entrare più nello specifico con riferimenti alla nostra disciplina.

Nell’analisi chimica distinguiamo una prima fase storica, rappresentata dalla Gravimetria (basata sulla misura di massa) e dalla Volumetria (basata sulla misura di volume su cui si fonda la titrimetria), ed una seconda fase storica rappresentata dall’Analisi strumentale. Alla base di questa è una relazione matematica definita fra l’intensità di un segnale e la concentrazione o quantità di una certa specie.

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Antica apparecchiatura per la produzione di azoto

I tipi di segnale utilizzati sono molti e diversi (corrente, potenziale, resistenza (conducibilità), proprietà dielettriche, assorbimento e emissione di luce, variazione di massa, ionizzazione, energia (calore) emessa o assorbita, intensità di colore, ed altri ancora).Anche nell’analisi strumentale possiamo individuare momenti significativi di innovazione rappresentati,come già si è accennato, da altrettanti scoperte: transistor, circuiti integrati, tele comando a distanza, robotizzazione.

I vantaggi derivanti dalla innovazione acquisita sono stati molteplici:

  • Disponibilità di Strumenti portatili
  • Campioni ultramicro (massa dell’ordine dei 10 -100 mg ed anche meno)
  • Non distruttività e non invasività dell’analisi

Anche la didattica è stata influenzata da questi elementi di innovazione, siamo infatti passati dalla trasparenza dell’armadio cioè dalla strumentazione modulare e disaggregata visibile ad occhio nudo in ogni sua parte alla completa oscurità delle scatole “nere” rappresentate dalla maggior parte delle odierne strumentazioni. Si è così rinunciato a vedere come funziona uno strumento nascondendone il congegno, togliendo una preziosa opportunità didattica per comprendere i principi del metodo analitico corrispondente.La trasparenza non è sempre sinonimo di semplicità: si tratta di una caratteristica costruttiva che nel tempo si è persa in una sorta di filosofia dell’imperscrutabile considerata spesso un marchio di prestigio e di fascino. Oggi le “scatole nere” sono il modello prevalente. Gli strumenti antichi, quindi preziose testimonianze ed efficaci supporti didattici, sono stati spesso sacrificati per motivi di disponibilità di spazio.Ne consegue l’importanza delle raccolte di vecchie strumentazioni e della loro catalogazione ai fini dello scambio fra istituzioni didattiche e della possibilità di reperire particolari modelli strumentali ai fini storico-disciplinari.

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CRA-RPS 1871 Roma

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Un percorso dall’”armadio” alla “scatola nera” passa attraverso innovazioni tecniche (si pensi al passaggio dallo Spettrografo al Quantometro allo Spettrometro al Plasma; si pensi al passaggio dal Potenziostato/ Amperostato al Multistat; si pensi a misure complesse come quelle del TOC (total organic carbon) e riduzioni dimensionali medie (volumetriche e lineari) da ˃1m3 (dimensione lineare dell’ordine 1m) nel tempo si è progressivamente passati a 0,12 m3 (dimensione lineare 50 cm),

a 0,03 m3 (dimensione lineare 25 cm), a 0,001m3 (dimensione lineare 10 cm) fino agli attuali Portatili.

Non si può prima di concludere non fare un’ulteriore considerazione quasi a segnalare un’inversione di tendenza. L’aspirazione a strumenti sempre più completi e quindi anche più complessi ha innescato un processo di progressiva espansione delle dimensioni medie degli strumenti forse in attesa di un nuovo “inscatolamento”.

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

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6 domande ai candidati presidenti.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

In questo periodo sono in corso le operazioni che porteranno alla elezione del nuovo Presidente della SCI; i due candidati fra i quali i soci chiamati a scegliere sono una donna Angela Agostiano e un uomo Alberto Albinati. La scelta consentirà al candidato di affiancarsi per un anno al presidente in corso per meglio svolgere poi il proprio ruolo.

Più che presentare ufficialmente i due soci, il blog vorrebbe, come è sua tradizione, stimolare un dialogo sui temi sui quali la SCI si troverà ad agire nel futuro e sui quali il nuovo presidente dovrà quindi fattivamente operare.

Per questo motivo presentiamo qui una intervista ai due candidati; le domande sono state formulate su una proposta di temi partita dalla redazione del blog. Ringraziamo i due candidati per il tempo e l’impegno che ci hanno dedicato.

Domanda 1): Nel 1896, quando si festeggiarono i 70 anni di Cannizzaro fra i chimici italiani c’era solo una donna, la prof. Bakunin; oggi abbiamo la possibilità, sia pur per la prima volta di eleggere una presidente donna per la SCI; cosa pensa dei problemi di genere nella Scienza, problemi che specie negli ultimi anni sono venuti spesso alla ribalta proprio nel mondo della Chimica e possono essere sintetizzati nel termine “tetto di cristallo”; il tetto di cristallo esiste ancora in Chimica?

s200_angela.agostiano Il fatto che siano più uomini che donne che vogliono occuparsi di scienza è senza dubbio un pregiudizio. Basta guardare il numero degli iscritti o dei laureati a corsi di laurea come chimica, fisica, matematica per rendersi conto che il numero delle donne è superiore a quello degli uomini. E’ certamente vero però che un problema di genere esiste se si guarda alla possibilità di far carriera. Oggi la stragrande maggioranza delle posizioni apicali è occupata da uomini. Il numero di donne che raggiungono posizioni di rilievo sta progressivamente aumentando, ma la cinetica del processo è talmente lenta da far ipotizzare che ci vorranno non meno di venti anni per colmare il divario. Credo che ci debba far rifletter il fatto stesso che io sia stata la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente della SCI (ed oggi a candidarsi per la presidenza), nonostante le donne rappresentino circa la metà dei suoi iscritti.

Nonostante la mia esperienza personale mi porti a dire che più che con ostacoli oggettivi legati al fatto di essere donna ho dovuto fare i conti con l’assenza di strutture e servizi che mi permettessero di inserire il lavoro nella mia vita privata senza corse, ansie o condizionamenti, è obbiettivamente vero che il tetto di cristallo ancora esiste, ed il suo sfondamento non può che passare attraverso un cambiamento delle regole del gioco, con l’abbandono del metodo della cooptazione per passare a quello della valutazione trasparente del merito. Credo però che il raggiungimento delle pari opportunità nella carriera non debba significare necessariamente un adeguamento a modelli maschili: io ho sempre preferito il concetto di autorevolezza a quello di autorità.

alberto albinati

Vorrei per prima cosa ricordare il ruolo del Presidente della SCI che è quello di coordinare ed indirizzare le attività della Società che vengono svolte attraverso le divisioni, gli organi periferici, i Tavoli di Lavoro e le commissioni. Tutte le iniziative vengono discusse e rese operative dal Consiglio Centrale. Senza questo prezioso lavoro sarebbe inimmaginabile affrontare i molteplici temi di cui la SCI si occupa.

Negli ultimi decenni si è osservato un incremento notevole delle iscrizioni femminili ai corsi di chimica: da una percentuale, in molte sedi, del 10-20% negli anni sessanta, attualmente siamo oltre il 50%. Evidentemente è cambiato in modo drastico la percezione del ruolo della donna nella società e del suo inserimento nel mondo del lavoro anche se questo spesso ha portato ad un difficile equilibrio tra i diversi ruoli. Nella SCI fortunatamente è presente una numerosa e preziosa componente femminile nelle Divisioni, nei Gruppi Interdivisionali nelle Commissioni, componente che è aumentata rispetto al passato e certamente aumenterà. Sono convinto che il problema “dei tetti” sia purtroppo ancora presente in molte realtà ma che la SCI rappresenti un buon esempio (certamente migliorabile come ovvio) di rappresentatività che permette di scegliere non in base alla necessità di raggiungere “quote rosa” ma alle capacità delle persone.

Domanda 2): L’aggettivo “chimico” ha nel linguaggio comune una valenza negativa; questo probabilmente dipende dal fatto che il grande pubblico, al di là della diffusa ignoranza di merito non riesce a distinguere e separare le responsabilità della scienza da quelle di chi la applica nell’economia e nella produzione; cosa potrebbe fare una società scientifica per contribuire a superare questo problema? Come separare le  responsabilità di scienziati, professionisti o insegnanti da quelli che per motivi spesso di profitto inquinano o usano comunque male delle risorse?

s200_angela.agostianoPenso che tutte le discipline scientifiche soffrano del problema di una cattiva pubblicità derivante da un uso distorto dei risultati delle proprie ricerche. Alcune volte è anche doveroso riconoscere che si sono fatti degli errori che hanno avuto conseguenze molto negative e suscitato sospetto o diffidenza. La chimica forse più delle altre soffre di questo problema, perché ritenuta responsabile di inquinamento, sofisticazione di cibi, uso di concimi in agricoltura, tutti temi che colpiscono da vicino la sensibilità della gente. Contribuisce certamente alla diffusione di questa immagine negativa la poca chimica che è insegnata nelle scuole ma anche la poca correttezza dell’informazione che arriva attraverso i mezzi di comunicazione. Curare e promuovere l’immagine e la cultura della chimica deve rappresentare la missione di una società scientifica come la SCI, articolata strutturalmente al suo interno per un confronto continuo tra tutte le professioni su tutte le tematiche disciplinari. E’ importante però che l’attività non si sviluppi solo al suo interno. Quanto conti oggi non solo lavorare sui contenuti della didattica, ma anche appassionare ed entusiasmare i giovani lo dimostra il crescente successo dei giochi della chimica, costante terreno di confronto con le scuole a livello territoriale. Penso che la SCI abbia già e debba ulteriormente sviluppare gli strumenti per promuovere il ruolo della chimica verso la società civile e la politica, attraverso interventi puntuali e comprensibili su tutti i mezzi di comunicazione ed attraverso l’organizzazione di congressi ed iniziative divulgative aperte. Intervenire correttamente e proporre soluzioni puntali su tutti i temi, sia quelli legati alla vita di tutti i giorni sia quelli legati alle grandi sfide sociali, è a mio parere l’arma migliore per rafforzare e rendere credibile la comunità dei chimici.

alberto albinati In genere il grande pubblico e molta stampa percepiscono la chimica e in particolare l’industria chimica come un pericolo per l’ambiente, nonostante la ricerca scientifica in ambito chimico abbia sviluppato nuovi materiali che hanno portato ad un miglioramento della qualità della vita, ad applicazioni favorevoli all’ambiente e a risolvere problemi legati alla salute. Problemi quali la gestione dei rifiuti, il riciclo, l’efficienza energetica sono stati affrontati ottenendo buoni risultati proprio grazie alla ricerca chimica. Comunicare la corretta distinzione tra l’ottenere risultati scientifici (il “progresso scientifico”) e la responsabilità di un uso improprio o dannoso degli stessi, è un problema complesso che ha origini nella mancanza di cultura scientifica nella società italiana; non è facilmente risolvibile se non attraverso l’insegnamento nella Scuola, che formi una cultura scientifica di base, e una comunicazione riguardante la scienza accurata che deve raggiungere il grande pubblico in modo efficace. Il ruolo che la SCI può avere è quello di pubblicizzare gli aspetti positivi della ricerca scientifica, particolarmente quella chimica, rivolgendosi al pubblico non specializzato con l’organizzazione di seminari e conferenze sia in occasione dei Congressi SCI che con iniziative sul territorio e cercando di essere strumentale nel miglioramento della qualità della comunicazione scientifica da parte dei media. Molte iniziative sono state già messe in atto, dalle Divisioni e Sezioni, che dovranno non solo continuare ma aumentare. La collaborazione con l’Ordine dei Chimici è poi fondamentale come dimostrato, ad esempio, dal successo delle iniziative per l’EXPO.

Domanda 3): L’insegnamento della Chimica è oggetto di molte discussioni relative a metodi e ai contenuti; quale è la sua idea a riguardo? L’insegnamento della Chimica deve essere fatto dai Chimici? L’insegnamento della Chimica deve contenere riferimenti alla storia e quanti? L’insegnamento della Chimica quando dovrebbe cominciare? Insomma quali aspetti di questa tematica riterrebbe doveroso affrontare da parte della SCI?

s200_angela.agostianoLe tematiche relative all’insegnamento della chimica   devono e sono già tutte affrontate e continuamente oggetto di dibattito all’interno della SCI, attraverso il lavoro della divisione di didattica. L’argomento è veramente complesso, perché si intrecciano problematiche di natura culturale ed educativa in continua evoluzione che devono essere risolte in presenza di situazioni pregresse e consolidate di posti di lavoro e di una continua riduzione delle risorse. Inoltre la differenza di impostazione tra istituti tecnici e licei, rende quasi impossibile una risposta univoca a tutti i problemi. E’ quindi necessaria una continua interlocuzione con il mondo della scuola, i tavoli ministeriali ed i nostri rappresentanti all’interno del CUN. Personalmente sono sempre stata convinta che la conoscenza della disciplina non è da sola sufficiente a garantire la bontà di un insegnamento, ma è una condizione imprescindibile per poter trasferire agli studenti gli strumenti per elaborare criticamente le loro conoscenze. Credo anche che inquadrare storicamente quello che si insegna serva moltissimo a caratterizzare la specificità di una disciplina rispetto ad un’altra ed anche a meglio comprenderne il linguaggio. Proprio perché la chimica è chiave di lettura di tutti i fenomeni naturali, penso che il suo studio debba e possa cominciare con un approccio certamente sperimentale già dai primi anni del percorso educativo di ogni studente.

alberto albinati E’ non solo auspicabile ma fondamentale che tutti i corsi di insegnamenti chimici nei vari indirizzi scolastici debbano essere insegnati da chimici e per quanto possibile essere accompagnati da esperienze pratiche (laboratorio). Vi sono poi vari modi per facilitare l’apprendimento di questa materia, considerata spesso ostica dagli studenti; per esempio, l’insegnamento della chimica negli istituti di istruzione secondaria potrebbe essere organizzato a moduli, con moduli fruibili a partire dal 1° anno, integrare le lezioni con “applicazioni elettroniche” o privilegiare un approccio “problem solving” rispetto alle lezioni frontali. La SCI si occupa attivamente di questi problemi attraverso la Divisione di Didattica Chimica ma dovrà sempre più aprirsi al mondo della scuola ed ai suoi problemi.
I riferimenti storici sono importanti sia per ricordare gli scienziati come persone reali che per descrivere il percorso fatto per arrivare a teorie e a scoperte che non nascono nel vuoto ma sono influenzate da un ben preciso contesto storico-culturale e sociale. La natura e la “quantità” di questi “cenni storici” possono però essere solo decisi dal docente. Sarebbe poi auspicabile riuscire, ma è un progetto a lungo termine, ad arrivare ad un insegnamento di Storia della Chimica analogamente a quanto avviene, per esempio, con il corso di Storia della Fisica. La presenza di conferenze di carattere storico nei Congressi SCI (come avvenuto per esempio all’ultimo Congresso SCI) e divisionali è senz’altro una lodevole “abitudine” da incoraggiare.

Domanda 4): C’è una enorme valenza della storia della Chimica e del suo valore sia didattico che culturale e sociale, riguardo agli effetti della nostra disciplina nella vita dell’uomo; eppure non esiste un museo o un riferimento comunque vogliamo chiamarlo della nostra disciplina e delle sue applicazioni; esistono molte iniziative a riguardo, ma spesso non coordinate fra di loro; la scuola e l’università non si avvalgono di questo supporto o almeno in modo non sistematico; non ritiene che occorrerebbe fare qualche intervento in questo campo?

s200_angela.agostianoSono convinta che la conoscenza di ogni disciplina sia strettamente correlata con la conoscenza della sua storia. Questo è tanto più vero per la chimica, a causa dello stretto legame che lega la sua storia a quella dell’avanzamento della conoscenza e dello sviluppo economico e sociale. Stimolare la curiosità di uno studente portandolo a comprendere come si è evoluta nel tempo la materia che sta studiando è inoltre un formidabile strumento didattico. Ci sono certamente dei luoghi, come alcuni musei o cittadelle della scienza, in cui ci si può avvicinare alla conoscenza della storia della chimica, ma penso che la SCI dovrebbe sostenere iniziative volte alla creazione di luoghi dedicati a raccogliere documenti e testimonianze dello sviluppo della nostra disciplina, ed anche a collegare l’enorme patrimonio esistente presso le università (ma non solo) e renderlo accessibile facilmente a chi la chimica la studia e a chi la chimica la insegna o semplicemente a chi la vuole conoscere meglio. Ovviamente questo lavoro necessita della disponibilità di risorse umane ed economiche e di una progettualità che possa consentire l’accesso a finanziamenti ministeriali appositi, ma sarebbe culturalmente rilevante intraprendere azioni in tale senso e credo che la SCI abbia al suo interno le competenze necessarie per portarle avanti.

alberto albinati Esistono diversi musei della chimica associati alle università, ad esempio università di Firenze, Roma, Genova, “Ciamician” di Bologna, che raccolgono i materiale, le esperienze, i documenti dello sviluppo della chimica nel tempo. Certamente una rete che coordini queste iniziative sarebbe auspicabile così come il reperimento di finanziamenti ad hoc per il mantenimento del patrimonio scientifico in essi custodito. Per raggiungere l’obiettivo è necessario la disponibilità di soci a lavorare ad un progetto “musei” ed adeguate fonti di finanziamento.

Domanda 5): Ci sono almeno due temi ricorrenti in cui la nostra disciplina viene coinvolta come “responsabile” primaria: l’inquinamento ambientale e le tematiche del riscaldamento globale e dall’altra quello della crisi delle risorse; la nostra società spesso non si schiera apertamente a riguardo, basti pensare agli articoli di CI che ancora difendono una visione dei cambiamenti climatici come dovuti all’effetto del Sole o a cause non ben chiare, invece che all’azione dei gas serra prodotti dalla nostra produzione industriale ed agricola; cosa pensa di questi due temi: ambiente  e risorse, in rapporto al ruolo della Chimica?

s200_angela.agostianoCredo che l’approccio giusto per affrontare questi temi sia quello che la SCI ha già proposto in occasione della conferenza organizzata nel Novembre del 2014 a Roma dal titolo “Chemistry for the Future of Europe – Energy, Food, Environment” dove congiuntamente al Consiglio Nazionale dei Chimici ed all’ European Association for Chemical and Molecular Sciences” ( EUCHEMS), sono stati analizzati i vari e fondamentali contributi che i chimici possono dare per rispondere alle grandi sfide che l’umanità si trova ad affrontare nel campo dell’energia, del cibo e dell’ambiente, cercando di trovare univocamente risposte adeguate sotto il profilo tecnico e rilevanti sotto il profilo etico. Credo che la consapevolezza che noi tutti dovremmo avere dello stretto collegamento esistente tra l’attuale modello di sviluppo, legato ad uno sfruttamento intensivo delle risorse, ed i cambiamenti climatici ed ambientali, debba necessariamente portare ad assumerci la responsabilità di dare un contributo concreto alla creazione ed attuazione di un modello alternativo basato sulla riduzione dei consumi e la sostenibilità ed il controllo dei processi, che oltretutto, nel lungo termine è anche l’unico che possa anche rappresentare un modello alternativo di sviluppo economico.

alberto albinati Credo di avere già in parte risposto nel punto (2). Vorrei però sottolineare che la SCI è una società scientifica il cui dovere è quello di fornire evidenze scientifiche, dati obiettivi ed essere un tramite di discussione, non quello di formare “schieramenti”. Mi sembra comunque che sulle cause del riscaldamento globale antropogenico vi sia una posizione condivisa dalla comunità scientifica, dalle maggiori società scientifiche e la SCI non è un’eccezione. La Chimica e l’Industria sta svolgendo un rilevante ruolo culturale per i soci ed è un importante mezzo di interazione con l’ordine dei chimici (ora che le due riviste CI ed” Il chimico Italiano”, sono un unico volume) e deve essere un luogo dove possano avvenire discussioni scientifiche, il che vuol dire anche ospitare voci critiche.
Ambiente e Risorse sono due temi fondamentali per la stessa sopravvivenza della società e temi fondamentali per le Divisioni ed i Gruppi Interdivisionali della SCI.

6) Come vede il futuro della SCI? Cosa pensa del rapporto con gli ordini professionali? La SCI del futuro quale ruolo potrà svolgere per unificare (se lei pensa che debba farlo) chi lavora nella ricerca, nella scuola, nell’industria?

s200_angela.agostianoPenso che il futuro della SCI sia strettamente correlato alla sua capacità di rappresentare un luogo di incontro e di confronto fra diverse anime, sia per quel che riguarda il mondo della ricerca, nelle Università e negli Enti pubblici, che per il mondo delle professioni, nelle industrie e nei laboratori. Credo sia anche indispensabile un rafforzamento della sua presenza a livello internazionale, perché le principali direttrici di sviluppo scientifico, tecnologico e normativo vengono ormai elaborate e formalizzate in ambiti sovranazionali. Mantenere uno stretto rapporto di collaborazione e confronto con organizzazioni che aggregano settori più o meno estesi ma significativi di chimici come l’Ordine dei Chimici e Federchimica è non solo auspicabile , ma strettamente necessario anche per la programmazione di una didattica che possa offrire migliori possibilità ai nostri laureati nel momento in cui si affacciano al mondo del lavoro.

La SCI per la sua articolata organizzazione sia a livello territoriale che disciplinare, può e deve ambire a diventare la voce da interpellare a livello nazionale per tutto quello che riguarda la chimica, capace di dialogare con le Istituzioni elaborando proposte credibili e condivise e di influenzarne le decisioni.

alberto albinati La SCI dovrà essere il punto di riferimento per tutti i chimici italiani non solo nell’università ma nell’industria, nel CNR, nella professione e nella scuola. E’ necessario che la SCI aumenti il numero di iscritti ottenendo così una migliore rappresentatività di tutte le componenti, industria, scuola, professione ed università; una SCI più numerosa vuol dire un interlocutore più autorevole sia a livello nazionale che internazionale. Molto importante sarà continuare, per esempio, a rafforzare la cooperazione con gli ordini professionali attraverso tavoli di lavoro con rappresentanti dell’università e della professione su tematiche legate alle formazione ed iniziative comuni o con l’industria sulla ricerca e sulla formazione universitaria; alcune iniziative per altro sono già iniziate con successo.
Un traguardo importante per la SCI dovrà essere quello di favorire l’aggregazione di ricercatori o gruppi di ricercatori (universitari e non) attorno a progetti ed obiettivi di ricerca comuni e facilitare le interazioni con le imprese in modo da raggiungere quella massa critica necessaria per competere con successo nei finanziamenti europei.

La premiata ditta Bossi

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Giorgio Nebbia

Il viandante che percorre, a Milano, Via Carducci si fermi all’angolo con Corso Magenta; se guarda verso S. Maria delle Grazie e il Palazzo delle Stelline si trova di fronte al sito in cui è nata l’industria chimica italiana e che è stato anche sede di una delle prime contestazioni ecologiche.

stelline

L’interessante storia è stata raccontata molti anni fa da Valerio Broglia, professore di chimica e storico appassionato, purtroppo scomparso, in due articoli dimenticati pubblicati nella rivista “Chimica”, ormai scomparsa anch’essa, e merita di essere dissepolta dall’oblio.

Alla fine del 1700 una fiorente industria chimica esisteva già in Inghilterra, Francia, Germania. Il processo di produzione dell’acido solforico dallo zolfo e dal salnitro era stato applicato su scala industriale intorno al 1750 in Inghilterra e ben presto erano sorte fabbriche simili in altri paesi europei. L’acido solforico era la materia essenziale per la produzione delle altre merci chimiche importanti. Trattando con acido solforico il sale era possibile ottenere il solfato di sodio e l’acido cloridrico. Dal solfato di sodio, per reazione con idrato di calcio, si otteneva l’idrato di sodio. Ossidando l’acido cloridrico si otteneva cloro. Questi prodotti erano richiesti dall’industria tessile e della carta, per il trattamento dei metalli, per la fabbricazione del vetro e del sapone.

Nel 1781 gli industriali inglesi avevano ottenuto l’abolizione dell’imposta sul sale, una pratica fiscale che poteva avere senso in una società agricola e arretrata, ma che ostacolava l’industria chimica che aveva bisogno del sale a basso prezzo come materia prima. Negli altri paesi europei l’imposta sul sale fu abolita poco dopo. In questo fervore produttivo internazionale l’Italia doveva acquistare all’estero i prodotti chimici di cui aveva bisogno e ciò spinse un certo Francesco Bossi a chiedere al governo, nel maggio 1799, l’autorizzazione ad installare una fabbrica di acido solforico e di altri prodotti chimici. In quell’anno Milano e la Lombardia, dopo una temporanea occupazione da parte di Napoleone, erano stati restituiti all’impero austriaco che li occupava dal 1748.

Il procedimento proposto da Bossi consisteva nel bruciare, in un apposito fornello, una miscela di zolfo e salnitro: i gas sviluppati dalla combustione venivano portati a contatto con acqua in una “camera”, una specie di recipiente, di piombo. In un documento del 13 maggio 1800 Bossi descrisse il processo chiedendo anche un monopolio per venti anni per i prodotti ottenuti. La richiesta fu esaminata dal padre Ermenegildo Pini (1742-1819), regio delegato alle miniere, che espresse un parere favorevole in data 30 maggio 1800. Pochi giorni dopo, il 14 giugno, in seguito alla battaglia di Marengo, al governo austriaco successe la Repubblica Italiana.

La pratica andò avanti col nuovo governo che nominò come perito Antonio Porati (1742-1819), “farmacista in del rion de Porta Ticines”; questi riferì di aver visitato il laboratorio di Bossi e di averlo trovato conforme a quanto descritto “nelle più recenti opere di chimica”. Il vicepresidente della Repubblica Italiana rifiutò però a Bossi il monopolio richiesto, probabilmente per non danneggiare gli interessi dell’industria francese.

Bossi allora chiese un dazio doganale sull’acido solforico importato dalla Francia e un prestito; non ottenne né l’uno né l’altro, ma solo la concessione dell’uso gratuito di alcuni locali dell’ex-convento di San Girolamo, confiscato dallo stato repubblicano e adibito a caserma e ad abitazione. Questo convento di San Girolamo si trovava nei pressi della porta Vercellina — l’attuale incrocio fra Via Carducci e Corso Magenta — lungo il naviglio oggi coperto e dava il nome all’attuale via Carducci. Prima dell’ingresso dei francesi l’edificio era stato un collegio o un seminario dei gesuiti ed è stato distrutto all’inizio del 1900.

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Milano,_Naviglio_di_San_Gerolamo, attuale Via Carducci nella seconda metà dell’800.

Oltre all’acido solforico Bossi produceva anche acido cloridrico, acido nitrico, cloruro di ammonio, solfati di sodio, di potassio, di magnesio e di rame. L’acido nitrico era, fra l’altro, usato per la preparazione delle lastre per la stampa delle monete da parte della Zecca.

Ben presto la fabbrica fece sentire la sua presenza con la produzione di fumi e miasmi che provocarono la protesta dei coinquilini e dei gendarmi, ospitati nello stesso convento. E’ uno dei primi casi di protesta popolare e di lotta contro l’inquinamento dovuto a scorie industriale. Il 13 giugno 1802 fu emessa un’ordinanza che obbligava Bossi a smettere subito la produzione. Bossi cercò di opporsi accusando i concorrenti e gli importatori di acido di aver sobillato la protesta contro di lui. Ancora più arrabbiati, gli abitanti dell’edificio di San Girolamo ricorsero, il 16 giugno 1802, alla Commissione Sanità del Dipartimento dell’Olona (la struttura amministrativa che comprendeva Milano e provincia), qualcosa come l’assessorato regionale alla Sanità. La Commissione fece fare subito un sopralluogo e il 18 giugno 1802 — a giudicare dalle date i procedimenti amministrativi in difesa della salute pubblica erano più rapidi che adesso — diede a Bossi tre giorni di tempo per murare le finestre verso il cortile “onde togliere ogni comunicazione degli effluvi solforici col caseggiato”.

I guai non erano finiti. Il 10 luglio Bossi e un suo operaio furono “mezzi abbrucciati” dall’acido solforico; i due malcapitati con i vestiti in fiamme si gettarono in un sarcofago di pietra pieno d’acqua e Bossi dovette stare tre mesi in ospedale.

Con la ripresa del lavoro l’inquinamento e il puzzo continuarono fra le proteste dei soldati e dei coinquilini. Nel novembre dello stesso sfortunato anno 1802 il povero Bossi, pieno di debiti, dovette cedere la sua quota nell’impresa al socio L. Diotto e a un certo Michele (o Carlo o Francesco) Fornara (detto il Folcione), una specie di impiantista che aveva costruito le apparecchiature. I tre soci litigarono per qualche tempo e Bossi uscì definitivamente di scena proprio nel momento in cui, nonostante l’inquinamento, gli affari cominciavano ad andare meglio.

La produzione della nuova ditta continuò nei locali di San Girolamo, ma l’inquinamento e le nocività continuarono a destare le proteste dei gendarmi e del vicinato. Nel 1807 il prefetto del Dipartimento dell’Olona (la Repubblica italiana si era nel frattempo trasformata in Regno Italico) fece compiere un ennesimo sopralluogo nella fabbrica di acido solforico, ora della ditta Fornara & C.; ancora una volta venne constatata la nocività delle esalazioni gassose irritanti e il Prefetto ordinò il definitivo trasferimento della fabbrica.

Dapprima venne proposto il convento sconsacrato dei Cappuccini (dove più tardi venne installata un’altra fabbrica di acido solforico), ma poi nel 1808, dopo lunghe discussioni, la fabbrica Fornara si trasferì in San Vincenzo in Prato, altra chiesa sconsacrata dalle parti di Porta Genova (esiste ancora oggi Via S. Vincenzo), che sorgeva appunto in mezzo ai prati, abbastanza isolata.

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La chiesa di S. Vincenzo venne venduta nel 1810 ai soci L. Diotto e F. Fornara per lire 10.193. Questi la vendettero poco dopo alla ditta di Giuseppe Candiani (1830-1910) e Biffi che vi installò una fabbrica di acidi e per questo nell’Ottocento era chiamata “casa del Mago”. La chiesa fu riaperta al culto di nuovo intorno al 1880.

In San Vincenzo la fabbrica Fornara riprese la produzione di acido solforico e derivati nella primavera del 1809, sollevando altre proteste dei nuovi vicini, ma ci fu anche allora un perito compiacente, ancora quel Porati che abbiamo incontrato all’inizio, pronto a testimoniare che non c’era nessun posto migliore per una fabbrica di acido solforico. Se può esserci qualche disturbo per le persone che devono respirare i vapori di acido da vicino — al più, tanto, si tratta degli operai — questi vapori anzi “diventano salubri quando si dilatano e si allontanano dalla loro sorgente”. Il mondo non cambia mai.

Questa pagina della storia minore — ma la storia del lavoro e dell’industria è proprio “minore” ? — di Milano meriterebbe di essere più conosciuta. Chi sa che qualcuno non voglia ricordare con una lapide i luoghi in cui è nata l’industria chimica e si sono sperimentate le prime contraddizioni fra produzione di merci, produzione di scorie e rifiuti e salute dei lavoratori e dei cittadini.

Acqueforti della “casa del Mago” di San Vincenzo in Prati, in: http://www.boscarol.com/blog/?p=8934

Questo articolo è già comparso in una forma un po’ diversa qui.

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Nota del BlogMaster:

Dalle mappe che si trovano facilmente in rete si apprezza che la prima posizione della fabbrica di Bossi, il convento di S. Girolamo, nelle adiacenze dell’attuale palazzo delle Stelline era all’epoca di Napoleone una zona periferica ma ancora inserita nel sistema cittadino della mura, vicino ad una della porte maggiori di Milano, la Porta Vercellina; sebbene periferico il luogo non era affatto mal collegato anche perchè raggiunto dal Naviglio di S. Girolamo, che è poi diventata alla fine dell’800 la attuale Via Carducci, con il totale interramento del naviglio.

Il trasferimento successivo della fabbrica nella allora sconsacrata basilica di S. Vincenzo in Prato, come dice lo stesso nome corrispondeva ad un allontanamento effettivo al di fuori della vecchia cerchia delle mura, ma ancora non troppo lontano dal sistema dei navigli, anche perchè la nuova sede era ad un solo chilometro dalla precedente, un quarto d’ora a piedi. I navigli hanno fatto la ricchezza e la fortuna di Milano, ma molti sono poi stati interrati scomparendo di fatto entro i primi anni del 900 dalla vita della città.