Spillover, antropocene e mascherine.

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Claudio Della Volpe

La grande paura del contagio rende tutti noi poco capaci di riflettere sui tempi lunghi e sulle cause lontane dei fenomeni che stiamo vivendo.

E invece dobbiamo sforzarci di riflettere proprio su questo; non si tratta di un “cigno nero” un fenomeno non prevedibile e misterioso. Al contrario!
Questa pandemia era stata prevista ampiamente; ho letto in questi giorni un libro scritto da un grande giornalista scientifico, David Quammen: Spillover, (grazie a Oca Sapiens del suggerimento) che scriveva nel 2012 proprio che un coronavirus era uno dei più probabili candidati al “Big One” un salto di specie in grado di infettare l’intera umanità con una infezione potenzialmente dannosa.

L’avevo citato in un post precedente , ma non l’avevo ancora letto tutto; l’ho fatto e vi dico che vale la pena che tutti noi lo leggiamo; è la storia dei numerosi spillover, ossia salti di specie, che hanno caratterizzato buona parte dell’Antropocene, del periodo che non sappiamo bene quando inizia ma che ci vede protagonisti.

Qui sotto vedete quel che ragionevolmente è accaduto per la SARS-COV-2.covid1

I virus, in particolare quelli a RNA, ma non solo, sono una entità che abbiamo scoperto da poco più di cento anni; infatti fu solo nel 1892 che Dmitri Iosifovich Ivanovski, un botanico russo ne ipotizzò l’esistenza (il virus del mosaico del tabacco). Ma si rintracciano fin quasi all’origine della vita.

I virus si riproducono con fantastica velocità sfruttando i meccanismi delle cellule batteriche ed animali; nel fare questo, come i batteri, sono in grado di mutare velocemente; nella maggior parte dei casi le mutazioni, ossia gli errori che sopravvivono al controllo enzimatico, non sono granchè utili, ma a volte lo sono. Si stabilisce una storia dunque di mutazioni e reciproci adattamenti fra i virus e le cellule, le cui leggi non sono banali affatto.

Noi uomini siamo un ottimo terreno di coltura virale, devono solo stare attenti a non ammazzarci troppo velocemente; se lo facessero non riuscirebbero a diffondersi bene; un esempio è la rabbia, una zoonosi che uccide il 100% degli infettati umani se non curata in tempo; malattia pericolosa ma di poco successo come pandemia. (ovvio non ci sono progetti virali è solo casualità).

covid2David Quammen, Spillover Adelphi, 11.90 o ebook 5.90

Siamo l’unico animale vertebrato che è stato in grado, sulle terre emerse, di raggiungere il numero strabiliante di quasi 8 miliardi di esemplari; la nostra biomassa è ormai (insieme a quella dei nostri animali) la più appetibile sorgente di cellule da riproduzione virale.

Il nostro outbreak, ossia la nostra esplosiva crescita che in poche decine di mila anni ci ha portati dai mille individui all’epoca dell’esplosione catastrofica di Toba ad 8 miliardi, ci ha anche reso un ottimo terreno di coltura per i virus.

Come abbiamo scritto altrove la massa nostra e dei nostri animali copre il 98% (il novantotto per cento) della massa dei vertebrati terrestri; da quando ci siamo noi Sapiens Sapiens (sapienti al quadrato, ma saggi affatto, la sapienza non è saggezza!) la biomassa terrestre complessiva si è dimezzata.

Se fossimo un insetto sarebbe una invasione, una piaga biblica, ma dato che siamo “i padroni del creato” nessuno o quasi si lamenta.

Ora attenzione non è che gli spillover non ci siano stati in passato; ce ne sono stati sicuro anche preistorici, ce ne sono stati che ci hanno lasciato ricordini che sono ancora in corso (molte importanti malattie moderne come il morbillo ci sono venute per salto di specie dagli animali e casomai alcune si sono adattate a noi, senza conservare alcun serbatoio di riserva, il vaiolo che abbiamo appena eliminato proprio e solo per questo); ogni tanto qualche virus o batterio fa il salto e se gli offriamo le condizioni opportune il salto riesce e diventa epidemia o pandemia.

Negli ultimi 100 anni per esempio il salto è avvenuto per il virus dell’immunodeficienza degli scimpanze (SID) che si è trasformato in uno dei virus dell’AIDS, l’HIV-1, questo salto è avvenuto nel 1908, ma solo grazie ai mutamenti del nostro modo di vivere si è poi trasformato in una pandemia globale ed inarrestabile, risalendo da una sconosciuta valle africana verso Leopoldville e poi aiutata dalle pratiche scorrette delle prime vaccinazioni (che venivano fatte senza sterilizzare gli aghi) fino ad esplodere in Centro Africa e di lì al resto del mondo.

Quammen elenca tutti gli ultimi casi importanti in un crescendo formidabile; e nell’elenco non ci sono solo paesi lontani come il centro Africa e le residue foreste dell’Asia, ma anche i moderni capannoni per l’allevamento delle capre in Olanda (Brabante) (il caso della C. Burnetii, la febbre Q, 2007, un particolare batterio) o gli allevamenti di cavalli in Australia (virus Hendra, dai pipistrelli ai cavalli e agli uomini).

Noi uomini invadiamo senza sosta ogni lembo di Natura incontaminata, per esempio entriamo a centinaia nelle caverne occupate dai grandi pipistrelli  africani, sapete il turismo è una “necessità” e la conseguenza di un contatto con feci contaminate sono febbri incurabili; oppure raccogliamo senza alcun tipo di controllo igienico la linfa delle palme di cui sono ghiotti sempre alcuni giganteschi pipistrelli o altri animali, o ancora alleviamo in uno strato di deiezioni le caprette anche nei paesi più “moderni” e la conseguenza è un infezione batterica che dalla placenta secca delle caprette si trasmette per via aerea in zone tecnologicamente avanzate d’Europa.

Oh! perché i pipistrelli?  i pipistrelli sono mammiferi come noi, chirotteri antichi che volano anche per decine di chilometri, ricercati come cibo se abbastanza grandi; sono il secondo più numeroso gruppo di specie nell’ambito dei mammiferi dopo i roditori; dunque non è che ci sia alcuna maledizione se sono un comune e ottimo serbatoio di lancio per i virus verso altri mammiferi.

Ora non sempre la situazione è così drammatica come il SARS-COV-2, ma che i virus ad RNA (singolo filamento, dotati della maggiore velocità di mutazione) fossero i candidati perfetti ad uno spillover tragico era nelle cose; dopo tutto questa è la terza ondata di SARS, mica la prima.

Concludendo il libro merita e apre la mente.

SARS-CoV-2  è il settimo coronavirus capace di infettare esseri umani; SARS-CoV, MERS- CoV and SARS-CoV-2 possono causare malattie severe, mentre HKU1, NL63, OC43 and 229E sono associate con sintomi lievi.

Ma la storia del coronavirus ha altri addentellati interessanti.

Le scelte iperefficienti di un modo di produrre in cui tutto è merce diventano tombe: le mascherine le fanno solo alcuni paesi, (sapete è il just in time) dunque adesso ci servono ma non le abbiamo, le fanno altrove non più qua; oppure la maledetta sanità pubblica, così costosa che molti paesi ne fanno a meno proprio; è così “efficiente” la sanità privata con i suoi posti letto ridotti al minimo indispensabile per ridurre i costi di quegli scialacquatori di medici ed infermieri e dei troppi vecchiotti che si ammalano. Lei è assicurato signore? No e allora mi spiace i tamponi costano, sa e se no il PIL non cresce e il deficit pubblico cresce. E adesso siamo senza terapie di urgenza.

Non basta.

Le mascherine, i guanti, le sovrascarpe, le tute sono tutte di plastica (odiata plastica!) e per giunta usa-e-getta e per noi tutti reduci da una stagione di lotta all’usa e getta sembra questa un vendetta di Montezuma della plastica!

L’usa e getta non è sostenibile, lo abbiamo scritto e ripetuto, ma In tempi di emergenza come questi l’usa e getta è indispensabile; pensare di riciclare le mascherine disinfettandole in forno o in alcool è una pia illusione; in forno il trattamento superficiale che rende così efficace il tessuto-non tessuto del filtro si danneggia irreparabilmente, perché l’adsorbimento non è una questione meccanica ma di forze di adesione di cui abbiamo parlato di recente. Ci ho lavorato parecchio sulle superfici dei materiali e vi assicuro che se andate sopra la Tg del polimero (di solito PET o PBT) il suo trattamento superficiale va a farsi friggere.

E’ vero che alcuni filtri (ma sono i meno performanti) sono basati su un meccanismo “elettretico”, ossia su un materiale polimerico in cui sono “congelati” al momento della produzione dei blocchi dipolari che rendono la superficie del materiale una sorta di condensatore; in questo caso il materiale è fatto di PES-BaTiO3, dove il titanato di bario ha una elevatissima costante dielettrica o di stearato. Ma anche qui occorre capire che “ripulire” il filtro non è banale e probabilmente non si può fare adeguatamente anche se la carenza di mascherine stimola l’ingegno (e le fregature).

La vendetta dell’usa e getta dicevo; ma è come per altri settori; non ci sono soluzioni tecniche e basta che conservino un modo di produrre insensato.covid3

https://www.nature.com/articles/s41591-020-0820-9.pdf   

Faccio un parallelo: dobbiamo passare alle rinnovabili certo, alla mobilità elettrica, è ovvio; ma non possiamo conservare i livelli di spreco attuali; un miliardo o più di auto elettriche PRIVATE è solo poco meno devastante che un miliardo di auto fossili PRIVATE, altera altri cicli degli elementi finora quasi intatti.

Così come pensare che dato che abbiamo la tecnologia degli antibiotici o degli antivirali, possiamo non preoccuparci: non ci salvaguardano dagli spillover o dalle malattie infettive resistenti.

La tecnologia da sola non può vincere; la Scienza lo può, ma solo nel senso che essa riconosce alla Natura che siamo una sua costola, non i suoi dominatori, che non si tratta di “vincere” ma di adattarsi.

L’arma del sapone, uno dei primi prodotti di sintesi di massa rivela in queste circostanze tutto il suo enorme potenziale igienico di civiltà; sapone comune ottenuto dalle nostre nonne dal grasso di maiale e dalla lisciva delle ceneri del legno; ovvio che poi sono venuti decine di altri prodotti chimici di sintesi o meno che sono potentissimi disinfettanti: alcol etilico, ipoclorito di sodio, sali di alchilammonio, acqua ossigenata (robe che i chemofobi odiano, ma senza di essi oggi non si vive).

Senza l’apporto della Chimica la medicina è oggi ridotta all’osso: distanziamento sociale stare da soli, violare la nostra natura profonda di esseri sociali, che diventa l’unica arma disponibile in attesa di un vaccino. Si capisce allora la ricerca spasmodica di una nuova pallottola magica, un antivirale che consenta di controllare le conseguenze più drammatiche del virus.

Questa pallottola arriverà certamente nelle prossime settimane grazie al lavoro combinato (e sottolineo combinato) di chimici, fisici, biologi e medici.

Ma ricordiamo che la questione base è quella che possiamo esprimere come “one health”; la salute dell’uomo dipende dal vivere in ambienti sani, che siano in equilibrio, un uomo in reciproco adattamento con gli ambienti naturali e che dunque si minimizzino gli effetti dell’evoluzione virale, dei salti di specie, l’opposto dell’attuale continua aggressione ad ogni foresta, ogni lembo di natura, ogni selvatico, sulla terra e sul mare. L’opposto anche della continua crescita di velocità in ogni contatto, ritrovare la lentezza che è tipica dell’adattamento; i tempi umani e i tempi biologici devono ritrovarsi. Ricordiamo l’ammonimento di Enzo Tiezzi.

Mentre con lo schiudersi del nuovo millennio la scienza celebra i fasti di risultati fino a ieri semplicemente inimmaginabili, è nello stesso tempo davanti agli occhi di tutti una crisi radicale nel nostro rapporto con la natura. C’è il rischio concreto di un abbassamento della qualità della vita, di una distruzione irreversibile di fondamentali risorse naturali, di una crescita economica e tecnologica che produce disoccupazione e disadattamento»(Tempi storici e tempi biologici, Donzelli editore, 1987!!! lo trovate solo usato; guardate questa è quasi preveggenza, certo è saggezza)

La Natura non è estranea a noi che pensiamo di dominarla, noi siamo parte della Natura stessa e dobbiamo comprenderla e salvaguardarla NON assoggettarla a meccanismi economici insensati: crescere SEMPRE, la crescita infinita di popolazione e ricchezze è IMPOSSIBILE in un mondo finito, la nostra piccola astronave Terra, come l’hanno chiamata Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli.

Le nostre discariche atmosferiche di gas da combustione sono sature e ci hanno portato al global warming; abbiamo violato ogni ciclo presesistente (carbonio, azoto, fosforo, zolfo) e, per rimediare, ci avviamo a fare lo stesso con gli altri elementi della tavola periodica (le tecnologie rinnovabili usano molti elementi mai usati prima, dunque il riciclo spinto è indispensabile, ma è sufficiente?); ma anche la Natura violata ed “affettata” delle grandi foreste tropicali ai margini di enormi città da milioni di uomini, per il fatto stesso di avere dimensioni ridotte diventa un appoggio, una interfaccia per ogni salto di specie virale o batterico: ricordate che i virus non rimarranno rispettosamente confinati nel “loro” fazzoletto di foresta.  A questo danno una mano

-la caccia ai residui animali selvatici (il 2%) che spesso nei paesi poveri è l’unico modo di procurarsi proteine o soldi vendendo peni di prede vietate a qualche ricco impotente,

-l’allevamento intensivo condotto in modo inumano dappertutto, il consumo di carne che deve crescere ogni anno e che ingloba sempre nuove specie, sulla terra e nel mare;

-il commercio dei wet market, i negozi della tradizione asiatica dove animali, piante e persone si ammassano in modo insensato, scambiandosi ogni tipo di tessuti, fluidi e (ovviamente) virus e batteri.

– la distruzione del tessuto forestale che secondo le associazioni ambientaliste viaggia a centinaia o migliaia di metri quadri al secondo

Ci sono limiti da non superare. Ma la nostra hubris non ha tema. Noi siamo i dominatori del mondo, crescete e moltiplicatevi.  OK, andava bene 5-6000 anni fa ma al momento non c’è più spazio.

Ovviamente sono importanti e vanno bene le tecnologie delle rinnovabili e del riciclo, ma, ATTENZIONE, non sono un toccasana; lo sono sempre e SOLO se condite e accompagnate dal rispetto; servono se riconoscono il nostro far parte di una rete naturale di cui siamo uno dei nodi non l’unico né il dominante. Non sono garanzia di crescita ulteriore. Servono solo se sono lo strumento di una vita più SOBRIA!

La Natura è l’unica a sapere il fatto suo e l’intelligenza dopo tutto non è che UNA delle strategie naturali e invece di esser un punto di arrivo potrebbe non essere quella vincente (specie se condita di mercato), potrebbe essere un vicolo cieco

 

da leggere:

https://ilmanifesto.it/david-quammen-questo-virus-e-piu-pericoloso-di-ebola-e-sars/

Citazioni e memi

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

Ricostruire la storia dei memi (dal greco mímēma «imitazione»), cioè delle idee guida che hanno attraversato ed attraversano la nostra cultura non è facile, ma è molto stimolante. Esiste addirittura una disciplina, la memetica (parente della genetica), che serve a questo scopo, ma non ne sono un cultore; tuttavia devo confessare che mi affascina (per gli interessati una breve introduzione qui http://it.wikipedia.org/wiki/Meme).

Uno degli argomenti chiave di questo blog è la didattica e uno dei memi che contribuisce a diffondere è il concetto espresso dalla frase che compare ripetutamente nella testata e spesso citata da Vincenzo Balzani, che ha contribuito a divulgare quel concetto nella nostra comunità e più in generale in quella scientifica:

“La didattica non è riempire un vaso ma accendere un fuoco”

Vincenzo-Balzani-and-President-300x200Il senso appare abbastanza chiaro, anche se sono sicuro che se ne potrebbe discutere a lungo; la didattica, l’insegnamento e più in generale l’educazione non sono una attività in cui un docente versa delle informazioni precostituite nella testa di un discente, ma sono appunto un processo nel quale si stimolano prima di tutto le capacità critiche del soggetto discente, costruendo in lui la voglia di apprendere a partire dal suo concreto, stimolando il suo desiderio ed i suoi interessi (educare viene da e-ducere, tirare fuori); questo ha ovviamente delle conseguenze poi in tutti gli stadi dell’apprendimento, dalla tecnica didattica alla verifica medesima, che non può consistere in un banale test. In senso più generale la mente del fanciullo o del discente o la nostra non è né potrebbe essere tabula rasa, anche un neonato ha una ampia esperienza sia istintiva che di vita (ha almeno 9 mesi), ma il discente è al contrario un soggetto con cui interagire e questa interazione, come tutte le interazioni cambia entrambi i soggetti; d’altronde la cultura è per sua natura un processo è quindi non si tratta di instillarne i memi nella mente di un discente ma di lasciargliela scoprire sollecitandolo, motivandolo a parteciparvi ed a trovare una propria personale strada di acquisizione e partecipazione, per un processo che durerà tutta la sua vita: insegnare ad imparare, che potrebbe per certi aspetti essere un meme figlio del primo.

La domanda cui vorrei rispondere è qui però un’altra; chi ha pensato questo meme per primo? Da dove nasce questa frase? E qui si scopre un intero mondo, o in altre parole qui, analizzando un dettaglio, scopriamo di poter guardare alla cultura intera da uno spiraglio che ci si apre inaspettatamente, da una angolazione che ci consente di guardare da questo piccolo spiraglio una amplissima vallata.

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La citazione è riportata da Balzani (ma l’ho fatto ripetutamente anch’io) come una frase di Teofrasto; chi era costui? Uno scienziato naturalistico di epoca alessandrina, botanico, preside o meglio scolarca del Liceo di Atene, allievo di Aristotele, cui succedette nella direzione del Liceo nel 322 aC; era nato ad Ereso nel 371 a.C. e morì ad Atene nel 287 aC, siamo quindi in un periodo contemporaneo ad Alessandro il Grande, che cercò inutilmente di convincerlo a spostare la sede del Liceo nellla neofondata Alessandria. Che sarebbe poi diventata il centro della cultura dell’epoca.

Assegnazione credibile, ma non provata.

Non esiste infatti alcuna prova nei testi scritti attribuiti a Teofrasto e che ci sono rimasti di questa frase; avrebbe potuto pensarla e quasi certamente lo ha fatto come cerchero’ di provare in questo breve post, ma le cose sono più complicate.

Per migliaia di anni la cultura e le conoscenze umane si sono trasferite per via orale; la scrittura nella sua forma moderna esiste solo da poche migliaia di anni (5-6000); anche se il simbolismo grafico è probabilmente molto più antico e risale ad alcune decine di migliaia di anni ed alle pitture rupestri, i cui materiali furono opera del protochimico Homo sapiens sapiens. Opere famose ci sono state tramandate almeno inizialmente solo per via orale (Iliade ed Odissea) ed hanno acquisito forma scritta solo a partire dal VI secolo aC. Successivamente la scrittura di molte opere ci è stata tramandata attraverso la copia a mano perché la stampa è una invenzione recentissima, di mano cinese, risalente almeno al 7-800 dC. La stampa a caratteri mobili risale ancora una volta alla Cina ed al 1300 dC, mentre la sua forma europea (carissimi gli europei all’epoca erano loro gli imitatori!! la cultura cinese, inutile parlarne male oggi, so che scandalizzerò qualcuno, ma è molto molto antica, i greci nostri padri erano selvaggi al loro confronto) risale solo al XV secolo e a Gutenberg. Attualmente ci rifacciamo ad una forma elettronica, o virtuale, come si dice, che è stata inventata a partire dal 1969 (arpanet).

Consideriamo che in tutti questi casi si potevano tranquillamente fare errori. Certo con Internet è rimasto più facile sia cercare sia imbrogliare che costruire errori anche involontari. Il falso, la copia anche involontaria sono stati e sono ancora la norma; con termine nobile una opera attribuita ad un autore, ma di cui si ha ragione di sospettare per più motivi di contesto (a partire dal contenuto e dalla sua coerenza od incoerenza con altre informazioni) la effettiva originalità viene chiamata pseudo-epigrafe, e molte opere famose sono pseudoepigrafi, di fatto le attribuiamo ad un autore, ma casomai sono solo finite nell’insieme tramandato delle sue opere perché ne stava leggendo e in qualche modo quel testo copiato a mano e preziosissimo si è mescolato con le sue carte, a sua volta tramandate in una polverosa biblioteca di papiri; oggi copiamo alla grande perché pare che il taglia e incolla l’abbiamo inventato noi; ma ricordo benissimo che la mia insegnante di latino e greco (la grande Maria Pia Siviero, quante cose mi ha insegnato!) ci parlava della contaminatio, ossia della copia, della imitazione a volte al limite del plagio come di procedura comune nella letteratura latina e greca. Memi anche questi.

Se cerchiamo su internet troveremo che le attribuzioni della frase in questione o di altre estremamente simili è molto, molto varia; ve ne elenco qui qualcuna:

– Francesco Gerardi, giornalista su http://www.insegnareonline.com/rivista/cultura-ricerca-didattica/scuola

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la attribuisce a Montaigne (Michel Eyquem de Montaigne (Bordeaux, 28 febbraio 1533Saint-Michel-de-Montaigne, 13 settembre 1592) fu un filosofo, scrittore e politico francese):

“C’è una frase del grande Montaigne che parla dell’insegnamento, un pensiero davvero illuminante e che mi ha costantemente guidato durante tutta questa bellissima esperienza umana e didattica: “Insegnare ammonisce il grande pensatore non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco”.  

-il sito http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=8170 che è una raccolta elaborata di aforismi e frasi celebri la attribuisce a Francois Rabelais (Chinon, 4 febbraio 1494Parigi, 9 aprile 1553) è stato uno scrittore e umanista francese)

rabelais

Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.

Qui si nota una certa modifica del contenuto, perchè solo il bambino viene considerato un fuoco da accendere e non qualunque discente.

Come si vede abbiamo qua una proposta di origine francese del testo e risalente a pochi secoli fa; ancora più recente la attribuzione in lingua inglese:

The Mind Is Not a Vessel That Needs Filling, But Wood That Needs Igniting

Su molti siti inglesi questa frase viene attribuita al poeta e drammaturgo irlandese William Butler Yeats (W. B. Yeats (13 June 1865 – 28 January 1939).

yeats

Ma nemmeno in questo caso c’è un riferimento preciso ad un’opera dell’autore proposto.

Allora in conclusione: in Italia lo attribuiamo a Teofrasto o ad autori francesi; nei paesi di lingua inglese a Yeats (si trova l’attribuzione in 1987, Barnes & Noble Book of Quotations: Revised and Enlarged edited by Robert I. Fitzhenry, Quote Page 112, Barnes & Noble Books, Division of Harper & Row, New York); sono sicuro che cercando in altre lingue si troverebbero altre attribuzioni. Si tratta di un meme molto pervasivo e convincente.

Ma insomma come stanno le cose? Un pò di lumi li potete trovare in questo bel sito in inglese http://quoteinvestigator.com/, dove si studia l’origine delle citazioni e dove si cerca di ricostruire come il meccanismo di attribuzione sia arrivato a Yeats, probabilmente a causa di un errore di lettura in un libro del 1969. Lascio a voi la voglia di approfondire. In effetti l’unica citazione documentata della frase in questione si trova in Plutarco, proprio lui, Plutarco di Cheronea, Plutarco (in greco antico Πλούταρχος, traslitterato in Plùtarchos; Cheronea, 46 d.C./48 d.C. – Delfi, 125 d.C./127 dC) è stato un biografo, scrittore e filosofo greco antico, vissuto sotto l’Impero Romano, di cui ebbe anche la cittadinanza e dove ricoprì incarichi amministrativi. Studiò ad Atene e fu fortemente influenzato dalla filosofia di Platone (cosa che ci risulterà utile sapere nel seguito).

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Nei Moralia, una raccolta di parecchi testi a lui attribuiti, ma di cui alcuni pseudoepigrafi, in particolare nel testo L’arte di ascoltare scrive:

Alcuni allievi non vogliono avere seccature quando sono per conto loro, ma ne procurano all’insegnante, facendo continuamente domande sugli stessi argomenti, come uccellini implumi che stanno sempre a bocca aperta verso la bocca altrui e vogliono ricevere tutto già pronto e predigerito dagli altri. Così “la strada corta diventa lunga”, come dice Sofocle, non solo per loro, ma anche per gli altri: infatti, interrompendo di continuo l’insegnante con domande vuote e superflue, come se fossero in gita, intralciano l’andamento regolare dell’insegnamento, che subisce interruzioni e ritardi. Ai pigri, poi, raccomandiamo che, una volta che abbiano compreso i punti essenziali, mettano insieme il resto da soli, e guidino la ricerca con il ricordo (di ciò che hanno già appreso), e, dopo avere accolto la parola altrui come un principio ed un seme, la sviluppino e la accrescano. Infatti la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come legna da ardere, ha bisogno solo di una scintilla che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità.

(Plutarco di Cheronea, L’arte di ascoltare, 47 F – 48 C)

Finalmente abbiamo una citazione certa e riscontrabile. Ma ci basta? Chi era Plutarco?

Era uno studioso umanistico, storico, autore delle “Vite parallele”, conoscitore notevole sia di Teofrasto che di Platone, personaggio del tutto diverso da Teofrasto che era invece uno studioso di stampo naturalistico.

Partendo da una osservazione contenuta nel post http://quoteinvestigator.com/ sono andato alla ricerca della frase nei testi precedenti Teofrasto e qualcosa si trova. Non intendo qui che si trovi la stessa frase, ma si trovano probabilmente i predecessori di questo meme di cui parliamo.

platone

Ne La Repubblica di Platone, libro 7 è scritto:

«Se questo è vero», dissi, «dobbiamo concludere che l’educazione non è come la definiscono certuni che si professano filosofi.

Essi sostengono di instillare la scienza nell’anima che non la possiede, quasi infondessero la vista in occhi che non vedono». «In effetti sostengono questo», confermò.

«Ma il discorso attuale», insistetti, «rivela che questa facoltà insita nell’anima di ciascuno e l’organo che permette di apprendere devono essere distolti dal divenire assieme a tutta l’anima, così come l’occhio non può volgersi dalla tenebra alla luce se non assieme all’intero corpo, finché non risultino capaci di reggere alla contemplazione dell’essere e della sua parte più splendente; questo, secondo noi, è il bene. O no?» «Sì ».

«Può quindi esistere», proseguii, «un’arte della conversione, che insegni il modo più facile ed efficace di girare quell’organo. Non si tratta di infondervi la vista, bensì , presupponendo che l’abbia, ma che non sia rivolto nella giusta direzione e non guardi là dove dovrebbe, di adoperarsi per orientarlo da questa parte».

In effetti questo, la negazione dell’idea che sia possibile instillare la conoscenza come una sorta di fluido da trasmettere si trova anche nel Simposio:

Platone, Simposio (175d-e).

Allora Agatone, che si trovava da solo sull’ultimo divano, gli disse subito: “Vieni qui, Socrate, mettiti accanto a me, che io possa apprendere subito per contatto diretto i tuoi pensieri là nel vestibolo; a qualcosa devono pure aver condotto le tue riflessioni, se no saresti ancora là”. Socrate si siede e fa: “Sarebbe una buona cosa, Agatone, se i pensieri potessero scivolare da chi ne ha più a chi ne ha meno per contatto diretto, quando siamo accanto, tu ed io; come l’acqua che, attraverso un filo di lana, passa dalla coppa più piena alla più vuota. Se è così, voglio subito mettermi al tuo fianco, perché la tua grande e bella saggezza possa riempire la mia coppa. Che per la verità è un po’ così, incerta come un sogno, mentre la tua sapienza è limpida e può sfavillare ancora di più, lei che ha brillato con lo splendore della tua giovinezza e ier l’altro ha fatto faville davanti a più di trentamila greci, che prendo tutti a miei testimoni!”

(Ma vi rendete conto di quanto ci sia di interdisciplinare in questo testo classico: come l’acqua che, attraverso un filo di lana, passa dalla coppa più piena alla più vuota.: come avviene? È un fenomeno capillare o di vasi comunicanti? Bellissimo! Si veda anche il seguente http://en.wikisource.org/wiki/Popular_Science_Monthly/Volume_16/February_1880/Ancient_Methods_of_Filtration)

Tornando a La Repubblica, nel testo platonico si dice anche:

«In conclusione», ripresi, «l’aritmetica, la geometria e tutta l’educazione propedeutica che va impartita prima della dialettica devono essere proposte sin dall’infanzia, senza però conferire all’insegnamento una forma costrittiva».

«E perché?» «Perché», risposi, «l’uomo libero non deve imparare nulla con la costrizione. Le fatiche fisiche, anche se sono affrontate per forza, non peggiorano lo stato del corpo, mentre nessuna cognizione introdotta a forza nell’animo vi rimane».

«è vero», confermò.

«Quindi, carissimo», continuai, «non educare i fanciulli negli studi a forza, ma in forma di gioco: in questo modo saprai discernere ancora meglio le propensioni naturali di ciascuno».

Non basta; possiamo risalire ancora più indietro di Platone, che non ci scordiamo è 428-348 aC; possiamo risalire a Eraclito che ci è noto solo attraverso un centinaio di frammenti e che comunque non era certo un modello di chiarezza tanto da essere soprannominato “l’oscuro” perfino da Socrate!

Dice Eraclito in uno dei frammenti (e attenzione ce lo riporta Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi):

eraclito

Eraclito, Frammenti Efeso, 535 a.C.Efeso, 475 a.C

« πολυμαθίη νόον (ἔχειν) οὐ διδάσκει· Ἡσίοδονγὰρ ἂν ἐδίδαξε καὶ Πυθαγόρην αὖτις τε Ξενοφάνεά (τε) καὶ Ἑκαταῖον. » (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IX, 1; frammento 40)

« Sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza: l’avrebbe altrimenti insegnato ad Esiodo, a Pitagora e poi a Senofane e ad Ecateo»

 

Non riesco a risalire più indietro, ma siamo arrivati quasi 600 anni prima di Plutarco. Tenete bene in vista la parola di Eraclito: πολυμαθίη, in italiano polimazia.

Non sapete cosa è la polimazia? Beh siete in buona compagnia.

Trovate una disamina del termine qui (http://adrianomaini.tumblr.com/post/16784962829/la-polimazia-cenni-storici#.VANzVEg0c38)

Per quanto sia termine disusato ed ormai bandito da tanti vocabolari italiani la Polimatia o Polimazia ha attraverso i secoli costituito un caso nel mondo della speculazione. 

A livello puramente filologico il Battaglia, sotto voce annota ”Complesso di molte conoscenze su argomenti svariati e senza sistematicità; erudizione poco organica: in particolare nella terminologia kantiana, le acquisizioni razionali distinte dalla conoscenza dei fatti storici” [(dal Battaglia si ricava anche l’evoluzione etimologica del termine che sarebbe giunto in latino e quindi in italiano dal termine greco “polumatheia” a sua volta elaborato da un “polumathes” in italiano polimate vale a dire, definizione sempre tratta dal Battaglia “Che possiede una vasta dottrina o un’erudizione sterminata” con il termine greco coniato dalla fusione di “polùs” (= molto) con il verbo “manthano” (= imparo)].

La graduale evoluzione negativa dell’accezione polimatia si può scoprire nel pensiero di Giovanni Gentile che scrisse: “Il sapere concepito come materia d’insegnamento si rifrange e disperde, perché dà luogo all’erudizione, alla polimazia, che non è sapere” (in “Sommario di Pedagogia, Bari, 1923, II, p. 99).

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E abbiamo chiuso il cerchio; se perfino l’odiato Gentile rifiuta la polimazia, e dice qualcosa con cui non si può che essere d’accordo cosa rimane ad un moderno didatta contestatore? A voi la palla!

Nota: colgo l’occasione del commento di Leonardo Libero per aggiungere: La maieutica socratica e l’ironia che la accompagna hanno almeno due contatti con quel che dico: 1) la maieutica tira fuori da te discente la tua verità e questo concetto è ovviamente molto simile sia pur non identico a quello di Plutarco 2) l’ironia che è intrinseca alla maieutica è uno dei caratteri base analizzati da Teofrasto ne “I caratteri”; e infine la maieutica è la prova che l’idea base espressa da Plutarco esisteva già secoli prima che lui la esprimesse e Teofrasto, uomo di grande cultura e insegnante e scolarca di Atene non poteva non conoscerla.

Per approfondire:

http://it.scribd.com/doc/61911540/Eraclito-Vita-e-Frammenti-Traduzione-Di-Giovanni-Gentile-ITA

Nature award per il mentoring a Vincenzo Balzani.

Il 25 novembre è stato consegnato a tre scienziati italiani il premio annuale di Nature  “Mentore nella Scienza” al palazzo del Quirinale, per mano del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano .

I tre vincitori sono stati la neurobiologa Michela Matteoli (Università di Milano), il  chimico Vincenzo Balzani (Università di Bologna) e il  fisico Giorgio Parisi (Università di Roma I, La Sapienza).

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Riportiamo qui il discorso di accettazione di Vincenzo Balzani

Vincenzo Balzani

Nature Award for Mentoring in Science

25 Novembre 2013, Palazzo del Quirinale

Signor Presidente della Repubblica, autorità, colleghi, signore e signori, buon giorno.

Anzitutto voglio ringraziare il Presidente della Repubblica, che ci onora con la sua presenza, per il costante impegno a favore della scienza e più in generale della cultura. Ringrazio anche i dirigenti della rivista Nature per aver voluto conferire il loro prestigioso premio in questo luogo, che meglio di ogni altro rappresenta la nostra Italia.

Devo poi ringraziare moltissime persone: i giovani colleghi italiani e stranieri che hanno voluto presentare la mia candidatura, i più di cento ricercatori e scienziati di ogni parte del mondo che hanno passato mesi o anni nel nostro laboratorio, imparando, e anche insegnandoci, molte cose; ringrazio la gloriosa Università di Bologna e il nostro paese, l’Italia, che mi sono sempre sentito fiero di rappresentare nelle centinaia di conferenze tenute in tutto il mondo.

Ma il ringraziamento fondamentale va alla Divina Provvidenza che molti anni fa, quando frequentavo il liceo scientifico, mi ha fatto innamorare di una ragazza di nome Carla, che poi è diventata mia moglie, e di una scienza di nome Chimica, che ha permeato tutta la mia vita di docente e di ricercatore.

La ricerca scientifica è così bella che a volte strega chi di lei si innamora e lo avvolge fino a racchiuderlo in una torre, non sempre d’avorio, dove lo scienziato rischia di isolarsi. E’ accaduto anche a me all’inizio della carriera. Poi, col passare degli anni, mi sono reso conto che chi ha avuto il privilegio di studiare e di fare un mestiere così bello come quello del professore universitario non può rimanere chiuso nelle sue ricerche, per quanto belle e gratificanti esse siano.

C’è una responsabilità che deriva dalla conoscenza: lo scienziato ha il dovere di occuparsi dei problemi della società, deve contribuire a risolverli. Ha molti modi di farlo: con le sue ricerche, l’insegnamento, la divulgazione della scienza e anche partecipando attivamente al  governo della sua università, della sua città o della nazione. Questo impegno è oggi più che mai importante, perché viviamo in un momento cruciale della storia, caratterizzato da due grandi problemi, da due “insostenibilità”: quella ecologica, che trova il suo culmine nella crisi energetico-climatica, e quella sociale che vede sempre più allargarsi la forbice fra i ricchi e i poveri. Come ha scritto il premio Nobel Richard Ernst: “Chi altro, se non gli scienziati, ha la responsabilità di stabilire le linee guida verso un progresso reale, che protegga anche gli interessi delle prossime generazioni?”

Ho cercato e cerco ancora di trasmettere ai colleghi più giovani, due messaggi che hanno in comune la parola <fuoco>.

Uno riguarda la didattica: nel preparare le vostre lezioni, dico, ricordate la massima di Teofrasto: “Insegnare non è versare acqua in un vaso, ma accendere un fuoco“. I giovani hanno bisogno di maestri di vita che non insegnino solo la scienza, ma che facciano anche capire per che cosa la scienza deve o non deve essere usata: per la pace e non per la guerra, per ridurre e non per aumentare le disuguaglianze fra paesi ricchi e paesi poveri, per custodire il pianeta, non per distruggerlo, in modo che sia abitabile anche per le prossime generazioni. Questi concetti potrebbero, dovrebbero essere lampi di luce capaci di accendere un fuoco anche nei freddi programmi dei corsi scientifici.

L’altro messaggio riguarda la ricerca; prima di tutto dico ai giovani che per avere successo ci vuole creatività e passione; una grande passione, perché come ha scritto Albert Szent-Gyorgyi “Ogni scoperta consiste nel vedere ciò che tutti hanno visto e nel pensare ciò a cui nessuno ha mai pensato.”

Creatività e passione, dunque,  che i giovani scienziati dovranno usare per svolgere, fra gli altri, un compito molto importante, quello di re-inventare il fuoco: nel senso che il fuoco, cioè l’energia che sostiene lo sviluppo della civiltà, non potrà più essere ottenuto bruciando le  risorse che abbiamo trovato sotto terra, i combustibili fossili, ma dovrà essere creato utilizzando la luce del sole, che scende dal cielo.

Re-inventare il fuoco sarà un’impresa entusiasmante per le nuove generazioni. Grazie

http://blogs.nature.com/ofschemesandmemes/2013/11/27/nature-awards-for-mentoring-in-science-2013-at-quirinal-palace-in-rome

http://www.nature.com/naturejobs/science/articles/10.1038/nj7477-559a