Le donne scienziate in Russia nella seconda metà del XIX secolo: “migranti della conoscenza”. 1.

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Rinaldo Cervellati

Nel libro European Woman in Chemistry, più volte da me citato, è ricordata Julia Lermontova (1846-1919), chimico russo della seconda metà del XIX Secolo. Da una più dettagliata ricerca mi sono reso conto che altre due colleghe di Lermontova, precisamente Anna Volkova (?-1878) e Nadezhda Ziber-Shumova (1870?-1914) sono state, insieme a molte altre donne scienziate, protagoniste di quel movimento di emancipazione femminile che ebbe inizio in Russia negli anni ’60 e ’70 del XIX secolo per filtrare poi in tutta Europa [1,2]. Mi sembra quindi opportuno premettere un excursus storico generale tenendo anche conto che della storia Russa quasi tutti ne sappiamo poco…

Il contesto storico e socio-politico

Nel 1855, l’ascesa al trono dello Zar Alessandro II, considerato un liberale rispetto al padre, Nicola I, suscitò una serie di aspettative nell’intelligentsia[1] e nella parte più progressista della nobiltà e della borghesia riformista. In effetti, nel 1861 promulgò la legge sull’emancipazione, con la quale venne abolita la servitù della gleba da tutto il territorio imperiale determinando l’indipendenza della maggioranza dei contadini russi. Nel 1864 riformò l’amministrazione locale creando assemblee elettive dei rappresentanti dei distretti, e promulgò la riforma dell’ordine giudiziario. L’anno precedente aveva avviato una controversa riforma dell’università che prevedeva però un aumento di fondi statali e l’autonomia dei docenti.

L’élite istruita sperava quindi che l’emancipazione dalla servitù e la riforma dell’istruzione sarebbero state accompagnate da un miglioramento della situazione delle donne, una democratizzazione del governo zarista e una liberalizzazione generale della società russa.

L’ottimismo era particolarmente diffuso fra i giovani (come capita quasi sempre) che si definirono “nihilisti” (o nichilisti) mutuando questo aggettivo dal famoso romanzo Padri e Figli (1862) di Ivan Turgenev, dove il protagonista si autodefinisce appunto “un nichilista”. Secondo Ann Koblitz [1], l’intenzione di Turgenev sarebbe stata di descrivere il suo giovane protagonista come un ribelle che negava tutte le istituzioni della società zarista solo per il piacere di provocare gli anziani.

Ivan Turgenev

 

Edizione di Padri e Figli in russo

Ma molti giovani, lungi dall’essere offesi da questa interpretazione, accettarono con entusiasmo l’aggettivo dichiarandosi nichilisti nel senso che “nulla nella società dei loro genitori valeva la pena di essere salvato; La Russia doveva essere completamente rifondata”[1].

In realtà, i giovani degli anni ’60 del XIX secolo avevano un’incrollabile fede nelle scienze naturali e nel potere dell’educazione, credevano fortemente nell’uguaglianza fra uomini e donne, ammiravano i contadini, le istituzioni rurali e desideravano essere in qualche misura utili all’emancipazione del popolo russo[2].

Per i nichilisti, la scienza sembrava il mezzo più efficace per raggiungere questo scopo: essa aveva respinto le barriere poste dalla religione e dalla superstizione e “provato” attraverso la teoria dell’evoluzione che le rivoluzioni sociali (pacifiche) erano la strada naturale da percorrere [1].

Conseguenze nella scienza in Russia

L’entusiasmo dei nichilisti per la scienza, insieme alla decisione del governo di dedicare materiali e risorse allo sviluppo scientifico, produsse rapidamente ottimi risultati: gli anni ‘60 e ’70 del XIX secolo sono considerati una “golden age” della scienza russa [1].

Agli storici della scienza sono ben presenti i nomi di Ivan Sechenov e Kliment Timiriazev in fisiologia; Dmitri Mendeleev, Aleksander Butlerov e Vladimir Markovnikov in chimica; Ilya Mechnikove, Aleksander Kovalevskii in embriologia; Ivan Pavlov in neurofisiologia; e Vladimir Kovalevskii in paleontologia, solo per citare i più noti. Forse meno noto è che a vari livelli tutti questi scienziati furono coinvolti nel fermento degli anni ‘60 e che molti di essi si consideravano nichilisti.

L’atteggiamento delle università russe nei confronti delle donne

Nei primi anni del 1860 le donne formavano una parte significativa di un gruppo poco caratterizzato di uditori non ufficiali che vagavano dentro e fuori dalle aule dell’Università di San Pietroburgo e di altre accademie tecniche specializzate. Professori e studenti le accoglievano volentieri, e inizialmente le autorità le tolleravano benevolmente, in seguito poi alla fine della guerra di Crimea (1856) e alla legge sull’emancipazione (1861) vi fu una certa liberalizzazione nella struttura universitaria. In questo periodo L’Accademia medico-chirurgica di San Pietroburgo cominciò ad ammettere le donne come studenti su base semiufficiale. Non potevano ricevere lauree, ma potevano sostenere in modo informale esami e lavorare nei laboratori dell’istituzione, entusiasticamente incoraggiate dai professori progressisti della facoltà.

Le studentesse erano ottimiste riguardo alle loro capacità e impegno, erano persuase che i loro studi avrebbero convinto il governo zarista ad ammetterle sulla stessa base degli uomini. Speravano che il nuovo statuto universitario in fase di elaborazione in quel momento, avrebbe codificato il loro ingresso nelle istituzioni di istruzione superiore in tutto l’impero russo. Una proposta di bozza dello statuto, approvata da tutte le università tranne Mosca e Dorpat, suggeriva infatti che le donne fossero ammesse con gli stessi diritti degli uomini. Se questa versione dello statuto universitario fosse stata adottata, la Russia sarebbe stata il primo paese in tutta Europa a concedere alle donne lo stesso status e le stesse lauree degli uomini. Sfortunatamente, lo zar fu molto restio e il governo intervenne a bocciare il provvedimento.

La conseguenza fu una serie di manifestazioni studentesche. Per le donne dell’intelligentsia il risultato più sfortunato del malcontento studentesco fu che le università si chiusero per loro. In termini puramente numerici non erano molte le donne coinvolte nelle proteste. C’erano meno donne uditori rispetto agli studenti maschi, e la maggior parte di esse temeva la sospensione dall’università se avessero partecipato alle dimostrazioni. Ma alcune donne avevano posizioni elevate nel movimento studentesco, quindi attrassero l’attenzione della polizia zarista.

La proposta di consentire alle donne di immatricolarsi ufficialmente fu definitivamente abbandonata, e nello statuto universitario riveduto del 1863 le donne non furono nemmeno menzionate. Inoltre, agli istituti di istruzione superiore fu ordinato di permettere l’ingresso solo agli studenti regolarmente iscritti, nella speranza di controllare così gli elementi più “sovversivi”.

Le donne più determinate e impegnate (spesso quelle con possibilità finanziarie) decisero di andare a studiare all’estero. La maggior parte di loro si recò all’Università o al Politecnico di Zurigo, perché le università svizzere accettavano donne straniere senza esami di ammissione. Questo era un punto importante, perché la maggior parte delle donne russe aveva ricevuto poca o nessuna istruzione formale. Inoltre, le tasse scolastiche e di soggiorno erano relativamente basse a Zurigo, dove esisteva già una grande colonia di studenti russi e di esiliati politici così che le donne si sentivano meno sole.

Dal 1865 al 1873, Zurigo vide una quantità sempre maggiore di donne russe in cerca di diplomarsi o laurearsi in scienze naturali o medicina.

In larga misura si deve a questa prima generazione di donne russe, l’ammissione femminile all’istruzione superiore nell’Europa continentale. Sono state le prime studentesse a Zurigo, Heidelberg, Lipsia e altrove, nonché le prime donne a ottenere dottorati in medicina, matematica, chimica e biologia.

In realtà le donne degli anni ‘60 furono spesso sorprese dal loro status di pioniere. Molte donne nichiliste erano piene di idealismo sull’Occidente e sul livello di democrazia e uguaglianza che secondo loro aveva raggiunto l’Europa occidentale. Inizialmente si sentirono inferiori, provenendo dall’ “arretrata” Russia, e si aspettavano fiduciosamente di unirsi a ranghi di numerose donne europee già impegnate in seri studi. Con grande stupore scoprirono invece che le loro idee e atteggiamenti, il loro entusiasmo per l’educazione e la loro determinazione a riuscire non erano affatto condivise dalle donne dell’Europa occidentale. Sotto alcuni aspetti, ciò le pone in prima linea nella costruzione del movimento femminista in Europa [1].

Soprattutto nei primi anni della colonia studentesca russa a Zurigo, incontrarono poche donne di altre nazioni. Anche le donne svizzere tendevano a non approfittare delle opportunità del loro Paese per l’istruzione avanzata, forse in parte perché gli svizzeri, a differenza degli stranieri, erano tenuti a ottenere il diploma ginnasiale per poter essere ammessi alle università o ai politecnici.

Dai dati statistici dell’Università di Zurigo risulta che dall’inverno 1863/64 all’estate 1872 la provenienza delle studentesse straniere fu di 23 inglesi, 10 tedesche, 6 austriache, 6 americane e ben 148 russe, contro solo 10 svizzere [1].

Ma il soggiorno in Svizzera non fu certo una “pacchia” per queste “migranti della conoscenza”. Sebbene alcune di esse avessero il sostegno dei genitori o in qualche caso dei mariti, molte si trovarono in difficoltà. Dovettero economizzare nel cibo, nell’alloggio, condividere libri e in certi casi alternarsi nell’uso di cappotti e stivali invernali [1]. Altri problemi derivarono da differenze socio-culturali.

Sebbene i professori trattassero con cortesia se non con entusiasmo, gli studenti russi, non altrettanto fu il comportamento dei comuni cittadini svizzeri, la maggior parte dei quali disapprovava il comportamento dei russi, in specifico quello delle donne. Anzitutto non capivano il loro desiderio di istruzione, in particolare per aree come le scienze e la medicina, considerate discipline poco femminili. Gli svizzeri furono scandalizzati anche dai rapporti di cameratismo fra le donne russe e le loro controparti maschili. Per i cittadini della classe media di Zurigo, i capelli corti di queste donne, i loro abiti semplici, i manierismi senza scrupoli e l’abitudine a fumare sigarette erano scioccanti. Se si aggiunge la tendenza delle russe a chiacchierare a tutte le ore, a passeggiare in città in gruppi di sesso misto, si può immaginare come molti svizzeri le considerassero poco più che prostitute. Le donne trovarono quindi difficoltà ad ottenere camere soddisfacenti in affitto e furono spesso discriminate e ridicolizzate nei negozi e nei mercati.

(continua)

[1] Nella Russia imperiale, con il termine intelligentsia veniva descritta una classe di intellettuali in grado di assumere una leadership culturale. A questi intellettuali veniva tuttavia impedito l’accesso alle leve ufficiali della politica e dell’ economia.

[2] Molto di tutto ciò è presente anche nel pensiero di Basarov, il protagonista di Padri e Figli, il nichilista che non credeva in nulla…, Un libro che ha molto influenzato la mia giovinezza (e non solo quella…)