Note sull’Antropocene.3. Gli scenari.parte prima.

Claudio Della Volpe

Nei tre precedenti post sul tema dell’Antropocene (pubblicati qui, qui e qui) abbiamo presentato la storia di questo concetto e le quattro ipotesi principali sull’origine temporale dell’Antropocene; in questo post invece (ed in altri successivi) presenteremo le ipotesi sui possibili scenari futuri, come li vede oggi la cultura umana nelle sue varie accezioni.

Parliamo di scenari ovviamente perchè nessuno ha la capacità di prevedere il futuro; il sistema Terra è una struttura complessa e lontana dall’equilibrio, ricca di retroazioni e il suo comportamento fortemente non lineare non prevede al momento “equazioni sintetiche”.

Alcuni degli scenari che descriveremo sono frutto della discussione fra scienziati, altri ancora della letteratura; l’Antropocene e il futuro dell’umanità e della biosfera sono di fatto stati già oggetto di analisi nei decenni passati e ancor più lo saranno prossimamente. Alcuni temi sono stati oggetto di modellazione matematica e numerica, come il clima, altri invece sono stati analizzati da quella sorta di modellazione analogica costituita dall’immaginazione umana e dalla letteratura, per esempio dalla parte più nobile della fantascienza.

E’ chiaro inoltre che l’argomento è talmente caldo e ci riguarda tanto da vicino che nessuna “freddezza” scientifica è possibile; l’Antropocene è la nostra interazione con il resto della biosfera dopotutto e la sua evoluzione dipende da noi e dai limiti della biosfera medesima.

Scenario Fermi. Cominciamo con l’opzione peggiore che potremmo chiamare scenario Fermi. Il paradosso di Fermi (https://en.wikipedia.org/wiki/Fermi_paradox and https://www.osti.gov/accomplishments/documents/fullText/ACC0055.pdf)

In sostanza durante una discussione informale tenuta con altri colleghi a Los Alamos nel 1951 Enrico Fermi si chiese “Dove sono tutti quanti?”, ponendo il problema, il paradosso fra la probabilità giudicata in genere elevata della vita su altri pianeti e il fatto che nessun visitatore alieno ci sia finora chiaramente apparso. Una possibile e radicale soluzione a questo paradosso è che l’intelligenza capace di sviluppare tecnologia corrisponda ad una elevata instabilità sociale e che dunque le società di questo genere si autodistruggano, per cui nella galassia ci siano o ci siano state ma siano destinate a scomparire, l’intelligenza potrebbe essere un vicolo cieco dell’evoluzione, almeno nelle forma in cui si manifesta con noi: un primate sociale dotato di strumenti exosomatici ed in grado di accumulare risorse ritardando l’effetto delle retroazioni ambientali sarebbe una specie instabile, destinata a scomparire.

Dopo tutto alla fine la seconda legge si esprimerà ed avrà come effetto inevitabile la distruzione del sistema sociale; è un pò anche il cosiddetto “pessimismo entropico” di Nicolau Georgescu Roegen nelle sue varie accezioni (l’idea di base è che materia ed energia entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta): potrebbe essere semplicemente il risultato inevitabile del conflitto fra la visione temporale lineare e a breve termine dell’uomo ed il comportamento esponenziale di molte sue creazioni (se un’alga raddoppia ogni giorno e in 30 giorni riempirebbe lo stagno che la ospita, in quale giorno ne riempirà “solo” la metà? Nel 29esimo.), o ancora la legge dei ritorni decrescenti: se una struttura come la nostra società cresce di complessità inevitabilmente la sua efficienza diminuisce ed essa va incontro a crisi crescenti dovute al ritardo nei suoi tempi di reazione, all’inevitabile effetto della costante di retroazione, un criterio invocato per spiegare molti crolli storici, a partire dall’impero Romano.

Georgescu Roegen era stato allievo di Schumpeter, che pure attribuendo il costante sconvolgimento dell’economia capitalitica alla cosiddetta “creazione distruttiva” con molti aspetti positivi, riteneva il processo sostanzialmente instabile e insostenibile sul lungo periodo.

Scenario Dyson. La risposta al pessimismo entropico è la visione della sfera di Dyson.

Nel suo articolo Search for Artificial Stellar Sources of Infrared Radiation (“Ricerca di sorgenti stellari artificiali di radiazione infrarossa”), pubblicato sulla rivista Science (Science, vol. 131, pp. 1667–1668, 1959), Dyson teorizzò che delle società tecnologicamente avanzate avrebbero potuto circondare completamente la propria stella natia per poter massimizzare la cattura di energia proveniente dall’astro. Rinchiusa così la stella, sarebbe possibile intercettare tutte le lunghezze d’onda del visibile per inviarle verso l’interno, mentre tutta la radiazione non utilizzata verrebbe mandata all’esterno sotto forma di radiazione infrarossa. (Da ciò consegue che un possibile metodo per cercare civiltà extraterrestri potrebbe essere proprio la ricerca di grandi fonti di emissione infrarossa nello spettro elettromagnetico.)

Una sfera di Dyson è una sfera di origine artificiale e di raggio pari a quello di un’orbita planetaria. La sfera consisterebbe di un guscio continuo o di una serie di elementi posti attorno alla stella. Questo, oltre ad essere un modo per raccogliere un’enorme quantità di energia, permetterebbe di creare uno spazio vitale immenso.

Non entro nel merito dei problemi tecnici riguardanti la costruzione della sfera, mi tengo a livello generale di punto di vista: è il punto di vista di chi accetta la sfida del’Antropocene e pensa di poterla risolvere con i medesimi strumenti di gigantismo e di dominio tecnologico con i quali siamo arrivati fin qui.

Ci sono dei problemi. Per esempio la materia dell’intero sistema solare non basterebbe a costruire un guscio di questo tipo sufficientemente spesso e servirebbe usare materia da altri sistemi solari.

Un altro potrebbe essere quello dell’energia. Tom Murphy prof. associato di fisica alla University of California, San Diego che dirige un progetto sulla verifica della relatività usando gli specchi che l’Apollo lasciò sulla Luna, ipotizza sulla sua pagina web Dothemath che l’umanità continui ad crescere nel consumo energetico allo stesso ritmo usato negli USA fra il 1650 ed oggi (350 anni) che corrisponde a circa il 3% all’anno di incremento, dunque moltiplicare ogni volta per 1.03. Ebbene si arriva alla conclusione che in circa 2 millenni e mezzo la richiesta energetica sarebbe corrispondente a quella ottenibile per emissione radiativa dalle stelle dell’intera galassia conosciuta.( https://dothemath.ucsd.edu/tom-murphy-profile/), insomma la crescita continua non ha senso storico., è contraddittoria e impossibile.

Sono i problemi della crescita esponenziale, contrapposta ad una visione lineare del mondo.

Ma è chiaro che lo scenario Dyson non è interessante per se ma perchè esprime una logica che si può attuare certamente nel mondo moderno continuando a modificarlo potentemente e in ottica esclusivamente umana: in sostanza è la visione della geoingegneria che potrebbe essere una risposta alla crisi climatica innescata dal consumo dei combustibili fossili.

Cosa dicono infatti gli economisti o le grandi corporation del fossile?

Considerate che una certa coscienza del problema climatico si fa strada anche nei palazzi dei ricchi: chi ha votato Trump oggi si costruisce l’equivalente climatico del rifugio antiatomico, la fondazione Rockfeller abbandona i fossili, la Shell molla l’Iraq. Io speriamo che me la cavo, ma senza cambiare nulla di sostanziale.

Ufficialmente le grandi istituzioni politiche mondiali (UE in testa) hanno sposato la riduzione dei consumi fossili, ma l’accordo di Parigi non è vincolante e dato che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, le cose potrebbero mettersi male.

E’ interessante l’analisi di un lavoro(1) pubblicato da un famoso chimico fin dal 1970 membro del medesimo MIT che produsse Limits to growth, (tradotto erroneamente I limiti dello sviluppo invece che i limiti della crescita) e divenuto nel tempo parte dell’entourage presidenziale democratico. John Deutch analizza in dettaglio la posizione di Obama, espressione della parte del capitalismo americano favorevole all’accordo di Parigi. Usando la cosiddetta equazione di Kaya, una relazione semplice, considerata da alcuni una vera e propria tautologia, correla produzione economica e energia, con una sorta di funzione della produzione che contenga una variabile energetica e conclude che :

The Kaya decomposition shows that the extent of ‘‘decoupling’’ economic growth and emissions depends entirely on reductions in energy and carbon intensity. The downward trend in both these quantities is welcome and likely it is ‘‘irreversible.’’ But the decline is insufficient to avoid significant average global temperature increase in the second half of this century. It is misleading to suggest that, while this trend may create jobs and benefit the United States, it will successfully avoid the risks of climate change.

Dunque le energie rinnovabili non bastano secondo Deutch a salvare capra e cavoli ossia crescita e clima.

This nation and the world seek insurance against the catastrophic risks of climate change. It is difficult to be optimistic that mitigation on its own will protect the globe from the consequences of climate change. The United States and the world must urgently turn to learning how to adapt to climate change and to explore the more radical pathway of geoengineering.

In sostanza i migliori esperti tecno-economici del sistema attuale considerano poco credibile la soluzione 3R (ossia rinnovabili, riciclo, riuso) dei problemi del clima (e aggiungo io delle risorse), perchè non prendono nemmeno in considerazione l’idea della stabilizzazione dell’economia (d’altronde impossibile SENZA cambiare il modo di produrre attuale, per il quale l’accumulazione e dunque la crescita è l’unico modo di esistere). Essi introducono una variabile tecnologica tenuta finora in sordina: la geoingegneria o ingegneria climatica. Questa ipotesi è stata considerata dai grandi pensatoi tecnici(2-4), con la conclusione che non ci sono certezze sufficienti per attuarla: troppi rischi per entrambe le opzioni in campo: sia nel ridurre il flusso radiativo che nel riassorbire la CO2. Ma nonostante la mancanza di certezze il mondo economico ci vede una via d’uscita perché non crede al modello delle 3R, che bloccherebbe la crescita, e guarda alla geoingegneria nonostante i rischi.

Il terzo scenario potrei definirlo lo scenario Balzani. Alcuni intellettuali fra i quali alcuni membri della redazione di questo blog pensano che solo andando verso una produzione basata su energie rinnovabili, su riciclo dei materiali e riuso degli oggetti, ma anche sulla redistribuzione della ricchezza, sulla stabilità della popolazione e la riduzione della giornata lavorativa, si può forse uscire dall’impasse attuale.

Sviluppo senza crescita, che corrisponde ad abbandonare la via del capitalismo di accumulazione, che ha dominato gli ultimi secoli per una industria che in antinomia con i progetti attuali basati sulla sola robotizzazione definiremmo: 5.0 e ne parleremo nel prossimo post.

(continua)

(1) John Deutch, Decoupling Economic Growth and Carbon Emissions, Joule 1, 3–9, 2017

(2) Lenton, T.M.; Vaughan, N.E“The radiative forcing potential of different climate geoengineering options”. Atmospheric Chemistry and Physics. 9 (15): 5539–5561, . (2009).

(3)IPCC AR5 WG1, pp. 575, 632

(4) http://www8.nationalacademies.org/onpinews/newsitem.aspx?RecordID=02102015

2 pensieri su “Note sull’Antropocene.3. Gli scenari.parte prima.

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