Due capitoli significativi del Sistema Periodico di Levi: Cromo e Azoto

In evidenza

Mauro Icardi

Credo che nell’opera di Primo Levi “Il sistema periodico” sia uno dei libri più rappresentativi. Il libro è essenziale, e non è un caso che nel 2006 la Royal Institution britannica lo abbia scelto come il migliore di scienza mai scritto. In realtà non si può definirlo soltanto un testo scientifico, in quanto è un testo anche autobiografico. E’ un libro che ho molto regalato e molto consigliato. Che può essere apprezzato dai chimici e dai non chimici.

Forse può sembrare riduttivo, ma dovendo scegliere due capitoli che incarnino pienamente lo spirito del chimico, ed in particolare quello del chimico che applica la sua conoscenza nella risoluzione di problemi pratici, due risaltino in maniera particolare: “Cromo” e “Azoto”.

Il primo ambientato nell’immediato dopoguerra, racconta l’esperienza di Levi nel suo primo approccio con l’industria dei prodotti vernicianti, che sarà poi il lavoro che lo scrittore svolgerà per buona parte della sua esperienza lavorativa alla SIVA di Settimo Torinese.

Nel 1946 Levi lavora alla Duco di Avigliana. L’esperienza del Lager è recente e viva nella sua memoria. E’ spesso triste, isolato. Ma in quel periodo su uno dei fumosi ed arrangiati treni del dopoguerra che lo trasportano da Torino alla fabbrica in riva al lago, lo scrittore conosce quella che diventerà sua moglie, Lucia Morpurgo. E contemporaneamente, mentre nelle ore morte del lavoro continua la stesura di “Se questo è un uomo”, riceve finalmente un incarico che lo sottrae alla routine ed alla noia. Deve occuparsi di risolvere un problema. Provare a recuperare un lotto di vernici solidificate ed apparentemente inutilizzabili che giacciono in un angolo del cortile dell’azienda.

La soluzione del problema della vernice antiruggine ai cromati affronta uno dei temi cari allo scrittore. Quello del lavoro, della sua etica. Levi che nel primo periodo di lavoro non ha compiti fissi e viene invitato a studiare il processo di produzione delle vernici e a tradurre articoli tecnici dal tedesco, soffre di questa sua inattività pratica.

Ma finalmente il direttore dell’azienda lo incarica di recuperare le vernici inservibili. E Levi si appassiona. Ottiene i certificati di collaudo delle materie prime, i referti analitici delle vecchie analisi di controllo qualità. Si guadagna la nomea di rompiscatole. Ma finalmente capisce da dove origina il problema della solidificazione di quelle vernici. Il cromato acquistato per la produzione delle vernici deve, per contratto, non contenere meno del 28% di ossido di cromo totale. Ma la ricerca d’archivio mostra una anomalia sconcertante. Ogni lotto di cromato acquistato e collaudato mostra una percentuale di ossido fissa ed immutabile, cioè il 29,5% tra un lotto ed un altro. Ed è proprio questa anormalità, questo ripetersi di cifre uguali che fanno torcere le fibre di chimico di Levi. Che recuperate le quasi inviolabili PDC (prescrizioni di collaudo), leggendole con attenzione si accorge di un errore, dovuto ad una dimenticanza. Ovvero la scheda di collaudo è stata revisionata, e nell’istruzione operativa per il colludo del pigmento si legge che dopo la dissoluzione del pigmento, si devono aggiungere 23 gocce di un certo reattivo. Ma nella scheda precedente si legge che dopo la dissoluzione si devono aggiungere 2 o 3 gocce di reattivo. La “o” fondamentale è sparita nella trascrizione e revisione della scheda. L’eccesso ingiustificato di reattivo aggiunto ha falsato le analisi su quel valore fittizio di 29,5%, che ha nascosto ed impedito di respingere lotti di pigmenti troppo basici e che si sarebbero dovuti scartare.

Levi riuscirà a risolvere il problema inserendo nella formulazione di quel tipo di vernice il cloruro d’ammonio, che combinandosi con l’ossido di piombo, e liberando ammoniaca correggerà l’eccesso di basicità. Passeranno poi gli anni, e il cloruro d’ammonio inserito da Levi si continuerà ad usare, anche se a rigor di logica avrebbe dovuto essere utilizzato unicamente per recuperare le vernici non conformi.

Questo capitolo del libro mi è sempre molto piaciuto. Credo non sia così infrequente quando si lavora, dover fare i conti con alcune convenzioni radicate, che si continuano ad osservare, ma che ormai sono prive di significato pratico. Posso dire che mi sono capitate. Molte volte soprattutto nella gestione di alcune sezioni del depuratore. E queste situazioni insegnano a relazionarsi al meglio. Perché prendere il problema di punta, o scontrarsi non sortirebbe alcun risultato. Un episodio ricollegabile all’atmosfera di questo racconto Leviano mi capitò nei primi anni di lavoro. Un addetto alla conduzione dell’impianto mi venne a cercare per dirmi che a suo parere “avevamo fatto estrarre troppo fango di supero, e in disidratazione di fango non ne arrivava più”

Premetto che un’eventualità di questo genere e quantomeno remota se non impossibile. Una vasca di ossidazione si svuota se sono in avaria le pompe di ricircolo. E’ un’impresa svuotarle con un’eventuale errata impostazione delle pompe di spurgo. E questo l’ho capito dalla teoria e da molta pratica sul campo. Ma allora era da poco meno di un anno che lavoravo nel settore. Mi aspettavo di trovare un fango con poca concentrazione di solidi, molto diluito. In realtà non trovai proprio nulla. Semplicemente il trascinamento di materiale sfuggito alla sezione di grigliatura (il famigerato “malloppo” di bastoncini per orecchie, e un groviglio di calze da donna) aveva ostruito la girante di una pompa. E quindi interrotto il flusso idraulico. L’episodio mi fece tornare in mente il racconto di Levi.

Molte volte le abitudini, la potente narcosi delle pratiche burocratiche possono spegnere le migliori intenzioni. E l’atmosfera di “Cromo” ne da conto con uno stile profondamente umoristico.

Il secondo racconto del libro che ho letto e riletto, e che molte volte mi capita di citare è “Azoto”.

In questo racconto è narrata la singolare e fallimentare ricerca di sintetizzare allossana da utilizzare per la formulazione di rossetti per labbra. Essendo la molecola sintetizzabile per demolizione ossidativa dell’acido urico, Levi cerca di procurarsi la materia prima cercando vari tipi di escrementi, di rettili o di uccelli (le galline in questo caso) che ne sono ricchi, perché eliminano l’azoto allo stato solido come acido urico insolubile, e non allo stato liquido come nei mammiferi tramite la molecola di urea.

Qui le riflessioni di Levi sulla materia “né nobile, né vile” sulla poca, anzi nulla importanza della sua origine prossima, meriterebbero di essere lette come programma nei corsi e nelle lezioni divulgative di chimica.

Anche qui c’è un fondo umoristico ed una riflessione autobiografica. Pensare che una materia prima per produrre rossetti destinati ad abbellire le labbra delle signore, possa provenire da escrementi di gallina non turba per nulla Levi. Non è avvezzo a certi ribrezzi, soprattutto dopo l’esperienza del Lager.

Io mi sono servito di questo racconto, e delle riflessioni di Levi sulla materia quando mi è capitato di parlare di argomenti quali il riciclo integrale di acque reflue, o della gestione o analisi di campioni “difficili” quali fanghi, morchie, o residui alimentari, in particolare i fanghi provenienti dalla depurazione di acque di salumificio o dalla produzione di pasti per mense scolastiche.

Non ho mai avuto problemi nell’occuparmi di queste tipologie di campioni, a differenza di colleghi o di studenti che in visita agli impianti di trattamento, o durante gli stages si trovavano in una comprensibile e tutto sommato ovvia difficoltà.

Eppure proprio in “Azoto” Levi descrive in maniera mirabile un ciclo, quello dell’Azoto appunto, con molta naturalezza e semplicità. Cogliendo in pieno la filosofia della chimica come scienza della materia e delle sue trasformazioni. Due capitoli di un libro “Il sistema periodico” che ancor più de “La chiave a stella” avvicina il lettore alla doppia anima di Primo Levi. Al suo mestiere di chimico a quello di scrittore. Sono ancora molte le persone che non sanno che Levi era un chimico. Leggendo questo libro capirebbero alcune cose di chimica, molte altre su Levi. Un autore che va letto perché ha molto da dirci. La dualità di chimico e scrittore è il fondamento del suo stile letterario.

La depurazione delle acque reflue e il problema dell’antibiotico resistenza

In evidenza

Mauro Icardi

Gli impianti di depurazione tradizionali a fanghi attivi sono stati sviluppati negli anni che vanno dalla fine dell’ottocento, fino ai primi anni del novecento. L’invenzione del processo a fanghi attivi è collegato con gli sforzi degli ingegneri inglesi e americani per migliorare la depurazione biologica che fino a quel momento avveniva tramite sistemi a biomassa adesa (filtri percolatori).

Partendo dalla necessità iniziale di diminuire i problemi di odori nelle reti fognarie Arden & Locket notarono che ricircolando il fango formatosi durante il periodo di aerazione dei liquami ,si migliorava l’efficienza di trattamento e di intensità del processo depurativo. Questo sistema tradizionale adesso mostra qualche limite, relativamente alla diffusione di inquinanti emergenti di difficile o, in qualche caso, impossibile degradazione per via biologica. L’altro limite del sistema a fanghi attivi tradizionale è quello legato alla produzione di fanghi, e al loro corretto smaltimento o riutilizzo.

Posto che i fanghi sono il prodotto inevitabile di questa tecnica depurativa in essi si concentrano gli inquinanti rimossi dal liquame depurato, ma anche parte dei nuovi inquinanti.

Studi recenti hanno dimostrato che negli impianti di depurazione, ma anche nei fanghi prodotti dal trattamento possono avvenire processi nei quali aumenta la resistenza antibiotica. Il meccanismo è quello del trasferimento di geni tra batteri non patogeni e batteri patogeni.

La resistenza agli antibiotici da parte dei microrganismi può diventare uno dei principali problemi di salute pubblica. Si stima un aumento di decessi legati a problemi di resistenza antibiotica che potrebbe arrivare a causare 10 milioni di decessi causati da infezioni che i normali antibiotici in commercio non sarebbero più in grado di debellare. Quanto maggiore è il numero di antibiotici utilizzati, tanto più veloce sarà la diffusione della resistenza agli stessi. Quindi ottimizzare l’utilizzo degli antibiotici in ambito agricolo e clinico è il primo passo da compiere.

Contestualmente all’estensione di sistemi di trattamento adeguati delle acque reflue nei paesi che ne sono ancora privi.

Laddove invece i depuratori siano presenti è necessario implementare il trattamento terziario di ultima generazione (sistemi MBR o filtri in nanotubi di carbonio)

Per quanto attiene al trattamento dei fanghi prodotti negli impianti di depurazione occorre implementare sistemi efficienti di trattamento, che igienizzino i fanghi, e ne riducano il potenziale patogeno.

Il trattamento di digestione anaerobica può essere già parzialmente efficace nel ridurre il fenomeno dell’antibiotico resistenza. Per migliorare ulteriormente l’efficacia sarebbe opportuno intervenire sulla gestione di processo dei digestori.

I digestori anaerobici che normalmente lavorano in un range di temperatura favorevole al metabolismo dei batteri mesofili (valori ottimali di temperatura di esercizio 30-35°C), dovrebbero passare al trattamento termofilo (valori ottimali 55-60° C) . Questo favorirebbe una maggior igienizzazione del fango.

Il processo termofilo se associato alla codigestione di matrici organiche esterne, quali frazione umida di rifiuti organici (FORSU) avrebbe anche benefici consistenti nella maggior produzione di biogas . Un circolo virtuoso che in alcuni paesi europei quali Francia e Norvegia è già stato diffusamente sviluppato.

Ma il fenomeno della resistenza antibiotica si verifica anche sui fanghi che sono stati sottoposti al trattamento di disidratazione. Un recente studio pubblicato su “Environmental Science Water & research technology” lo scorso Aprile ha confermato questa ipotesi. Ed ha proposto di estendere al trattamento di disidratazione, ed eventuale essicamento dei fanghi, quello termochimico di pirolisi.

Per verificarne l’efficacia si sono utilizzati come indicatori sia il gene rRNA16s, sia gli integroni di classe 1.

I secondi sono già normalmente utilizzati come indicatori di contaminazione e stress ambientale dovute alla diffusione dell’antibiotico resistenza nell’ambiente.

Le prove di pirolisi eseguite in laboratorio su fanghi provenienti da depuratori municipali hanno rivelato che per esempio il gene del rRNA 16S è stato significativamente ridotto operando con temperature di pirolisi tra i 300 e i 700°C.

Lo studio suggerisce quindi di utilizzare il trattamento di pirolisi come tecnica per ridurre l’antibiotico resistenza nei fanghi da destinare a smaltimento finale, o a utilizzo agricolo. I prodotti ottenuti dal trattamento pirolitico, cioè syngas e biochair, sarebbero riutilizzabili. Il primo come combustibile, il secondo come concime o ammendante per terreni. Il trattamento di pirolisi ridurrebbe nel biochair prodotto in primo luogo la contaminazione da antibiotico resistenza, ma anche la presenza di altri inquinanti indesiderati, quali il PCB e le diossine tra gli altri. Mantenendo solo gli elementi essenziali quali azoto e fosforo. Un modo per contrastare anche lo sbilanciamento dei cicli biogeochimici di questi due elementi.

Come si può vedere dalle premesse, il settore del trattamento delle acque reflue si trova davanti ad alcune sfide primarie. La prima fra tutte è quella di una profonda evoluzione delle tecniche da applicare per trattamenti spinti di depurazione delle acque reflue, che sempre più si caricano di inquinanti emergenti. Ma anche di riutilizzo e corretta gestione dei fanghi prodotti dai trattamenti tradizionali, così da renderli riutilizzabili ed ecocompatibili. La diffusione generalizzata ed ubiquitaria di nuovi inquinanti non può più essere sottovalutata. E il problema dell’antibiotico resistenza è una emergenza in qualche modo sottovalutata. Occorre pensare in termini di lungo periodo. E destinare risorse economiche ed umane a questa rivoluzione del settore. Una rivoluzione tecnica che si collegherebbe idealmente con quella del secolo scorso, che diede il via allo sviluppo e alla maturità tecnica della depurazione delle acque reflue. E a cui, almeno noi abitanti dei paesi occidentali dobbiamo anche una buona parte del nostro benessere e della nostra salute.

Link di approfondimento.

http://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2018/ew/c8ew00141c#!divAbstract

https://www.laboratoriol2a.it/inquinamento-da-antibiotici/

http://verbanonews.it/index.php/categorie/primo-piano/8580-antibiotici-e-metalli-pesanti-nelle-acque-reflue-lo-studio-del-cnr-di-pallanza-pubblicato-da-una-prestigiosa-rivista-scientifica

I controlli sulle acque reflue come monitoraggio sanitario

In evidenza

Mauro Icardi

Dal 2004 fino a tutto il 2012 presso l’impianto di depurazione di Varese, si sono svolte diverse campagne di monitoraggio aventi lo scopo di verificare le quantità e le concentrazioni di metaboliti di farmaci e di droghe d’abuso, in particolare la cocaina. In particolare io mi sono occupato del controllo dell’impostazione corretta dei campionatori programmabili, e della supervisione ai campionamenti . I prelievi venivano predisposti nell’arco temporale di una settimana e in periodi di tempo secco. Queste attività si sono svolte in collaborazione con l’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano, e con l’Università dell’Insubria di Varese. L’ateneo ha successivamente svolto altre campagne di campionamento focalizzando maggiormente l’attenzione su altri aspetti , in particolare la verifica di funzionalità degli impianti di depurazione tradizionali relativamente alle rese di abbattimento di questi particolari inquinanti che rientrano tra quelli definiti emergenti. Nel caso delle verifiche effettuate in collaborazione con l’Istituto Mario Negri i campioni venivano prelevati all’ingresso impianto. Per le successive campagne svolte con l’Università di Varese, anche all’uscita dell’impianto. In questo caso per ottenere dati congruenti   la partenza del ciclo di prelievi era ritardata tenendo conto del tempo di ritenzione idraulica, relativo a tutte le fasi di trattamento delle acque fognarie. Entrambi i campionatori erano comunque impostati con frequenza di campionamento proporzionale alle variazioni di portata idraulica.

Nel 2005 venne pubblicato il risultato della campagna di monitoraggio del lavoro svolto dal gruppo di Fanelli e Zuccato dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri in collaborazione con Davide Calamari dell’Università dell’Insubria, purtroppo deceduto prematuramente.

https://ehjournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/1476-069X-4-14I campionamenti furono effettuati anche su altri tre impianti di depurazione di acque reflue, quelli di Cuneo, Latina e Cagliari e sul fiume Po.

La determinazione della Cocaina e del suo principale metabolita, la benzoilecgonina (BE) furono determinati attraverso l’utilizzo combinato di cromatografia liquida e spettrometria di massa, presumendo il riscontro di quantità basse. Questo servì a stabilire che effettivamente i due composti si potevano misurare e per verificare che il loro rapporto fosse compatibile con quello che viene indicato da altri studi nell’uomo, e cioè circa 0,15 parti di cocaina per ogni parte di BE eliminata. La BE è escreta completamente attraverso le urine, la cocaina solo in parte.

Le misure effettuate presso i depuratori di quattro città di provincia italiane e cioè Cagliari, Cuneo, Latina e Varese stabilirono inoltre le concentrazioni di BE che oscillavano a seconda delle città da 383.000 a 751.000 picogrammi per litro. Sulle acque superficiali del fiume Po si ci si rese conto, considerando una portata media di 750 m3/sec ,che il fiume trasportava 4 kg al giorno di cocaina. Ogni anno poco più di una tonnellata (1,3 t).
Nello stesso modo considerando i valori di portata influente sugli impianti oggetto di monitoraggio si verificarono le quantità di cocaina che vi transitavano. Il valore per Varese risultò pari a circa 13 kg/anno di cocaina, del tutto simile a quelli degli impianti di Cuneo e Latina, pari a 11 e 12 kg/anno rispettivamente. Il valore più elevato riscontrato a Cagliari (47kg/anno) è da riferirsi ad una città con dimensioni e popolazione maggiori. Successivamente due monitoraggi   effettuati da studenti del corso di Ingegneria della sicurezza dell’ambiente dell’Università dell’Insubria , effettuati sul depuratore di Varese hanno mostrato incremento di concentrazione di metaboliti della cocaina nei campioni di acque prelevate nel fine settimana. L’incremento di concentrazione aveva anche punte del 40-50% rispetto ai giorni feriali. Situazione abbastanza prevedibile considerando che a fronte di un consumo già diffuso e abbastanza generalizzato di cocaina, esso si incrementi molto nei fine settimana. L’uso di cocaina per il fenomeno dello sballo del week end.L’altro aspetto che si ipotizzava e che si e confermato, è che il trattamento biologico tradizionale avesse efficacia molto limitata nella rimozione di questo genere di inquinanti, che transitano praticamente inalterati allo scarico finale. Questo, come altri studi simili, dimostra come l’adeguamento generalizzato degli impianti di depurazione, con adatti trattamenti di tipo terziario sia urgente e indifferibile. Ciò che il depuratore non riesce a trattenere finisce inevitabilmente nell’ambiente. Questo è argomento che deve essere affrontato dalla politica, sia a livello nazionale che locale. Studiosi e gestori hanno fornito documentazioni e dati, e considero che il loro compito sia stato correttamente svolto. Molti altri articoli e studi mostrano gli effetti nefasti dei modificanti endocrini e dei composti organici persistenti sulla fauna ittica. Ma purtroppo si può dire, utilizzando una battuta sarcastica, che i pesci sono muti.

E non sentiamo quindi i loro lamenti. Un inquinamento di questo tipo è subdolo. Generalmente non provoca evidenti morie di pesci. Ma per esempio muta i loro caratteri sessuali e la fertilità. Un inquinamento che non si percepisce immediatamente, se non quando il numero di specie ittiche sono ormai ridotte. E un altro importante aspetto da considerare, è quello dell’accumulo di metaboliti provenienti da consumo di farmaci, antidolorifici o calmanti che sono tra quelli più usati. Spesso anche dei farmaci si fa un uso che dovrebbe essere maggiormente ponderato. E occorre verificare gli effetti collaterali che questi metaboliti potrebbero avere sulla nostra salute, attraverso il loro concentrarsi tramite la catena alimentare. Questo aspetto ha del surreale, un effetto boomerang.

Per quanto riguarda l’aspetto morale del consumo di stupefacenti non voglio pronunciarmi. Personalmente ho avuto la fortuna di non subire nessuna fascinazione in tal senso nel corso degli anni. Mi è capitato spesso di parlare con persone cercando quantomeno di sfatare un mito, cioè quello che la cocaina non dia assuefazione e non sia dannosa. Purtroppo molti associano l’uso di questo stupefacente a sensazioni diffuse di benessere e di potenza sessuale. E normalmente a quel punto la conversazione finisce per infilarsi in un “cul de sac” e io solitamente la interrompo.

Questo primo studio ha però dato adito ad un nuovo ulteriore approccio che per altro origina fin dagli anni 90. Cioè il monitoraggio delle acque in ingresso ai depuratori, come strumento per verificare le condizioni di benessere e salute della popolazione in maniera anonima. Questo è il contenuto di un articolo che mi è stato segnalato dal collega di redazione Rinaldo Cervellati che ringrazio.

Pubblicato sulla rivista Chem Eng News suggerisce che, non solo le droghe e i farmaci possano essere monitorati, ma anche per esempio i lipidi, o i metaboliti legati al fumo di sigaretta.

Secondo Rolf Haden un ingegnere ambientale e direttore del Centro per l’Ingegneria della Salute Ambientale presso l’Arizona State University’s Biodesign Institute, all’ingresso di un impianto di trattamento delle acque reflue “Si può osservare tutta la chimica che viene utilizzata in una città. È possibile misurare i metaboliti che sono migrati attraverso il corpo umano. È possibile guardare i farmaci che vengono presi. In sostanza, sei in un luogo dove è possibile osservare la salute umana in tempo reale“.

Nel 2010 , i ricercatori di sette organizzazioni che effettuano misurazioni di questi nuovi inquinanti si sono riuniti per formare la rete SCORE, acronimo di Sewage Analysis CORe group Europe.

Dal 2011 la rete Score ha coordinato misure annuali di quattro droghe illecite-cocaina, 3,4-Methylenedioxymethamphetamine (MDMA, la droga sintetica comunemente nota come ecstasy), anfetamine, e metanfetamine in tutta Europa. La rete riporta tali dati all’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (OEDT), che rilascia i risultati al pubblico nell’ambito dei suoi sforzi in corso per fornire informazioni sui problemi di droga in Europa.

Sebbene l’epidemiologia basata sulle acque reflue si sia finora concentrata principalmente sulle droghe illecite, i ricercatori si stanno attivando per esaminare altri composti. Ad esempio, i membri del SCORE hanno utilizzato l’approccio per monitorare il consumo di composti legali, tra cui caffeina, nicotina e alcol

L’articolo decisamente molto interessante interessante può essere consultato qui:

https://cen.acs.org/environment/water/monitor-health-citiesresidents-look-further/96/i18

La lettura è consigliata perché mostra quali siano le possibilità di un approccio di questo genere, e anche quali gli aspetti organizzativi e pratici. Dalla creazione di circuiti interlaboratorio per la verifica delle performance analitiche, la scelta delle molecole da determinare in funzione delle loro stabilità e delle eventuali modificazioni durante il transito negli impianti, fino alla gestione di altri dati da interfacciare ai risultati delle analisi (popolazione residente, portate affluenti agli impianti di trattamento ecc..).

E concentrandosi non solo sulle fasi acquose, ma a maggior ragione sui fanghi di risulta, dove si accumulano le sostanze depurate in fase acquosa.

Rispetto ai lavori precedenti sulle droghe illecite, l’epidemiologia basata sulle acque reflue con marcatori di salute endogeni ha avuto un avvio lento. Ma è auspicabile che possa essere sviluppata ulteriormente.

Il mio personale auspicio è ovviamente quello che queste iniziative portino in primo luogo maggior consapevolezza nella popolazione. Siamo noi consumatori che, dobbiamo e possiamo modificare i nostri stili di vita. La tecnologia nulla può nel risanamento ambientale se non è affiancata a questo basilare concetto. Dovremmo cercare di essere maggiormente equilibrati da questo punto di vista.

Per semplificare non è che la possibilità di avere depuratori più efficienti ci possa indurre a consumare più droghe o farmaci, e quindi a scaricarne maggiormente i residui e i metaboliti nelle acque, sentendoci giustificati in qualche modo.

Iniziative volte ad un monitoraggio maggiormente capillare delle acque reflue, sia per scopi di controllo della salute pubblica, che della qualità delle acque è necessario. Ultima considerazione quella di estendere i confronti e lo scambio di informazioni tra più soggetti. Università, centri di ricerca, gestori di impianto, enti di controllo.

Termodinamica ferroviaria.

In evidenza

Mauro Icardi

Spesso mi trovo a pensare a quanto la curiosità sia stata e sia ancora una delle spinte ad approfondire il mio bagaglio di conoscenze. Ricordo anche che venivo spesso indicato come il bambino che chiedeva spesso perché. Mia madre mi raccontava che per trovare un attimo di riposo da questo continuo fare domande, spesso mi affidava ad amici e conoscenti, che la sollevavano da questa incombenza. Considerato che (e oggi potrebbe sembrare impossibile), fino a quando io non ho compiuto i sei anni, a casa nostra si viveva tranquillamente senza auto privata. Il modo usuale di viaggiare era ovviamente l’utilizzo dei mezzi pubblici ed in particolare del treno. Utilizzato per andare da Torino fino al piccolo paese del Monferrato, Mombaruzzo, dove vivevano nonni e zii. Proprio questi ultimi, saliti magari in qualche stazione precedente, e al corrente della mia passione per i mezzi che viaggiano su rotaia mi facevano passeggiare su e giù per tutto il convoglio. Se è vero, sostenuto da alcuni studi di psicologia, che la personalità si forma nei primi cinque-sei anni di vita, ecco spiegata sia la mia passione per i treni, sia per i temi che riguardano l’energia ed il suo corretto uso. Il periodo dell’austerity del 1973/74 avrebbe ulteriormente rinforzato in me passione e curiosità per entrambi.

Acqua ed energia sono due parole certamente legate in maniera particolare al motore a vapore, e particolarmente alle locomotive.

Nella sua forma più semplice, la locomotiva comprende una caldaia, cioè un lungo cilindro colmo d’acqua e attraversato longitudinalmente dai tubi bollitori; attraverso questi tubi passano i fumi prodotti dalla combustione del carbone, che avviene nel forno, situato in cabina di guida. Il calore riscalda l’acqua e la fa evaporare, portandola ad una certa pressione: il vapore si concentra in una apposita camera (duomo), posta nella parte superiore della caldaia, e da qui viene prelevato per essere inviato al motore. Il motore è costituito da almeno due cilindri, in cui, grazie a un meccanismo di distribuzione, è possibile immettere il vapore stesso ora a un estremo, ora all’altro. Il vapore è così in grado di premere contro lo stantuffo, contenuto nel cilindro, facendolo muovere avanti e indietro: il moto alternativo viene trasformato in rotativo attraverso due bielle motrici (una per cilindro), imperniate sulle ruote della locomotiva che costituiscono un asse.

Col passare degli anni e l’evoluzione della ferrovia nel mondo, la necessità pratica di aumentare il rendimento delle locomotive diede l’avvio allo studio teorico delle leggi della termodinamica. Fino a definire che il rendimento massimo teorico di un motore a vapore è legato solo alla differenza tra le due temperature estreme del ciclo di lavoro, che nel nostro caso sono quella del vapore e quella dell’ambiente esterno in cui esso verrà scaricato. Rendimenti teorici che spesso erano molto superiori a quelli reali.

In Italia che da sempre ha sofferto la carenza di materie prime, vennero sviluppate diverse soluzioni che miravano a migliorare il rendimento delle macchine a vapore, e nello stesso tempo diminuire il consumo di carbone. Considerato come periodo d’oro in Italia per la trazione a vapore quello dei primi anni del novecento, dopo la fine della prima guerra mondiale la trazione a vapore inizia un lento declino, anche se molte locomotive arriveranno ad essere pienamente operative sino alla fine degli anni settanta. E nel contempo il periodo precedente la seconda guerra mondiale, le sanzioni economiche giustamente inflitte all’Italia per l’invasione dell’Etiopia, avranno almeno il merito di essere uno stimolo per lo sviluppo di queste tecniche, e più in generale di razionalizzare per quanto possibile l’utilizzo di energia e materiali.

La prima innovazione però risale ai primi anni del XX secolo e si tratta della doppia espansione. Il ragionamento era semplice: dato che il vapore scaricato dai cilindri contiene ancora molta energia, è possibile immetterlo in una seconda coppia di cilindri, per farlo ulteriormente espandere, e sfruttare quindi un’ulteriore percentuale di quell’energia. Per questo motivo sulle locomotive che montavano una coppia di stantuffi e cilindri per lato, vengono aggiunti altri due cilindri più grandi, i cilindri denominati a bassa pressione.

Il miglioramento termodinamico portava anche diversi inconvenienti legati all’ingombro dei cilindri più grandi, all’aumento della pressione in caldaia per poter garantire una pressione utile anche nel secondo cilindro, nonché a complicazioni nella costruzione e manutenzione.

Nello stesso periodo però venne sviluppata un’altra innovazione per aumentare il rendimento. L’utilizzo del vapore surriscaldato.

La temperatura e la pressione di un fluido sono legate fra loro: di conseguenza, data la pressione, non è possibile alzare ulteriormente la temperatura del vapore saturo, cioè del fluido “bifase” costituito da acqua e vapore, che è appunto presente in caldaia.

Quindi anziché prelevare direttamente il vapore dalla caldaia e inviarlo direttamente ai cilindri, lo si faceva passare attraverso una serpentina di condotti, infilati nei tubi bollitori della caldaia. In questo modo il vapore aumentava la propria temperatura, cioè si “surriscaldava”, dal momento che non era più in contatto con l’acqua della caldaia. Il surriscaldatore, costituito da quei condotti, aumentava la temperatura del vapore dai 200°C del punto di saturazione a oltre 300°C (per caldaie a 12 bar), rendendo disponibile una maggiore quantità di energia per il motore. Anche il rendimento termodinamico migliorava, data la maggiore differenza tra le temperature estreme del ciclo di lavoro. Non si dovevano affrontare spese più alte e problemi costruttivi dovuti all’installazione di una caldaia che lavorasse a pressione più alta.

L’ultima innovazione tecnica sulle locomotive a vapore in Italia sarà il sistema di preriscaldamento studiato e perfezionato dagli ingegneri Attilio Franco e Piero Crosti. Il sistema era stato studiato già negli anni venti dal solo ingegner Attilio Franco, ma a partire dal 1940 nella versione migliorata da Piero Crosti venne applicato diffusamente su vari modelli di locomotive circolanti sulla rete italiana in quel periodo. Le tecniche di preriscaldamento consistono nel non iniettare direttamente in caldaia l’acqua fredda prelevata dal tender, bensì nel farle dapprima percorrere uno scambiatore di calore che utilizza il vapore esausto proveniente dal motore. Il sistema Franco-Crosti era innovativo perché , oltre al vapore esausto, usava anche i gas di scarico per il preriscaldamento dell’acqua.

Il risparmio del consumo di carbone fu soddisfacente, mantenendosi su valori mediamente del 15% ma arrivando anche al 18%. I preriscaldatori applicati lateralmente alla caldaia come nel caso della locomotiva 743 sono come delle caldaie supplementari. All’interno vi sono i fasci tubieri e il vapore esausto dei cilindri, ed i gas di scarico non si scaricano all’esterno dal normale fumaiolo della locomotiva posto nella parte anteriore, ma percorrono in senso inverso il preriscaldatore e sono poi espulsi da un fumaiolo sistemato lateralmente e più vicino alla cabina di guida.

Nella foto in alto si vede una locomotiva modello 743 che montava due preriscaldatori laterali ed aveva due fumaioli laterali ai lati della cabina.

Le locomotive modello 741 avevano invece in solo preriscaldatore sistemato sotto la caldaia ed un solo fumaiolo di scarico.

Il sistema non passava inosservato e l’estetica delle macchine ne risentiva. Queste due locomotive sono rimaste in servizio fino alla prima metà degli anni settanta in val Pusteria e sulle linee minori della pianura padana. Nei miei viaggi ricordo di avere incrociato qualche volta locomotive modello 743 in stazione di Nizza Monferrato, adibite al traino di treni merci. La Cavallermaggiore- Alessandria vedeva un discreto traffico merci per le industrie dello spumante. Era la linea descritta anche da Cesare Pavese, oggi purtroppo chiusa al traffico.

Per completare il quadro occorre anche citare la costruzione di tre automotrici sperimentali costruite dall’Ansaldo, e funzionanti a gas povero conosciuto con il nome di gassogeno, cioè monossido carbonio e idrogeno (ma anche diossido di carbonio, azoto e acqua, dunque veramente un combustibile povero) ottenuto per combustione incompleta di carbone di legna.

Il gas necessario al funzionamento dei motori veniva prodotto da due generatori sistemati nella zona centrale del veicolo, accessibili soltanto dall’esterno per eliminare ogni possibile pericolo di infiltrazione di gas tossici nell’ambiente destinato ai viaggiatori.

Queste macchine utilizzate in Toscana, nei collegamenti ferroviari tra Firenze e Grosseto entrarono in servizio tra il 1940 e il 1941. Nelle corse di prova nonostante il combustibile povero riuscirono a raggiungere la ragguardevole velocità di 120km/h.   Nel 1942 furono trasferite a Mantova. Dopo la fine della guerra rimasero solo due automotrici erano integre e vennero riconvertite a trazione diesel con l’utilizzo di motori di recupero.

Bibliografia

Italo Briano Storia delle ferrovie in Italia Volume 2° Cavallotti Editrice Milano 1977 pp. 73-75,116,171-173

Erminio Mascherpa, Un accessorio discusso: il preriscaldatore sulle locomotive a vapore, in I treni oggi, 1 (1980), n. 3, pp. 12–18

Marcello Cruciani, Ansaldo e le sue automotrici. Seconda parte: le automotrici a gassogeno, in I treni oggi, vol. 7, nº 59, 1986, pp. 14-19.

Creare le connessioni.

In evidenza

Mauro Icardi

In questi giorni mi è capitato nuovamente di trovarmi a riflettere su un tema sul quale mi interrogo da diversi anni. Cioè la necessità, a mio parere fondamentale, di riuscire ad utilizzare una comunicazione efficace quando si parla di argomenti tecnici, e a maggior ragione di quelli scientifici.

Non è un problema superficiale. Negli anni passati, seguendo con molto impegno e passione le attività di stages e di tutoraggio di studenti universitari, ho avuto la fortuna di riuscire a stabilire una buona comunicazione. Ma riflettendoci adesso, mi rendo conto che vi erano le condizioni adatte.

Dovevo insegnare a persone mai entrate prima in un laboratorio, prima di tutto a lavorare in sicurezza, poi ad eseguire campionamenti ed analisi in maniera che producessero alla fine dati corretti e rappresentativi.

E la cosa ha sempre funzionato bene. Creando un legame di amicizia e di reciproco scambio umano e culturale con molti di loro, con cui sono in contatto ancora oggi. Ma in quelle condizioni gioca a favore il fatto di trasmettere con molta immediatezza l’entusiasmo che ancora oggi provo per il lavoro che svolgo.

Può sembrare banale, ma in realtà quando il lavoro si svolge sul comparto fanghi e digestione anaerobica, può non essere immediato che un giovane abbia lo stesso entusiasmo quando si rende conto di quale sia esattamente la materia prima su cui deve operare. Io in quel caso citavo invariabilmente il capitolo “Azoto” de “Il sistema periodico”. Cioè il tentativo di Levi di ricavare l’allossana usando come materia prima la pollina, ovvero le deiezioni delle galline. E questo invariabilmente funzionava. L’analogia con il lavoro da fare per ottenere una migliore produzione di biogas dai fanghi stabiliva una connessione comunicativa efficace. E faceva agevolmente superare un eventuale ritrosia. In fin dei conti sempre citando Levi “La materia è materia, né nobile né vile, infinitamente trasformabile

Il discorso invece diventa molto più difficile, quando si passa da situazioni pratiche al dover fare informazione e divulgazione. Non posso dire che questa sia una seconda attività che mi occupa molto, ma mi è capitato diverse volte di essere invitato a tenere lezioni presso scuole, dalle elementari fino agli istituti tecnici.

E ho scoperto che il modo migliore per attirare l’attenzione degli studenti fosse quello di proporre oltre alle slide, delle operazioni basilari di laboratorio. Per fare questo mi attrezzavo con una piccola cassettina portatile, dove mettevo un pH-metro, qualche indicatore e dei becher. Semplici misure di pH, viraggio di indicatori catturavano l’attenzione.

In altri casi, come per esempio serate dedicate alla situazione ecologica dei corsi d’acqua e fra tutti il lago di Varese, oppure nel periodo precedente al referendum del 2011 se partecipavo a serate dedicate a questi temi, anche non in veste di relatore, ma intervenendo, mi sono trovato in palese difficoltà.

Perché notavo come ognuno avesse una sua personale ricetta. E soprattutto avesse delle granitiche certezze. Relativamente a chi attribuire le responsabilità del degrado ambientale, alle iniziative da intraprendere. In sostanza percepivo una sorta di “sciachimismo idrico” che mi lasciava, e mi lascia tutt’ora piuttosto perplesso.

Col passare degli anni la situazione non è migliorata. Ormai viviamo in una società dei media che è caratterizzata da una forte interattività di informazioni. Ma nel periodo di tempo di una sola decina di anni, la possibilità di connessioni in rete più veloci ha purtroppo amplificato il fenomeno della ripetitività all’interno di un gruppo, omogeneo e chiuso , di informazioni spesso distorte o errate. In un primo momento pensavo che questo tipo di fenomeni non fosse legato a argomenti di carattere tecnico- scientifico. Ma mi sono sbagliato. Dalle scie chimiche, fino alle acque alcaline ionizzate e miracolose il web pullula di queste amenità. Se poi allarghiamo il campo al problema ambientale e climatico le amenità, o fake news aumentano.

Devo ammettere che in questi anni non ho ottenuto grandi risultati da questo punto di vista. Cioè ho ottenuto buoni risultati come tutor di studenti, o divulgatore sempre per studenti. Su altri temi quali il corretto uso dell’acqua, o su come ridurre il proprio impatto ambientale molto meno.

Una cosa è significativa da questo punto di vista. Dove lavoro sono il solo a bere regolarmente acqua del rubinetto. Il resto dei colleghi beve acqua in bottiglia. Qualcuno si è dimostrato particolarmente coraggioso ed ha cominciato a bere quelle delle casette dell’acqua. Ma la cosa non è durata molto. Non sono riuscito a scalfire questa sorta di muro di gomma. Sia che utilizzassi un linguaggio tecnico, sia che modificassi il mio approccio in maniera più discorsiva. Venivo spesso rimandato ad informazioni che i colleghi avevano recepito in rete.

La pervasività di miti, di bufale, di schemi mentali ed abitudini difficili da cambiare sta diventando un problema su cui porre attenzione. Attualmente sempre più spesso si possono leggere articoli in cui siamo invitati ad una disintossicazione dalla rete e dai social. Ma il problema è stato solamente scalfito. Ed è un problema complesso. Soprattutto quando l’utilizzo della rete incrina il senso critico che ognuno dovrebbe sviluppare sia autonomamente, sia durante il proprio percorso di formazione.

Internet è una opportunità che, a posteriori, mi spiace di non aver potuto avere quando studiavo. Ma allo stesso modo dover reperire fonti tramite per esempio le librerie le biblioteche mi è servito molto. Non ho mai pensato che si debbano introdurre correttivi o censure sul web. Ma che si abbia la necessaria capacità di educare ad utilizzarlo correttamente. Cosa che ho fatto con mia figlia.

Relativamente alla divulgazione di temi importanti ma tendenzialmente non graditi alla maggioranza delle persone, credo che si debba attuare un maggior dialogo tra scienze naturali e scienze umane.

Entrambe possono contribuire a mettere insieme concetti acquisiti, ma oggi molto frammentari. I mezzi di comunicazione ci sono, e ci offrono molte opportunità. E’ un peccato utilizzarli per regredire fino alla teorizzazione della terra piatta. Eppure si, si riesce a credere e teorizzare anche a questo, e basta fare un giro in rete per rendersene tristemente conto. Per affrontare in maniera logica e coerente il cambiamento di paradigma a cui siamo chiamati bisogna fare ordine. Essere rigorosi e coerenti nelle attività scientifiche, senza dimenticare le altre condizioni a contorno, cioè creare per quanto possibile una vera formazione intellettuale dell’uomo moderno. Che potrebbe ( e direi dovrebbe) crearsi una formazione di base anche sui rami più significativi della conoscenza umana, anche se esulano dalle sue attività ordinarie.

Nulla si distrugge, tutto si trasforma.

In evidenza

Mauro Icardi

Nulla si distrugge, tutto si trasforma!Antoine-Laurent de Lavoisier

La vicenda relativa alla chiusura in Lombardia di un impianto destinato al trattamento di fanghi di depurazione destinati al riutilizzo agricolo, è il tipico esempio di una vicenda che, nel suo svolgersi mostra come ancora oggi si ricada nei medesimi errori. Errori di valutazione e di comprensione che riguardano un po’ tutti.

Vediamo di approfondire il problema. Partendo da un dato oggettivo, conosciuto da chi lavora nel settore, ma probabilmente meno da altri.

La depurazione di acque reflue è la chiusura del cerchio del ciclo idrico. Questo significa in poche parole che tutto quello che viene scaricato nelle acque che abbiamo usato deve subire un trattamento. Perché non è pensabile che le acque reflue possano essere scaricate nei fiumi o nei laghi, senza subire nessun tipo di trattamento. Questa perlomeno è la situazione dei paesi economicamente avanzati. Purtroppo non in tutti i paesi a livello mondiale le cose stanno in questo modo. Ma torniamo a concentrare l’attenzione, per comodità sulla situazione italiana.

Nel processo di depurazione di tipo biologico, i fanghi sono un normale ed inevitabile prodotto del trattamento di depurazione. E’ mediamente si può stimare che si producano 0,3 kg di sostanza secca per ogni kg di COD rimosso con umidità che può variare dal 75% all’85% In letteratura i dati possono essere variabili, ma è importante questo concetto.

Ricordo che il termine COD (dall’acronimo inglese Chemical Oxygen Demand) che in italiano può essere reso come domanda chimica di ossigeno, è la quantità di ossigeno( mg O2/lt) necessaria per l’ossidazione completa delle sostanze organiche e inorganiche contenute in un campione di acqua. Si associa al valore del BOD5 che è la misura che esprime la quantità di ossigeno necessaria per l’ossidazione biochimica delle sostanze organiche contenute in un’acqua da parte di microrganismi aerobici, già presenti oppure inoculati nel refluo. Il saggio del BOD5 si esegue in condizioni controllate (alla temperatura di 20°C tenendo il campione al buio, e misurando il consumo di ossigeno (mg O2/lt) dopo 5 giorni. Il rapporto COD/BOD è l’indice che misura la biodegradabilità di un refluo. Un rapporto tra i due parametri che abbia un valore di 1,9-2,5 indica una buona biodegradabilità. Rapporti con valori più alti indicano una minor presenza di sostanze biodegradabili, tipicamente quelle contenenti una maggior componente di scarichi di origine industriale.

Il fango ottenuto dal trattamento acque deve subire un trattamento che lo renda certamente stabilizzato ed igienizzato, un trattamento che sia economicamente sostenibile, e anche accettato socialmente.

Per meglio dire, il concetto che io ho sempre sostenuto personalmente, ma credo di non essere il solo, è che tutto quello che può far funzionare bene un impianto di trattamento acque reflue è la corretta progettazione e gestione della linea di trattamento fanghi. Adottando anche le nuove tecniche di riduzione della produzione degli stessi. Su questo blog ne ho scritto. Trattamenti di lisi termica, aumento della funzionalità dei digestori anaerobici sfruttando la possibilità della codigestione di matrici adatte (per esempio la Forsu che migliorando la funzionalità del digestore anaerobico, contestualmente riduce le quantità di fango da destinare al successivo trattamento di disidratazione.) Le possibilità tecniche esistono. Vanno valutate attentamente caso per caso.

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/05/15/trattamento-e-recupero-dei-fanghi-di-depurazione/

I fanghi concentrano i materiali e i composti che possono essere trattati in un trattamento biologico convenzionale. Sappiamo che la diffusione di composti refrattari a questo tipo di trattamento convenzionale può innescare situazioni di criticità. Quindi parallelamente alla gestione e alla progettazione corretta del comparto fanghi, vanno potenziati i sistemi di trattamento terziario. Sistema di solito presente negli impianti di grandi potenzialità e solitamente assenti in quelli di piccoli (potenzialità intorno 5000 abitanti equivalenti). Come si nota i problemi sono sempre collegati in serie. Non aiutano in questo senso molti articoli di stampa generalista che parlano dei fiumi di cocaina o dei metaboliti di farmaci nei fiumi italiani. Occorre fare un ragionamento un po’ più critico sul perché sono finiti lì. Per esempio far notare che su un totale di 75 milioni di abitanti equivalenti effettivi serviti, solo 50 milioni sono quelli che hanno un trattamento terziario (66%). Se ragioniamo sul numero di impianti la percentuale scende addirittura al 19%, cioè 2309 impianti dotati di trattamento terziario su 17897, dato che fa riferimento al territorio nazionale, dati istat 2015. E’ un trattamento terziario potrebbe semplicemente essere, nella realtà una semplice disinfezione finale, anche se dal punto di vista tecnico non sarebbe ovviamente corretto.

Tornando ai fanghi, questi una volta usciti dal depuratore e disidratati diventano rifiuti, a meno che non abbiano caratteristiche tali da renderne idoneo l’utilizzo in agricoltura.

La normativa italiana fa ancora riferimento al decreto legislativo 99 del 1992. Decreto ormai invecchiato e che necessiterebbe di una nuova versione. Il decreto per valutare l’idoneità dei fanghi all’utilizzo agronomico concentra l’attenzione solo sui metalli pesanti dando limiti per la concentrazione dei metalli pesanti. Vista l’attenzione ovviamente doverosa sui nuovi inquinanti la Regione Lombardia ha per esempio introdotto una normativa maggiormente strutturata che prevede i controlli analitici della qualità dei fanghi in funzione della potenzialità in abitanti equivalenti degli impianti che li hanno prodotti, inserendo tra i parametri da determinare anche gli idrocarburi policiclici aromatici, oltre ai più consueti azoto e fosforo totale, che ne caratterizzano la possibilità di utilizzo agronomico. Sulla base di queste caratterizzazioni ha stabilito tre diverse classi di caratterizzazione (fanghi di alta qualità, fanghi idonei, e non idonei). Questo è un primo passo.

Ma non basta. Tornando alla vicenda dell’azienda incriminata per traffico illecito di rifiuti, è doveroso ricordare come in Italia troppo spesso il caos normativo porti alla tentazione di utilizzare e smaltire rifiuti illegalmente. Triste pensare che spesso il business del fango sia più redditizio di quello degli stupefacenti. E che dove le istituzioni sono distratte o assenti prospera la criminalità, che riempie un vuoto.

Tornando a temi meno tristi e più tecnici, occorrerebbe che gli investimenti da destinare al ciclo idrico nel complesso non fossero ulteriormente procrastinati o rimandati. Investimenti che dovrebbero comprendere anche una quota destinata alla ricerca. Sugli inquinanti persistenti, sui loro effetti su salute ed ecosistema. Ricerca che dovrebbe necessariamente interfacciarsi in maniera imprescindibile con i gestori degli impianti. Non ultima la necessità di inserire l’educazione idrica anche nelle scuole elementari. Educazione che non dovrebbe limitare i suoi temi soltanto nel doveroso intento di insegnare come si possa e si debba risparmiare l’acqua. Ma che dovrebbe anche insegnare i concetti di base della depurazione delle acque.

Un piccolo aiuto potrebbe venire anche dall’informazione. Che dovrebbe cercare meno il sensazionalismo e più la correttezza informativa tecnico scientifica. Viviamo nel periodo di dissipazione della realtà oggettiva, delle fake news, problema ritenuto critico anche dal World Economic Forum.

E’ doveroso segnalare i problemi, ma anche indicare le soluzioni possibili e le scelte che si prospettano. I fanghi non possono sparire per magia, come vuol suggerire il titolo. Possono essere ridotti, gestiti con attenzione e rigorosità. Ma se non destinati all’uso agricolo, che può effettivamente far storcere il naso a molti, le alternative sono discarica, riutilizzo per laterizi o incenerimento. E francamente non so quante persone di un pubblico generalista gradirebbero una qualunque di queste soluzioni.

E a volte mi piacerebbe che la parola fosse maggiormente lasciata a ricercatori o tecnici. Che possano ricordare ccome tutto si trasformi e non si distrugga, magari ricordandolo ai distratti, o a chi lo aveva studiato ed ora lo ha dimenticato.

Si veda anche:

http://www.de-gustare.it/fanghi-agricoltura-solito-caos-allitaliana/

https://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/fanghi-agricoltura-1.3505437

https://www.ilcittadino.it/cronaca/2017/03/17/inchiesta-fanghi-chiesto-il-processo-per-12-persone/UF2ldivngd1z4rjeRP9ix3/index.html

Emergenza in Veneto.

In evidenza

Mauro Icardi.

Una delle cose che più mi fanno pensare è la gran massa di informazioni dalle quali siamo costantemente bombardati. Molte a mio personale parere francamente inutili (penso a quelle di gossip e moda).

Altre sono rilanciate dai quotidiani e dagli organi di informazione, ma decisamente quasi sottotraccia, mentre meriterebbero maggior attenzione.

La notizia invece sparita troppo presto dai media è relativa ad un problema di cui si è scritto su questo blog. Il problema della contaminazione da PFAS nelle acque destinate al consumo umano in alcune zone del Veneto. Nel mese di Marzo il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per i Pfas in Veneto, con la contestuale nomina di un commissario.

La situazione, nota da tempo, almeno dal 2013, non si è riuscita a risolvere se non con una delibera di emergenza. E su questo vorrei ovviamente riflettere. Le province interessate sono tre, Vicenza, Verona, e Padova, area dove la popolazione residente ammonta ad oltre 350.000 persone. L’inquinamento riguarda l’acquifero della valle dell’Agno e il sistema delle risorgive di media pianura. La delibera di emergenza stanzia fondi per 56 milioni di euro, che vanno a sommarsi a quanto già stanziato dalla Regione Veneto.

L’origine della contaminazione era stata a suo tempo individuata negli scarichi di un’azienda della zona, la MIteni di Trissino. Tale conclusione è stata ribadita in due differenti relazioni della commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti, pubblicate a distanza di un anno (8 Febbraio 2017-14 Febbraio 2018),riportanti le conclusioni di studi dell’IRSA-CNR e di verifiche dell’Arpa. L’azienda è stata identificata come sito potenzialmente contaminato e quindi ha iniziato nel Novembre 2013 la messa in opera di un piano per la realizzazione di piezometri per il controllo delle acque di falda, verifiche della qualità ambientale dei terreni e la messa in sicurezza del sito. L’Arpa Veneto ha effettuato verifiche sulla presenza di PFAS sia sulle acque superficiali , sia su quelle reflue. Si sono riscontrate concentrazioni elevate di PFAS anche a monte dei collettori di acque reflue che recapitano nei corsi d’acqua superficiali, a causa della particolare complessità e conformazione del sistema idrico della zona. A seguito della pubblicazione di questi dati da parte di Arpa l’azienda ha rilasciato una dichiarazione nella quale, come già in passato si ritiene se non estranea, quantomeno non l’unica responsabile dello stato di inquinamento della zona.

Permangono in ogni caso alcune questioni fondamentali: la necessità di un controllo capillare del territorio e del suolo. Controllo che deve essere effettuato anche preventivamente. Inquinare il suolo significa un rischio di compromissione delle acque di falda. Situazione non nuova. Quindi occorre porre attenzione sulla prevenzione di questo tipo di inquinamento. Le fonti inquinanti possono continuare ad emettere per lunghi periodi di tempo. I siti contaminati su larga scala sono il risultato e l’eredità di impatti antropici del passato che persistono ancora oggi, come i siti industriali e le aree portuali, dove può essere difficile se non impossibile ripristinare lo stato naturale delle aree interessate con le tecnologie attuali o con un dispendio di risorse ed energie sostenibile. Su questo una riflessione è necessaria.

Altro problema riguarda l’industria chimica che dovrà rivedere i propri processi produttivi. Questo comporterà ovviamente uno sforzo notevole. La questione PFAS in Veneto è la famigerata punta di un iceberg che riguarda tutti i composti chimici biorefrattari. In passato abbiamo sintetizzato molecole durature, indistruttibili. Ci sono servite per innumerevoli usi. Possiamo imparare dal passato. Così come per i tensioattivi, anche per i PFAS le industrie statunitensi e giapponesi hanno fatto uscire dal mercato le molecole di PFAS a lunga catena, ritenute più tossiche e più stabili, e quindi meno degradabili. Una singolare analogia con quanto già avvenuto negli anni 70 per i tensioattivi. Per fare questo è stata importante la sinergia con l’EPA l’agenzia di protezione ambientale degli Usa. Purtroppo la presidenza Trump ha ridotto i fondi all’agenzia statunitense. Tagliati i fondi di 2,6 miliardi di dollari, dimezzato il settore di ricerca, cancellato il Chemical Safety Board per le indagini sugli incidenti nelle raffinerie e in altri impianti industriali. Un programma di rara miopia. Il problema della contaminazione da PFAS investe non solo il Veneto, ma buona parte degli Stati Uniti dove questo tipo di contaminazione riguarda circa 6 milioni di persone. E’ auspicabile che quanto prima questi composti siano normati su indicazioni provenienti dall’OMS e vengano ricercati usualmente. Sarebbe un importante primo passo. La stessa commissione parlamentare italiana, in chiusura della relazione invita a definire in modo completo la fissazione di limiti allo scarico per tutte le matrici ambientali, e per ogni tipo di molecola appartenente alla categoria dei PFAS.

Attualmente un limite di concentrazione univoco non esiste. Per i soli PFOA e PFOAS l’EPA (Environmental Protection Agency) ha stabilito, per le acque destinate al consumo umano una valore limite di 70 ng/lt. In Veneto il limite è fissato 90, e in Svezia sempre 90 ma riferito alla alla somma di undici PFAS (PFBS, PFHxS, PFOS, 6:2 FTS, PFBA, PFpeA, PFHxA, PFHpA, PFOA, PFNA, PFDA). Per quanto riguarda gli studi sulla tossicità di questi composti rimane il problema che gli effetti sulla salute variano con la specie e sono difficili da isolare negli studi sugli esseri umani. Per ora viene indicato il possibile nesso di causalità tra l’esposizione a PFAS e l’insorgenza di patologie quali alcuni tipi di tumore, disordini del sistema endocrino, problemi della fertilità, problemi cardiovascolari. Il che deve indurre un ovvio principio di precauzione . E sarebbe auspicabile (ma forse aleatorio) che le aziende si occupassero con maggior attenzione degli impatti ambientali che provocano. L’azienda moderna dovrebbe avere una attenzione sostanziale agli aspetti etici del proprio modo di operare. A mio parere questo dovrebbe essere uno dei punti distintivi delle aziende moderne.

Rimane poi sempre attuale la necessità di informare la pubblica opinione, rendendola consapevole che anche le scelte personali di ognuno di noi posso influire nel determinare quello che veramente vogliamo per il futuro del nostro ambiente. E per capirlo bisogna anche fare uno sforzo costante di informazione e di conoscenza di base, su concetti tecnici e scientifici. Capiti o ripassati alcuni concetti di base dovrebbe essere più agevole rendersi conto della necessità di modificare i nostri stili di vita.

L’ultimo appello che ultimamente spesso rivolgo, riguarda la collaborazione che le il pensiero tecnico-scientifico deve riallacciare con quello umanistico.

Non riesco a vedere nessuna logica razionale nel chiudere gli occhi, o nel rimuovere i problemi che si stanno ponendo alla nostra attenzione, e che vengono ostinatamente negati o rimossi.

Non vedo niente di razionale né di positivo quando si creano miti consolatori. Quando l’acqua scarseggia, oppure diventa di fatto imbevibile si resiste due giorni. Al terzo giorno bisogna andare da un’altra parte.

Eppure di acqua, di guerre per l’acqua, di scarsità e inquinamento sentiamo parlare da decenni.

Mi piacerebbe che su queste questioni fondamentali si avesse almeno l’accortezza di non banalizzare, né sottovalutare. Gli investimenti sulle reti idriche, sui depuratori, sui laboratori, sull’adeguamento degli impianti esistenti non sono ulteriormente rimandabili. Fermo restando che l’acqua sia un bene indispensabile per la vita umana, e non si debba ridurre ad essere un bene di consumo, su cui creare profitti senza considerare l’aspetto ecologico e sociale della questione, non è pensabile che per esempio il problema della dispersione sulle reti idriche in Italia si trascini da decenni senza trovare una soluzione pratica.

Altri post sul tema:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/12/08/questione-pfas-ovvero-larte-di-spostare-il-problema/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/05/05/inquinamento-da-pfas-in-veneto-riflessioni/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/07/14/smontare-i-mattoncini/

Link utili per approfondire.

https://www.certifico.com/categorie/274-news/5911-delibera-del-consiglio-dei-ministri-21-marzo-2018?tmpl=component&page=

(Delibera consiglio die ministri 21 Marzo 2018)

http://www.veronasera.it/cronaca/pfas-miteni-commenta-dati-arpav-9-aprile-2018.html

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato5940771.pdf (Relazione commissione parlamentare)

http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/documenti/Relazione%20PFAS_2013_2016.pdf/view?searchterm=pfas (Relazione Arpa Veneto Acque reflue)

http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali/acqua/file-e-allegati/documenti/acque-interne/pfas/PFAS_AcqueSup_2015_2016.pdf/view?searchterm=pfas

(Relazione Arpa Veneto su PFAS in acque superficiali)

Charles Schimdt “Acqua non Potabile” Le Scienze ed. Italiana Giugno 2017

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4187289/

(Changing Interpretation of Human Health Risks from Perfluorinated Compounds )