I due abiti del chimico.

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Mauro Icardi

Il titolo del post potrebbe far pensare a una novella oppure a un racconto. Invece è una riflessione, una delle tante che faccio, molto spesso quando sono in bicicletta. Perché la bicicletta permette di inseguire i propri pensieri.

Riflettevo su quello che è l’abito mentale di un chimico. Il tratto distintivo che ci contraddistingue come categoria. Certamente siamo curiosi. Pratichiamo la curiosità giusta, quella che ci porta a voler indagare la materia e il mondo che ci circonda. Credo che molti di noi, qualunque sia il settore in cui svolgono il proprio lavoro siano uniti da una specie di filo rosso di esperienze comuni. La prima fra tutte è il laboratorio. Quando mi capita di parlare con colleghi che svolgono lavori molto diversi, dalla ricerca , fino a al lavoro di controllo di qualità che potrebbe sembrare di intollerabilmente routinario (ma posso assicurare che non è vero), provo immediatamente una sorta di familiarità professionale che si percepisce nettamente. E’ molto spesso è legata alle operazioni della chimica del passato. Le tecniche antiche, la gravimetria, la volumetria, l’utilizzo della vetreria che tramanda un fascino antico. Quasi fosse la porta d’ingresso indispensabile per esperienze lavorative e professionali più sofisticate. E molte persone confessano di avere preservato vecchi strumenti di lavoro. Centrifughe manuali e pHmetri analogici, chissà se qualcuno se li ricorda ancora.

Molti di noi non sono stati profeti in patria. Ho scoperto di non essere stato il solo che veniva ignorato, anche in famiglia quando invitava all’uso parsimonioso dei detersivi in casa.

Abbiamo sviluppato negli anni una particolare sensibilità. In particolare alle inesattezze che spesso sentiamo relativamente a semplici concetti di chimica di base. Per radio ho sentito due, presumo giovani conduttrici radiofoniche, meravigliarsi della spiegazione di un’insegnante di chimica che spiegava cos’era in realtà il magico effetto della “miscela pulente” ottenuta mescolando bicarbonato e aceto.

NaHCO3 + CH3COOH → CH3COONa + H2O + CO2(g).

Se provate a digitare sul web la frase “mescolare bicarbonato e aceto” vi assicuro che si aprirà un mondo di cui non si sospetta l’esistenza.

Le conduttrici hanno tirato in ballo anche la serie “Breaking Bad” che ha come protagonista un insegnante di chimica che si trasforma in un produttore di metanfetamina.

Su questa serie tv vorrei tornare con un articolo ad hoc, per fare delle riflessioni. E’ una delle serie tv più innovative e premiate. La chimica è presente, ha un ruolo fondamentale nell’intreccio narrativo ma è una chimica del male. E questo si presta ad interpretazioni errate e fuorvianti. Dimenticando che si tratta di una serie televisiva.

Serie che è stata ed è in qualche modo lo stimolo per approfondire la chimica, o per approcciarvisi.

Questa foto dei due protagonisti, il professor Walter White a sinistra, ed il suo poco brillante ex allievo del liceo Jessie Pinkman rappresenta invece l’abito che molti attribuiscono al chimico tout court.

Non solo al chimico, ma alla chimica stessa. Abbiamo scritto su queste pagine decine di articoli che si ripromettevano di fare chiarezza, e di ristabilire e riabilitare noi ed il nostro mestiere. Uso il termine mestiere che di professione è sinonimo. Ma il vocabolo si è originato dai termini latini “ministerium” e “mysterium”.

Perché penso che mestiere ci rappresenti meglio. Anche se può riferirsi ad attività prevalentemente manuali, ma tutti noi abbiamo dovuto apprendere la giusta manualità in laboratorio. E in fin dei conti la conserviamo come esperienza fondante. Perché questa manualità ci distingue, la portiamo dentro di noi come valore. E sono convinto che sia una cosa che, come molte altre, una volta appresa non si dimentichi più. Anche se non si pratica più il laboratorio. Se ci si ritorna dopo qualche tempo , dopo qualche normale imbarazzo iniziale, si ritrova la capacità di lavorarci senza troppe difficoltà.

Forse l’abito mentale che ci attribuiscono gli altri deriva da un semplice meccanismo. Quello che istintivamente porta a preferire il mito alla realtà. Ma il segreto che non tutti conoscono è un altro. La chimica è quanto di più razionale ci sia. E questo lo si capisce studiandola. O semplicemente apprezzando le capacità che da, magari non subito, ma come ogni altra disciplina con tempo e passione, di sapere osservare e discriminare. Di stabilire per quanto possibile un metodo. Di lavoro o di ricerca. E questo è il suo vero segreto. L’abito migliore da indossare.

 

Overshoot day 2017

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Mauro Icardi

Le agenzie di stampa, a partire dall’ANSA stanno rilanciando la notizia: quest’anno l’Overshoot day, cioè il giorno in cui la popolazione mondiale ha consumato tutte le risorse naturali disponibili per il 2017 cadrà il 2 Agosto. Basta fare una ricerca su Internet per accorgersi che lo scorso anno questa data era spostata in avanti di quasi una settimana. Infatti l’Overshoot day del 2016 era l’8 di Agosto. Abbiamo consumato le nostre risorse rinnovabili ancora più velocemente. Questi sono i fatti. La realtà con cui fare i conti.

Questo raffronto di date direi che è più che esauriente. Il calcolo viene fatto e pubblicato annualmente dal Global Footprint Network. Questa associazione sviluppa e promuove strumenti per far progredire la sostenibilità e misurare l’impronta ecologica.

Il Global Footprint Network nonostante tutto è fiducioso. Dobbiamo invertire la rotta e lo stesso presidente del Global Footprint Network Mathis Wackernagel ci invita a farlo. Riducendo per esempio i nostri sprechi alimentari, e le nostre emissioni di CO2.

Io vorrei con questo mio articolo tentare di dare una chiave di lettura meno usuale del solito. Cioè raccontare la mia esperienza personale negli anni. Per far capire che tutto sommato essere attenti, parsimoniosi e accontentarsi, non è poi quella tragedia che molti immaginano. Voglio precisare che la mia esperienza non si basa solo su esperienze dirette, ma negli anni si è nutrita di molte letture. Alcune più rigorose, altre di buona letteratura, altre di letteratura considerata minore. Ma tutto questo ha contribuito a formare la mia base per affrontare questi temi. E per cercare di spiegare come si possa essere sereni, se qualcuno ritiene esagerato parlare di felicità. Essere equilibrati e consapevoli. Forse parto avvantaggiato, ma proviamo a vedere come stanno le cose. Il 1962 il mio anno di nascita, è quello migliore per l’economia italiana nei 150 anni di storia. Quello in cui l’incremento del PIL rispetto all’anno precedente assume un valore stratosferico: 8,6%. Ma solo dieci anni dopo le cose sono già cambiate, il boom economico è un ricordo, si è già parlato di congiuntura. E io ascolto mio padre, che alla mia stessa età età viveva in pieno gli anni della guerra e mi racconta quello che tutti hanno raccontato. Guerra, fame ,privazioni. Due fratelli che ritorneranno dalla guerra dopo aver provato cosa sia la prigionia in Germania.

Io alla sua età posso definirmi nato nella bambagia come spesso scherzosamente mi diceva. E un giorno prima del mio decimo compleanno, già accanito divoratore di pagine stampate leggo sul giornale questa notizia.

http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,13/articleid,0142_01_1972_0053_0013_4919192/

A nove anni certamente capisco poco. Forse leggo senza capire troppo bene. Eppure solo un anno dopo è il periodo dell’austerity e delle auto ferme nei garage o per strada. A undici anni nella memoria quel periodo rimane impresso. Forse soltanto perché mi permette di girare libero in strada senza rischi, in bicicletta.

Forse a questi due episodi io devo la mia formazione personale, una sorta di capacità di adattamento innata. Forse una specie di caso o di fortuna.

Io non ho la pretesa di scrivere una recensione su “I limiti dello sviluppo”. Ho avuto la fortuna di conoscere nel tempo persone che lo hanno fatto in maniera rigorosa, e molto meglio di quanto potrei mai fare io.

Ma quanto visto allora è ovvio abbia lasciato un ricordo molto vivo.

L’austerity non durò molto. Iniziò il 2 Dicembre del 1973 e già nell’Aprile del 1974 le misure si allentarono. E tutti dimenticarono presto. Come sempre succede. Eppure in quel periodo vennero tirate fuori le biciclette dalle cantine, si tornarono a seguire i vecchi consigli delle nonne. Si rammendarono le calze. Mi sentii spesso dire di non sciupare il cibo, perché secondo i miei genitori e alcuni amici “nemmeno in casa Agnelli il cibo si spreca”. Forse tutto questo può apparire ingenuo. O banale. Io invece ho un’opinione diversa. Mi rendo conto che per portare indietro la data dell’overshoot day ci vorrebbero molte cose concomitanti. Il ritorno della politica vera, della polis greca. La liberazione non facile dalle lusinghe del consumismo esasperato. Il ritrovare il senso della condivisione. Scoprire che (e quante volte lo abbiamo sentito dire) che non sempre di più sia sinonimo di meglio. A volte non è facile ma le riflessioni che ho fatto in libertà valgono anche oggi, anche adesso. E’ come vincere una sorta di inerzia. Fare il primo passo, poi ci si accorge che non è poi una cosa così impossibile. La premessa è stata lunga. Forse noiosa. Ma se davvero ci riflettiamo ci dovremmo accorgere che non possiamo pensare di saccheggiare la dispensa planetaria e avere la pancia piena. E’ saggezza popolare tutto sommato. Mentre sto scrivendo ho sottomano un libro di testo del biennio delle superiori.  Titolo “Piante animali e microbi” edizione Minerva Italica. E’ un testo di scienze naturali. Utilizzato alla fine degli anni 70. L’edizione che ho è una ristampa del 1976.

Al capitolo 25 (Proteggere la natura prima che sia troppo tardi) si trovano tredici regole di comportamento.

E’ interessante riportare almeno alcuni punti

1 Rifiutate quando è possibile i sacchetti di plastica dei negozi e dei supermercati. Se c’è possibilità di scelta preferite i sacchetti di carta.

2 Massima parsimonia nell’uso dei detersivi anche se sulla scatola c’è scritto biodegradabile.

3 Non usate apparecchi elettrici inutili (per esempio apriscatole o lucidascarpe) per lavori che potete benissimo fare a mano).

5 Usate il portacenere della vostra macchina anziché buttare i mozziconi fuori dal finestrino. Non fumate nei boschi.

6 Non circolate in auto nel centro della vostra città. Usate i mezzi pubblici o meglio ancora i vostri piedi.

Pensiamoci un poco. Un libro scolastico che già riportava queste elementari regole di comportamento e di educazione ambientale. Nel 1976. E se vado a cercare nella mia libreria, a parte i testi fondamentali quali le tre versioni dei limiti dello sviluppo (“I limiti dello sviluppo” “Oltre i limiti dello sviluppo”, “I nuovi limiti dello sviluppo”) trovo continuamente libri diversissimi che mettevano in guardia su questi problemi. Da un vecchi libro di cosmologia “Alba cosmica” fino ad una antologia di fantascienza sociologica curata da Fruttero & Lucentini “Il dio del 36° piano”. O ad uno dei meno conosciuti libri di Primo Levi “Vizio di forma”.

Siamo nel 2017, le cronache ci mostrano l’Italia piegata da incendi e siccità. Io credo che sia ora di fare lo sforzo che abbiamo sempre rifiutato di fare. Qualcuno leggendo questo articolo potrà forse trovarlo patetico. Ma sono qui a scrivere. Mia figlia è vicino a me. La guardo e sento che questo impegno mio personale, piccolo e forse insignificante, l’uso della bici, fare l’orto, avere isolato la casa in attesa dei pannelli solari mentre ho scelto un fornitore che usa il più possibile energia rinnovabile, il bere acqua di rubinetto (sarebbe il colmo non lo facessi…) sono una cosa che le devo. Il mio cammino continua. E voglio farlo coinvolgendola nei miei piccoli passi.. Perché anche io, come tanti è come se avessi acceso un debito che sarà lei a dover pagare al posto mio. E so che non è giusto. Il cammino cerchiamo di farlo insieme.

Mi sono chiesto molte volte, e ancora mi chiedo cosa possa ancora fare. Seguire questa strada. Non vedo altre soluzioni. Non ho voluto, come ho premesso dare all’articolo un taglio tecnico. Mi sarebbe sembrato di scrivere qualcosa che non esprimeva il pathos che sento e provo per questi temi.

L’augurio è che il prossimo anno l’overshoot day si sposti. Anche impercettibilmente. Anche solo di mezza giornata. Ma in avanti.

http://www.overshootday.org/

Una ultima osservazione: non siamo tutti uguali in questo sovraconsumo, in questa violazione dei limiti fisici del pianeta. Mi riferisco alla disomogenea  partecipazione a questo furto da parte delle varie società e dei vari Paesi: arriverei a dire, qualcuno storcerà la bocca, che se il furto avvenisse alla Robin Hood lo accetterei di più perchè finalizzato a promuovere le economie deboli rendendole più autonome e dignitose.L’impronta ecologica cosi diversa dall’8 degli USA al 4-6 europeo fino ai decimali di molti paesi africani ci fa comprendere in termini quantitativi queste differenti situazioni. Allora credo che accanto all’impegno a spostare in avanti nell’anno l’overshoot day ce ne vorrebbe un altro verso una società internazionale più equilibrata.

Invito all’educazione idrica.

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Mauro Icardi

L’approssimarsi dell’estate si può ormai riconoscere da due fenomeni ricorrenti. Il primo sono gli incendi boschivi. Piaga che sembra quasi da considerarsi come una maledizione, ma dipende invece da un disinteresse per il rispetto ambientale. E anche da disturbi comportamentali. Il piromane è attirato dagli effetti del fuoco, e può appiccarli per vandalismo, profitto personale o vendetta. Non sono né psicologo ne psicoterapeuta. Tocca a loro studiare il problema.

Il secondo fenomeno che si sta invece verificando negli ultimi anni, e con un peggioramento significativo è quello dei fenomeni ricorrenti di siccità. Il modificarsi del regime delle piogge, i sempre più evidenti fenomeni estremi sia di siccità prolungate che di scarso innevamento invernale si ripercuotono in maniera evidente nel comparto delle gestione del ciclo idrico integrato.

Già nel 2011 l’organizzazione mondiale della sanità si è preoccupata di emanare linee guida per la fornitura idrica ed il trattamento di potabilizzazione durante il verificarsi di eventi meteorologici estremi.

(WHO Guidance in water supply and sanitation in extreme weather events).

Eventi di questo genere mettono sotto pressione le strutture di distribuzione e di depurazione. Quindi occorre dotare le aziende di efficaci piani di intervento. Allo stesso tempo, ad eventi violenti e concentrati di precipitazioni piovose fanno spesso seguito periodi piuttosto lunghi di assenza di precipitazioni. Quindi occorre predisporre usi razionali dell’acqua. E questo non deve essere impegno solo delle aziende fornitrici, ma dovrebbe esserlo di ogni singolo utente. Per quanto attiene al settore depurativo che patisce maggiormente le repentine variazioni dei flussi idraulici vale comunque l’invito a non gettare nei wc materiali estranei e non biodegradabili. Questa è una regola ancora troppo spesso sottovalutata. Interventi straordinari di manutenzione e di pulizia sono necessari per liberare le sezioni di trattamento da materiali estranei che oltrepassano la sezione di grigliatura. Spesso il trattamento di depurazione è conosciuto da non molte persone. Questo è un invito a non buttare tutto giù nl wc alla rinfusa.

Per quanto riguarda invece l’acqua potabile l’invito è sempre quello di risparmiarla e di non sprecarla. Destinandola agli usi principali, cioè per bere e cucinare, e per l’igiene personale.

In questo grafico viene suggerito come l’acqua piovana possa sostituire quella potabile per utilizzi diversi. Ma non solo l’acqua potabile, anche l’acqua depurata potrebbe avere utilizzi diversi, primo fra tutti quello irriguo. Non sono pochi gli ostacoli di carattere più burocratico che tecnico. Ma occorre essere molto attenti, e rendersi conto che dovremmo inserire tra le materie di studio anche quella dell’educazione idrica. Educarci a risparmiare e rispettare l’acqua. Da subito. Da ora. Vincendo inutili resistenze, rinunciando alla piscina gonfiabile in giardino, e del rito settimanale di lavaggio dell’auto.

Non è a mio parere una regressione, bensì il primo passo dell’educazione idrica . Fondamentale e indispensabile.

(Cogliamo l’occasione per ricordare il nostro collega di Unife Francesco Dondi che anche su questi temi ha speso la sua vita accademica; Francesco continuiamo la tua attività).

 

Smontare i mattoncini.

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Mauro Icardi

L’idea del titolo mi è venuta facendo una riflessione sulla vicenda della diffusione ambientale dei PFAS.

Il problema della diffusione nell’ambiente e della concentrazione nell’organismo umano, e particolarmente nel sangue dei composti perfluoroalchilici è attualmente uno dei problemi ambientali più gravi. Grave perché ,sia in Italia e particolarmente in Veneto, ma anche in vaste zone degli Stati Uniti questo tipo di composti , massicciamente e capillarmente diffusi nell’ambiente hanno contaminato le falde acquifere da cui si prelevano acque destinate all’uso idropotabile.

Nella zona di Vicenza si è ipotizzato che la responsabilità sia da attribuire ad una azienda che utilizza questo tipo di composti organici, e che non ha gestito correttamente il ciclo di depurazione dei propri reflui.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, ed in particolare nella zona di Portsmouth nel New Hampshire la concentrazione di questi composti nell’acqua potabile sembra sia invece dovuta alle esercitazioni antincendio che venivano effettuate in una base dell’aeronautica militare degli Stati Uniti. Nell’area di questa base venivano dati alle fiamme vecchi aerei per esercitazione. Gli addetti della base provvedevano a spegnere gli incendi così provocati con estintori nei quali questo tipo di composti erano presenti. Le schiume percolavano nel terreno, e da qui hanno raggiunto le falde acquifere. Nessuno si è mai preoccupato delle conseguenze di questo tipo di attività, francamente piuttosto discutibile e gestita con una incredibile superficialità.

Se si può pensare che non fossero ancora note le caratteristiche di tossicità di questi composti, e anche vero che negli Stati Uniti venne pubblicato fin dal 1962 un bestseller dell’ambientalismo : “Primavera silenziosa” di Rachel Carson. In questo libro si parlava dell’uso indiscriminato di DDT e pesticidi.Ma in ogni caso si metteva già in luce il meccanismo di accumulo di composti tossici principalmente nelle zone adipose del corpo umano, e anche nel latte materno. Questo avrebbe dovuto essere uno spunto per l’adozione di un principio di precauzione. La capacità dell’essere umano di ragionare in prospettiva e di andare oltre ai presunti benefici immediati, e di pensare a limitare il proprio impatto sull’ambiente, sembra essere un insormontabile limite ancestrale. Quasi che molte nostre azioni siano legate al cervello arcaico, quello che ci impedisce ogni attività pensata, pianificata e guidata dalla razionalità.

Tornando ai PFAS si stanno cominciando a prendere le contromisure del caso, si stanno cercando di identificare dei limiti adeguati. Gli studi sono condotti dall’EPA (Enviromental Protection Agency) e dall’OMS. Si sa che nel caso di questi composti l’accumulo avviene principalmente a livello del sangue. Così come si è riusciti a capire che i composti a lunga catena di carbonio (in generale da otto atomi di carbonio e oltre) sono quelli che tramite il meccanismo di riassorbimento nei tubuli renali transitano nei reni e sono eliminati solo parzialmente attraverso l’eliminazione urinaria.

I composti a catena di carbonio più corta invece riescono ad essere espulsi dal corpo umano nel giro di pochi giorni. Per questa ragione i principali produttori di PFAS negli Staiti Uniti, Europa e Giappone hanno aderito ad un accordo volontario per eliminare i composti a lunga catena di carbonio quali l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e il perfluoroottanosulfonato (PFOS). Ma le aziende che non hanno aderito a questo accordo volontario continuano a produrre, importare o usare questo tipo di composti a lunga catena di carbonio. Circa 500 tonnellate/anno sono ancora prodotte dalle industrie cinesi.

I dati sulla tossicità di questi composti sono ancora oggetto di studio, ma l’accordo ha permesso di conseguire qualche risultato che da qualche speranza. Se all’inizio dei controlli sistematici la concentrazione di PFAS nel sangue dei cittadini americani era pari a circa 5 ng/lt, nel 2012 questa concentrazione è risultata all’incirca dimezzata. Composti di questo tipo, usati per realizzare tessuti impermeabili all’acqua, in particolare per uso sportivo, nella schiuma per estintori, e nei rivestimenti d i cartoni per alimenti sono come si può intuire inquinanti persistenti ed ubiqui. Oltre all’ingestione di acqua contaminata vengono molto spesso assorbiti attraverso il consumo di pesce contaminato.

La produzione di composti a catena corta che non subiscono accumulo persistente nell’organismo è una vittoria solo parziale. Perché sposta il problema a livello ambientale. Nel corso degli anni sono stati prodotti ed immessi sul mercato almeno 3000 tipologie di molecole di questo tipo. Molecole costruite sulla base del legame carbonio-fluoro, dalla grande stabilità strutturale ma praticamente impossibili a degradarsi per via naturale dalle comunità di microrganismi. L’unica possibilità attuale è la diluizione e la dispersione, che come si può ben intuire è la peggiore delle soluzioni.

A questo punto la sfida che l’industria chimica dovrebbe affrontare è quella di un nuovo modo di costruire le molecole. Pensando a renderle meno stabili, meno indistruttibili alla fine del ciclo di vita. Questa è a mio parere forse la sfida più grande che la chimica industriale deve affrontare. Ma che non può più essere rimandata per molto tempo ancora. Affrontare questo impegno avrebbe il duplice effetto di diminuire una tendenza alla cronicizzazione di effetti tossici ancora non provati, ma che potrebbero essere responsabili di gravi patologie, quali tumori, problemi ormonali e diabete. La seconda quella di cambiare l’immagine della chimica, che sconta comunque sempre in maniera non corretta una specie di peccato originale. La chimica industriale negli anni ha raccolto ed esaudito le istanze che venivano anche dai consumatori. Le belle catene di molecole che sembravano i mattoncini delle costruzioni devono essere smontate e ricomposte in altro modo. Qualcosa di simile a quanto avvenuto con la linearizzazione delle molecole dei tensioattivi. Ora che ci siamo resi conto che i rischi sono superiori, o non proporzionali ai benefici, anche i semplici cittadini possono e devono orientare le scelte delle aziende. Con le loro scelte personali. In fin dei conti nel passato ci si riparava dalle piogge con la tela cerata.

Gli ultimi attori di questo cambiamento devono essere gli esponenti della classe politica. Ritrovando l’essenza del concetto di polis, di arte del governo devono destinare fondi alla ricerca. Perché non ci sono solo i PFAS che si concentrano nell’ambiente. Anzi potrebbero essere solo la punta dell’iceberg.

 

Ancora qualcosa sulla birra.

In evidenza

Mauro Icardi

la prima parte di questo post è pubblicata qui.

Dopo la cronaca di una giornata particolarmente interessante, credo che valga la pena di aggiungere ancora qualcosa sulla birra. Per prima cosa partire dal cereale che ne ha dato origine. L’orzo, facile da coltivare che trasforma l’uomo da nomade a stanziale, 13000 circa anni fa Il perfezionamento delle tecniche agricole che portano alla produzione di un surplus di cereali che occorreva immagazzinare. La necessità di proteggere l’orzo da parassiti e roditori porta una donna ad inventare una tecnica di conservazione che prevede di conservare i chicchi di orzo in vasi colmi di acqua. A quel punto la germinazione ed i lieviti naturalmente presenti produssero   la fermentazione. Altre tesi parlano di un pane lasciato inumidito per errore da una donna sumera che la fermentazione trasformò in una pasta inebriante. L’uomo che si nutriva dell’acqua o del pane fermentato si rinvigoriva e si sentiva più felice, finendo per attribuire questa sensazione di benessere all’intervento divino. I sumeri producevano fino ad una ventina di tipi di birra dimostrando di saper gestire in maniera pratica processi di tipo catalitico-enzimatico che sarebbero stati compresi solo nel XIX secolo. La birra di malto, la più pregiata era chiamata sikaru (pane liquido). Nel codice di Hammurabi si trovano regolamentazioni molto precise per la fabbricazione della birra che arrivano fino alla condanna a morte per chi non rispettava i codici di qualità e le regole di fabbricazione della birra, o apriva locali di vendita non autorizzati.

Gli Egizi attribuirono ad Osiride protettore dei morti l’invenzione della birra ed ipotizzarono il legame tra birra ed immortalità. Da questo probabilmente discende lo slogan pubblicitario “chi beve birra campa cent’anni” che a partire dagli anni trenta e fino alle soglie dei sessanta inviterà a consumare la millenaria bevanda,

Il papiro Ebers offre seicento prescrizioni mediche per alleviare le sofferenze dell’umanità a base di birra.

Successivamente i Galli miglioreranno le tecniche di produzione di birra utilizzando pietre riscaldate per la cottura, e le botti per la sua conservazione.

Per concludere questo piccolo excursus storico sulla birra vale la pena di menzionare che le donne (a partire da quella sumera) hanno un ruolo importante nelle storia della bevanda. Scoprono che masticando i grani di cereali la birra fermenta meglio (grazie alla ptialina della saliva) che trasforma gli amidi in zuccheri adatti alla fermentazione. Questo rituale di birrificazione è praticato ancora oggi in America Latina.

In Europa almeno fino al medio evo si mantiene questa forte impronta femminile sul commercio e la fabbricazione della birra.

E l’uso di luppolare il mosto di birra si deve all’opera e alle ricerche di una religiosa e celebre botanica Suor Hilgedard von Bingen. E l’olio essenziale di luppolina utilizzato per l’amaricazione e la conservazione della birra si ottiene dall’infiorescenza femminile della pianta del luppolo.

Reso il giusto omaggio storico all’altra metà del cielo nella storia della produzione birraria vorrei parlare di un ingrediente spesso sottovalutato, o dato per scontato ma importantissimo nella fabbricazione della birra. Cioè l’acqua. Partendo proprio dalla fontana degli ammalati di Valganna che venne acquistata dal lungimirante Angelo Poretti. Un interessante articolo di Giorgio Rodolfo Marini dell’Università dell’Insubria di Varese intitolato “Acque salutari nel Varesotto” ci dà qualche indicazione in più. Nell’Aprile del 1868 il professor Luigi Sironi di Varese analizzava l’acqua confermando la presenza di Calcio, Magnesio, Ferro, Cloruro, Solfato, Bicarbonato e Silice. L’analisi dell’acqua è riportata nell’opera di    G.C. BIZZOZZERO, Varese e il Suo Territorio. Guida descrittiva, Tipografia Ubicini, Varese 1874.

L’acqua… risulta contenere per ogni chilogrammo: Bicarbonato di magnesia Gr. 0.20 Bicarbonato di calce   Gr. 0.16 Bicarbonato di ferro   Gr. 0.06 Cloruro di calcio   Gr. 0.08 Solfato di calce e magnesia Gr. 0.06 Silice e materie organiche Gr. 0.07   Totale materie fisse   Gr. 0.63

La prima birra di Poretti non sarà prodotta fino al Dicembre del 1877, ma già dall’analisi di Sironi vergata in puro stile ottocentesco si riesce a capire che l’acqua ha un giusto equilibrio di sali ed è adatta alla produzione di diverse tipologie di birra.In generale la birra è composta al 90-95% di acqua. E se è facile produrre una birra discreta, diverso è produrre una ottima. Generalmente alcuni sali che possono essere presenti come solfati, cloruri e magnesio possono interagire con la sensazione al palato dell’amaro dato dal luppolo.

Una buona acqua potabile, magari dopo l’eliminazione del cloro residuo può essere una buona base per la produzione di una birra.

Ma gli stili birrari variano nel mondo anche in funzione delle caratteristiche dell’acqua. La regola empirica è quella di partire da un’acqua possibilmente poco carica di sali e con bassa durezza, ed eventualmente addizionarla dei Sali necessari quando carente. Relativamente allo ione calcio, mentre per una birra Pilsen la sua concentrazione è di 7mg/lt, quella per una birra tipo dortmund può arrivare fino a 250.

Il D. Lgs. 31 del 2 febbraio 2001 che regola la fornitura di acque per il consumo umano trova applicazione anche per le acque destinate alla produzione alimentare, e oltre ai parametri chimico fisici prevedono anche dei parametri microbiologici, analizzati per mezzo dei terreni di coltura imposti dal D. Lgs. 31 del 2 febbraio 2001, precisamente la conta della carica batterica totale e la determinazione degli Enterococchi e dei Coliformi.

Non rimane che brindare con ovvia moderazione con la birra. E magari dedicare il brindisi ai mastri birrai ed alla chimica. Perché come si può vedere anche nella birra la chimica c’entra. E sulla birra si potrebbero scrivere non solamente due articoli, ma interi trattati. La birra che partita dai sumeri arriva fino ai giorni nostri. Per fortuna oserei dire…

 

Un chimico in birreria.

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Mauro Icardi

Avere la possibilità di visitare il birrificio Angelo Poretti è una di quelle opportunità che vanno colte al volo. E in effetti tutte le volte che l’azienda apre le porte al il pubblico, i posti disponibili si esauriscono nel giro di poche ore. La fabbrica di birra che si trova nel territorio di Induno Olona all’ingresso della Valganna, territorio che si estende a pochissimi chilometri da Varese, rappresenta un esempio di imprenditoria illuminata. Ricorda un modo diverso di concepire il lavoro, e racconta di visioni di lungo periodo. Ho approfittato di uno degli open day che si svolgono quattro volte all’anno per visitarla. Con l’intenzione di scrivere della visita ad uno stabilimento storico, e dei legami che la produzione della birra (bevanda millenaria) ha con la chimica che potrei definire ancestrale o primordiale. La chimica che i nostri progenitori praticavano empiricamente, senza averla ancora codificata in regole o leggi scientifiche.

Ma prima di arrivare a parlare di questo bisogna raccontare la storia che ci parla di Angelo Poretti classe 1829 che da Vedano Olona in provincia di Varese, parte per andare in Boemia. Dove troverà lavoro farà fortuna occupandosi di appalti ferroviari, e ritornerà in Italia con una moglie boema Franziska Peterzilka. E con l’idea di mettersi a produrre birra in un Italia da poco unificata, e che ancora non ha una propria tradizione birraria.

Dalla Boemia importerà i macchinari e il luppolo per produrre la birra, in Valganna troverà l’altro ingrediente indispensabile: l’acqua. Un’acqua con la giusta concentrazione di sali minerali adatta a produrre birre sia chiare che scure. L’acqua di questa fontana è rinomata per la sua salubrità. Ed è così descritta dall’Ingegner Mazzocchi del Consorzio del fiume olona, che censisce le fonti tributarie del fiume.

FONTANA DEGLI AMMALATI

Sgorga dalla roccia in sponda destra d’Olona, ramo di Valganna. E’ una rinomata sorgente perenne nota per la salubrità delle sue acque. Lo scarico di questa sorgente è sufficiente a muovere un rodigino, anche nei periodi di siccità.

Di proprietà del Consorzio d’Olona venne ceduta nel 1877 alla Birreria Poretti.

Il 26 dicembre 1877 viene prodotta la prima cotta della prima pilsner tutta italiana, che comincia a mietere fin da subito un importante successo di vendite, consolidato dal vero e proprio exploit che birra e birrificio ottennero a Milano nel 1881, l’anno dell’Esposizione Universale. Successo che portò Angelo Poretti, oltre ad essere un imprenditore di successo, a diventare anche nel 1884 presidente del Comitato Permanente dell’Associazione dei Birrai.

In seguito alla morte del fondatore avvenuta nel 1901 la birreria, ormai ben avviata, viene ceduta per lascito testamentario dello stesso Poretti , che non ha avuto figli dal suo matrimonio agli eredi, i nipoti Angelo e Tranquillo Magnani, Francesco Bianchi ed Edoardo Chiesa.

E saranno proprio loro a rinnovare lo stabilimento incaricando lo studio di architettura tedesco Bihl e Woltz, che rinnoverà ed amplierà lo stabilimento nel caratteristico stile Jugendstil che altro non è che lo stile liberty germanico. Il risultato sarà il perfetto connubio tra tecnologia industriale e arte che ancora oggi si può ammirare. I lavori iniziati nel 1905 e terminati nel 1912 consegnano il rinnovato stabilimento ad una Varese che in quegli anni si guadagna il nome di città giardino, e vive uno dei momenti più brillanti della sua storia. Lanciata verso il futuro e capace di attrarre centinaia di turisti.

La storia della fabbrica di birra prosegue poi con la cessione nel 1939 ai conti Bassetti di Gallarate che già proprietari della fabbrica di birra di Chiavenna rilanciano l’azienda nel dopoguerra acquisendo il marchio Splugen da quest’ultimo.

A questo punto entra in scena il quarto attore protagonista di questa storia, la Carlsberg (che allora si chiamava ancora United Breweries Copenhagen). Nel 1975 la famiglia Bassetti sigla un primo accordo con i danesi della Carlsberg per la produzione e la commercializzazione dei marchi Tuborg e Carlsberg in Italia. Nel 2002 la multinazionale danese acquista il restante 25% del capitale sociale, ottenendone la piena proprietà.

Ma una nuova strategia di marketing aziendale ripropone il marchio storico Birrificio Angelo Poretti e l’idea rafforza il legame con il lavoro del fondatore e con il territorio.

Proprietà danese, ma spirito varesino e forte legame con la Valganna fin dal 26 Dicembre 1877, giorno della prima cotta della birra di Angelo Poretti.

Questa è la prima parte di quello che viene raccontato durante la visita alla birreria. Con competenza e passione dai lavoratori. E questo si percepisce immediatamente.

La seconda parte della visita che si svolge all’interno della storica sala di cottura del 1908, che ha ripreso dopo alcune modifiche ad essere utilizzata per la produzione della birra. La sala di cottura con il quadro sinottico è un vero e proprio monumento al liberty industriale.

In questo locale viene spiegato il processo di produzione di un prodotto antico. Millenaria la birra. Ma solo centenario l’utilizzo del luppolo come amaricante ed antibatterico.

Ma qui le parole risvegliano le mie fibre di chimico curioso. Le parole sono quelle che sempre mi rendono attento e curioso. La germinazione dell’orzo per produrre il malto. L’orzo “ingannato” (sono queste le parole che pronuncia la persona che ci sta spiegando il processo produttivo). L’orzo che messo a bagno in acqua svilupperà enzimi che permetteranno di trasformare l’amido in esso contenuto in zuccheri solubili in acqua. Lo si mette a bagno, lo si estrae e lo si rimette a bagno. Poi lasciato a riposo per circa una settimana perché possa germinare. È in questa fase che gli amidi si trasformano in maltosio (destinato nel prosieguo della fermentazione a diventare alcol e anidride carbonica) e destrine, il cui compito è quello di completare il sapore della futura birra. Quando i germogli misurano tre quarti della lunghezza del chicco, si effettua il blocco della germinazione, per far sì gli zuccheri appena creati, indispensabili per la trasformazione in alcol, non vadano dispersi. Il malto verde così ottenuto viene essiccato in appositi forni per due giorni: le diverse modalità con cui può essere effettuato questo processo danno origine a vari tipi di malto di diverso colore, in grado di conferire un carattere particolare al prodotto finito. Quello più scuro, infatti, avrà delle nette note tostate, mentre il più chiaro offrirà una gamma di sapori freschi e vegetali.

I chicchi essiccati sono ora il malto d’orzo. Mescolato con acqua calda. Questa fase, denominata amilasi, avviene a una temperatura di 63 °C, dura circa trenta minuti e trasforma l’amido in destrine e maltosio: le prime danno alla birra il tipico gusto “pieno”, mentre il secondo fermenta. Il mosto viene poi filtrato e separato dalle trebbie, ovvero dalle scorze del malto d’orzo, che vengono riciclate come alimento per il bestiame. Successivamente seguirà la luppolatura. All’interno della sala di cottura si può ammirare una “luppoloteca”, dove ci si può sbizzarrire a vedere le tante varietà di luppolo, e percepirne i diversi sapori e profumi.

La luppolatura è la fase successiva, ed è l’operazione che caratterizza una birra. Nella caldaia di cottura avviene l’ultima fase della lavorazione del mosto, che vede entrare in gioco l’elemento amaricante, ovvero il luppolo. Oltre a donargli il caratteristico aroma, il luppolo chiarifica la birra, rallenta la riproduzione dei batteri (per una conservazione ottimale) e migliora la stabilità della spuma. In questa fase della lavorazione ulteriori accorgimenti daranno alla futura bevanda i suoi caratteri identificativi: chiara o scura, forte o leggera, dolce o amara, pastosa o secca.

Usciti dalla sala di cottura la visita prosegue fino alla villa che il fondatore Angelo Poretti non vedrà mai terminata. Villa Magnani si trova sulla collina che sovrasta la fabbrica di birra. Per arrivarci si attraversano anche le tracce di quello che era la linea tranviaria che collegava Varese con Luino, ed attraversava la birreria. Altro esempio di archeologia industriale. Il vecchio tram che trasportava i turisti di allora a degustare la birra di Valganna.

A villa Magnani riceviamo il giusto premio per la nostra attenzione e per combattere la giornata soleggiata e calda. La degustazione della birra!

La visita durata circa un’ora e mezza mi lascia completamente soddisfatto. Conoscevo già la fabbrica, ma la visita è stata interessante ed utile. E non è casuale che questa visita sia inserita nella proposta turistica “Varese Liberty Tour” un viaggio nell’art noveau varesina, un tuffo negli anni della belle epoque.

Ma rimangono ancora delle cose da dire. Sulla birra e la sua produzione. Sulla chimica ancestrale ed inconsapevole dei Sumeri e degli Egizi. Sull’epoca delle birre prodotte dai religiosi medioevali. E altre cose interessanti.

 

 

Il mio legame con la chimica.

In evidenza

Mauro Icardi

E’ da qualche giorno che sto riflettendo sul mio legame con la chimica. Alla chimica devo il fatto di avere un lavoro che svolgo ormai da quasi trent’anni. E che mi permette di esercitare uno dei primi doveri dell’uomo, cioè provvedere a sé stesso e alla famiglia. In tutto questo tempo sono riuscito a resistere a lusinghe di vario genere. Lusinghe che mi avrebbero dirottato dietro ad una scrivania ed un computer, ed alle quali ho opposto sempre dei cortesi ma risoluti dinieghi.

Ancora adesso provo un certo piacere sottile nell’entrare in Laboratorio, verificare se tutto è in ordine, se gli strumenti che hanno funzionato durante la notte hanno terminato le loro determinazioni e se tutto è in ordine. Operazioni abituali, ma che allenano all’osservazione e a capire al volo se ci sono problemi e come risolverli.

Mi occupo di acqua ed i campioni che analizzo non sono di matrice particolarmente complessa, come potrebbero essere rifiuti e fanghi, ma un campione di ingresso di un’acqua di un depuratore presuppone una certa capacità di gestione. L’acqua reflua solitamente ha una propria carta d’identità precisa in termini di colore, odore, pH . Bisogna cercare di evitare grossolani errori nel trattamento preliminare, errori che potrebbero falsare il risultato dell’analisi. Capire subito se il campione per esempio necessita di una diluizione, se deve essere filtrato e in che modo.

Sono accorgimenti pratici che trovano la loro ragione di essere nella chimica di un tempo. La chimica degli albori, quella che non aveva ancora incontrato e stabilito legami con la fisica e la meccanica quantistica. La chimica studiata sui mai archiviati testi di analisi quantitativa, e in particolare sulle tecniche di gravimetria.

Quella che ritengo personalmente la base di preparazione indispensabile, o almeno difficilmente sostituibile di chi in laboratorio ci lavora.

Oggi lavoriamo con strumentazione sofisticata ed in parte la nostra formazione ed i nostri studi si sono ovviamente modificati. Dobbiamo alle scoperte della fisica se nei laboratori utilizziamo tutte le conosciute e affermate tecniche analitiche e gli strumenti indispensabili, dallo spettrofotometro, fino al gas massa.

Ci aiutano ad essere produttivi e, perdonatemi il mio essere “chimicocentrico” ormai fanno parte del nostro bagaglio di esperienze. Approfondiamo le basi della tecnica, seguiamo corsi di formazione sulle nuove tecniche. Ma alla fine un campione pretrattato o diluito, una retta di taratura preparata correttamente è cosa da chimici, ed affonda le radici in tempi lontani.

Lavorare nel settore idrico mi ha portato a stabilire curiosità ed interesse per la biologia. Almeno per quanto riguarda l’esecuzione delle analisi microbiologiche. Nella lettura delle piastre la mia formazione mi porta sempre ad utilizzare i modi di esprimersi del chimico. La diluzione di un campione d’ingresso di acque reflue su cui fare la semina dei coli totali è sempre 1/1000. Sarebbe più elegante esprimerlo come 10-3 ed in effetti così lo esprimo scrivendolo sulle piastre. Sembrano piccoli dettagli, ma forse non lo sono.

Mi aiutano nel lavoro le nozioni di chimica industriale e di chimica fisica, da applicare nei trattamenti di depurazione.

Ma non sono solamente queste le riflessioni di questi giorni. Rifletto sull’evoluzione, anzi visto che si parla di chimica, sulla trasformazione della chimica e dei chimici. Da sempre conviviamo con una pessima reputazione. Eppure molti di noi sono impegnati a pieno titolo nel settore ambientale. Altri certamente nel trovare nuove vie per far sì che la chimica si rinnovi. La buona parte dello studio della chimica organica nel passato consisteva nello studio dei composti del petrolio. Sul petrolio si è costruito il nostro benessere e buona parte delle nostre conoscenze di chimici. Non mi sembra fuori luogo pensare che su queste basi possiamo essere utili a capire come potremo diventare parsimoniosi nell’utilizzarlo. Come lo sostituiremo e come sostituiremo le migliaia di prodotti che da esso abbiamo ottenuto.

La chimica sposa l’aggettivo “verde”. Cerca di riabilitarsi, ma in realtà è la visione che la maggior parte delle persone ne ha, che deve cambiare, anche se mi rendo conto che è molto difficile.

Oggi ho acquistato l’ultimo numero de “Le Scienze” e per coincidenza, mentre lo sfogliavo ho aperto subito la rivista su un articolo che parla di inquinamento da Pfas nelle acque potabili negli Stati Uniti. Qualcosa si rimette in moto. Curiosità che divora. La sensazione che mi porta a pensare che anche solo impegnandomi nel mio lavoro giornaliero possa contribuire a qualcosa. Questi composti, come altri organici e persistenti si stanno diffondendo nell’ambiente, entrano nel sangue delle persone, sono accusati di produrre (ma non è ancora nota la correlazione secondo l’autore) problemi al sistema immunitario e ingrossamenti del fegato.

Verranno certamente normati, si stabilirà il limite ammissibile, e dovremo determinarli. Solo pochi giorni fa ne ho parlato con altri colleghi che lavorano in aziende del settore idrico.

Mi sento davvero a volte un “chimico militante” come scriveva Primo Levi. Sono un tecnico e non un ricercatore. Sconto il paradosso di avere sviluppato l’interesse per la chimica proprio negli anni in cui è diventata lo spauracchio di molti. Gli anni degli allarmi sui coloranti alimentari, di Seveso.

Eppure sono ancora totalmente rapito da questo mestiere. Mi piace riflettere e mi piace riaprire i libri di testo, i libri di divulgazione chimica. Non mi sono mai spiegato razionalmente il perché. Ma ci sento una familiarità. Mi fa star bene aprire un libro di chimica. Un piacere che è simile a quello di un giro in bicicletta.

“Ma guardate l’idrogeno tacere nel mare
guardate l’ossigeno al suo fianco dormire:
soltanto una legge che io riesco a capire
ha potuto sposarli senza farli scoppiare.
Soltanto la legge che io riesco a capire.”

Fabrizio de Andrè   “Un chimico”

Nonostante la cattiva fama io credo e spero in un futuro per la chimica. Una chimica trasformata, che dialoga con le altre discipline scientifiche. E che finalmente supera una reputazione negativa, che fondamentalmente non merita. Che ha molto da dire. Che aiuta ad avere un atteggiamento mentale pratico e concreto.

Ma a mio parere la chimica non risolve solo problemi pratici e materiali, perché se la si conosce meglio ci si trovano metafore ed analogie che aiutano a costruire un filosofia spicciola per la vita quotidiana.