I misteri di Report.

Claudio della Volpe

Pochi giorni fa la trasmissione Report ha denunciato come “misterioso” e non giustificato l’aver trovato una certa quantità di titanio, nelle bibite gasate che stava analizzando per motivi legati al loro metodo di produzione; in effetti è un buon argomento di vendita la “misteriosità” della ricetta di alcune di queste bibite e nell’ambito di una trasmissione sulla Coca-Cola il tema presenta un certo interesse. Ho seguito anch’io quella trasmissione e sono rimasto colpito da questo apparente “mistero”; non essendo un esperto ho voluto approfondire. Il titanio era riportato alla concentrazione di alcuni ppb, ossia parti per miliardo, che corrispondono a microgrammi per chilogrammo.

Inoltre nei medesimi giorni un intervento sul nostro blog ha riguardato un analogo tema; infatti nel post: Poletilentereftalato nell’industria alimentare

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/01/24/polietilene-tereftalato-nellindustria-alimentare/

pubblicato oltre un anno fa Luigi Campanella poneva l’accento sui problemi legati alla cessione da parte del PET, il polietilentereftalato, il componente essenziale dei contenitori; esso potrebbe avere problemi di cessione specie se la conservazione delle bottiglie non è fatta nel modo migliore.

In quel post Luigi riportava la presenza di piccole quantità di antimonio nella soluzione, ma soprattutto di componenti provenienti dal polimero e di elementi di degradazione del PET che secondo alcuni autori potrebbero addirittura avere effetti mutageni; vi rimando al post e ai lavori in esso citati per maggiore completezza.

In un recente intervento sul post un lettore poneva la domanda se la presenza di titanio, i cui composti stanno sostituendo l’antimonio come componente dei catalizzatori di polimerizzazione del PET, può essere giustificato. Nella medesima domanda poneva anche il problema se l’uso dell’acido acetico 3% fosse una scelta giusta, e quale fosse il suo pH. A questa seconda domanda rispondo immediatamente: dato che una soluzione 3% di acido acetico corrisponde a circa 30g per litro, ossia 0.5M, il suo pH si calcola immediatamente dalla costante acida essere attorno a 2.5, dunque proprio i valori che il lettore chiede.

In effetti negli ultimi anni si sono introdotti catalizzatori a base di titanio nella produzione di PET; questo è ampiamente documentato in letteratura; si veda per esempio qui, una conferenza internazionale del 2006, quindi oltre 10 anni fa, in cui i catalizzatori a base di titanio sono proposti come alternativa al più inquinante antimonio. I vantaggi rispetto all’antimonio sono dati anche dai risultati tecnici, come la trasparenza del polimero finale, la cessione ridotta di monomero e così via.

La concentrazione di titanio nella massa del materiale da catalizzare è dell’ordine delle decine di ppm, ossia parti per milione (mg per chilogrammo di polimero) e dunque è ragionevole immaginare che una cessione di questo catalizzatore possa arrivare a concentrazioni dell’ordine dei ppb, mille volte inferiore, nel contatto con la soluzione acidula di bevanda o comunque con una soluzione acquosa (microgrammi per litro). Non c’è dunque alcun mistero nella presenza di ppb di titanio nelle bibite date, che sono concentrazioni largamente inferiori a quelle ritenute potenzialmente pericolose.(Ovviamente l’esatto rapporto dipenderà dalla storia della bottiglia, potrebbe essere anche 1:100 o perfino 1:10 se la storia del’immagazzinamento lo consente).

E’ da dire che il titanio è usato anche per un altro scopo molto diverso ed è usato direttamente in alcune bibite come “clouding agent” ossia come agente di “oscuramento” per rendere per esempio le bibite di succhi di frutta più simili a quelle naturali; il tema è ampiamente noto ed è stato trattato in tesi come questa che linko che sono anche esse liberamente scaricabili dalla rete (ovviamente in inglese)

https://www.theseus.fi/bitstream/handle/10024/93815/julkaistava%20versio_%20Anne%20Kuisma_TiO2.pdf?sequence=1

Tesi di Anne Kuisma presso la Università finlandese Metropolia di scienze applicate ad Helsinki, la maggiore della Finlandia.

In questo caso la concentrazione di titanio (denominato qui come E171 in genere) è molto più alta, può arrivare molto al di sopra di quella determinata nelle bibite studiate da Report.

In un recente lavoro pubblicato da EFSA che è l’organismo europeo che si occupa di questi temi si è rianalizzato il tema del pericolo da titanio; il report si chiama:

Re-evaluation of titanium dioxide (E 171) as a food additive. EFSA Panel on Food Additives and Nutrient Sources added to Food (ANS) pubblicato nel giugno 2016, scaricabile liberamente da qui.

La conclusione del panel di esperti è che la sicurezza generale del prodotto è notevole e che il limite di ben 2.25g/kg di peso corporeo come assorbimento è valido; comunque il panel di esperti attende sviluppi della letteratura per stabilire un limite di assorbimento per i potenziali effetti mutageni della sostanza che sono stati più volte indicati in letteratura ma senza la rigorosità necessaria.

Titanio tetrabutossido, possibile catalizzatore per PET

Ovvio che nel caso del titanio usato come clouding agent non stiamo parlando dei medesimi composti di titanio usati come catalizzatori (per esempio titanio tetrabutossido) ma di TiO2, un ossido inorganico molto comune.

Questo fra l’altro mi fa ricordare che il biossido di titanio (TiO2) è uno dei principali componenti delle vernici bianche (Corradini mi ricordo che lo diceva sempre a lezione, una delle prime cose che ho sentito da lui) ed una delle sostanza di sintesi più usate del mondo. Il biossido nanometrico, come aerossido o P25 è anche uno dei comuni composti usati in laboratorio per costruire le celle di Graetzel, le celle fotovoltaiche a colorante organico attivato.

Un recente lavoro a riguardo della mutagenicità/cancerogenicità dell’E171 è quello comparso su Scientific Reports 2017 e che riguarda l’effetto della quota di nano particolato presente anche nell’E171 usato per scopi alimentari; il lavoro è stato citato da Report, ma senza citare per esempio la pubblicazione dell’EFSA. In esso si studia l’effetto aggravante della frazione di nanoparticolato presente nell’E171 ma su tessuti di ratto in cui il tumore è stato indotto artificialmente e anche su ratti normali attraverso lo studio dellla formazione di ACF, ossia di lesioni precancerose; tuttavia è da dire che la relazione fra questi ACF e lo sviluppo successivo di cancro al colon dell’animale da esperimento non è ben chiarito (si veda anche qui).

Non intendiamo qui dare alcuna risposta sul tema, il compito è degli organismi deputati allo scopo che lo faranno, che lo stanno già facendo; la questione o mistero piuttosto è quando Report si deciderà, come anche gli altri giornalisti, a rivolgersi ai chimici invece di ventilare inesistenti misteri, come quello della “ingiustificata” presenza di titanio nelle bibite. Siamo per il principio di precauzione, ma vorremmo meno allarmismo e più giornalismo di inchiesta (vero). Fra l’altro la segnalazione di Luigi sugli effetti dei residui del polimero rimane sempre valida.