La depurazione dei reflui di conceria. L’impianto di santa Croce sull’Arno

In evidenza

Mauro Icardi

Durante i tre giorni trascorsi alla Scuola “Giuseppe Del Re” di San Miniato, ho avuto l’opportunità di poter visitare il depuratore di Santa Croce sull’Arno. Ritengo indispensabile per il tipo di lavoro che svolgo, aggiornarmi costantemente e frequentemente. Nell’ambito degli addetti al settore depurativo questo depuratore è conosciuto principalmente per il tipo di reflui che vengono trattati. Ogni tipo di azienda produce reflui caratteristici dai propri cicli produttivi. Il refluo derivante dalle operazioni di concia delle pelli è un tipo di refluo che richiede trattamenti appropriati, impianti di dimensioni notevoli, e che richiede controlli analitici e gestionali accurati e continui.

Le acque reflue derivanti dalle industrie conciarie possono provenire da metodi ci concia con tannini vegetali, oppure da metodi di concia al cromo. Il secondo metodo è generalmente il più diffuso.

La concia al cromo venne introdotta verso la fine dell’Ottocento. I sali di cromo trivalente formano complessi con i gruppi carbossilici del collagene della pelle. In questo modo il processo di concia si può effettuare in tempo più rapido rispetto a quello della concia vegetale al tannino. Il processo di concia al cromo può durare da un minimo di 3-6 ore per pelli piccole e sottili, fino ad un ciclo di lavorazione di circa 20-24 ore per le pelli più resistenti e pesanti.

Le acque reflue prodotte dalle concerie si distinguono per il loro elevato contenuto di agenti inquinanti organici e inorganici. La composizione degli scarichi idrici dipende principalmente dal tipo di conciante utilizzato.

Gli scarichi idrici della concia al cromo contengono cromo trivalente Cr(III), cloruri e solfati; la concia vegetale utilizza come conciante i tannini e i suoi scarichi influenzano parametri come il COD, fenoli e solidi sospesi.

Una frazione del COD di uno scarico conciario è costituito dalla frazione lentamente o difficilmente biodegradabile. In particolare i tannini quando si utilizzi il trattamento di concia vegetale risultano essere in varia misura refrattari al trattamento biologico.

L’impianto di Santa Croce sull’Arno è interessante per varie ragioni. In primo luogo per avere superato il concetto di depurazione “a piè di fabbrica”. Cioè la costruzione di un impianto di depurazione all’interno dello stesso insediamento industriale. Nella zona di Santa Croce si è preferito invece costruire un impianto di depurazione consortile per le industrie del territorio e in parte per gli scarichi civili dei comuni del comprensorio.

In questo modo si ottengono due risultati importanti. Concentrare gli scarichi in un impianto più grande riduce di molto i problemi gestionali tipici di impianti più piccoli. Diminuisce il costo unitario di trattamento. Per la mia esperienza personale nelle attività di verifica e tariffazione di scarichi industriali, spesso i titolari di aziende si lamentavano non solamente dei costi aggiuntivi per la depurazione in loco dei reflui, ma anche per l’impegno in termini di personale da adibire alla gestione dell’impianto di depurazione interno, e alla necessità del loro addestramento professionale.

Allo stesso tempo la gestione congiunta di reflui industriali e civili serve ad equalizzare il carico inquinante destinato al trattamento biologico successivo.

Nell’impianto di Santa Croce le acque civili ed industriali seguono due percorsi diversi di trattamento, che possono però intersecarsi, in ragione dei dati analitici che il Laboratorio riscontra nelle varie fasi del processo depurativo. Il liquame civile subisce un trattamento di depurazione convenzionale costituito da grigliatura grossolana, sedimentazione primaria, ossidazione biologica e sedimentazione finale. Dopo questo trattamento il liquame può essere inviato alla fase di denitrificazione unendosi al refluo industriale. Oppure se il carico di azoto totale è basso, inviato direttamente alla chiariflocculazione insieme al refluo industriale, prima dello scarico finale. Il fango prodotto dal trattamento del liquame civile viene ricircolato in testa alla vasca di trattamento. Il fango di spurgo eccedente può essere inviato all’ispessimento insieme al fango originatosi nella fase di sedimentazione primaria, oppure inviato nella vasca di ossidazione secondaria del trattamento dei reflui industriali. Questa seconda opzione può servire a migliorare la qualità del fango di ossidazione della sezione trattamento reflui industriali, o a compensare eventuali diminuzioni di concentrazione in vasca.

Il trattamento dei liquami industriali segue una fase di grigliatura fine, necessaria per l’eventuale presenza di residui solidi originatesi nel processo conciario. Il secondo stadio è un trattamento con ossigeno liquido. Trattamento che avviene in due vasche circolari gemelle. Nella prima si ossidano i solfuri, nella seconda si può semplicemente lasciare transitare il liquame, oppure sottoporlo ad un secondo trattamento di preossidazione con ossigeno puro, prima di inviarlo alla fase di ossidazione biologica.

Questa fase è suddivisa tre diversi stadi. Una prima stadio di ossidazione biologica, una secondo stadio di denitrificazione, il terzo stadio di ossidazione biologica secondaria. Come si può vedere questo impianto ha eliminato il trattamento chimico fisico nella fase iniziale di trattamento del refluo, spostando questa fase al trattamento terziario. Una scelta tecnica coraggiosa, ma che permette una maggior modularità gestionale. Modularità confermata anche dal fatto che alcune industrie conciarie del Veneto hanno spostato la loro produzione nella zona di San Miniato. Proprio perché si sentivano maggiormente tutelate per quanto riguarda il problema della depurazione dei loro scarichi.

La scelta di utilizzare due stadi di trattamento biologico aerobico, intervallati da una fase di trattamento di denitrificazione anossica sono giustificati anche dal fatto che una conformazione impiantistica di questo genere, definita nella terminologia di settore impianto biologico ad ossidazione totale, riduce in maniera significativa la produzione di fanghi di risulta.

Il consorzio Aquarno indica nei propri documenti illustrativi una riduzione di fanghi prodotti da 180.000 a 15.000 tonnellate/anno nel periodo tra il 1995 ed il 2015.

Dopo la sedimentazione finale l’acqua di risulta passa al trattamento terziario. Questo consiste in un processo di ossidazione avanzata di tipo Fenton. Il processo FENTON è un trattamento di Ossidazione Chimica Avanzata (AOP) basato sull’utilizzo di un reattivo costituito da perossido di idrogeno (H2O2) e sali di ferro (FeSO4) in ambiente acido, che trova applicazione da diversi anni nel trattamento degli scarichi industriali con un’elevata (o molto elevata) concentrazione di COD, tensioattivi, e contenenti una varietà di componenti tossici come ad esempio benzene, toluene, PCD, ecc. Il fine è quello di produrre radicali ossidrili. Spesso definiti come “radicali spazzini” per l’alta reattività.

Se l’acqua trattata non risulta troppo carica di inquinanti, il trattamento terziario Fenton può essere sostituito semplicemente con un trattamento di chiariflocculazione con cloruro ferrico e latte di calce.

Come si può notare da questa mia sommaria descrizione dell’impianto e dei processi di trattamento, in questo depuratore la depurazione delle acque non è solo arte (come avevo scritto in passato). Diventa marcatamente un processo industriale ad alto valore di tecnologia e di impegno. Nel corso della visita non è stato possibile, per ragioni di tempo visitare il laboratorio. Ma non dubito che il carico di lavoro sia importante. In un impianto di questo genere, e di queste dimensioni i parametri analitici devono essere verificati con molta attenzione. E la gestione della linea fanghi, in particolare della vasca di ossidazione è fondamentale per una corretta gestione di processo. Per esempio a crescita dei microrganismi nitrificanti è molto lenta, pertanto la velocità del processo di nitrificazione è determinante per il corretto abbattimento dei composti azotati. I microrganismi nitrificanti sono sensibili alla presenza di sostanze tossiche, tali sostanze di conseguenza rallentano il processo (solfuri, antimuffa, antibatterici…).

Verificare la concentrazione di ossigeno nella linea fanghi ha ricadute importanti sia nel processo depurativo, che nel risparmio energetico. Nella ripartizione dei consumi energetici l’areazione dei liquami assorbe il 60% dei consumi energetici di un impianto di depurazione. Immagino che spesso i colleghi debbano controllare per l’AUR (Ammonia Uptake Rate) per tenere sotto controllo il processo. Le prove respirometriche personalmente mi affascinano molto. Ma so che sono anche piuttosto impegnative.

Per chiudere una considerazione molto pragmatica. Se è vero che è un guaio che il chimico non abbia naso, come diceva Primo Levi, il mio che è abbastanza allenato non ha percepito odori molesti, o quantomeno solo in poche zone dell’impianto e in maniera piuttosto lieve. Questo è un primo modo molto empirico, ma ugualmente valido di capire come le cose stiano procedendo correttamente.

27 Settembre 2019. Perchè sciopero per il clima.

In evidenza

Mauro Icardi

Il 27 Settembre anche in Italia si sono organizzate manifestazioni per focalizzare l’attenzione sul cambiamento climatico. Dopo quelle del 15 Marzo e del 24 Maggio, anche nella piccola città di Varese soprattutto i ragazzi, torneranno a scendere in piazza. Il cambiamento climatico è ormai un tema dibattuto con frequenza. Nei numeri di Aprile, Maggio, Giugno, Agosto e Settembre de “Le Scienze” si trovano articoli dedicati a vari aspetti del problema (Riscaldamento del bacino del mediterraneo, accelerazione della fusione del ghiaccio antartico, aumento degli eventi meteo estremi.) E’ una frequenza inusuale a mio parere. Si parla di cambiamento climatico in televisione sui giornali, nelle trasmissioni radiofoniche. Direi che questo può essere visto come un fatto positivo. Ma nello stesso tempo colgo anche dei segnali diversi. L’attenzione mediatica asfissiante che si rivolge a Greta Thurnberg ,l’ossessione che molti hanno di volerla cogliere in fallo, di analizzare in maniera quasi maniacale i suoi comportamenti per poterla criticare con molta durezza.

Fino ad arrivare alla creazione di un neologismo quale quello di “gretini” per definire chi segue, o partecipa alle iniziative del gruppo “Fridays for future”. Su questo neologismo faccio scendere un dignitoso silenzio. Non merita gli si dia troppa attenzione. Credo invece che si debbano fare degli sforzi. Credo che ci si debba impegnare per restare accanto a questi ragazzi. E si badi bene, non solo manifestando in piazza. Ma aiutandoli a comprendere i cambiamenti che dovranno affrontare. Ho parlato con molti di loro.Sono preparati. Sono a volte tristi, forse sgomenti, ma molto determinati. E probabilmente si chiedono perché a loro sia negata una parte delle possibilità che noi abbiamo avuto. Decenni di ubriacatura consumistica, lasciano a loro l’onere di porre non un rimedio, ma un freno, di trovare il modo di adattarsi ad una situazione ambientale e climatica che è già in parte irrimediabilmente compromessa, e diversa da quella vissuta da noi. Noi genitori, noi padri.

Noi che dobbiamo dire a loro “Guardate che dovrete fare i sacrifici che noi abbiamo solo pensato di fare”.

Molti hanno le risorse umane, etiche e culturali per provare a dar loro aiuto ed incoraggiamento.

Il cambiamento climatico esiste, è già qui e non da oggi. Non siamo stati in grado di accorgercene subito. Forse increduli e stupefatti noi stessi. Io stesso, che vedo L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale organizzare un convegno per la gestione in emergenza dei servizi idrici. Dove si parlerà certamente degli eterni problemi di carenza infrastrutturale. Ma anche della crescente influenza degli effetti legati al mutamento climatico come le forti e concentrate precipitazioni o le siccità prolungate, sulla gestione di impianti, sulla disponibilità di acqua potabile, sulla necessità indifferibile di investire per limitare danni e impatto sull’ambiente nel settore depurazione.

Di questi temi ho scritto molte volte su questo blog. Per dare conto di una situazione che constato e vivo praticamente ogni giorno. Oggi la gestione del ciclo idrico è completamente diversa da come ho imparato a conoscerla ormai trent’anni fa. E questo aumenta in me la percezione del tempo che abbiamo trascorso invano, persi in mille tentennamenti o inutili guazzabugli burocratici. I ragazzi spesso parlano mi parlano di acqua. Io voglio essere al loro fianco. Una sfida di così grande portata richiederà un grande impegno. Di conoscenza, di applicazione pratica di quanto si è appreso. Ma soprattutto lo sforzo più grande, e forse temuto da molti. L’abbandonare le abitudini e gli stili di vita incompatibili con le leggi di natura. Non possiamo più perdere tempo. E io oggi sarò con loro.

Cronache dalla Scuola Del Re

In evidenza

Mauro Icardi

Ho ricevuto l’invito a partecipare alla scuola Giuseppe Del Re dalla collega di redazione Margherita Venturi, da gennaio di quest’anno presidente della Divisione di Didattica della chimica. La scuola si è tenuta nel comune di San Miniato.

I ringraziamenti saranno (doverosamente) nella la parte finale di questo articolo. L’edizione di quest’anno è stata la quarta. Una scuola di didattica della chimica è un’esperienza che, tende ad accendere in me quella curiosità che mi accompagna praticamente da sempre. L’unico dubbio che ho avuto inizialmente era quello di capire cosa avrei potuto portare come contributo personale. Il tema di quest’anno era dedicato alle reazioni chimiche. Precisato che io di mestiere faccio il tecnico, e non il docente, ho pensato che poteva essere interessante parlare di reazioni che avvengono nelle vasche di ossidazione di un impianto di depurazione. Come ripeto da molti anni, una vasca di ossidazione può suscitare diversi tipi di impressione a chi la vede per la prima volta. Io normalmente tendo a ricordare che quella che si vede, non è solamente “una vasca piena di fango”, variamente agitato e mescolato. Ma che si tratta di un reattore biologico.

All’interno di questa vasca, una comunità di batteri, protozoi e microrganismi deve incaricarsi di mineralizzare sostanza organica, trasformandola in composti inorganici semplici, e di conseguenza depurare l’acqua reflua di risulta da insediamenti domestici, industriali e urbani. Chi si occupa di gestire il processo di trattamento deve occuparsi di gestire un reattore biologico, operazione che pone qualche limitazione. La prima relativa al tempo di ritenzione idraulico. Non sono molti gli impianti di depurazione che sono stati progettati e dotati di una vasca atta a smorzare sia le punte di carico organico influente, che quelle di variazione di portata idraulica. E l’effetto di queste variazioni va monitorato e gestito. Altro fattore importante è la temperatura del fango presente in vasca. Non è preimpostata, ma ha delle oscillazioni stagionali. Mediamente la temperatura invernale non scende sotto i 12°C, e quella estiva non supera i 20°C. L’aumento delle temperature che si sta verificando negli ultimi anni, in qualche caso ha portato ad avere temperature estive in ossidazione più alte, con un incremento massimo al momento di circa 3° C. Per quanto riguarda la gestione del processo una temperatura più elevata favorisce la velocità delle reazioni biochimiche, ma nello stesso tempo sfavorisce la dissoluzione dell’ossigeno in vasca, in accordo con la Legge di Henry.

Mi serviva per la scuola una dimostrazione effettuabile in Laboratorio chimico. Ho pensato quindi di mostrare la prima parte del processo di frazionamento del COD (chemical oxygen demand).

Il COD associato ad un’acqua reflua è costituito da vari apporti.

Materiale organico non biodegradabile,a sua volta ripartito in:

  • Materiale organico inerte solubile (SI), che, non partecipando né ai processi biologici né alla sedimentazione, transita immutato attraverso l’impianto;
  • Materiale organico inerte particolato (XI), che viene “intrappolato” nel fango attivo e rimosso mediante sedimentazione;

Materiale organico biodegradabile, a sua volta ripartito in:

Materiale organico rapidamente biodegradabile (SS) formato da molecole semplici che vengono assimilate dai batteri eterotrofi e usate per la formazione di nuova biomassa;

  • Materiale organico lentamente biodegradabile (XS), formato da molecole più complesse che devono essere idrolizzate in substrato rapidamente biodegradabile per essere utilizzate .

Suddividere il COD biodegradabile tra la frazione solubile biodegradabile e quella particolata biodegradabile su un’acqua reflua è un’operazione decisamente semplice. Basta infatti trattare il refluo con una soluzione di solfato di zinco e soda. Questo trattamento di flocculazione produce fiocchi compatti che si aggregano rapidamente e altrettanto rapidamente sedimentano. Esperienza che utilizzando un cilindro di vetro può riprodurre per esempio il funzionamento di un sedimentatore. Io ho eseguito questa operazione su un campione di acqua reflua proveniente dalla fase finale di trattamento di un impianto di depurazione. Mi serviva per puntualizzare alcuni concetti. Il campione che ho utilizzato aveva un COD residuo pari a 40 mg/L. Ma il precipitato che si è formato era ancora voluminoso. Le prove che ho eseguito in laboratorio prima dell’esperienza a San Miniato mostrano che la frazione di carbonio solubile ancora presente è pari 22 mg/lt pari al 55% del COD scaricato. Questa frazione è destinata ad essere ulteriormente mineralizzata dalla biomassa naturalmente presente nel corpo idrico ricettore. Questo ipotizzando un impianto privo di trattamento terziario di filtrazione o di trattamento su membrane. Situazione per altro ancora abbastanza diffusa. Ma messa in crisi dal cambiamento di regime delle precipitazioni piovose. Specialmente nei periodi estivi, la portata di alcuni fiumi subisce decisi cali di portata, se non anche situazioni di secca più o meno prolungate. Mettendo quindi in crisi questa filosofia costruttiva e progettuale. Cioè trovare il ragionevole punto d’incontro tra la rimozione della sostanza organica e degli inquinanti, e un costo di realizzazione dell’impianto non eccessivo. Le prove che ho eseguito in laboratorio prima dell’esperienza a San Miniato mostrano che la frazione di carbonio solubile ancora presente nel refluo testato è pari 22 mg/lt pari al 55% del COD scaricato. Frazione che può essere eliminata solo in condizioni normali di portata del corpo idrico ricettore. Oltre a questo la suddivisione della sostanza organica espressa come COD mostra anche le vie attraverso le quali i composti organici non biodegradabili rimangono nel flusso di acqua scaricata dagli impianti di depurazione (COD solubile inerte), o si accumulano nei fanghi di risulta (COD particolato inerte).

A corredo di questa esperienza non complicata, ma a mio parere significativa, ho voluto anche mostrare una operazione di condizionamento di fango biologico da sottoporre a successiva disidratazione.

Le operazioni per il trattamento delle acque che si svolgono in un impianto di depurazione sono certamente note (anzi arcinote) agli operatori. Ma spesso non conosciute dal pubblico dei non esperti. Quindi ho cercato di renderle in qualche modo meno sconosciute con esperimenti molto semplici.

Prima di chiudere con i ringraziamenti vorrei mostrare uno dei “giocattoli” che mi piacerebbe avere la possibilità di utilizzare

Il modello di depuratore didattico. Dimensioni contenute e pochi litri di acqua da trattare. Riproduzione schematica e semplice di una vasca di ossidazione con annesso sedimentatore.

Il tempo è sempre tiranno. Ma è un progetto su cui mi piacerebbe lavorare. Magari tentando l’autocostruzione.

A chiusura di questo articolo voglio ringraziare Margherita Venturi per avermi concesso l’opportunità di dare il mio piccolo contributo a questa edizione della scuola di didattica della chimica. Grazie all’Istituto Cattaneo per la messa adisposizione delle aule e del Laboratorio.

E tramite Margherita ringrazio anche tutti i partecipanti, le persone con cui ho potuto scambiare opinioni ed esperienze. Resto fermamente convinto che non sono gli esami che non finiscono mai, ma è la necessità di apprendere e studiare che va sempre coltivata. Con passione e costanza. I tre giorni sono stati intensi e densi di lavoro. Quindi un grazie, un riconoscimento anche e soprattutto al lavoro. Il lavoro di preparazione e organizzazione. Non è cosa da poco, e occorre ricordarlo. Ma il lavoro, i semi gettati sono l’auspicio di una crescita culturale, di un riportare l’insegnamento e (anche la ricerca) al centro di un futuro programma sia di investimenti, che di giusta considerazione. Io ero il non insegnante tra gli insegnanti. Ma non mi sono mai sentito estraneo.

Riciclo e diversificazione degli usi dell’acqua. Cosa si sta sperimentando.

In evidenza

Mauro Icardi

L’acqua è una risorsa rinnovabile, ma le attuali condizioni ambientali (riscaldamento globale, diffusione ubiquitaria di inquinanti emergenti e non ancora regolamentati e normati), la rendono una risorsa limitata. In particolare il bilancio idrico è negativo perché il consumo è più veloce della fase di recupero, e la quantità di acqua inquinata tende a prevalere su quella tendenzialmente pura. A questo occorre aggiungere il forte impatto che il cambiamento climatico sta avendo sul regime delle precipitazioni. Per queste ragioni è necessario programmare adeguatamente le gestione delle fonti di captazione delle acque primarie, e sarà necessario in un futuro molto prossimo attivarsi per un riciclo delle acque reflue. Queste ultime potrebbero, dopo adeguati processi di trattamento, essere destinate ad usi diversi da quello potabile. Tra gli altri l’utilizzo irriguo o quello industriale, senza dimenticare ad esempio quello non primario del lavaggio degli autoveicoli. La legislazione italiana già prevede la possibilità di riuso delle acque per scopi agricoli e industriali. Per ottenere un’acqua destinata al riutilizzo che sia di qualità, è necessario in ogni caso che siano rimossi gli inquinanti non convenzionali, che si sono aggiunti negli anni a quelli convenzionali.

I composti organici di sintesi che vengono immessi nel ciclo dell’acqua provengono da diverse fonti: farmaci, pesticidi, cosmetici e prodotti chimici di uso sia domestico sia industriale. La ricerca nel settore si sta occupando di questo problema. Tramite l’utilizzazione di processi di adsorbimento, di filtrazione a membrana (MBR) , e di processi ossidativi avanzati. In qualche caso le tecniche vengono usate in combinazione tra loro, sfruttando le proprietà peculiari di ognuna di esse. Per esempio la microfiltrazione o l’ultrafiltrazione possono essere utilizzate solo in combinazione con una fase di adsorbimento. Questo perché la fase di filtrazione avanzata riesce a trattenere le particelle solide nei reflui, ma non è efficace per rimuovere i microinquinanti organici solubili in acqua.

Il trattamento di osmosi inversa riesce ad essere efficace, sia nei confronti delle sostanze disciolte, che nei confronti dell’inquinamento batteriologico. In Germania il progetto MULTI-ReUse finanziato dal Ministero tedesco dell’istruzione e della ricerca (BMBF), sta mettendo a confronto le varie tecnologie per valutarle e confrontarle. La sperimentazione si sta attuando presso la città di Nordenham in Bassa Sassonia. Si tratta di una regione con una forte domanda di acqua da parte di clienti industriali e commerciali. Gran parte dell’acqua è necessaria come acqua di servizio, ad esempio come acqua di processo, di raffreddamento o di pulizia. Per proteggere le risorse di acqua potabile si sta valutando come l’acqua trattata dall’impianto di trattamento delle acque reflue possa essere ulteriormente trattata per essere in grado di offrire diversi tipi di acqua di servizio in diverse qualità e quantità. E’ quindi stato installato un impianto pilota per lo studio di questa. ll compito principale del progetto MULTI-ReUse è quindi lo sviluppo, e la valutazione di un sistema modulare di trattamento dell’acqua, al fine di poter offrire acqua di servizio in diverse qualità e volumi per i diversi utilizzi, a prezzi competitivi. Oltre a queste valutazioni tecnico economiche, si cerca di valutare anche l’accettazione socio-culturale di un’operazione di questo genere, fattore decisamente non trascurabile.

E’ quindi stato installato un impianto pilota nel quale, dopo il trattamento biologico convenzionale, l’acqua reflua viene inviata ad un trattamento di flocculazione seguito da un fase di ultrafiltrazione. Quest’ultima rimuove l’inquinamento organico, mentre la rimozione dei sali e dei microinquinanti organici viene effettuata tramite un ulteriore trattamento di osmosi inversa. Per valutare le capacità dell’impianto di essere efficiente nella rimozione degli inquinanti emergenti, sono state effettuate analisi su molecole quali il diclofenac ed il benzotriazolo.

L’abbattimento di questi due inquinanti è risultato pari al 99,8 per il diclofenac e all’88% per il benzotriazolo. Questi risultati sono stati messi a confronto con quelli ottenuti con altre tecnologie, quali l’ozonizzazione, oppure la combinazione di filtrazione su carbone attivo ed ultrafiltrazione, e sono risultati significativamente migliori. Nella prosecuzione del progetto verranno comunque valutate altre tecnologie, tra le quali anche quelle che utilizzano carbone attivo, in combinazione con altre tecnologie, quali la filtrazione a membrana. Oltre a questo si valuterà lo smaltimento del concentrato prodotto dalla fase di osmosi.

Questa sperimentazione è tedesca, ma l’idea di base dovrebbe essere patrimonio comune. Il trattamento delle acque reflue dovrà essere modificato profondamente. Il depuratore classico sarà solo una fase di un processo di trattamento a maggior complessità tecnologica. E la chiusura del ciclo delle acque comporterà un impegno importante per destinare i materiali di risulta dei nuovi trattamenti, ad uno smaltimento adeguato. Come si vede quindi, pulire l’acqua prevede il dover trattare materia residuale. Si chiamino fanghi, o retentato di osmosi o di ultrafiltrazione, non ci si può illudere di sfuggire a questa necessità indifferibile. Le leggi naturali non si aggirano. Si tratti di secondo principio della termodinamica, o come in questo caso di legge di conservazione della massa. Quello con cui alteriamo la purezza dell’acqua richiede un prezzo da pagare, in termini tecnici ed economici, per riportarla ad un grado di purezza accettabile. E pone anche un tema etico. Cioè l’uso che facciamo dell’acqua. Quanta ne sprechiamo, e quanta ne destiniamo ad usi non primari. Vale la pena di rifletterci un poco di più. E auspico che progetti di questo tipo diventino usuali anche in Italia, dove troppo spesso le idee ci sono, ma sono più lente ad essere messe in pratica.

Link del progetto: https://water-multi-reuse.org/en/

Biopiattaforma

In evidenza

Mauro Icardi

Con il nome di “biopiattaforma” è stato dato il via ad un progetto che vede coinvolte le società CAP di Milano (Gestore del servizio idrico integrato nelle province di Milano, Monza-Brianza, Varese e Como) e la CORE Spa che gestiva l’inceneritore di Sesto San Giovanni. Quest’ultimo, giunto al termine del suo periodo operativo, verrà convertito in un impianto di trattamento dei fanghi di depurazione di tutti gli impianti gestiti dal gruppo CAP. Il quantitativo di fanghi trattati sarà di 65.000 tonnellate/anno di fanghi umidi pari a 14.100 tonnellate/anno di fanghi essiccati. Da essi si ricaveranno 11.120 MWh/anno di calore per il teleriscaldamento e fosforo come fertilizzante. Il 75 % dei fanghi verrà convertito in calore, e dal restante 25% sarà ricavato fosforo per il riutilizzo agricolo come fertilizzante. Verrà realizzato anche un impianto per il trattamento della frazione umida dei rifiuti urbani (FORSU) che potrà alimentare i digestori anaerobici che verranno realizzati nell’area dell’ex inceneritore.

Questa linea potrà trattare 30.000 tonnellate/anno di rifiuti umidi (FORSU) per la produzione di biometano. Nell’impianto sarà trattata la FORSU proveniente dai comuni di Sesto San Giovanni, Pioltello, Cormano, Segrate, Cologno Monzese, cioè i cinque comuni lombardi che sono soci di CORE. Il progetto prende spunto da quanto venne già indicato dall’European Enviroment Agency (Agenzia Europea per la protezione ambientale) nel 2011. I rifiuti biodegradabili conferiti in discarica producono metano quando il materiale organico si decompone anaerobicamente. Anche se questo gas serra viene captato e utilizzato per generare energia, gran parte di esso fuoriesce nell’atmosfera dove ha un potente effetto di forzatura climatica. La riduzione della quantità di rifiuti destinati alle discariche è quindi un obiettivo importante delle politiche dell’UE in materia di rifiuti. Tuttavia, il volume dei rifiuti continua ad aumentare in tutta l’UE. Il cittadino medio dell’UE ha prodotto in media 468 kg di rifiuti solidi urbani nel 1995, che sono saliti a 524 kg nel 2008. Tale cifra potrebbe salire a 558 kg pro capite entro il 2020, a meno che non vengano messe in atto politiche efficaci per ridurre la produzione di rifiuti.

L’intera operazione che è al momento giunta alla fase di inizio lavori, è stata condivisa con la cittadinanza dei comuni interessati, e comunque aperta alle considerazioni ed osservazioni tramite un’apposita piattaforma dove si sono potuti esprimere sia i singoli cittadini che le associazioni.

I fanghi con un tenore di secco pari al 22- 27% con un tenore massimo del 40% saranno stoccati in appositi silos. Successivamente avviati verso un pre-essicatore. Il principio di funzionamento è quello di fare aderire un sottile strato di fango disidratato a contatto con una parete metallica molto calda (es. riscaldata sull’altro lato da vapore oppure olio diatermico). In questo modo la parte di acqua ancora contenuta nei fanghi disidratati evapora molto rapidamente ed il tempo di contatto del fango con la parete calda determina la percentuale di acqua evaporata. Una parte del calore utilizzato per il pre-essiccamento dei fanghi potrà essere recuperato condensando i vapori generati dal processo di essiccamento dei fanghi stessi.

I vapori di processo derivanti dal pre-essiccamento del fango verranno avviati verso un trattamento di deodorizzazione, passando attraverso una torre di lavaggio, che ha il compito di abbattere tutte le sostanze incondensabili ancora presenti nei vapori stessi e responsabili dei cattivi odori. Solo dopo questa fase i vapori saranno scaricati in atmosfera. Il trattamento termico dei fanghi sarà effettuato con impianto a letto fluido. La parte superiore dell’impianto costituisce la camera di post- trattamento, nella quale, in condizioni altamente turbolente, ha luogo la completa ossidazione delle componenti organiche del fango da trattare. Una volta abbandonata la camera di post- trattamento, i fumi verranno raffreddati in una prima sezione di recupero energetico, destinata al preriscaldamento dell’aria di trattamento. Dopo questa prima sezione di recupero energetico il calore ancora contenuto nei fumi verrà recuperato in una seconda sezione di recupero termico, dove sarà utilizzato per produrre vapore. A valle di questa sezione sarà costruita la sezione di trattamento fumi, composta da varie fasi di trattamento. I fumi di combustione attraverseranno un ciclone, dove verrà realizzato il trattamento di depolverizzazione grossolana. Successivamente un reattore dove si realizzerà la desolforazione, e l’abbattimento dei microinquinanti attraverso il passaggio su carboni attivi. I passaggi successivi del trattamento dei fumi saranno il passaggio attraverso filtri a maniche, e l’abbattimento degli ossidi di azoto su un catalizzatore (Ossido di titanio o di vanadio).

Da questa linea di trattamento dei fanghi sarà ceduto calore al sistema di teleriscaldamento del comune di Sesto San Giovanni.

Per quanto riguarda il trattamento della FORSU si effettuerà un pretrattamento dei rifiuti, che consisterà nella rimozione di materiale estraneo ( es (plastiche, sabbie, vetri, ossa) e la massa sarà omogenizzata fino a produrre un materiale adatto all’alimentazione dei due digestori anaerobici. La cosiddetta “polpa”, cioè la frazione umida omogeneizzata verrà stoccata in serbatoi polmone, per alimentare in continuo i digestori. Questa continuità di alimentazione è uno dei fattori più importanti per la conduzione corretta del processo di digestione. Il biogas prodotto sarà purificato dalla CO2 e dell’H2S tramite adsorbimento fisico (setacci molecolari). In sostanza il biogas pressurizzato a 4-7 bar viene introdotto in una unità di adsorbimento dove il setaccio molecolare, generalmente costituito da carbonio o zeolite, adsorbe i gas di scarico. Avendo il biometano un grado di adsorbimento inferiore agli altri gas contenuti nel biogas, la maggior parte di quest’ultimo supera il setaccio molecolare e viene avviato allo stoccaggio. Una parte del biometano prodotto verrà immesso nella rete di distribuzione locale, mentre la rimanente parte verrà compressa ed utilizzata per il rifornimento degli automezzi di servizio. Importante ricordare che il biometano purificato dai composti odorigeni presenti normalmente in esso quali composti organici volatili, aldeidi e chetoni, dovrà essere nuovamente odorizzato, con tetraidrotiofene o miscele di mercaptani. Sembra un controsenso, ma è necessario visto che sarà immesso nelle reti di distribuzione, essendo il metano puro completamente inodore.

La strategia come si vede è quella di trasformare gli impianti di depurazione in strutture a maggior complessità tecnica, ma dalle quali si possano recuperare nutrienti e materia dai residui di valorizzazione dei fanghi e della frazione organica dei rifiuti. In questo modo si potranno recuperare prodotti quali fosforo principalmente ma anche bio-polimeri, cellulosa ed azoto. In modo da trasformare i depuratori urbani in impianti di recupero, con forti impatti positivi economici e sociali, oltre che ambientali.

Negli anni mi sono molto appassionato al tema. E vedo questo progetto in corso di realizzazione come un notevole passo in avanti verso la realizzazione di filiere di economia circolare. Altrimenti sarebbe un’intollerabile spreco di risorse che ancora si possono recuperare dagli impianti di trattamento acque.

Link di approfondimento

http://www.biopiattaformalab.it/progetto-di-simbiosi-industriale/#materiali

https://www.eea.europa.eu/highlights/big-potential-of-cutting-greenhouse?&utm_campaign=big-potential-of-cutting-greenhouse&utm_medium=email&utm_source=EEASubscriptions

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/05/19/un-tema-emergente-depuratori-come-bioraffinerie/

Giorno di ferie

In evidenza

Mauro Icardi

Oggi sono in ferie. Un giorno solo, ma la mia destinazione per trascorrere la giornata è particolare. Me ne vado in biblioteca. Sono sempre stato un topo di biblioteca. Proprio ieri, io Dario ed Emanuele eravamo a fare il nostro solito briefing alla trattoria Campigli. Sono ormai passati quasi sei mesi, da quando abbiamo cominciato a lavorare su un progetto. Forse troppo ambizioso, ma insomma ci crediamo. Ci siamo messi in testa di lavorare sugli inquinanti emergenti. E magari di trovare il modo per eliminarli. O per meglio dire per cercare di ridurne gli effetti nocivi. Dario ed Emanuele sono due amici. In gamba. Sono anni che mi chiamano, per avere consigli e informazioni. Mi chiamano il Professore. Il Professore della depurazione. E la cosa mi fa invariabilmente sorridere. Abbiamo discusso davanti ad un piatto di pasta al pomodoro, e ad un bicchiere di bianco, su quali saranno le nostre prossime mosse. Utilizzare un sistema di ossidazione avanzata. Se l’ossigeno liquido ad alte pressioni, seguito dalla cavitazione idrodinamica non ci darà i risultati sperati, passeremo all’ozono, magari in combinazione col perossido di idrogeno. Insomma l’acqua ossigenata. Loro sono Ingegneri. Io il loro chimico di riferimento. In fondo l’esame di stato per l’iscrizione all’ordine l’ho dato anche per questo. Per fare il consulente. Per approfondire. Per placare le mie inesauste curiosità. Loro qualche anno fa si sono trovati in una situazione critica. Lo studio di Ingegneria che li aveva assunti viveva delle iniziative del titolare e fondatore. Alla sua morte, il figlio li aveva rassicurati: “Niente paura, l’attività la mandiamo avanti, con il vostro aiuto”. Due mesi dopo invece lo stop. Brusco e inaspettato. E nemmeno per una ragione di crisi, finanziaria o di ordinativi. Gli impianti di trattamento di reflui rognosi, come quelli zootecnici o tessili erano disseminati non solo in Italia, ma in buona parte del mondo. Anche nella rampante ed emergente Cina. Ma il figlio e gli altri fratelli avevano semplicemente deciso di dedicarsi al marketing pubblicitario. Emanuele dopo qualche insistenza, ma con molta caparbietà era riuscito a convincere Dario. Lo studio alla fine lo avevano rilevato loro. E piano piano avevano rassicurato i vecchi clienti, che avevano necessità di essere seguiti nella manutenzione e nell’addestramento per la gestione degli impianti installati. Ma non si erano fermati, e ne avevano costruiti e progettati di nuovi. Ormai sono una decina di anni che collaboro con loro. Sono in gamba e se lo meritano.

Io però devo chiarirmi le idee su come eventualmente procedere. Servirebbe un protocollo per le prove sull’impianto pilota, e uno per le analisi da fare. E per questa seconda attività ci serve un laboratorio molto attrezzato. Ed è per questo che voglio andare in biblioteca. A Varese nella sala studio ci sono almeno tre monumentali enciclopedie di chimica industriale. Non sono oggetti di modernariato, come qualcuno potrebbe pensare. Sono invece un tesoro di informazioni preziose. E io ancora provo quella inebriante sensazione che attiene al sentimento, più che alla razionalità, del piacere di sfogliare le pagine di un libro. Di prendere appunti (non sottolineare, ovvio i libri della biblioteca vanno rispettati), e di immergermi nello studio.

Le previsioni meteo mi hanno avvisato. Farà caldo. L’ennesima ondata di caldo africano. Il nuovo che avanza a livello climatico. Oggi non posso usare la bici, seppure a malincuore. Userò il treno che mi è sempre stato amico. Una passione per i mezzi che viaggiano su rotaia che risale all’infanzia. E molti mi prendono benevolmente in giro, citando una battuta di Renato Pozzetto: “Eh, il treno è sempre il treno”. Ma non è un gran tragitto. Sono pochi chilometri, ed in soli sette minuti arrivo a Varese. E l’auto resta a casa. Chi mi conosce bene lo sa. Io cerco di fare la mia parte, come il colibrì della favola che cercava di spegnere l’incendio della foresta con una goccia d’acqua che portava nel becco, mentre tutti gli animali fuggivano dalle fiamme.

Sono davanti all’ingresso della biblioteca in anticipo di quindici minuti. Controllo le mail sullo smartphone. Ho resistito per anni. Non volevo comprarne uno, ero irremovibile. Mi venivano sempre in mente i bambini del Congo infilati in piccoli e terrificanti pozzi, a scavare per estrarre il Coltan. Per permetterci di buttare via il modello funzionante e utilizzabile, ma ormai fuori moda. Ho ceduto le armi perché la banca mi ha volontariamente obbligato a procurarmene uno. Altrimenti mi sarei scordato l’internet banking. Ho borbottato parecchio, ma ho placato i sensi di colpa. Lo smartphone era quello di Alessia, la mia bambina. Vent’anni compiuti da pochissimi, ma è sempre la mia bambina. Lo smartphone è stato riutilizzato. Magari in futuro lo riciclerò. Piccola economia circolare domestica.

Mi sento chiamare: “Signore, scusi signore”. Alzo la testa. Di fronte ho un uomo di mezza età. Nemmeno troppo male in arnese. “Mi offrirebbe un caffè?”. Sono sorpreso, penso di alzarmi e accompagnarlo al bar più vicino, ma cambio idea. Estraggo due euro dal portamonete. Lui li prende, mi ringrazia, e se ne va borbottando. Mi dice che qualcuno glieli ha rifiutati con scortesia. Si chiede perché, forse perché sono persone cattive. Ci penso anche io, forse è vero. Ma non trovo una risposta. Nel frattempo la biblioteca ha aperto le porte. Mi infilo e salgo in sala consultazione.

Non c’è molta gente. Mi siedo in un tavolo d’angolo. L’enciclopedia di chimica industriale, mi assorbe per un paio d’ore. Mi immergo nello studio e mi si crea intorno come una bolla. Non c’è il solito rumore, il solito caos dell’emeroteca, dove alcuni arzilli pensionati ignorano i cartelli che invitano a non disturbare. Discutono di tasse, di calcio, di donne. Come fossero al bar. Sono un gruppo di quattro o cinque frequentatori abituali. Non mi sono mai permesso di dirgli di abbassare il tono di voce. Né io, né gli addetti della biblioteca. Ma in sala consultazione trascorro due ore di pace. Riesco a studiare con profitto. Oggi leggere è complicato. Non si riesce più a farlo in santa pace per esempio nei viaggi in treno. La babele cacofonica delle telefonate insulse lo rende impossibile. Leggere in treno è ormai un’attività piacevole, ma di fatto ormai impossibile. I lettori sono pochi, dispersi nella massa dei messaggiatori compulsivi, e dei chiacchieroni instancabili. Ma qui una strategia per le prossime prove l’ho trovata. Partiremo con l’ossigeno ad alta pressione. Poi con l’ozono, modificando l’impianto pilota e magari recuperando un generatore che lo produca. Si, direi che sono soddisfatto. Anche di aver ripreso in mano i libri che avevo consumato mentre preparavo l’esame per iscrivermi all’Ordine. E la memoria mi porta anche più indietro. Fino a farmi ricordare che ho perso, e che vorrei ritrovare i normografi che usavo per il disegno di impianti chimici. Indimenticabili. Le mitiche mascherine Unichim. Altro che CAD-CAM. Il fascino di disegnare impianti col normografo in pochi lo conoscono. Normografi con i simboli di pompe, serbatoi e valvole. Mi viene quasi la malinconia…

Mi accingo ad uscire, ma varcata la porta il caldo esterno mi mozza quasi il fiato. Siamo a Varese, a pochi metri ci sono i giardini estensi. Ma se chiudessi gli occhi potrei pensare di essere in Africa.

Ho deciso di mangiare nel solito self service, dove vado in pausa pranzo quando lavoro. Ci arrivo in autobus. Il parcheggio è pieno di auto ed è assolato. Ci sono pochi alberi che da anni crescono molto stentatamente. Entro nell’atrio del centro commerciale, mentre ne sta uscendo, piuttosto trafelato un signore che spinge un condizionatore portatile. La temperatura sta salendo verso i 35° C. Cerca di uguagliare il record di 37 della fine di Giugno. Andando verso la fermata dell’autobus ho capito anche perfettamente, sulla mia pelle, cosa sia l’isola di calore urbana. Lo scopro anche quando pedalo, e i camion mi regalano il caldo degli scappamenti mentre pedalo, e cerco anche di non farmi investire.

Ritorno verso il centro della città. Ho una sete tremenda. Vengo avvicinato da un altro questuante, anche lui simile a quello precedente. Non me la sento di fare distinzione. E due euro ci sono anche per lui. Arrivo alla mia fontanella, quella dei giardini estensi. Bevo, mi bagno i polsi e i capelli. Che meraviglia! Mi siedo su una panchina vicina e lascio andare i pensieri. Osservo le persone intorno a me con la mentalità del chimico. Mi chiedo che cosa potrebbe succedere se cominciassi a rivolgere la parola a qualcuno di loro. Sono persone le più diverse. Mamme o nonni con i bambini. Impiegati, netturbini che lavorano sotto un caldo che toglie il fiato. Le mamme che si lamentano del caldo. Chissà se cominciassi a parlar loro di CO2, magari a raccontare che già Svanthe Arrhenius aveva capito che bruciando i combustibili fossili ci saremmo trovati nei guai. Se provassi ad accennare all’impossibilità di sfuggire alle leggi fisiche. Probabilmente mi troverei in difficoltà. Forse isolato. Destino di chi cerca di guardare la realtà con gli strumenti della sua professione e della sua formazione. Non solo quelli di laboratorio, ma anche quelli della filosofia della professione. Probabilmente sarei isolato due volte. Sono un chimico, quello a cui i colleghi chiedono di mettersi a produrre la metanfetamina.

Quello a cui continuano a chiedere quando bisogna buttare il sale nella pasta. E nonostante continui a ripetere che si deve buttare dopo, e non prima dell’ebollizione, quando si fa una spaghettata tra amici continuano imperterriti a fare il contrario. Se mi mettessi a far lezione per strada, quasi un filosofo nell’agorà forse rischierei non dico il linciaggio, ma forse un certo ostracismo. Alla fontanella sono stato l’unico a bere. Intorno a me vedo bottigliette di ogni tipo di liquido. Gassose, tè, energy drynk, qualche birra e molte bottigliette di acqua che ha fatto molta strada per arrivare fin qui, a Varese. Ha viaggiato in autostrada. Potrei spiegare che si impiega dell’energia per trasportare l’acqua, e che qui la fontanella è disponibile per placare la sete. Potrei tentare di far capire che è un controsenso bruciare petrolio per bere l’acqua di montagna imbottigliata nel PET. Che c’è dell’energia dispersa che va in entropia e caos, e del petrolio bruciato che produce la CO2 che contribuisce alla nostra sofferenza odierna. Sospiro e rinuncio. Mi alzo dalla panchina per dirigermi in stazione. Sentendomi un poco escluso. Una cassandra come mi sono definito. Vado a casa bisogna che metta giù una procedura per le nostre prove. Poi ne parlerò con Dario ed Emanuele. Per il resto so che fare il colibrì è faticoso. Ma sono nato tondo, e non morirò quadrato. Domani torno al lavoro, e la bici mi sta aspettando.

Il poliedrico Primo Levi

In evidenza

Mauro Icardi

Renato Portesi, collaboratore di Primo Levi nella fabbrica di vernici Siva di Settimo Torinese, nel saggio di chiusura del volume “Cucire parole, cucire molecole”, edito dall’Accademia delle Scienze di Torino, ricorda Levi con queste parole. “Era un chimico che amava dello stesso amore la scienza pura, la ricerca sofisticata e le operazioni manuali, che non faceva differenza di rango tra l’attività del ricercatore e quella del tecnico.   Il suo contributo alla crescita dell’azienda è stato decisivo: per le conoscenze scientifiche e tecniche che ha messo a disposizione, per il rigore logico con il quale insegnava ad affrontare i problemi e per aver contribuito a formare collaboratori eclettici, capaci di passare da una disciplina all’altra con notevole facilità”.

Questo ritratto di Primo Levi nella veste di chimico, e in seguito di direttore tecnico di un’azienda di produzione di vernici, mi ha molto colpito. Perché in primo luogo conferma il valore dell’uomo e del tecnico. E anche il suo eclettismo entusiastico e contagioso. Levi non amava essere definito scienziato, preferendo la definizione di tecnico. A mio parere, leggendo non solo le sue opere, ma anche le biografie e i saggi scritti da moltissimi altri autori (Belpoliti e Jesurum tra i tanti), ne viene fuori invece la figura di uno scienziato umanista. Dedito alla gestione della quotidianità aziendale, ma capace di idee innovative e originali. E non ultima dote quella di essere un uomo capace di trasmettere il suo entusiasmo ai collaboratori. Strano che Levi non amasse essere definito scienziato. Il suo saggio intitolato “L’asimmetria e la vita” usato poi per dare il titolo ad un volume uscito postumo nel 2002, è un esempio perfetto della sua indubbia capacità di divulgazione scientifica. E non si può dimenticare che la prestigiosa Royal Institution inglese ha sanzionato nel 2006 la vittoria de “Il sistema periodico” come miglior libro di divulgazione scientifica di tutti i tempi. Giova ricordare tra i libri concorrenti vi erano tra gli altri “L’anello di Re Salomone” di Konrad Lorenz, e “Il gene egoista” di Richard Dawkins.

Ma l’autore torinese rimane un esempio di poliedricità. Perché in lui si possono riscontrare diverse anime, che vanno anche oltre a quella duplice del centauro, come amava definirsi. Non solo la dualità chimico-scrittore. C’è un Levi razionalista. Il Levi che definisce il suo stile di scrittore redigendo i rapporti tecnici di fabbrica, oppure descrivendo con lucida memoria, e rigore scientifico e documentale, la precaria situazione igienico –sanitaria del Lager, nel rapporto medico su Auschwitz scritto insieme a Leonardo De Benedetti.

C’è un Levi naturalista che osserva fenomeni naturali o curiosi, e li descrive con il suo consueto stile letterario, essenziale, chiaro e mai ridondante. Questo paradossalmente nel suo libro meno venduto e meno conosciuto, ma che rappresenta a mio parere l’appendice o una sorta di continuazione ideale del “Sistema periodico”, cioè “L’altrui mestiere”.

Libro che meriterebbe decisamente una riscoperta ed una rilettura.

C’è poi il Levi tecnico, il Levi che passa il tempo a risolvere problemi pratici, piccoli intoppi quotidiani del proprio lavoro. E lo ricorda spesso con una vena di malinconia. Il Levi che si districa tra il Nichel da estrarre nella miniera poco distante da Torino, dove è costretto a vivere da apolide, fino al Levi che imparerà sul campo il mestiere di far vernici subito dopo l’esperienza del Lager, e quella del picaresco ed avventuroso ritorno in Italia narrato ne “La tregua”.

Queste pagine di Levi, sono quelle che personalmente riescono sempre a farmi gioire e sorridere. Perché quello che lo scrittore narra e descrive, è patrimonio comune di molti. Piccole vittorie, grane da risolvere in ambito lavorativo. E soprattutto un’atmosfera che si comprende pienamente quando si è stati in un laboratorio chimico, o nei reparti di un’azienda. Levi ammetteva di essere legato ad una pratica di laboratorio di analisi che è riduttivo e ingiusto definire anacronistica, cioè quella dell’analisi sistematica, confessando di preferirla a quella strumentale, di esservi certamente molto legato. Quel metodo di analisi e di lavoro in laboratorio viene narrato nel “Sistema periodico”, e ne è una componente importante. Costituisce la struttura del libro, e dello stile narrativo. Intrecciata ai ricordi legati alla sua esperienza di ebreo italiano, prima discriminato, e successivamente precipitato nell’”anus mundi” del Lager.

Quest’anno ricorrono due anniversari. Che in qualche modo si intrecciano. Il primo è certamente quello del centenario della nascita di Levi. Il secondo è quello dello sbarco sulla Luna, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario, e su cui Levi scrisse un articolo intitolato “ La luna e noi”.

Levi con un’intuizione quasi profetica percepiva il crescente disincanto che già permeava di la società italiana. Quasi una profezia di questi nostri tempi. Desiderava il ritorno della capacità di meravigliarsi

E questo brano dove lo scrittore mostra il suo entusiasmo per l’impresa degli astronauti che per primi hanno toccato il suolo lunare, diventa un pezzo di rara bellezza.

Noi molti, noi pubblico, siamo ormai assuefatti, come bambini viziati: il rapido susseguirsi dei portenti spaziali sta spegnendo in noi la facoltà di meravigliarci, che pure è propria dell’uomo, indispensabile per sentirci vivi.

La poliedricità, la grandezza di Primo Levi si possono cogliere nella loro interezza anche in queste poche righe. E ulteriori studi sulla vita e l’opera dello scrittore potranno darci altre opportunità per riscoprire questa facoltà dimenticata. Oltre al piacere di leggere e rileggere le pagine delle sue opere.