Smaltimento dei fanghi di depurazione. Qualche considerazione conclusiva.

Mauro Icardi

(il precedente articolo di questa serie è qui)

Ritorno sulla vicenda dello smaltimento agricolo dei fanghi di depurazione. Nella letteratura specialistica del settore depurativo, questa tecnica è molto spesso vista come un buon compromesso tra la necessità di trovare una destinazione finale per i fanghi prodotti dai depuratori, e la necessità di compensare la perdita di sostanza organica e fertilità nei terreni agricoli, spesso troppo sfruttati.

La sostanza organica dei fanghi di depurazione contiene una percentuale di sostanza organica molto simile a quella del terreno. Normalmente i fanghi hanno una percentuale di circa il 40% in glucidi. Questa frazione è quella immediatamente disponibile per i microrganismi del terreno, rappresentando la fonte energetica ed alimentare per essi. E’ piuttosto elevato anche il contenuto di sostanze a struttura ligninica, che possono favorire la formazione di humus. Queste sono condizioni che di solito caratterizzano ( o per meglio dire caratterizzavano) i fanghi provenienti da impianti di depurazione con una preponderante componente di acque residue urbane, rispetto a quelle industriali. Col passare degli anni però, la distinzione netta tra uno scarico definito “civile” rispetto ad uno industriale è risultata meno evidente e più sfumata. Questo per una serie di ragioni legate alla diffusione di inquinanti emergenti, che provengono non solo dagli insediamenti industriali, ma anche dalle mutate condizioni dei costumi della popolazione. Il contenuto elevato di metaboliti di farmaci e droghe d’abuso riscontrato nei depuratori consortili ne è un esempio piuttosto evidente.

E giova ricordare che questa situazione è responsabile non solo dell’accumularsi di tali metaboliti nei fanghi di depurazione, ma anche dell’instaurarsi di fenomeni di antibiotico resistenza che sono stati recentemente studiati.

In Italia l’ente nazionale risi ha pubblicato uno studio relativo all’utilizzo dei fanghi di depurazione in    agricoltura che mostrava risultati piuttosto incoraggianti, relativi al periodo 2006-2012.

http://www.enterisi.it/upload/enterisi/pubblicazioni/Miniottietal.4feb2015comp_16405_122.pdf

In effetti un fango di buona qualità può svolgere una serie di azioni positive: fornire dopo la sua mineralizzazione elementi di fertilità, mobilizzare elementi nutritivi già presenti nel terreno, offrire microambienti favorevoli per lo sviluppo dei semi e delle radici.

La vicenda del sequestro di impianti di trattamento dei fanghi di depurazione per uso agricolo ha però modificato profondamente l’accettazione sociale di queste pratiche da parte della pubblica opinione.

Questo per un serie di motivi, alcuni comprensibili, altri meno. Per esempio molti servizi su questa vicenda, sia televisivi che giornalistici avevano un tono sensazionalistico che non giova ad una corretta comprensione del problema. Non ho la pretesa che un giornalista conosca perfettamente la materia, ma che utilizzi quantomeno un atteggiamento più equilibrato.

La normativa nazionale e quelle regionali forniscono precise indicazioni di comportamento per l’utilizzo di queste biomasse di risulta. Per esempio disciplinano la caratterizzazione analitica preventiva. I fanghi destinati all’impiego in agricoltura devono essere caratterizzati preventivamente in modo dettagliato. Tale obbligo spetta al produttore del fango e deve svolgersi per un periodo di almeno sei mesi, con frequenza di campionamento e numero di campioni variabile in ragione della potenzialità dell’impianto espressa in abitanti equivalenti (AE).

Viene definito il grado di stabilizzazione dei fanghi per consentirne l’utilizzo agronomico. Gli indicatori previsti sono: la percentuale di riduzione dei solidi sospesi volatili (SSV),che deve essere compresa nell’intervallo 35-45% o l’età del fango, che deve essere superiore a 30 giorni.

Tutto questo però non basterà probabilmente a rendere questa pratica accettabile, per diverse ragioni, non ultima una sindrome nimby ormai piuttosto diffusa. L’effetto di questa sentenza del Tar della Lombardia è un’incognita attualmente per questo tipo di destinazione d’uso.

Credo che per uscire da questo impiccio sia necessario uno sforzo piuttosto importante e coordinato, a vari livelli. Lo sforzo di razionalizzazione e ammodernamento della gestione del ciclo idrico, il potenziamento degli istituti di ricerca nello stesso settore, e lo sblocco di finanziamenti per mettere in opera l’ammodernamento degli impianti più obsoleti.

Compatibilmente con l’equilibrio economico-finanziario occorre potenziare la dotazione strumentale dei laboratori dei gestori del ciclo idrico. Oltre a questo concentrare ulteriormente l’attenzione sulla gestione del trattamento dei fanghi, già a livello della fase depurativa. Ed essere molto attenti e rigorosi nella gestione di questa sezione. Questa è una mia propensione personale, dedico molto tempo e molto impegno a questo. E’ il punto critico, ma allo stesso tempo quello che più può dare soddisfazioni a livello personale e professionale. Oltre ad essere quello più importante e complesso, ma ricco di sfide tecniche e analitiche da affrontare. Solo in questo modo i depuratori diventeranno le cosiddette “bioraffinerie”.

Gli obiettivi che l’istituto superiore di ricerca sulle acque elenca per il settore trattamento rifiuti e residui di depurazione, devono diventare anche quelli dei gestori:

  • Incrementare il trattamento anaerobico di biomasse, reflui e fanghi tramite la messa a punto e lo sviluppo di tecnologie innovative per massimizzare il recupero di biometano e/o bioidrogeno e di nutrienti
  • Valorizzare sia la componente lipidica (dove significativamente presente) che la componente ligno-cellulosica di biomasse e rifiuti tramite l’ottimizzazione di trattamenti chimici per la produzione di prodotti ad elevato valore aggiunto, con potenziale applicativo in molti settori
  • Sviluppare modelli di simulazione per la valutazione dei potenziali recuperi in termini di energia e/o risorse dal trattamento di fanghi, reflui e rifiuti
  • Minimizzare il rischio per la salute umana in processi di riuso delle acque reflue trattate attraverso un’attenta valutazione del destino dell’antibiotico resistenza e della carica patogena.

Oltre a questo è necessaria la solita opera di informazione capillare. Nel settore idrico è più complesso coinvolgere l’utente in un impegno simile a quello della raccolta differenziata dei rifiuti, magari invitandolo non solo a risparmiare l’acqua, ma anche a contaminarla di meno, ad utilizzare detergenti e materiali di pulizia con oculatezza. Perché si possono produrre rifiuti tossici anche in ambito domestico, anche se probabilmente molti non lo sanno. Le informazioni elementari sul trattamento delle acque, ma in generale l’educazione ambientale deve essere insegnata già ai ragazzi degli ultimi anni delle scuole elementari.

In futuro serviranno cittadini consapevoli, non cittadini impauriti, o ostinati e con poca conoscenza dell’impatto sull’ambiente delle loro scelte personali. Anche di quello che poi si concentra nei fanghi che nessuno vuole, e di cui nemmeno vuol sentir parlare. La politica dovrebbe avere tutti questi temi come prioritari nella propria azione.

Nel 1976, con la promulgazione della legge 319/76, la legge Merli, si aprì un importante capitolo della storia della legislazione ambientale italiana. Oggi serve una nuova normativa per la gestione dei fanghi, possibilmente condivisa tra addetti, ricercatori e fruitori del servizio idrico, se si vuole ipotizzare di continuare ad utilizzare fanghi destinandoli ad uso agronomico in futuro. E allo stesso modo occorrono controlli molto rigorosi sul loro utilizzo. Perché l’ambiente, la chiusura del ciclo delle acque non sia sempre risolta a colpi di sentenze. Non è questa la via da praticare, e che porta risultati concreti. Come si può vedere i controlli si effettuano, gli operatori disonesti vengono perseguiti. Ma poi occorre lavorare seriamente per trovare le soluzioni ai diversi problemi emergenti nel settore depurativo.

Una gestione corretta e rigorosa, una normativa chiara e non controversa, investimenti mirati ed oculati. Tutto questo non può che avere riscontri positivi, sia ambientali, che occupazionali, in un futuro che però dovrebbe essere prossimo, e non lontano nel tempo.

Per dare un’idea di cosa sta accadendo dopo la sentenza lombarda pubblico una breve rassegna stampa.

https://www.toscanamedianews.it/firenze-guerra-dei-fanghi-quattro-discariche-tar-lombardia-ordinanza.htm

http://www.arezzonotizie.it/attualita/smaltimento-fanghi-da-depurazione-civile-1-800-tonnellate-in-arrivo-a-podere-rota/

E’ non fa male ricordare sempre che ““Nulla si distrugge, tutto si trasforma!Antoine-Laurent de Lavoisier

Aggiornamento: come era ampiamente prevedibile, pena il blocco o la messa in grave difficoltà del sistema depurativo, la conferenza Stato Regioni riunita in seduta straordinaria ha trovato l’accordo su un limite di 1000 mg/Kg per il parametro idrocarburi totali, contro il precedente di 10.000 mg/Kg che la delibera della giunta regionale lombarda del Settembre 2017 aveva invece previsto.

http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/08/02/news/intesa-sui-fanghi-e-adesso-il-decreto-limiti-piu-severi-sugli-idrocarburi-1.17117716

Tutto questo tira e molla nasce come sempre da vuoti normativi, difficoltà di interpretazioni legislative, spesso incoerenti o complicate. Non so se questa soluzione soddisferà i comuni pavesi che erano ricorsi al Tar e l’opinione pubblica. Temo che questo sia solo un’altra puntata di una presumibile lunga telenovela.

Nel frattempo la regione Lombardia prepara il ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza per rivendicare la legittimità a deliberare in campo ambientale.

Aspettando che il decreto legislativo diventi operativo la situazione è ovviamente ancora critica.

http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/08/02/news/miasmi-depuratori-al-limite-resisteremo-venti-giorni-1.17117722

Non dovrebbe essere più il tempo dei litigi. Il ciclo idrico deve essere profondamente riformato, e bisogna passare a fatti concreti. Acque reflue e fanghi non possono essere visti come un problema emergenziale, ma necessitano, lo ripeto di investimenti, di opere di ammodernamento. L’Arera (autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) ha varato il ‘metodo tariffario’, che consente di calcolare gli effetti economici delle scelte industriali. La multa dell’UE all’Italia, da 25 milioni di euro forfettari, più di 164 mila euro al giorno per ogni semestre di ritardo fino all’adeguamento – riguarda la mancata messa a norma di reti fognarie e sistemi di trattamento delle acque reflue in alcune aree del nostro Paese.

L’adeguamento deve essere una priorità. Senza ulteriori incertezze e tentennamenti. Si è perso già troppo tempo.

18 pensieri su “Smaltimento dei fanghi di depurazione. Qualche considerazione conclusiva.

  1. Grazie Mauro. Io, da non addetto ai lavori, spero che i processi terziari per l’abbattimento di inquinanti emergenti (e/o migliorativi del fango risultante) consentano di utilizzare questa fonte energetica e di nutrienti (qual é in effetti) per l’uso agricolo, magari integrando i processi (come tu hai sempre perorato) col FORSU.
    Capisco le paure e questo utilizzo deve essere fatto in sicurezza, il più possibile. Il problema é che l’utente non si fida più delle istituzioni (e talora la sua mal fiducia é stata nutrita da fatti reali e non solo dai procacciatori di indignazione) per cui tutto diviene più difficile. Ti linko sta cosa, non l’avessi fatto prima, che, secondo me, da un’idea del quadro generale http://www.freshplaza.it/article/100824/Stop-alla-sostanza-organica-produttori-di-quarta-gamma-in-difficolta
    Mi sembra che ci stiamo stringendo sempre più tra la paura del prodotto di sintesi e la ricerca di una naturalità priva di rischi che non esiste e non é mai esistita.
    Ciao

    • Robo, il tema è ampio. Nei prossimi articoli parlerò (ancora) delle nuove possibilità tecnologiche, sia per la linea acque, che per quella dei fanghi. Ne esistono diverse, e il settore dovrà modernizzarsi. Suggerisco a tutti lettori di questo blog di ritrovare la puntata sull’acqua dell’edizione 2016 di “Scala Mercalli”. In particolare la parte dove vengono mostrati il centro ricerche acquedottistiche, e il depuratore di Torino. Questo, insieme ad altri è la punta di diamante. In un futuro, che spero molto prossimo, tutti dovranno raggiungere quel livello organizzativo e tecnologico. E’ una cosa indifferibile e irrinunciabile.

  2. Robo, a proposito del tuo link, mi pareva che dalle mie parti fosse già vietato l’uso del letame come fertilizzante…
    Ricordo il padre di una laureanda, allevatore dalle parti di Treviso, che entusiasta alla laurea della figlia raccontava della sua azienda che per sopravvivere ha dovuto metter su un impianto di biogas (con relative sovvenzioni statali/comunitarie) sennò il conto economico coi costi di smaltimento delle deiezioni dei vitelli (rifiuto speciale ?) sarebbe andato in rosso.
    Anche il buon vecchio solfato di rame sulle vigne è divenuto un pericoloso inquinante, un metallo pesante tossico (anche l’alluminio viene definito tale…!)…
    Chi ne sa abbastanza da spiegarmi perché ? Da chimico cresciuto davanti al Petrolchimico di Marghera ne capisco poco di agricoltura…

    stefano antoniutti

  3. Ieri sera sulla Rai è stata trasmessa una puntata sul tema dell utilizzo di questi fanghi in agricoltura. Le aziende che li lavorano ritirano sia quelli civili che industriali e poi li scaricano sui campi della pianura padana (area già altamente inquinata). In queste zone i cittadini hanno subito malori alla gola ed agli occhi. Aziende sequestrate ed in odore di malavita. Agricoltori che scappavano davanti alla telecamera. Tutte queste schifezze entrano nel ciclo alimentare dell’uomo. All’estero sono vietati e devono andare negli inceneritori. Invito tutti a provare a mangiare gli ortaggi coltivati su questi terreni o a bere il latte delle mucche che si alimentano dei cereali ivi prodotti. Tutta alimentazione sicuramente biologica non è vero?

    • Ho visto quella puntata. E ho anche scritto che se non si affrontano i problemi seriamente il destino dei fanghi e dei rifiuti è in mano alla criminalità organizzata. Ma le soluzioni, qualunque esse siano devono passare attraverso studio e ricerca. Perchè anche gli inceneritori non sono sempre ben acettatii, e anche sugli inceneritori spesso ci sono resistenze, e si sono segnalati problemi alla salute. Quindi ritengo che l’unica strada percorribile sia questa. Senza polemiche, ma con molto impegno, sia in termini di investimenti, che di controlli. E’ l’unica soluzione possibile. Al netto di atteggiamenti di diverso genere,

    • La trasmissione RAI ha fatto un po’ di confusione, ha messo insieme vari fatti tutti diversi tra di loro: 1) i 4 morti di Adria di cui parlammo in un post apposito (https://ilblogdellasci.wordpress.com/brevissime/4-morti-ad-adria-non-e-colpa-della-chimica/) che sono verosimilmente dovuti alla formazione di un composto tossico forse acido solfidrico, ma comunque si tratta di un modo improprio di gestire i materiali, una questione di sicurezza sul lavoro; 2) il riciclo dei fanghi di depurazione dove A) da una parte c’è la necessità di NON mescolare fanghi industriali e residui civili (e questo è un problema di controlli e di malavita come dice Mauro) e B) dall’altra c’è il problema che composti come i metilfenoli di cui si è parlato si possono formare anche per una gestione non congrua di fanghi civili dove ci vuole ancora una volta una combinazione di controlli e di oculata gestione dei fanghi; però il riciclo dei fanghi è ASSOLUTAMENTE NECESSARIO per chiudere il ciclo dei materiali, e se usati correttamente proprio quei fanghi di origine biologica chiudono il ciclo e possono contribuire ad una produzione sana; non c’è altro modo, chiudere il ciclo, economia circolare vuol dire ANCHE una agricoltura che riusa l’acqua e i composti del cibo che mandiamo nel gabinetto e non le rocce fosfatiche o i concimi di sintesi da reazione di Born-Haber; solo così si possono trasformare le cose. Servono ricerca, cultura controlli. Ma il ciclo deve essere chiuso. Come su una astronave dobbiamo ri-bere l’acqua della pipì e rimangiare i prodotti naturali che useranno come concime i nostri residui fecali. La Natura fa così e noi non possiamo fare altrimenti, solo dobbiamo farlo bene. Scusate la sensibilità, ma scrivo apposta questo, può dare fastidio, ma è dal letame che nascono i fiori.

  4. Pingback: Il fango e quegli idrocarburi del cavolo. | La Chimica e la Società

  5. Pingback: Piccola lezione sui fanghi di depurazione.1. | La Chimica e la Società

  6. Ma di cosa state parlando ? “necessità di NON mescolare fanghi industriali e residui civili (e questo è un problema di controlli e di malavita come dice Mauro)” ? In Toscana riguardo l’arrivo della fognatura ai depuratori nei cosiddetti “distretti industriali”, si è consolidata, fin dagli anni ’70, l’esperienza di impianti di depurazione “misti”, in cui confluiscono tramite una unica rete fognaria, sia gli scarichi civili, che quelli di origine industriale, provenienti dalle imprese diffuse sul territorio. Questo modello si è sviluppato nei principali distretti locali, come quello del cuoio (S. Croce sull’Arno), del tessile (Prato), della carta (Lucca), producendo risultati positivi di controllo sugli scarichi inquinanti e di depurazione centralizzata dei reflui. Io abito a Prato dove l’azienda ente partecipato per la depurazione ( GIDA ) prima della sentenza TAR Lombardia smaltiva 1/3 dei suoi fanghi di risulta proprio in Lombardia ! INDUSTRIALI MISTI A CIVILI FINIVANO OGNI ANNO SUI CAMPI LOMBARDI. Ringrazio per l’eventuale cortese risposta

    • la frase citata da Ponzecchi è una frase precisa: mescolare fanghi di diversa origine è da evitare; ma questo è diverso dal fare la depurazione su reflui misti su cui poi agire opportunamente per ottenere un fango adeguato, che vengono citati nel suo intervento; dunque mi rimane il dubbio che ci sia un fraintendimento. Rimangono alcune cose: non è detto che la strategia, direi prima di tutto economica, di fare centri unici di depurazione sia ancora valida, potrebbe essere superata; dall’altra oggi le acque reflue urbane contengono tantissimi prodotti di sintesi (detersivi, farmaci, droghe, etc) difficilissimi da gestire; infine come messo in risalto da Mauro la questione è cosa concretamente rimane dentro ai fanghi e quali limiti rispetta. Una strada si deve scegliere: vogliamo riciclare o no? Se vogliamo riciclare e non possiamo non farlo con l’acqua, casomai allora tocca cambiare il modo attuale di fare le cose; come non si può riciclare tutto quello che si produce adesso (pensiamo al PVC, ottimo prodotto ma di fatto non riciclabile nemmeno energeticamente) così questo vale anche per l’acqua; per riciclarla dobbiamo ragionevolmente cambiare modo di produrre il resto e anche di CONSUMARE e casomai rinunciare a qualcosa, chiedendosi se serve (serve avere 45 milioni di auto? serve consumare tanti antibiotici o farmaci?) o sostituendolo con altro.

  7. La gestione delle acque reflue è da sempre regolamentata da limiti che riguardano lo scarico in pubblica fognatura, e quello nei corpi idrici ricettori. I primi sono più elevati, i secondi più restrittivi. Le aziende devono dotarsi di propri impianti di depurazione, se non riescono a raggiungere i limiti prescritti per lo scarico in pubblica fognatura. I controlli sul raggiungimento di tali limiti sono demandati alle Arpa territorialmente competenti. Gli scarichi di acque reflue industriali in pubblica fognatura devono essere autorizzati. Il fatto che i depuratori trattino liquami misti (civili+industriali) è la norma. Il parametro che caratterizza la percentuale di scarico civile rispetto a quello industriale viene desunto dal rapporto COD/BOD. Io ritengo di parlare di un tema che conosco, visto che sono trent’anni che lavoro in questo settore. Ne conosco le criticità, ma le rispondo subito, che quando si trattano questi temi io eviterei l’interrogativo retorico. Il ciclo idrico ha bisogno di tutto, ma non certo di demagogia, nè di sindrome Nimby. In Italia occorre investire nella ristrutturazione del settore altrimenti ci sono le sanzioni europee. L’europa ha rimproverato l’Italia per questi ritardi. Sul tema dei fanghi su questo blog abbiamo cercato di fare chiarezza. I fanghi sono il naturale residuo di un processo depurativo di ossidazione biologica. Le destinazioni sono o discarica, o incenerimento, o spandimento in agricoltura. Esistono le tecniche, esistono le possibilità di controllo. Altrimenti è possibile che le organizzazioni criminali si inseriscano nel busines rifiuti. La Svizzera ha abolito lo spandimento in agricoltura, ma ha implementato i processi di digestione anaerobica ed essicamento del fango, prima di incenerirlo. Queste sono scelte che si devono programmare. E francamente temo che se si proponesse questa soluzione in Italia, non sarebbe probabilmente molto apprezzata. Spero di essere stato sufficentemente esaustivo.

  8. Altra cosa che deve essere fatta è la revisione della normativa nazionale relativamente alla gestione dei fanghi. Il dl 99/1992 è ormai troppo vecchio. E occorrebbe anche un tavolo tecnico di coordinamento tra gestori, enti di controllo, e istituzioni di ricerca. In generale il settore sconta troppi ritardi. A questo link si trova il report sullo stato di attuazione della direttiva 91/271/CEE sulle acque reflue. Merita una lettura. https://www.recyclind.it/ita/2228/lostatodellartedelleacquereflueineuropa/

  9. Salve. La mia era una domanda, scevra da ogni significato demagogico, nimbysta e quant’altro di deplorevole, assolutamente inconcepibile in questo contesto, poi . . . Finalizzata semplicemente a capire come cambierà il destino dello smaltimento dei fanghi industriali dopo la sentenza del TAR lombardo e successivo decreto Genova. Capire da Voi che appunto masticate la materia da decine di anni. Immagino che lo smaltimento dovrà avvenire in modo diverso rispetto a prima, o no? Prevedete la costruzione di digestori anaerobici, termovalorizzatori o altro per lo smaltimento oppure sostanzialmente ci sarà solo un aumento della destinazione discarica, come sta avvenendo adesso per i fanghi di GIDA ( distretto tessile di Prato, ente partecipato pubblico-privato, attualmente depuratore con annesso inceneritore datato 1980). Informo che l’amministrazione pratese sta facendo anche l’impianto virtuoso, per quel che mi sembra di leggere fra le vostre righe. Prato starà a S.Francisco riguardo zero waste, come i fanghi misto industriale-civile stanno all’ RSU. Ha presentato la via per Un biodigestore con annesso inceneritore. Il problema del non apprezzamento di questa scelta, come accenna Icardi che fa riferimento al nimbysmo italiano è che l’amministrazione presenta la VIA per un impianto nuovo ( come tipologia ed anche lontano fisicamente di centinaia di metri dal vecchio inceneritore) qualificandolo come rinnovamento dell’esistente inceneritore, datato inizio anni ’80. Solo come modifica del vecchio impianto l’amministrazione comunale può chiedere l’autorizzazione di un biodigestore/termovalorizzatore a poche decine di metri da case e scuole. Ecco spiegato il motivo dell’italico disprezzo per le soluzioni “virtuose”, quando le soluzioni sono proposte e realizzate all’italica maniera con il fine di perseguire il massimo profitto in barba alle regole. Saluti

  10. Cercherò di rispondere brevemente. Prima di modificare le destinazioni di smaltimento dei fanghi occorre modificare il trattamento delle stesse acque reflue. Gli impianti di depurazione dovranno implementare i trattamenti di tipo terziario. Gli impianti con il solo trattamento biologico non sono in grado di abbattere inquinanti emergenti e biorefrattari. Per ottenere risultati significativi si ricorre a trattamenti esclusivamente fisici, tipo la cavitazione idrodinamica. Altra condizione necessaria è verificare e se è il caso creare un catasto aggiornato degli scarichi industriali. La vicenda dei PFAS in Veneto per esempio deve fare scuola. Nei depuratori, come scriveva Claudio nella sua risposta finisce di tutto. Occorre esercitare controlli continui ed accurati sugli scarichi industriali. Questa funzione può essere delegata anche agli stessi gestori degli impianti di depurazione, per quanto riguarda la verifica di compatibilità dei reflui recapitati in fognatura. Deve essere implementato il trattamento dei fanghi, tramite digestione anaerobica. Sarebbe interessante poi poter codigerire reflui adatti ad aumentare le rese in biogas dei digestori. Questo significa ridurre sia il quantitativo di fango da smaltire, che migliorarne l’igienizzazione. A valle di questo processo inserire un processo di essicamento dei fanghi. Se correttamente gestiti questi processi non richiedono l’ausilio di energia esterna. Lo stesso biogas prodotto è sufficiente. Io suggerirei anche di destinare fondi per enti come l’stituto superiore di ricerca sulle acque, che dovrebbero però coordinarsi con gestori e Ispra. Deve essere emanata una normativa nazionale sul trattamento dei fanghi e rivista il Dlgs 99/1192 che disciplina lo smaltimento dei fanghi in agricoltura. Personalmente sto prendendo contatto con i medici dell’Isde, in quanto voglio approfondire meglio l’eventuale legame epidemiologico ed i problemi sanitari dovuti allo spandimento dei fanghi in agricoltura. Altro fattore da non trascurare è l’informazione da fornire alla popolazione. Che dovrebbe, almeno per sommi capi sapere come funziona la depurazione delle acque ed il ciclo idrico in particolare. Se l’acqua è un diritto universale ( e sono perfettamente d’accordo) la sua salvaguardia e gestione ha bisogno di investimenti e professionalità. Ma dovunque io parli di acqua, tutti si irrigidiscono se si parla di ritocco delle tariffe. Per l’acqua potabile. Mentre nessuno apre bocca quando paga senza magari saperlo, tariffe salatissime per l’acqua in bottiglia. (che può arrivare a costare circa 300 euro al metro cubo.) Per il momento qui in Lombardia ci si gestisce tra destinazioni in discarica e in termovalorizzatore. In attesa del riordino del settore. Sono disponibile se ti interessa a fornirti materiale sul trattamento dei fanghi e sulle nuove tecnologie applicabili. Fammi sapere.

    • Grazie. La mia era curiosità da lettore di giornali. Spero vivamente che chi sta progettando impianti nel 2019 per lo smaltimento di fanghi reflui misti civili-industriali sappia della necessità di abbattere inquinanti emergenti e biorefrattari già durante la depurazione, o dell’esistenza della “cavitazione idrodinamica” . . . Io faccio un altro mestiere. Per restare all’impianto che ho vicino casa so per certo che nonn verrà comunque fatto nessuna modifica degli scarichi industriali, del sistema fognario . . . In caso di abbondanti piogge le acque dei collettori affluenti dei fiumi in prossimità ( ombrone pistoiese e torrente calice) degli impianti di depurazione, decretandone la ‘morte’ ormai da decenni. Quindi oltre al problema dello smaltimento c’è quello della depurazione che viene fatta sicuramente in modo parziale. Saluti

      • Anche il problema della separazione delle reti fognarie,con la separazione delle acque chiare e di quelle nere sarebbe un importante passo avanti per evitare disfunzioni sui depuratori. Tutto quello di cui abbiamo chiacchierarto qui, richiede però un piano organico di investimenti. Che ad oggi sono fatti in maniera disomogenea. Si può vedere in questa mappa. http://www.acqua.gov.it/index.php?id=27&a=4 Cordiali saluti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.