Una riflessione sulle Università (ed i loro musei).

Luigi Campanella, già Presidente SCI

L’attuale situazione dell’Università è caratterizzata da problemi nazionali relativi sia agli aspetti giuridico-istituzionali che a quelli economico-finanziari sia infine a quelli di rete, quella degli Atenei essendo caratterizzata da troppe macroscopiche differenze fra i suoi poli per essere un Sistema.

In più la riforma dei cicli didattici-sulla quale pesano ancora alcuni dubbi circa il suo reale interesse verso le esigenze del Paese, degli studenti, e soprattutto del territorio- non ha rinforzato il legame di questo con gli Atenei che su di esso insistono, mentre tale legame sarebbe una garanzia ad una visione articolata del suddetto Sistema.

Si pensi alle specificità locali in termine di differenza di impegno industriale, tradizioni sociali e culturali, di risorse endogene.

Quanto detto riguarda anche la Chimica ed i suoi corsi di laurea, ma rivendico per essi un risveglio culturale che credo dovrebbe essere assunto anche in altri settori. Se andiamo ad osservare la trasformazione della lauree in chimica e chimica industriale negli ultimi 60 anni possiamo affermare che essa ha soprattutto riguardato lo sforzo di coniugare un’impostazione precedente prevalentemente disciplinare con una tematica, nella convinzione che la conoscenza non possa essere smembrata in informazioni; da qui l’impegno ad aggregare queste attorno alle tematiche sociali e culturali del nostro tempo.

Questa impostazione punta a creare nei giovani una sensibilità nuova. Un esempio recente riguarda il riconoscimento della laurea in chimica fra quelle di interesse sanitario: mai ciò sarebbe potuto avvenire solo 30-40 anni fa, a quel tempo prevalendo un’impostazione di colonizzazione della scienza e della ricerca. Vorrei che tale processo sia sostenuto dalle forze industriali e sindacali, che si riapproprino di una visione della formazione e dell’educazione dei giovani che non sia solo strettamente didattica, ma anche culturale.

Peraltro il recupero delle esigenze culturali è di certo una delle caratteristiche del nostro tempo. Tale recupero è avvenuto, e sta avvenendo, non in chiave elitaria – se così fosse esso resterebbe un fenomeno tanto limitato nel tempo, nello spazio e nei riflessi di costume da costituire oggetto di studi piuttosto che di interesse sociale – ma con una dimensione di partecipazione e di iniziative che ha coinvolto non soltanto le istituzioni “pertinenti”, ma anche istanze del lavoro e della società.

In questo senso un ruolo particolare assumono, o meglio dovrebbero assumerere, le proiezioni di queste in quelle; ed allora quando ci si muove all’interno di strutture culturalmente avanzate ci si viene a trovare nella condizione ideale per concretizzare tali proiezioni.

Questo dovrebbe essere colto da chi si trova in questa fortunata situazione. Con tali premesse si comprende come, dinnanzi alle novità che l’attuale contingenza prevede e consente con la rivoluzione telematica, con i totem di Industria 4.0 e web 3.0, con le nuove capacità di rete e partecipazione, sia forse giunto il momento di una vertenza “cultura”, con un coordinamento scientifico attorno ad iniziative su Arte e Scienza, superando la discrasia fra Facoltà Scientifiche ed Umanistiche, su Ambiente e Territorio superando quella fra discipline soft e discipline hard, su tecnologie ICT integrando piuttosto che tagliando il rapporto con alcune istituzioni anche universitarie, telematiche, sui musei universitari e cultura,superando la visione storicamente solo artistica del ns Paese.

http://news.mytemplart.com/it/arte-e-scienza-le-universita-investono-musei-e-gallerie-scientifiche/

I Musei Universitari rappresentano una preziosa risorsa culturale e scientifica del nostro Paese. La qualità di collezioni, strumenti, pezzi unici in essi raccolti è riconosciuta dagli addetti, ma soltanto di recente intorno ad essi si è andato costituendo un notevole interesse civile e sociale. Al tempo stesso si assiste ad un altro fenomeno: il turismo sempre più assume connotati anche culturali ed i tour operator sempre con maggiore frequenza inseriscono- a richiesta dei loro utenti- la visita di musei scientifici, oltre che di arte, come nella tradizione più riconosciuta del nostro Paese,all’interno dei loro programmi ed itinerari. In tale doppio contesto una rete di musei universitari attiva in tutto il territorio nazionale può rappresentare preziosa occasione di diffusione della cultura delle nostre tradizioni artistiche e scientifiche ed al tempo stesso una fonte di risorse.

Ancora sull’Università italiana: una narrazione diversa .

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Guido Barone

Sul numero 3 de La Chimica & l’Industria 2014 ( e anche su questo blog) è apparso un articolo a firma di sei dei Componenti del Direttivo del Gruppo Senior della SCI (gruppo cui aderisco anche io) dal titolo “La trasformazione del mondo universitario italiano nella seconda metà del secolo passato fino ad oggi”. L’articolo è corposo e su molti punti si può essere d’accordo, ma mi permetto qui di avanzare alcune critiche sparse che cercherò di raccogliere per punti.

barone_fotoConsiderazione preliminare: essendo firmato praticamente dal Direttivo di un Organo formale della Società Chimica ed essendo stato pubblicato su di una rivista ufficiale della SCI stessa, questo articolo potrebbe aspirare a stabilire una verità storica sull’evoluzione delle Riforme dell’Università italiana; siamo però sempre nell’ambito della “Saggistica” e non della “Storia” (vedi la distinzione nell’articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 14/09/2014 con le citazioni di Judt e di Snyder).

Le considerazioni, che qui espongo quasi a caldo, soffrono ovviamente della frammentarietà della memoria. Avendo più tempo si potrebbe tentare di recuperare, se ancora ne esistono copie, altri documenti (decreti leggi a parte) pubblicati all’epoca.

Nel concreto, nel secondo paragrafo dell’articolo citato, sui primi provvedimenti legislative degli anni ’60, la mia impressione soggettiva è che gli Autori abbiano fatto uno schiacciamento prospettico, attribuendo alla famosa Legge 2314 (o Legge Gui, dall’allora Ministro della PI) cose che non c’erano, come i Dipartimenti e il Dottorato di ricerca. Nella Legge si accennava solo ai Diplomi brevi e alla possibilità di coordinamento tra più Istituti (allora strettamente monocattedra). Questo errore nasce probabilmente da un ricordo troppo generico delle forze in gioco in quel periodo di cui parlerò fra un attimo. Inoltre l’apertura alla iscrizione di diplomati provenienti da tutti gli Istituti Tecnici e professionali risale probabilmente al 1965 e non ad una legge del 1969, che invece prevedeva l’abolizione della Libera Docenza. Già negli anni precedenti valeva comunque la regola che gli Assistenti che non la conseguivano entro il decimo anno dovessero passare ad altre amministrazioni pubbliche (scuole secondarie o altro). Infine nell’articolo di Chim. & Ind. non si pone in evidenza che nella Legge Gui tutta la democratizzazione prevista era la presenza, molto limitata, nei Consigli di Facoltà di soli due Professori Incaricati e di due Assistenti Ordinari (!!!).

La Legge 2314 era stata presentata nell’ambito di un processo di rinnovamento e ammodernamento complessivo della società italiana auspicato dalle forze politiche che in quegli anni, in parte dal Governo, in parte dall’opposizione, stavano progettando il varo del primo Centro-Sinistra. Nell’Università si fronteggiavano da un lato la generazione dei Professori Ordinari e dei Rettori che avevano fatto carriera sotto il fascismo e che difendevano con le unghie e con i denti le loro posizioni di privilegio, spesso legate alle attività professionali esterne; o addirittura a fenomeni di corruzione interna e gestione allegra dei proventi delle Cliniche mediche e degli Studi professionali che sfruttavano i docenti precari, i borsisti e il personale non docente universitario. Dall’altro erano schierati i Professori Ordinari più giovani e fuori dai circuiti professionali, come molti scienziati e letterati: costoro avevano finito per prendere il sopravvento all’interno dell’ANPUR la loro associazione di categoria: solo alcuni di essi però esprimevano cautamente delle posizioni politiche per non rompere con l’ala ultraconservatrice ancora troppo potente. Decisamente politicizzati erano invece i parlamentini locali degli studenti, riconosciuti e finanziati dal Ministero PI e raccolti nell’Organismo Rappresentativo Universitario Nazionale ORUN: qui a livello nazionale prevalevano i cattolici di sinistra e i socialisti, seguendo il filo dell’evoluzione politica in atto. I gruppi neofascisti e qualunquisti avevano qualche forza solo locale, in particolare a Roma dove il Rettore li utilizzò spregiudicatamente, fino agli scontri che portarono all’uccisione dello studente Paolo Rossi (si chiamava proprio così !) che provocò una reazione molto forte a livello nazionale. Da allora la riforma cominciò a camminare più speditamente, appoggiata di fatto dalle forze progressiste interne all’Università, anche se il braccio di ferro era da un lato sulla democratizzazione e dall’altro sull’adeguamento delle strutture alla crescita degli iscritti (triplicati dopo il 1965). Da molti anni infatti, pur muovendosi su di un piano parallelo agli studenti e ai professori, anche l’Associazione Nazionale degli Assistenti (UNAU) stava conducendo la sua battaglia riformatrice, volta soprattutto ad eliminare le figure precarie (Assistenti Straordinari, Incaricati, Volontari), troppo alla mercé dei “baroni” più retrivi. Anche nell’UNAU prevalevano le posizioni di centro sinistra (socialisti e cattolici di sinistra) che trovavano appoggio nel Parlamento nelle corrispondenti forze politiche. L’obiettivo era di emendare in senso più democratico la Legge Gui. Più ambigua era la posizione del PCI la cui ala sinistra cercava di dare spazio alle istanze riformatrici provenienti dall’interno dell’Università, appoggiando di volta in volta gli emendamenti del PSI, ma riservandosi poi una opposizione finale alla legge 2314 nel suo complesso.

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Mi sono riservato qualche considerazione a parte sulle posizioni dell’Associazione Nazionale dei Professori Universitari Incaricati (ANPUI): anche questa era una associazione di categoria, ma le sue posizioni erano più radicali e generali di quelle espresse dall’UNAU e dall’ANPUR. Ne parlo perché molti di noi non eravamo assistenti, ma solo incaricati annuali esterni e quindi docenti precari, ma con gli stessi obblighi didattici dei Professori Ordinari. Ne parlo soprattutto perché nel gruppo dirigente la maggioranza era formata da noi chimici oltre che da qualche fisico e letterato. E’ da questo gruppo che vennero fuori le proposte del Dottorato, del Dipartimento e del “Docente Unico” (per analogia con la carriera dei Magistrati), figura poi ripresa a vario titolo anche di recente. La nostra insistenza, appoggiata più debolmente da Professori Ordinari rinnovatori e Assistenti, portò a vari incontri con il Ministro che alla fine ci trascinò persino ad un incontro con il Presidente del Consiglio di allora Aldo Moro. Non ne sortì nulla, ma l’impressione era che il Ministro Gui avesse compreso almeno in parte le nostre ragioni e la nostra buona fede, ma si rendeva conto che se si toccava appena un poco più a fondo il suo disegno, questo sarebbe diventato intrinsecamente contraddittorio. Alla fine lo scontro sociale e la estremizzazione delle lotte studentesche portarono a crisi di governo e all’abbandono della legge 2314. Nel novembre 1969 si tentò un Congresso di unificazione tra UNAU e ANPUI, sperando di avere maggior forza per imporre il rilancio di un nuovo Disegno di Legge che recepisse le proposte che avevamo portato avanti come ANPUI, ma il timore che prevalessero istanze troppo radicali portò ad un rimescolamento delle posizioni: la fusione non ebbe luogo, le due vecchie associazioni di categoria si sciolsero, dando però vita a due nuove diverse formazioni: l’ANRIS con posizioni di centro destra e l’ANDS, di sinistra, che riprendeva le proposte dell’ANPUI ma accoglieva anche le istanze di tutti i ricercatori precari. barone1(vedi al riguardo “Alfonso Maria Liquori e il Risveglio scientifico a Napoli negli anni 60” di P. Greco, L. Mazzarella e G. Barone, Saggi Bibliopolis, Cap VI,6, 2013, recensito mesi addietro sia su Chim&Ind che su questo Blog). Le nostre proposte furono in un primo momento riprese da un DdL del nuovo Ministro Fiorentino Sullo, ma nello stile di questo personaggio si trattò di una fuga in avanti e una bolla di sapone. (Per la cronaca, Sullo si era reso protagonista anche di un’altra fuga in avanti molto pericolosa per l’establishment, che prevedeva l’abolizione della proprietà privata dei suoli edificabili!!!! I suoi conterranei De Mita e Mancino lo fecero rapidamente fuori politicamente).

Nel frattempo il Governo introdusse la figura del Professore Aggregato con minori poteri degli Ordinari (ma molti Colleghi con qualche ambizione di carriera si rifiutarono di essere parcheggiati in questo che alcuni definirono “cimitero di elefanti”). Quindi il Governo stabilizzò a tempo indeterminato tutti i professori incaricati, in precedenza confermati per almeno tre anni consecutivi. Di fatto quasi tutte le Facoltà si aprirono nel 1973 a questa categoria di docenti che in molte situazioni (ma non sempre) ebbero anche un’azione propulsiva nell’innovazione didattica e della ricerca. Si dovette arrivare alla legge 382/1980 del Ministro Ruberti che introdusse appunto i Dipartimenti, il Dottorato e il cosiddetto Docente Unico su due fasce (?!?): P. Ordinari e P. Associati. Questo risultato fu contrattato con i sindacati universitari aderenti alle Confederazioni dei lavoratori, che di fatto erano succeduti alle associazioni di categoria. La 382/1980 introdusse la figura del Ricercatore che riassorbì ope legis quasi tutte le figure precarie. Su questo provvedimento che introdusse anche l’autonomia universitaria distorta lascerei campo alle considerazioni riportate nell’articolo del Direttivo Senior su Chim. & Ind..

Consentitemi però ancora due considerazioni relative alla seconda metà e alle considerazioni finali dell’articolo dei Colleghi Senior di cui diversi punti sono per altro condivisibili.

  1. A) Mobilità dei docenti e “sprovincializzazione”: al di là di imporre ai figli dei professori di fare carriera in altre università (non in nuove, create appositamente !!!), non si può invocare il sistema americano senza prevedere che un giovane docente o ricercatore possa cambiare università a patto che gli venga messo a disposizione un adeguato finanziamento iniziale e spazi adatti per costruire nuovi laboratori sperimentali ben attrezzati (non a tutti basta una buona biblioteca ed una scrivania!). Questo concetto va ribadito con forza nei confronti del Governo, ma anche della Confindustria: a lungo è stata coltivata, da parte delle forze politiche riformiste, l’illusione che le Piccole e Medie Industrie potessero costituire l’asse portante del rilancio del Sistema Paese, con solo un poco di fondi e libertà di ristrutturarsi licenziando. Gli investimenti in R&S, debbono servire, come per la Grande Industria, ad assumere i rischi dell’innovazione e della concorrenza internazionale (non a finanziare la pubblicità!!). Quanti reali successi ebbero a suo tempo i Progetti Finalizzati del CNR ? o servirono in gran parte a finanziare la ricerca universitaria e la pubblicità delle Imprese?
  2. B) Il disastro del 3+2: se ne è parlato con posizioni contraddittorie anche durante il XXV Congresso SCI, tra chi voleva migliorarli (ma non si diceva in che direzione) e chi voleva ritornare alla vecchia Laurea a ciclo quinquennale. E’ inutile che fingiamo di frustrarci solo per l’egoismo e la pigrizia del sistema universitario: la Laurea breve fu inventata come evoluzione dei diplomi per venire incontro, ma con 10-15 anni di ritardo (!!), alle esigenze dell’industria europea che già all’epoca della loro istituzione non ne aveva più bisogno. Nota bene: disastri maggiori che a Chimica e a Chimica Industriale sono stati combinati nelle vecchie Lauree quadriennali, dove la compressione a tre anni potrebbe avere successo, ma per le quali la magistrale biennale è diventata un riempitivo in cui si ripetono cose già studiacchiate e che gli studenti credono già di padroneggiare. Questo è un rischio che si sta correndo anche nelle nostre Lauree. E’ forse di nuovo troppo tardi, ma bisogna pensare probabilmente ad una Laurea quadriennale con un percorso professionalizzante definito da subito (i fisici hanno istituito la Laurea breve in Optometria, ad esempio) e che preveda anche insegnamenti formativi di base in economia e in management. Per chi ci volesse ripensare e volesse optare per la ricerca di base o per quella industriale. Si potrebbe prevedere una biforcazione al 2/3 anno con qualche penalizzazione di recupero. Ma ancora una volta bisogna convincere, oltre che il Governo, la Confindustria a stimolare i suoi associati a sviluppare forme di aggregazione o di cooperazione tra le PMI per sostenere l’assorbimento e l’utilizzo ottimale delle potenzialità culturali dei vari tipi di laureati senza regalarli alla concorrenza estera. Il percorso quadriennale di base dovrebbe invece sfociare comunque in un Dottorato (di 4/5 anni secondo la specializzazione e il tipo di Tesims)

In cauda venenum: Considerazione finale molto cattiva: Non è che qualcuno degli estensori dell’articolo su Chim.&Ind. abbia una qualche rimossa nostalgia della 2314 o della Università di Elite ??

per approfondire: http://www.bnnonline.it/index.php?it/290/fondo-documenti-di-storia-contemporanea-movimento-studentesco-napoli-1967-1970

La trasformazione del mondo universitario italiano nella seconda metà del secolo passato fino ad oggi

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di L.Campanella, R.Caputo, P.Mazzeo, S.Pignataro, G.Scorrano, A.Taticchi, F.Trifirò (Direttivo del Gruppo Senior della SCI)

Questo articolo è stato recentemente pubblicato su La Chimica e l’Industria, (maggio-giugno 2014 pag 56-60)

 

Riassunto: Dopo un breve passaggio sulle leggi e leggine promulgate sull’università dal 1963 al 1980, viene esaminata la situazione e l’evoluzione del sistema universitario, in particolare per quanto accaduto dopo il 1968 e si termina con amari commenti finali.

 

Abstract: After a short review of the laws on Universities from 1963 to 1980, the situation and evolution of the university system is examined, with particular attention to what happened after 1978. Final comments, somewhat bitter, close the paper.

 

MIURMIUR,Piazzale Kennedy Roma

INTRODUZIONE. La necessità di una riforma nei primi anni sessanta.

Intorno agli anni 60 del secolo passato, negli Atenei e nel Parlamento, si innescò un acceso dibattito su una necessaria riforma degli studi universitari, per gran parte ancorati ancora al testo unico del 1933. Il punto di arrivo fu il disegno di legge sostenuto da Luigi Gui nel 1965, espresso nel d.d.l. n. 2314: in esso veniva proposta una nuova organizzazione della didattica e della ricerca su base dipartimentale; erano differenziati i titoli di studio prevedendo i tre livelli del diploma, della laurea e del dottorato di ricerca; s’introduceva per i docenti un moderato regime di tempo pieno stabilendo alcune incompatibilità ed eliminando alcune anacronistiche sacche di privilegio; etc.

Ma dopo un estenuante dibattito parlamentare protrattosi per ben tre anni, il disegno di legge Gui veniva affossato sotto l’incalzare dei vivaci attacchi sferrati dalle varie componenti universitarie e, successivamente, della contestazione studentesca che ben presto avrebbe assunto posizioni radicali e anti-sistema. Il tutto con la piena complicità della lobby dei ‘baroni’ universitari (largamente rappresentata nel Parlamento)

 

LA LEGISLAZIONE. Le prime leggi.
A seguito delle manifestazioni studentesche e delle conseguenti occupazioni delle Università, i governanti partirono con affrettate e mal digerite leggi.

Ad esempio, la legge 910, 1969 rese possibili le iscrizioni alle Università dei diplomati di qualunque scuola (non solo i licei, ma anche le scuole tecniche); prorogò tutti gli incarichi universitari (incaricati, assistenti,etc.); rese possibile la carriera degli assistenti senza libera docenza.

La legge 924, 1970 abolì la libera docenza : gli assistenti nominati in ruolo avevano l’obbligo di conseguire, a seguito di un esame nazionale per titoli e prove orali, entro 10 anni la libera docenza. In caso contrario, erano obbligati a lasciare l’Università e a passare ad altra amministrazione, per esempio scuola.

La legge 22 gennaio 1971, n. 4. proroga gli incarichi per un nuovo anno accademico.

Con il DL 1 ottobre 1973, n. 580 vengono banditi 7500 posti di professore ordinario, di cui si terranno i concorsi per 2500 posti nel 1973/74 e poi altri 2500 nel 1978/79 (invece che nel 1975/76 come previsto dal DL).

Infine, con la legge 382, 1980 parte il dottorato di ricerca; viene ridefinita la carriera dei docenti universitari nei tre livelli di ordinario, associato e ricercatore, con un organico di 15.000, 15.000 e 16.000 inquadrati per ciascuna categoria, organico poi mai rispettato e sempre superato. Al 31-12- 2012 il sito del Miur riporta 14522 ordinari, 16143 associati e 24246 ricercatori per un totale di 54929 (invece di 46000).

L’affastellarsi di leggi, regolamenti, concorsi manifesta una scarsa consapevolezza di quanto andasse fatto e certamente anche la consapevolezza che qualcosa dovesse essere fatto.

Sessantotto

LA SITUAZIONE, L’EVOLUZIONE, IL SESSANTOTTO
E’ istruttivo guardare un po’ più in dettaglio quale era la situazione e come si era evoluta, prendendo, ad esempio, l’Istituto di Chimica Fisica a Padova utilizzando i dati riportati da Giovanni Giacometti [1].

Per l’anno accademico 1961/62 il personale afferente all’Istituto di Chimica Fisica dell’Università di Padova assommava a 1 ordinario, 3 assistenti di ruolo e 28 professori incaricati e assistenti incaricati (gli altri due istituti erano circa uguali, quello di Chimica Organica, e un po’ più numeroso quello di Chimica Generale e Inorganica). Solo il professore ordinario era effettivamente di ruolo; per gli assistenti, infatti, valeva la regola che dovessero, nell’arco di 10 anni di carriera al massimo, superare l’esame nazionale (per titoli e esami) per ottenere la libera docenza. Ovviamente, gli incaricati dovevano farsi rinnovare ogni anno il loro incarico.

Come mai si era arrivati a questa situazione? Si era pian piano diffusa l’idea che, sfruttando incarichi annuali, che venivano assegnati dai piccoli Consigli di Facoltà, costituiti solo dai pochi professori ordinari, in cui le richieste dei singoli erano poi ingigantite dalle concorrenti richieste dei colleghi, si potessero costruire gruppi di docenti utili sia per la didattica che, soprattutto, per creare gruppi di ricerca che potessero competere con quelli stranieri. In più la “fedeltà” di questo tipo di “docente precario” era assicurata dalla necessità di vedere l’incarico assegnato, dall’ordinario, ogni anno. Certamente si esagerò quando, come racconta Giacometti (pag.65-66), si passò anche a dividere il salario di un incarico tra due persone! Illegale e demotivante (per dire il vero questo non succedeva in tutte le sedi). Ovviamente la situazione in non molti anni divenne insostenibile con un gruppo numeroso di incaricati senza prospettive di carriera, considerato il basso numero di posti disponibili.

Intanto in Italia, ma anche nel resto d’Europa, scoppiò la protesta del 1968, poi a lungo prolungatasi. Riassumiamo molto brevemente. Alcuni elementi comuni caratterizzarono il Sessantotto europeo: l’egualitarismo radicale (lotta contro ogni gerarchia, nella scuola come nella società; superamento della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale); l’internazionalismo (impegno contro la guerra nel Vietnam, sostegno alle lotte di liberazione dei popoli del Terzo mondo); la polemica contro il “revisionismo”, cioè contro ogni visione riformista del marxismo; la ricerca di un’alleanza con la classe operaia. Il Sessantotto fu un movimento composito e contradditorio, in cui si mescolarono la critica della società dei consumi, la rivendicazione utopistica e anarchica per un’esistenza più creativa e libera, le rigidità ideologiche derivanti da una interpretazione spesso dogmatica e settaria del marxismo. Alcuni settori e tendenze di questo movimento diedero successivamente origine a gruppi che praticavano la lotta armata e il terrorismo, come in Germania e in Italia. In generale poi, l’onda del Sessantotto rifluì rapidamente e molti degli obiettivi non vennero raggiunti. L’esigenza di democrazia e di partecipazione che stava alla base della protesta giovanile, come pure il duro segnale lanciato dalla protesta operaia, lasciarono un segno profondo nelle società occidentali. In Italia il Sessantotto durò molto più a lungo.

Nell’ambito universitario [2], la protesta si sviluppò in particolare con occupazioni di varie sedi ma poi allargò i suoi obiettivi dall’Università a una contestazione più radicale del sistema di potere e della stessa società dei consumi occidentale: una serpeggiante insoddisfazione giovanile che si scontrò con l’arretratezza di un sistema dell’istruzione concepito per le élite e divenuto gradualmente di massa; la rapidità di mobilitazione del mondo del lavoro; la scarsa capacità di ricambio del potere politico; l’appannamento dei valori di riferimento della società occidentale.

Benché la ripartizione tra chimici delle diverse aree è abbastanza simile a quella che si trova in altre università del mondo, quello che sorprende nella situazione di Padova, e italiana, è che: 1) il numero elevato di docenti stabili, circa tre volte quello di analoghi dipartimenti americani, per esempio; 2) essendo gli associati e i ricercatori “derivati” dai gruppi di ricerca degli ordinari, i progetti di ricerca non sono 100 ma un terzo, con gruppi costituiti di ordinario-associato-ricercatore con la conseguente necessità di promuovere internamente piuttosto che di chiamare qualche giovane che porti, dall’esterno, nuova linfa alla ricerca del settore.

Riassumendo in altre parole quanto sopra e mettendo a fuoco qualche altro aspetto dell’evolversi delle Università italiane si può a grandi linee dire che l’assetto tradizionale delle Università ha subito dagli inizi degli anni settanta agli inizi degli anni novanta tre grossi colpi demolitori.

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DOPO IL SESSANTOTTO

Subito dopo il sessantotto, che portò tra l’altro e per fortuna solo per alcuni mesi agli esami di gruppo e al diciotto politico, il primo colpo di piccone venne dato dalla così detta “stabilizzazione” che, saturando la situazione dei posti disponibili, fece divenire inamovibili tutta una serie di figure che a vario titolo si trovavano in quel momento nei corridoi universitari (taluni erano bravi altri praticamente ci bivaccavano soltanto). Ciò cancellava nei fatti l’ottimo meccanismo, già richiamato, secondo il quale l’assistente di ruolo che entro dieci anni non conseguiva la Libera Docenza passava alla Scuola media superiore o altra amministrazione con grosso guadagno sia dell’Università che della Scuola, poiché la prima non si appesantiva di persone non di eccellenza universitaria e poteva avere un certo ricambio mentre la seconda guadagnava qualcuno che aveva certamente fatto un buon apprendistato di educatore essendo rimasto per dieci anni nell’area universitaria. Il vantaggio anche economico della Nazione dalle operazioni di questo tipo è quindi assolutamente palese.

La seconda batosta venne agli inizi degli anni 80’ con i giudizi di idoneità degli stabilizzati. I vari settori stabilizzarono certamente molti più ricercatori del necessario e del dovuto anche per emulazione fra di loro (si aveva paura che, come poi accadde, nelle decisioni universitarie tra settori contassero i numeri e non le qualità delle persone o i bisogni culturali). Le Facoltà passarono così da consessi fatti, come già detto, da pochi ordinari (nel 74 la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali di Catania ad esempio era fatta da una decina di Professori che si riunivano attorno ad un tavolo della biblioteca dell’Istituto di Fisica) a consessi fatti da alcune centinaia di così detti docenti. Tali consessi furono immediatamente in mano agli stabilizzati che anche solo per fare uno sgarbo agli ordinari li mettevano in minoranza e comunque, senza essere tutte delle figure di serie A e moltissimi senza neanche il minimo di esperienza internazionale e con curricula molto questionabili, decidevano. Diventò ancora più difficile di quanto non fosse prima di questa trasformazione gestire le Università, anche se bisogna ricordare che ad esempio nell’area degli arruolamenti delle figure da inserire nel corpo accademico non è mai stato possibile programmare per colpa del Governo Centrale: ad esempio talvolta si aveva il posto in organico da mettere a concorso subito ma non la persona brava, tal altra si aveva la persona brava ma non il posto (per una trattazione storica sugli “arruolamenti” universitari negli ultimi 50 anni, vedi il lungo lavoro di Figà Talamanca pubblicato su Google nel 2014 in cinque parti molto dettagliate al sito “Università-ROARS” dal titolo “Il Reclutamento dei Docenti Universitari Italiani negli ultimi cinquanta anni”).

In ossequio alla così detta democrazia (vogliamo qui ricordare una delle storiche frasi del Prof. Giorgio Modena dell’Università di Padova : nella ricerca non esiste democrazia!!!!) fu quindi compiuto questo ulteriore scempio dell’Università.

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Il Ministero della Istruzione cominciò ad inondare con sempre maggiore foga gli Atenei con una serie di leggi , leggine e circolari che servivano essenzialmente a distrarre il corpo docente dai suoi compiti ed aumentare la confusione. La burocrazia invadeva quindi in modo massiccio anche l’Università. Il tempo in cui la legislazione Universitaria poteva essere seguita consultando un solo libro, anche se corposo , ad esempio lo IORIO (“Legislazione Universitaria” Giuseppe Iorio , Società Editrice Napoletana, 1975) era finita.

Sempre in ossequio alla democrazia i Rettori, che prima erano votati soltanto dagli ordinari, vengono votati da un certo punto in poi da ordinari, associati e rappresentanti dei ricercatori oltre che da rappresentanti del personale non docente. Ciò comportò una grave perdita di qualità a scapito delle infiltrazioni della politica che era pressoché assente o del tutto marginale negli anni 50-70 in ambito universitario.

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Per quanto riguarda il resto della strutturazione universitaria quelle che erano negli anni 50-60 le “Cattedre”, che ruotavano attorno all’unico ordinario, vennero sostituite dagli “Istituti”(vedi sopra il caso della Chimica Fisica di Padova) per poi ancora successivamente diventare agli inizi degli anni 80’ “Dipartimenti” (con diversi cattedratici e uno stuolo di altre figure che, compresi i Professori Associati, erano sempre più o meno dipendenti, per motivi di carriera, dai Professori Ordinari). Le figure di Incaricato e Assistente sopra ricordate vennero via via sostituite con i ricercatori e con una serie di altre figure precarie con compiti più o meno simili ma chiamate di volta in volta contrattisti, assegnisti di vario tipo, borsisti di vario tipo e supplenti per arrivare ai ricercatori a tempo determinato del giorno d’oggi.

Dalla fine degli anni 80’ si fa concretamente sentire l’integrazione europea e in particolare ad esempio assistiamo alla positiva nascita dei programmi di mobilità europea per gli studenti con l’Erasmus.

L’inizio degli anni novanta vede però da parte italiana un’altra spallata all’Università che ne accresce la quantità di macerie.

Si inventò la così detta autonomia universitaria che autonomia non era e serviva sostanzialmente solo a ridurre i fondi pubblici per le Università. Contraddicendo infatti (giusto per citare un esempio ) quanto ci si aspettava da una tale apertura, se volevi aprire un nuovo corso di laurea con curricula innovativi non potevi farlo altro che  passando attraverso al CUN (il Consiglio Universitario Nazionale istituito nel 79 come Organo consultivo del “Ministro della Pubblica Istruzione”) che poi ti imponeva di uniformarti ai curricula già esistenti sul resto del territorio. Certo ogni Università ebbe a dotarsi del proprio Statuto il che ha favorito la confusione di linguaggio e comparazione tra Atenei.

Cosa ancora più grave fu la progressiva attuazione del disegno secondo il quale, come detto sopra, bisognava passare da una Università di “elite” ad una Università di massa. A tale proposito è istruttivo ricordare che nel libro [3] “Una famiglia di Accademici lunga centoventi anni” di Mario Alberghina (un Professore di Biochimica dell’Università di Catania) si riportano in originale alcune lettere del Professore del tempo che scriveva al Ministro chiedendogli dei fondi per poter mettere su dei laboratori (si trattava di posti letto per studenti di Medicina) che sarebbero serviti per fare esercitare i suoi quattro cinque studenti di cui riportava debitamente nome e cognome!! . Lo studente universitario era a quei tempi una cosa importante e preziosa su cui investire; non era semplicemente un numero come accade al giorno d’oggi non solo per gli studenti ma addirittura anche per i Professori!!.

Si può capire che era arrivato il tempo di aumentare gli anni di scolarizzazione dei ragazzi che un tempo arrivavano a finire solo le scuole elementari (all’inizio del secolo scorso), poi arrivarono a finire le scuole medie e quindi le superiori. Bisognava spostare l’asticella della scolarizzazione dei ragazzi ancora più in alto (anche e forse si può dire soprattutto per “parcheggiare” i ragazzi un altro po’ in attesa che potessero trovare un posto di lavoro : già, perché anche in quegli anni la ricerca del lavoro era difficile!) e fare finire loro gli studi a 22-25 anni.

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Si poteva anche fare, anche per uniformarsi con il resto del mondo occidentale, ma bisognava ridare al Paese un luogo dove formare le classi dirigenti e fare la ricerca di più alto livello di cui fosse stato capace il Paese stesso. Bisognava ricreare cioè un qualcosa che assomigliasse, ovviamente alla lontana, a quel sistema a cui faceva riferimento l’episodio riportato nel Libro di Alberghina. Poteva essere usato per ciò il Dottorato di Ricerca (introdotto dai nostri legislatori, così come il tristemente noto 3+2 su cui ritorneremo un po’ più sotto o i così detti “crediti”, solo per scimmiottare i paesi anglosassoni) nel quale fare confluire le migliori forze dell’Università a livello docente e discente. Ma ciò come è noto non è stato nei fatti : non ci sono da un lato Professori per i quali ci risulta siano stati riconosciuti crediti per aver insegnato in Dottorati di Ricerca(anche se bisogna dire che nei procedimenti per le Abilitazioni universitarie introdotte nel 2010 viene considerato titolo di merito aver fatto da tutor a qualche Dottorando); la Società e l’Industria non dà, d’altro canto, riconoscimenti pratici ai Dottori di ricerca. Il Dottorato viene considerato oggi solo come primo gradino di una carriera accademica che porta a professore ordinario nella migliore delle ipotesi ad età che sono oggi di 45-50 anni e più, quando ormai la spinta propulsiva migliore del giovane si è pressoché spenta. Tale situazione è da comparare con quella degli anni 50-60 quando non era infrequente che si andasse in cattedra attorno ai 35 anni.

 

D’altro canto bisogna dire che l’Italia investe molti soldi per questo livello educativo e dobbiamo purtroppo qui assistere oltre al danno alle beffe perché molti dei Dottori di Ricerca italiani vanno a sfruttare all’estero le conoscenze acquisite in Italia, con grave danno anche economico per la nostra collettività.

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Questo conteggio non tiene ancora conto di tutte le Sedi Distaccate. Sono state le spinte deteriori della politica che hanno portato alla proliferazione delle Università e delle Sedi Distaccate. Fenomeno, almeno quello delle Sedi Distaccate, che ora per fortuna sembra in controtendenza anche per i morsi della attuale crisi economica. A questo processo c’è stato tuttavia il colpevole concorso degli universitari con la loro fame di posti per la promozione degli allievi.

La fine del millennio vide l’emanazione del Decreto Ministeriale 509 del 3 novembre 1999 e dopo, approfittando persino di decreti omnibus tipo gli incredibili “milleproroghe” , continuò la proliferazione delle leggi e leggine culminate nel 2010 nella Legge 30 dicembre 2010, n. 240 recante “Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”, detta legge Gelmini.

COMMENTI FINALI

Non volendo entrare nel merito della miriade di nuove disposizioni, ci limiteremo qui a fare dei commenti solo su alcune delle norme introdotte da tali Leggi.

E ancora, per quanto riguarda i 3 livelli di titolo di studio: il diploma fu in Italia introdotto con la legge 19 novembre 1990 n. 341 soltanto con lo scopo di abbattere la mortalità universitaria, particolarmente alta nel nostro Paese rispetto al resto dell’Europa. Quindi la sua nascita non fu correlata, come sarebbe stato necessario, con un suo reale richiesto utilizzo. Questo errore fu poi per dipendenza, vorremmo dire, storica ripetuto nell’articolazione del 3+2, dalla quale sono nati soltanto malcontento e delusione da parte dei diplomati ed un’articolazione didattica a dir poco discutibile, compressa in alcuni fasi, eccessivamente parcellizzata in altre.

Infine, al pari dell’istituzione di corsi semestrali(divenuti come detto sopra persino bimestrali), il 3+2 è l’antitesi della maturazione scientifica delle competenze acquisite durante la frequentazione delle lezioni e/o dei laboratori. La laurea breve poteva essere vista come una scelta positiva, come corso di specializzazione per i periti per andare poi sul mercato. Il 3+2 è invece è stato completamente inutile sono pochissimi o laureati che vanno nel mondo del lavoro dopo la laurea breve.Il 3+2 poteva essere utile per realizzare una laurea specialistica completamente diversa da quella magistrale, ma questo non è avvenuto.

A conferma dell’errore introdotto dal 3+2 sta il fatto che prima di questa sciagurata scelta gli studenti e i laureati universitari italiani erano, in media e contrariamente a quanto accade oggi, più preparati dei loro colleghi stranieri di pari livello (ciò non vale per gli studi successivi di PhD compiuti in modo nettamente superiore all’estero sia per tradizione, che per organizzazione e impegni finanziari profusi).

Inoltre, la “soppressione” delle Facoltà ha certamente portato ulteriore confusione negli Atenei, ma bisogna dire che la loro sostituzione per quanto riguarda la parte formativa con strutture di raccordo fra i Dipartimenti prevista dalla legge e fatta ad esempio dall’Università di Palermo, sembra tuttavia poter essere accettabile.

Un ulteriore commento che vorremmo fare sulle normative introdotte negli ultimi 15 anni circa, riguarda gli apprezzabili tentativi di parametrizzare i concorsi universitari con indicatori asettici e la pubblicazione dei curricula in rete degli aspiranti alle promozioni dei concorsi universitari. Questi provvedimenti hanno già consentito di accorgersi del fatto che : a) permane la cattiva abitudine di alcuni così detti professori di non fare l’interesse dell’Istituzione ma di inseguire le clientele, così come del resto avviene purtroppo in tutti i settori della Società italiana; b) per calmierare ciò, così come previsto da molti di noi prima della emanazione della legge, si dovrebbe adoperare nelle commissioni una maggioranza di giudici stranieri: i loro giudizi nelle Abilitazioni testé concluse sembrano più obiettivi di quelli dei giudici nazionali; c) il fatto che qualche commissione ha abilitato l’85% di coloro che avevano fatto domanda (vedi ad esempio la Chimica Generale) e che ora sarà la volta dei locali a scegliere farà scadere le promozioni di fatto a delle inaccettabili cooptazioni locali ed a un rafforzamento del già più volte richiamato provincialismo. Ciò sempre che non vada avanti la recentissima proposta che, rispolverando  (anche se con interessanti spunti innovativi) l’idea del “Docente unico”  creata già ai tempi della “stabilizzazione” di cui sopra (fine anni 60 – inizio ani 70), prevede  uguali diritti ed uguali doveri per tutti i docenti universitari, graduando le progressioni stipendiali e l’accesso alle cariche di governo in funzione dei risultati delle valutazioni periodiche della propria attività (didattica, di ricerca e gestionale) e non del ruolo di inquadramento. Tale proposta, fatta dal CoNPAss (Coordinamento Nazionale dei Professori Associati), si basa da un lato sul fatto che molti degli “abilitati” rischiano di non essere mai chiamati da alcuna Università vista la situazione finanziaria degli Atenei e dall’altro  sull’osservazione che i dati in rete provvisti anche dall’Abilitazione Scientifica Nazionale mostrano come numerosi ricercatori e associati possiedono una qualificazione scientifica superiore a quella di tanti colleghi inquadrati in fasce superiori e addirittura di diversi commissari!.

Al di là delle nuove norme sopra velocemente discusse e riguardanti la nuova strutturazione universitaria per quanto riguarda il Consiglio di Amministrazione, l’abolizione delle Facoltà, il 3+2 e le Abilitazioni nazionali, bisogna ancora far rilevare che la demolizione dell’Università è costantemente continuata anche attraverso l’inizio di questo millennio anche per altri motivi.

 

Dal 2009 si è assistito a un crollo dei finanziamenti Universitari, sia per il funzionamento che per il diritto allo studio, oltre che ad una vertiginosa diminuzione del numero di docenti rispetto al numero degli studenti [4]. In soli sei anni (2006/2012) il numero dei docenti si è ridotto del 22%: gli ordinari sono passati dai quasi 20mila del 2006 agli attuali 14.500; gli associati da 19mila a 16mila. E nei prossimi 3 anni si prevede un ulteriore calo dei professori di ruolo. Senza contare che già oggi la media Ocse è di 15,5 studenti per docente contro i 18,7 dell’Italia (includendo sia i docenti strutturati che quelli a contratto). Nel 1950 c’erano 250.000 studenti; oggi il numero di studenti si è moltiplicato per 8, mentre, come detto sopra, il numero dei docenti è in diminuzione. Un trend che, se non interrotto, si protrarrà anche nei prossimi anni con conseguenze sempre più nefaste sia per quanto riguarda le immatricolazioni che l’arruolamento di giovani ricercatori e quindi il livello culturale medio della nazione e il suo conseguente sviluppo sociale. Tali decurtazioni nelle spese per l’educazione in ambito universitario non trovano riscontro nella situazione degli altri paesi europei più avanzati

 

Altra nota dolente sono i finanziamenti per la ricerca di base e applicata. Ai grossi, intollerabili tagli operati dal Ministero, bisogna aggiungere il fatto che questi sempre più scarsi finanziamenti arrivano sistematicamente in forte ritardo quando il programma di ricerca presentato per il finanziamento è spesso divenuto pressoché obsoleto.

 

La situazione universitaria relativamente a questo settore diviene ancor più grave per l’Italia quando si pensi che anche i nostri tradizionali grandi Enti per la ricerca, Il CNR e il CNEN (divenuto poi ENEA) che negli anni 50-80 godevano di importanti finanziamenti, sono stati successivamente via via sempre più penalizzati e spogliati di risorse.

Rimarrebbero i finanziamenti della UE, ma questi sono sempre meno trasparenti  e sempre più controllati dagli officers europei e/o dalle “Agenzie” delegate di recentissima istituzione.

Malgrado ciò e malgrado le storture degli ambienti universitari sopra menzionati si deve sottolineare che i ricercatori italiani sono tutto sommato di ottimo livello prova ne sia ad esempio il fatto che nel 2013 sono stati 46 gli italiani vincitori di ERC (European Research Council), secondi solo alla Germania.

Peccato che siano rimasti in Italia solo in 20 : l’Italia è l’unico Paese europeo dove la maggioranza di coloro che vincono un grant ERC va all’estero a utilizzarlo !!.

Andando verso le conclusioni è importante sottolineare ancora che la situazione attuale vede le Università impegnate a promuovere quanti più studenti possibile perché valutate dal Ministero in base al numero di studenti che passano gli esami di profitto : l’idea assurda è che una Università è tanto più prestigiosa quanto più alto è il numero degli studenti che vengono da lei promossi!!!!!

Sul versante Corpo docente i tagli dei finanziamenti ordinari, il blocco del turn over e il blocco degli scatti biennali che congelano gli stipendi da cinque anni a questa parte hanno completato il disastro. Mentre da un lato esso si è arricchito di “ricercatori” a scapito dei Professori con una teoricamente positiva inversione della piramide (Ordinari-Associati-Ricercatori), dall’altro ha contribuito a squalificare il corpo docente stesso e comporterà la necessità di ridargli quella dignità perduta non soltanto dalle maestre e dai professori di scuola media.

Sintomo evidente e concreto del perduto carisma dei Professori universitari è quello che ad esempio il ricorso per gli scatti biennali che come detto prima sono stati tolti dal governo è stato recentemente accolto solo per i magistrati e non per gli universitari (vedi i commenti di cui sopra circa la comparazione Professori universitari vs magistrati).

Per concludere è bene sottolineare che le attuali situazioni di disagio sono figlie del costante attacco di una politica miope alla Istituzione universitaria, attacco che si è avvalso in ogni stagione della connivenza dei “padroni” (o padrini?) dell’Università stessa.

E’ auspicabile che ambedue queste parti vogliano dare un segnale di rinnovamento con gli universitari che dovranno essere severi nei comportamenti e responsabili nelle scelte soprattutto delle giovani leve da inserire nella filiera accademica stando attenti in modo totalmente esclusivo al merito.

 

BIBLIOGRAFIA

[1]Giovanni Giacometti, Persone e fatti della mia vita. Un percorso accademico nell’Italia della seconda metà del novecento, CLEUP, Padova 2004

[2]Andrea Romano, A trent’anni dal ’68. ‘Questione universitaria’ e ‘riforma universitaria’ http://www.cisui.unibo.it/annali/02/testi/01Romano_frameset.htm

[3] Mario Alberghina, Una famiglia di Accademici lunga centoventi anni, Maimone editore, Catania 1998

[4] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-31/atenei-italiani-crisi-calo-132326.shtml