Pericolose assuefazioni

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Mauro Icardi

Durante gli anni abbiamo sentito spesso ripetere dai media, dagli enti deputati al controllo della qualità dell’ambiente quali l’Arpa, e dall’ istituto superiore di sanità la pericolosità degli ossidi di azoto, in particolare l’NO2. Componente naturale dell’aria che respiriamo, ma presente in concentrazione bassa (0,02 ppm). I processi di combustione legati alla produzione di calore ed energia ed al traffico autoveicolare (soprattutto veicoli diesel) contribuiscono notevolmente ad aumentare la concentrazione dell’NO2 nelle aree urbane, al punto che l’NO2 è ragionevolmente considerato un tracciante dell’inquinamento da traffico.

In ambiente urbano le concentrazioni medie annuali possono variare da 20 a 90 μg/m3, ma il limite che l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) suggerisce di non superare, a tutela della salute umana, è di 40 μg/m3 come media annuale e di 200 μg/m3 come concentrazione media oraria.

Gli effetti sulla salute umana di questo inquinante, desunti da sperimentazioni su animali, vanno dalle irritazioni delle vie aeree superiori, alla cronicizzazione di bronchiti ed asma. Più di recente sono stati definiti i possibili danni dell’NO2 sull’apparato cardio-vascolare come capacità di indurre patologie ischemiche del miocardio, scompenso cardiaco e aritmie cardiache.

Tutto questo è stato ribadito nella trasmissione “ Presa diretta” dove nella puntata del 5 Febbraio scorso è stato mostrato come l’associazione “Cittadini per l’aria” in collaborazione con la divisione di chimica dell’ambiente della Società Chimica Italiana abbia dato il via ad una capillare campagna di monitoraggio dell’NO2 a Roma. Campagna già effettuata anche a Milano con le stesse modalità.

Tramite il posizionamento di campionatori passivi che possono essere posizionati ad esempio sui pali dei segnali stradali, o dell’illuminazione pubblica si ha modo di raccogliere una quantità di dati che daranno una mappa dettagliata delle concentrazioni di questo inquinante.

L’iniziativa è certamente valida e lodevole. E’ un punto di partenza per monitorare uno dei numerosi inquinanti presenti nell’aria delle nostre città. E’ un’iniziativa che, a mio modo di vedere deve servire per renderci maggiormente consapevoli di cosa stiamo facendo al nostro ambiente, e a quali rischi per la nostra salute stiamo andando incontro. Le pericolose assuefazioni di cui parlo nel titolo, sono quelle a cui negli anni abbiamo finito per non opporci più. Pensando inconsciamente che smog ed inquinamento fossero il prezzo che occorreva pagare per garantire uno stile di vita moderno. Accorgendoci invece che questo prezzo ha limitato anche il nostro diritto a muoverci.

Sempre più frequentemente le autorità sanitarie raccomandano di non uscire in determinate ore del giorno, quando per esempio i livelli di smog non sono tollerabili e potrebbero danneggiare la nostra salute. Non si tratta solo del diossido d’azoto, ma penso anche all’ozono durante le giornate molto calde.Da sempre ho cercato di fare la mia parte. Sono purtroppo incappato in un incidente mentre ero in bici e mi stavo andando al lavoro.

Ma quando sarò ristabilito non credo che smetterò di utilizzarla. Ma quello che mi auguro e che si capisca quanto prima, che non è il gesto del singolo che può risolvere questo tipo di problemi. Occorre pensare e costruire (cosa certamente faticosa, ma necessaria) una nuova visione dei nostri bisogni e delle nostre reali priorità. Capire finalmente che stiamo correndo in direzione di una sorta di suicidio ecologico collettivo. Inerti ed incapaci di fare sforzi di cambiamento. Eppure i segnali di allarme che stiamo consapevolmente trascurando ci sono. Io penso sia un cambiamento da affrontare. Altrimenti continuare a far finta di nulla, è come quando da bambini ci si copre gli occhi per non vedere. Significa cullarsi in un sorta di pensiero magico di ritorno. Che è illusorio. Ma non dispero, e non mi arrendo.

http://www.cittadiniperlaria.org/

Lo spirito di osservazione.

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Mauro Icardi

“…bel mestiere, anche il vostro: ci va occhio e pazienza.

Chi non ne ha, meglio che se ne cerchi un altro

Il brano, tratto da “Arsenico” de “Il sistema periodico”, mi si è riaffacciato alla mente negli ultimi tempi.

Perché ne ho avuto ancora conferma. La chimica, aiuta in primo luogo a separare, pesare e discriminare.

Ma non solo nell’ambito del laboratorio, del reparto di produzione, dell’insegnamento.

Riflettevo in questi giorni, ascoltando pur senza volerlo alcune conversazioni durante un viaggio in treno, o parlando con i colleghi durante le soste in pausa caffè. In tutte queste conversazioni e soprattutto se si parla di temi importanti quali il cambiamento climatico, la politica o il lavoro, colgo delle superficialità a volte disarmanti. Argomentazioni che sempre hanno la capacità di lasciarmi sbalordito.

Una riflessione su come alcuni elementari concetti di base si stiano perdendo in un mare di stupidità e di gossip. E su come sia necessario anzi indispensabile porvi rimedio. Tornando allo spirito di osservazione, dote che un chimico a mio modo di vedere sviluppa toccando le cose con mano, e quindi anche praticando la chimica di un tempo altri due episodi me ne hanno dato conferma.

Episodi che sono successi nell’ambito del lavoro di laboratorio, ma anche in quello di gestione dell’impianto.

Il primo è abbastanza banale ed ordinario. Non accorgersi del non corretto allineamento di un autocampionatore di un gascromatografo significa avere perso la dote di osservare. L’occhio del chimico si allenava un tempo a seguire diverse operazioni distillare, purificare. Nelle sintesi si dovevano misurare parametri, ma anche osservare la massa in reazione, la sua viscosità apparente. E l’occhio si allenava.

Se si utilizzano i moderni strumenti senza utilizzare questa dote, si finisce irrimediabilmente per atrofizzarla. Le macchine moderne di laboratorio pur essendo ormai totalmente automatizzate non vanno perse di vista.

Il problema è poi stato risolto da me e mi ha lasciato in dote la nomea di pignolo. E non è nemmeno la prima volta, visto che mi ero accorto anche di un’altra anomalia su uno strumento diverso. Anomalia non chimica, ma squisitamente elettronica. Durante l’esecuzione di analisi del cromo, sembrava che l’assorbimento atomico fosse dotato di volontà propria. Perché il settaggio della lampada del cromo (monoelemento) slittava come per magia sulla lampada multielemento. Problema poi identificato, ma risolto dal tecnico esterno. Una dimostrazione di cosa sia l’obsolescenza programmata. Le nuove lampade non sono compatibili con i vecchi cavi di alimentazione nel pannello portalampade. Lo strumento non è nuovissimo, ma nemmeno arcaico. Volendo lavorare con una lampada dedicata al solo cromo ci siamo trovati alle prese con questo episodio. In questo caso sono passato quasi da folle…

Il secondo episodio invece mi ha messo a confronto con gli addetti alla manutenzione. Anche in questo caso un malfunzionamento di un cavo che alimentava il relè del quadro di controllo di una serie di pompe che vengono gestite tramite impostazione a computer. Dopo molte discussioni, visto che si trattava di regolare la pompa di spurgo del fango di supero, dopo osservazioni, misurazioni e pesate del fango, controllo di un vecchio conta ore meccanico il problema è stato identificato, ed è in attesa di risoluzione.

Piccola nota per chi leggerà. Non sto scrivendo queste cose per lodarmi da solo. Ma rifletto semplicemente su alcune cose: moltissime persone, anche valide, si affidano alla tecnologia in maniera acritica. E questo non è un bene. La marcata diminuzione della concentrazione di fango in vasca di ossidazione era un segnale di disfunzione che avveniva perché la pompa funzionava più ore del previsto, non intervenendo il relè di blocco. Qui però mi prendo la mia rivincita. Il problema è stato risolto dallo spirito di osservazione di un chimico. Un po’ pignolo e rompiscatole. Ma con ancora spirito di osservazione (a parte la classica presbiopia da età che avanza).

La tecnologia usata senza spirito di osservazione può farci perdere il contatto con quanto una volta potevamo effettivamente vedere e toccare. I mattoncini per costruire, il meccano e la buona vecchia analisi semimicroqualitativa, le titolazioni e la gravimetria in questo sono state a mio parere formative. Mi chiedo se i bambini e ragazzi di oggi potranno sviluppare questa qualità.

E il resto è chimica. Che si sa è un mestiere in cui ci vuole “occhio e pazienza…” Ma lo spirito di osservazione è una dote che serve ad ogni persona che si occupi di scienza e ricerca, e una dote che, insieme allo spirito critico andrebbe coltivata e riscoperta da molte più persone.

Lana per la depurazione

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Mauro Icardi

La lana è un materiale che sta facendo il suo ingresso nel settore della depurazione delle acque. La ricerca nel settore si sta orientando verso nuove soluzioni che riescano a coniugare effetti depurativi elevati con costi contenuti. Oltre a questo si sperimentano soluzioni che superino i limiti degli impianti di trattamento tradizionali. Da un punto di vista chimico la fibra della lana è un polimero di origine proteica ed è costituita da cheratine ossia da macromolecole risultanti dall’unione di più amminoacidi legati tra loro tramite un legame peptidico. Da un punto di vista spaziale le catene cheratiniche sono disposte a elica a formare una struttura tridimensionale.

La lana di pecora sarda è entrata a fare parte di una serie di prodotti utilizzati per il disinquinamento in situ di idrocarburi. In particolare quello dovuto a sversamenti accidentali. Il prodotto presentato nel 2016 è frutto di una collaborazione tra l’Università di Cagliari (dipartimenti di Scienze Biomediche e di Ingegneria Sanitaria) e la società Geolana. Il principio di funzionamento è quello di lavorare la lana creando delle microcelle adatte ad essere adoperate come habitat da microrganismi in grado di degradare i prodotti petroliferi. Il prodotto può poi essere confezionato sotto forma di “salsicciotti “ assorbenti (forma piuttosto diffusa anche per prodotti a base di enzimi) che vengono posti come barriere assorbenti nelle aree marine da bonificare.

Il principio in ultima analisi ricorda quello dei sistemi a biomassa adesa sia di vecchia concezione (biodischi) che di quelli più recenti (MBRR- Moving-Bed Biofilm Reactor). Va anche ricordato che negli anni si sono sperimentati diversi sistemi di filtrazione per esempio di aria proveniente da locali di trattamento di fanghi con l’utilizzo di biofilitri. Il materiale di riempimento poteva essere costituto da corteccia di alberi, ma anche da gusci di cozze, che negli anni si sono utilizzati in diversi impianti di depurazione proprio per questo scopo.

http://www.infonodo.org/node/12115

Ritornando alla lana e al suo recupero, destinandola alla depurazione delle acque, una notizia recente è stata pubblicata pochi giorni fa, il 10 Gennaio 2018 sul quotidiano “La Stampa”.

La notizia si riferisce a sperimentazioni in corso presso il centro ricerche Smat a Torino. Il titolo dell’articolo è : “Così gli scarti delle lane rendono l’acqua più sicura”.

Scarti della lavorazione della lana, opportunamente trattati come precisato dalla società per bocca del suo presidente Paolo Romano, utilizzati per la rimozione di metalli.

In particolare si tratterebbe di produrre delle cartucce di lana pressata per sostituire processi di osmosi inversa. Questo per diminuire i costi e per facilitare le manutenzioni, che a loro volta incido dal punto di vista economico. Per quanto riguarda i risultati, relativamente all’arsenico l’articolo indica una riduzione di concentrazione da valori iniziali pari a 2000 microgrammi/litro, fino ad arrivare ad una concentrazione di 10 microgrammi litro.

Nell’articolo è indicata anche l’intenzione di estendere le sperimentazioni su altri metalli, quali zinco, nichel, cadmio e cromo esavalente.

In attesa di notizie più precise, credo occorra ricordare alcune cose. Normalmente nelle acque superficiali l’arsenico è presente nella forma pentavalente, come in AsO43-, cioè lo stato ossidato +5.

Su questa forma il trattamento ad osmosi inversa riesce a trattenere fino al 90% dell’arsenico. Ma è inefficace per il trattamento dell’arsenico in forma ridotta come in AsO33- , cioè lo stato ossidato +3. Occorre quindi essere sicuri che tutto l’eventuale arsenico in questione sia eventualmente ossidato a pentavalente. In caso contrario occorre prevedere di utilizzare ossidanti usualmente impiegati (permanganato di potassio, acqua ossigenata o reattivo di Fenton.)

Nei processi di osmosi inversa occorre per eliminazione di arsenico occorre verificare il problema dello sporcamento delle membrane. Ho trattato il problema dal punto di vista dell’osmosi. Potrebbe essere utilizzata eventualmente la tecnica dell’adsorbimento, ma non mi è chiaro come si potrebbero utilizzare allumina o idrossido di ferro sullo strato di lana che fungerebbe da letto di riempimento. Perché per esempio utilizzando allumina occorre a volte addizionare l’acqua di acido e successivamente neutralizzarla per la rigenerazione del filtro di adsorbimento.

In letteratura si trovano lavori sperimentali che trattano della rimozione dell’arsenico con metodi di questa concezione.

Modificando la struttura delle piume di pollo e verificando sperimentalmente che la cheratina risulterebbe particolarmente efficace nell’assorbimento dell’arsenico.

(RSC Adv. , 2013,3,20800)

Un altro lavoro sperimentale di ricercatori italiani che indica come efficienti agenti di rimozione dell’arsenico nelle acque di falda la chitina ed il chitosano. Ipotizzandone anche l’uso in medicina come nano particella naturale, per i veicolare il triossido di arsenico nei tessuti, ad uso chemioterapico.

(Mars. Drugs 2010 , 8,1518-1525; doi: 10.3390/md 8051518)

Sarà interessante verificare in ogni caso il procedere di questa sperimentazione torinese. Se risulterà promettente sarà un deciso passo in avanti verso recupero di materiali e diminuzione di rifiuti. E in ultima analisi il rilancio di tecniche di filtrazione che a loro tempo furono le prime (ed è intuitivo pensarlo) utilizzate nella purificazione delle acque.

Altra considerazione da fare: utilizzare le materie seconde, studiarne le potenzialità nell’ottica dell’applicazione concreta dell’economia circolare.

L’annus horribilis idrico.

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Mauro Icardi

Il 2017 che si sta per concludere è stato un anno decisamente critico per l’ambiente. Le ondate di caldo estive, il mai risolto problema degli incendi boschivi, gli straripamenti ed allagamenti alle prime precipitazioni che si verificano dopo mesi di siccità. Sono tutti segnali di un problema ambientale complesso. Ho ascoltato in radio o letto sui giornali molti autorevoli commentatori, ultimo fra tutti il direttore responsabile dell’agenzia Ansa Luigi Conti, che in un programma radiofonico, presentando il libro fotografico dei principali avvenimenti del 2017, relativamente ai problemi ambientali suggerisce di “fermarsi a riflettere”.

No, non è più tempo di riflessioni. Sarebbe tempo di programmare ed agire. Con una prospettiva di lungo periodo. Altrimenti si ripetono scontati refrain. Di fatto ormai inutili.

Dal mio personale punto di osservazione di tecnico del ciclo idrico posso notare alcune cose: la prima che mi riguarda non indirettamente è quella del regime delle precipitazioni, qui in provincia di Varese. Tra i dati annuali degli impianti di depurazione, che poi devono essere trasmessi a regione e provincia ci sono anche quelli relativi alle condizioni meteo (tempo asciutto o pioggia) che devono essere registrati giornalmente.

Questo perché la variazione di precipitazioni può provocare scompensi nel flusso idraulico degli impianti di depurazione, se questi non sono dotati di vasche di accumulo delle acque di pioggia. Le variazioni repentine e violente di precipitazioni piovose provocano intasamenti delle apparecchiature idrauliche, e dei pozzetti in cui esse sono alloggiate.

Osservando le statistiche meteo relative al 2017 e pubblicate sul sito del Centro Geofisico Prealpino si può notare come, nella regione padano alpina vi sia un deficit di precipitazioni che per il periodo Gennaio 2017 – Novembre 2017 è pari a – 326,1 mm di pioggia.

Molti corsi d’acqua minori rimangono privi di acqua per molti giorni, e la diminuzione di piovosità è più evidente nella stagione invernale. Inverni asciutti sono stati quelli del 2010/2011, 2011/2012, 2012/2013, 2015/2016 e 2016/2017.

Molti corsi d’acqua quindi, con sempre maggior frequenza finiscono per essere alimentati soltanto dall’acqua scaricata dai depuratori. Situazione di oggettiva emergenza per quanto riguarda la compromissione dello stato ecologico del fiume, anche se lo scarico rispetta tutti i parametri di normativa. Situazione che però a volte si raggiunge con maggior difficoltà. Perché un altro fenomeno a cui si assiste è l’aumento di concentrazione di alcuni parametri che sono usuali.

Per esempio quello dell’azoto ammoniacale, che non rientra tra i parametri emergenti. In alcuni casi ho riscontrato incrementi percentuali di concentrazione di questo parametro pari a circa il 40%. Sono incrementi puntuali, e analizzando l’intero anno 2017 l’incremento annuale risulta più modesto (10%) ma è un fenomeno da monitorare. Viene a mancare poi l’effetto di depurazione naturale dello scarico trattato in uscita dall’impianto consortile.

Facendo ricerche in rete e digitando la parola “siccità” si vedono inviti a risparmiare acqua, e generici incoraggiamenti all’utilizzo o al recupero delle acqua depurate. Nulla di tutto questo si può ottenere, lo ripeto senza adeguata programmazione e adeguati investimenti.

Ma il cambiamento climatico provoca anche effetti diametralmente opposti. Cioè l’aumento di precipitazioni piovose di intensità elevata. In questo caso l’effetto sugli impianti di trattamento acque è anch’esso opposto. La variazione repentina di portata affluente all’impianto provoca intasamenti, diluizione eccessiva e quindi variazione troppo marcata del carico inquinante. Nel 2009 l’effetto di una forte precipitazione piovosa (si raggiunsero i 150 mm di pioggia caduta in circa tre ore nella zona Induno Olona- Varese, ma con picchi in altre zone della provincia che arrivarono anche a 175mm come nella zona di Porto Ceresio), dovuti ad un temporale autorigenerante. L’impianto dove lavoro venne completamente allagato, a causa della rapida esondazione del fiume Olona, dove sono recapitate le acque depurate. Un nubifragio di sole tre ore, che allagò anche la storica birreria di Induno Olona.

Questa era la condizione della strada che percorro per recarmi al lavoro quel 15 Luglio 2009.

Oltre all’esondazione del fiume si verificò il rigurgito del flusso di acqua depurata che rientrò in impianto attraverso la condotta di scarico, che era ostruita da rami e sedimenti. La precipitazione durò in tutto circa tre ore. Ci vollero circa cinque giorni per pulire l’area di impianto, verificare il funzionamento delle apparecchiature e ripristinare il funzionamento a pieno regime dell’impianto.

Ho voluto scrivere di eventi legati al cambiamento climatico, che mi hanno coinvolto personalmente. Vuole essere una riflessione in più. Un appello alla classe politica, sia nazionale che locale, e alla pubblica opinione.

Siamo chiamati a gestire l’acqua, il ciclo idrico in maniera consapevole.

Dopo le dovute riflessioni ci si deve muovere verso azioni concrete. Improrogabili.

Terrawash, la nuova “palla” magica.

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Mauro Icardi

Ad inizio dicembre un noto quotidiano italiano ha pubblicato un articolo nel quale si decantavano le “miracolose” proprietà di un prodotto denominato “Terrawash”. Prodotto che prometteva e promette di essere un detergente biologico, non inquinante. Mentre leggevo l’articolo qualcosa mi ha fatto pensare di voler approfondire i termini della questione. Prima osservazione, che occorre ripetere è come gli articoli pubblicati sui quotidiani e che trattano temi tecnici, e specificatamente chimici abbiano sempre titoli fuorvianti. Ormai è una situazione alla quale credo ci stiamo purtroppo abituando. Sappiamo che se qualcuno viene ustionato con soda caustica probabilmente il titolo potrà essere “Sfigura il rivale in amore con l’acido”.

Tornando al prodotto miracoloso una ricerca in rete mostra una pagina nelle quali sono elencati i motivi per i quali si dovrebbe utilizzare questo prodotto. Contenuto in un piccolo sacchettino riutilizzabile per più lavaggi. Si parla di magnesio purificato, si decantano le proprietà e poi si dice che il prodotto detergente è privo di sostanze chimiche.

Qui la riflessione è ovviamente doverosa. Posso immaginare che chi ha redatto il foglio illustrativo usi ogni strategia per venderlo. E per far breccia utilizzi la mai sopita chemofobia. Ma qui c’è una confusione ed una leggerezza che sfiorano l’umorismo. Il magnesio viene prodotto industrialmente per elettrolisi di cloruro di magnesio. Una tecnica consolidata di chimica industriale.

Se si va a leggere sul sito dell’azienda https://www.terrawashmg.com/how-it-works-1 viene spiegato il meccanismo per cui il prodotto sarebbe un ottimo detergente.

Magnesio che liberando idrogeno in acqua calda (in realtà all’ebollizione) “forma acqua alcalina ionizzata che facilità l’eliminazione dello sporco dai tessuti”. Il termine acqua ionizzata è molto di moda, basta fare ricerche in rete per rendersene conto.

Mgs) + 2 H2O(l)  Mg++(aq) + 2 OH(aq) + H2(g)

Il meglio però deve ancora venire. Il prodotto non agirebbe come un normale tensioattivo in commercio, cioè diminuendo la tensione superficiale dell’acqua per aumentare la bagnabilità dei tessuti. In realtà la sua caratteristica sarebbe quella “di ridurre le dimensioni delle molecole d’ acqua” o dei loro “clusters” i loro gruppi, che diverrebbero più penetranti. Il motivo sarebbe aver “incontrato” la più piccola molecola di idrogeno!

In realtà tutto si riduce appunto a produrre idrogeno gassoso, un poco di idrossido di magnesio che è poco solubile (il vecchio latte di magnesia) ed ha certamente meno efficacia sgrassante della soda caustica che è uno dei componenti dei normali saponi.Continuando a indagare sul prodotto si scopre che nelle indicazioni di uso però, non si esclude la possibilità di utilizzare normale detersivo insieme al prodotto.

Tutta la cosa una volta vista con un poco di attenzione si rivela per quello che è.

Una assurdità. Una “palla”, una bufala.

Il tutto probabilmente dovuto al fatto che, oltre ad essere chemofobici, stiamo diventando un po’ tutti maniaci della pulizia. E’ pur vero che sono state proprio le schiume dei tensioattivi a dimostrare palesemente negli anni 70 che lo stato dei fiumi era pessimo. Ed in quel periodo eravamo bombardati da pubblicità di ogni tipo che ci invitavano ad avere il bianco più bianco. Sono passati decenni, e lo sviluppo impetuoso di catene di supermercati che vendono esclusivamente prodotti per la detergenza e che si sono moltiplicate e tornano a bombardarci con pubblicità continue.

Probabilmente questo prodotto avrà forse un minimo effetto igienizzante, nulla di più. Ma sfrutta ancor una volta alcune delle idee preconcette che tutti abbiamo. E mi ricorda una vicenda simile per certi versi: quella delle “Biowashball”, “Palla Linda” ed altre con nomi simili che promettevano la stessa cosa. Ridurre l’uso di detersivi, ma che in realtà non avevano alcuna efficacia pulente.

Converrà ritrovare il senso critico perduto, per non credere a chiunque proponga soluzioni miracolose, oppure semplici quando i problemi sono complessi. Ultima annotazione su questa vicenda. L’azienda produttrice sembra essere giapponese, mentre il quotidiano riportava la notizia che il Terrawash fosse invenzione di un imprenditore risicolo italiano. Serve dire altro?

L’acqua percepita.

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Mauro Icardi

Pochi giorni fa mi è capitato un episodio che mi ha indotto a qualche riflessione.

Durante la pausa pranzo, nel locale mensa stavo riempiendo la borraccia della bicicletta, mezzo che uso per recarmi al lavoro, dal rubinetto della rete idrica. Un collega mi ha guardato e mi ha chiesto perché non la riempissi con acqua in bottiglia, dicendomi anche, in maniera piuttosto esplicita che a suo giudizio l’acqua del rubinetto non fosse buona, anzi che “facesse schifo”.

L’episodio è abbastanza singolare per alcuni motivi. Il primo è che entrambi lavoriamo in un’azienda che si occupa di gestione del ciclo idrico. Per la verità la gestione dell’acqua in provincia di Varese è (purtroppo) ancora frammentata in tre differenti gestori per quanto riguarda la fornitura di acqua potabile. L’azienda per la quale lavoro gestisce una parte significativa della fornitura idrica potabile a livello provinciale.

Il laboratorio dove lavoro è situato alla periferia di Varese, e la fornitura di acqua potabile è a carico di un’altra società. Esaurito il preambolo ho trovato piuttosto strano che il mio collega, che conosce il lavoro che faccio avesse un’idea così negativa dell’acqua del rubinetto.

Io gli ho risposto che per scelta, non solo uso la bicicletta per gli spostamenti quotidiani, ma anche che bevo quotidianamente acqua del rubinetto. Dopo la chiacchierata ognuno è poi tornato alle proprie occupazioni. Io in laboratorio, e lui all’attività di gestione e manutenzione del depuratore dove è inserito il laboratorio.

La vicenda in sé mi ha confermato una cosa: la prevalenza di una idea diffusa. Cioè che l’acqua del rubinetto sia troppo dura, che sappia di cloro, che le tubazioni siano vecchie, e quando non lo siano quelle dell’acquedotto, lo siano quelle del proprio condominio. Queste sono solo alcune delle obiezioni più diffuse di chi utilizza acqua potabile per usi diversi dal bere. In realtà per la mia esperienza personale non credo che le cose stiano esattamente così. Ho bevuto quasi da sempre acqua potabile. In strada dalle fontanelle, e a casa (quando ancora vivevo a Settimo Torinese) sempre dal rubinetto, magari con l’aggiunta delle polveri per acqua da tavola, che ormai sono quasi oggetti di modernariato.

Per quanto riguarda invece l’avversione di molte persone a bere acqua di rubinetto mi chiedo quanto possano influire le martellanti campagne pubblicitarie che negli anni ci hanno mostrato fantomatiche “particelle di sodio” solitarie e tristi, oppure che ci ricordano (in una recente pubblicità) che per una certa acqua con giuste percentuali di calcio e magnesio sia tutta “questione di chimica”.

Forse per questa ragione gli italiani sono così affezionati all’acqua in bottiglia, tanto da esserne i primi consumatori in Europa con 208 litri all’anno secondo i dati riferiti al 2015 da beverfood.com e terzi al mondo secondo Statista.com.

Col tempo poi si sta assistendo ad una tendenza particolare. Sembra che l’acqua si stia trasformando in qualcosa di diverso. L’acqua deve essere colesterol free, vitaminizzata. Si sta affermando la figura del water sommelier, l’assaggiatore di acqua nei ristoranti

Purtroppo tra molte persone si sta facendo strada l’idea che ci possano essere contaminazioni nella rete di acquedotto, mentre l’idea che l’acqua che viene imbottigliata a pochi metri dalla sorgente sia garanzia di miglior qualità. Poi per molti è del tutto secondario che quest’acqua possa viaggiare per chilometri da un capo all’altro dell’Italia, e che esista un problema legato ai rifiuti di plastica.

Viaggiando molto in bicicletta vedo moltissime bottiglie di plastica ancora buttate ai lati delle strade.

L’impegno che io ritengo debba essere prioritario da parte delle aziende di erogazione di acqua potabile credo sia quello di essere maggiormente impegnate in un opera di informazione seria e capillare, in un continuo filo diretto con gli utenti, per fugare timori che sono molto spesso infondati. Parallelamente deve (ed è fondamentale) partire una massiccia opera di ristrutturazione delle infrastrutture della rete acquedottistica. La percentuale di acqua ancora dispersa nelle reti di acquedotto continua ad aggirarsi intorno a valori del 50%.

Rimane la questione del gusto dell’acqua, ma sono convinto che una prova di assaggio di diverse acque in bottiglia non gasate, con l’inserimento di un’acqua di acquedotto lasciata riposare per essere liberata dal cloro volatile residuo, probabilmente non permetterebbe all’ipotetico assaggiatore di identificarla tra le altre, soprattutto quando non sono addizionate di anidride carbonica.

In un contesto generale di scarsità idrica dovuta ai cambiamenti climatici, credo che occorra tornare ad un approccio più naturale al normale gesto di bere un bicchier d’acqua.

Trovo paradossale che per anni si sia sostenuto che l’acqua non dovesse essere una merce, riferendosi a quella potabile, mentre si accetta senza nessuna obiezione di pagare un prezzo molto più alto per l’acqua in bottiglia. Per sincerarsene basta verificare il prezzo al supermercato. Alcune bottiglie possono costare 50 centesimi per un litro e mezzo. Con 50 centesimi io posso acquistare 746 litri di acqua potabile, comprese tasse e costi fissi.

Ecco, la riflessione che mi sento di fare è quella se questa non sia una situazione paradossale.

L’altra riflessione è quella solita: spesso un chimico si trova a predicare nel deserto, ed è riferita alla conversazione iniziale con il collega. Situazione non nuova, ma provata anche in altri contesti.

E questo purtroppo riguarda non solo l’acqua, ma ogni argomento nel quale non si discuta razionalmente, ma si ceda ai luoghi comuni ripetuti fino ad avere ottenuto la dignità di verità.

L’ architetto dell’invisibile ovvero come pensa un chimico.

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Mauro Icardi

Prendo spunto dall’intervista a Marco Malvaldi, che in questi giorni sta presentando il suo nuovo libro “L’architetto dell’invisibile, ovvero come pensa un chimico” per aggiungere qualche mia considerazione personale.

Marco Mavaldi, chimico e scrittore

  In una recente intervista, l’autore parla di alcuni argomenti e temi che ritengo fondamentali, e credo che rappresentino un patrimonio comune ad ogni chimico.

Per prima cosa ( e giustamente) alla domanda sul perché abbia scelto di studiare chimica, risponde con un comprensibile orgoglio, che la chimica è la disciplina scientifica che lo ha formato come persona, e respinge l’immagine stereotipata che dipinge la chimica e come la disciplina dei “brutti sporchi e cattivi che inquinano”.

Decisamente azzeccata la definizione della chimica come linguaggio, dove gli   atomi rappresentano le lettere, le molecole le parole, ed i processi chimici le frasi.

Qui mi sovviene l’analogia con Primo Levi che paragonava la tavola periodica come l’esempio più alto di poesia, con addirittura le rime. Questo nel capitolo “Ferro” de “Il sistema periodico”.

Altra analogia Malvaldi- Levi è relativa alla chimica come materia scientifica, ma che permette di usare le mani. Levi descrive l’imbarazzo di non saperle usare compiutamente nel capitolo “Idrogeno”. “Le nostre mani erano rozze e deboli ad un tempo, regredite, insensibili: la parte meno educata dei nostri corpi”, paragonandole invece a quelle delle donne, delle madri che sapevano cucinare, ricamare, intrecciare i capelli, e suonare il pianoforte.

Malvaldi dichiara che voleva studiare una materia scientifica che gli permettesse di usarle.

Chi ha praticato il Laboratorio credo ricordi con un senso di piacere il momento in cui si è reso conto di avere acquisito la manualità opportuna, di non essere più imbarazzato o pasticcione come agli inizi. Anche questo è parte di una “sensibilità chimica” che è, a mio parere, ampia e diversificata. La manualità in laboratorio ne è una parte, che sarebbe un peccato perdere, o mettere da parte dedicandosi solamente all’analisi tecnica. Curiosamente ne ho parlato solo due giorni fa, trovandomi in pausa pranzo con un chimico che si è seduto accanto a me, in un affollato self service. Chiacchierando ci siamo scoperti colleghi, e non essendo più giovanissimi abbiamo ricordato esperienze comuni. Sia nel percorso formativo, che in quello professionale. Ricordi condivisi, ed anche una stessa delusione nel sapere che parti importanti e fondamentali dell’istruzione superiore in chimica sono stati ormai abbandonati. L’analisi semimicroqualitativa tra le altre, ormai scomparsa dai programmi degli istituti di scuola superiore.

Ritornando a quanto dice Malvaldi nella sua intervista, vale la pena di riportare questo brano :

Un chimico non pensa mai in termini di naturale o artificiale: una molecola è una molecola. Quando sente la frase: Questo fa bene, è tutto naturale, il chimico si gratta: gli viene in mente che anche la cicuta o il veleno dello scorpione sono naturali

Il resto dell’intervista a Malvaldi spazia su molti temi. Il sempre attuale rapporto costi/benefici citando Fritz Haber chimico tedesco che sintetizzò gas per uso bellico, ma sviluppò anche il fondamentale processo di sintesi dell’ammoniaca.

Noto con piacere che continuano ad uscire libri di divulgazione chimica. La ritengo una cosa molto positiva. Per la chimica, ma in generale per una crescita di conoscenza di base di cui dovrebbero beneficiare i non chimici.

Fatta questa considerazione alcuni temi rimangono ovviamente aperti, e sono le sfide della chimica del futuro. La sintesi dell’ammoniaca è stata fondamentale, ma lo sbilanciamento del ciclo dell’azoto è uno dei problemi ambientali da affrontare. Così come quello degli inquinanti persistenti e biorefrattari. Ma quanto abbiamo ottenuto in termini di qualità della vita, e che dobbiamo alla chimica non può e non deve essere dimenticato. Come chimici sappiamo anche praticare l’arte di essere critici e selettivi. Qualità imparate studiando e praticando tecniche cromatografiche, per esempio.

Non credo che si possa e si debba prescindere da questo patrimonio di conoscenza. Adesso come obbiettivo abbiamo quello di custodire il pianeta, e di essere artefici di un cambiamento culturale e metodologico che ci impegnerà molto in futuro.

Ma abbiamo una importante carta da giocare. La consapevolezza che, come dice Marco Malvaldi, una volta che la si scopre, la chimica è una materia che da dipendenza. E io so che è proprio così, perché questa è una situazione che a livello mentale mi capita spesso di provare.

Qui l’intervista a Marco Malvaldi pubblicata sul sito del quotidiano “Il giornale”

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/chimica-linguaggio-e-scrivere-usa-atomi-1464564.html