Il rifiuto di tutti i rifiuti

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Mauro Icardi

Il rapporto annuale sullo stato dell’ambiente in Italia , redatto dall’Ispra e presentato lo scorso mese di marzo, relativamente ai rifiuti mostra dati solo parzialmente incoraggianti. In crescita la produzione dei rifiuti urbani (+2%), in linea con l’andamento degli indicatori socio-economici. La produzione pro capite aumenta, passando da 487 kg/abitante nel 2015 a 497 kg/abitante nel 2016.

Il dato incoraggiante riguarda la diminuzione , rispetto al 2014, delle quantità totali di rifiuti smaltiti in discarica pari al 8,3%. Tale diminuzione si deve principalmente ai rifiuti urbani , che diminuiscono di circa il 16,2%, mentre i rifiuti speciali diminuiscono dell’1,8%. La percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti a livello nazionale arriva al 52,6% nel 2016 e cresce del 5% rispetto al 2014. Il dlgs 152/2006 (Norme in materia ambientale) prevedeva che si dovesse raggiungere il valore percentuale del 65% di rifiuti destinati alla raccolta differenziata nel 2012. Il dato invece decisamente negativo riguarda la produzione di rifiuti speciali. Diminuiti del 4% nel biennio 2011-2013 principalmente nel segmento dei rifiuti speciali non pericolosi derivanti da attività di demolizione e scavo. Fenomeno da attribuire alla crisi del settore edile.

Nel triennio 2012-2015 la produzione di rifiuti speciali torna ad aumentare (+ 6,8%).

Questa la situazione attuale. Nel passato però, ed in particolare negli anni in del cosiddetto boom economico i consumi crescono, quasi che il consumo stesso si identifichi come l’elemento unificante dell’Italia, insieme alla visione di Carosello. Io non voglio ovviamente scrivere nulla dell’aspetto sociologico di quegli anni. Voglio solo far notare come consumando di più, si producano ovviamente più rifiuti e scarti.

Oggi in qualche modo siamo più attenti al problema. Ma in passato io ricordo perfettamente che nel piccolo paese di montagna dove soggiornavo in estate con i miei genitori non esisteva un servizio di raccolta rifiuti. Ci venne detto di portare i rifiuti in una depressione a lato del torrente che attraversava la valle. Una discarica a cielo aperto bonificata successivamente, quando i rifiuti vennero poi depositati in una discarica nelle vicinanze di Pinerolo, località poco distante. E quindi la passeggiata serale consisteva in questo. Portare una sacchetto di plastica di rifiuti (ovviamente indifferenziati) pochi metri prima di un parco giochi per bambini. Ho ripensato molte volte negli anni a questo episodio, che allora era purtroppo la normalità. In quegli anni la forma corrente di smaltimento dei rifiuti era la discarica. Il problema che questo tipo di atteggiamento ci ha lasciato in eredità è la gestione del percolato che si forma. Ovvero il rifiuto di tutti i rifiuti.Negli anni le caratteristiche del percolato tendono a variare, e ogni discarica produce percolati qualitativamente e quantitativamente diversi. I trattamenti devono essere valutati attentamente, e possono richiedere nel tempo anche variazioni all’impianto di trattamento originale, oppure la necessità di dover trasportare il percolato fuori dal sito, per destinarlo ad altri impianti di trattamento. I trattamenti biologici aerobici possono essere efficaci nel ridurre i composti organici biodegradabili (BOD) e la maggior parte di quelli totali (COD). Anche nel caso di basse concentrazioni di sostanza organica e BOD5/COD < 0,2 si ha una riduzione del COD fino al 50%. Come per tutti i processi di depurazione occorre porre attenzione a pH, temperatura, e a valutare con attenzione lo stato di salute della biomassa attraverso verifiche di respirometria del fango biologico, per valutarne l’eventuale intossicazione.

I trattamenti chimico fisici invece vanno scelti con attenzione e in generale non esiste un solo trattamento che sia efficace. I trattamenti principali possono andare dall’adsorbimento, all’ossidazione chimica, all’evaporazione, allo stripping. Ognuno di essi ha i suoi vantaggi e le sue problematiche. In generale un pretrattamento chimico fisico può diminuire le percentuali di sostanza organica biorefrattaria per i successivi eventuali trattamenti di tipo biologico. E’ importante ovviamente valutare anche quelli che sono i consumi energetici. Un impianto di evaporazione può arrivare a richiedere da 40 a 70 kWh elettrici e tra i 18 e i 40 kWh termici per metro cubo di percolato trattato.

Il problema del trattamento del percolato si lega ovviamente a quello della salvaguardia delle acque di falda. E se si digita su un qualunque motore di ricerca “percolato e falde acquifere” si potrà vedere come questo problema sia tutt’ora uno di quelli su cui occorre porre molto impegno ed attenzione.

In provincia di Varese proprio in questi giorni è tornato alla ribalta quello della discarica di Gerenzano. E’ una discarica che si trova al confine con la provincia di Varese, situata in una zona fortemente urbanizzata.

La storia di questo sito probabilmente è simile a quella di molti altri. Dal 1960 al 1984 vengono scaricati rifiuti speciali e urbani in maniera indifferenziata. Dal 1985 al 1990 (anno di chiusura della discarica) vengono scaricati i soli rifiuti urbani, fino alla chiusura avvenuta nel 1990. Quello che rimane adesso è un sito di circa 30 ettari con 11 milioni di mc di rifiuti depositati. Con le variazioni di livello della falda, spesso questi rifiuti sono venuti e vengono tutt’ora a contatto con la falda poggiando su strati di ghiaia, non essendo impermeabilizzato il fondo della discarica.

Nel 1981 venne prescritta la costruzione di una barriera idraulica realizzata nel 1987 che aveva lo scopo di abbassare il livello della falda e contenere il deflusso degli inquinanti a valle. Nel 1996 viene realizzato un impianto di depurazione sul sito della discarica. Prima il percolato veniva scaricato direttamente nel torrente Bozzente. Durante gli anni sono stati impermeabilizzati gli strati superiori di rifiuti, si è recuperato all’incirca il 10% di biogas prodotto dalla discarica, questo per mitigare i costi di gestione di un sito che ai sensi della normativa del decreto legislativo 152/206 risulta essere in stato di messa in sicurezza operativa.

Rimane l’incognita dell’inquinamento della falda freatica. Al momento i pozzi di captazione di acqua potabile sono posti al di fuori del flusso di acqua che percola dalla discarica.

Ma la parte di falda contaminata è ormai esclusa dalla possibilità di essere utilizzata per un successivo utilizzo a scopo idropotabile.

La discarica di Gerenzano risulta essere censita da Regione Lombardia nell’elenco dei siti contaminati.

La storia di questo sito è probabilmente uguale a quello di molti altri siti simili presenti in tutta Italia. Ma non solo. Per rendersene conto basterebbe andare a vedere (o rivedere) un film emblematico. Il documentario “Trashed” con Jeremy Irons.Stiamo già vedendo, abbiamo notizia della diffusione ambientale di plastica nell’ambiente, le ormai conosciute isole di rifiuti che galleggiano negli oceani. Ma forse non abbiamo coscienza del fatto che in futuro potremmo trovarci in difficoltà con le acque di falda che dovessero contaminarsi.

Le tecniche per il trattamento abbiamo visto esistono. Ma allo stesso modo occorre adottare atteggiamenti diversi, diminuire per quanto più possibile la produzione di rifiuti, e differenziarli.

E considerando le eredità che ci vengono da un passato spensieratamente consumistico, e le situazioni che invece ancora oggi non sono gestite correttamente nei paesi non meno sviluppati, ma con minori risorse economiche, e meno attenzione tecnico-legislativa al problema la gestione corretta di percolato e rifiuti è un ulteriore anello di una catena di impegni da assumere nei confronti dell’ambiente. E di noi stessi.

https://www.slideshare.net/PierAngeloGianni/indagine-sullo-stato-dellinquinamento-della-falda-a-valle-della-discarica-di-gerenzano

https://www.slideshare.net/PierAngeloGianni/discarica-di-gerenzano-per-non-dimenticare-regione-lombardia-09062014

http://www.varesenews.it/2018/04/ex-discarica-linquinamento-della-falda-freatica-non-si-ferma/704544/

Attualmente non risultano compromesse le falde dalle quali si prelevano acque destinate all’uso potabile, perché poste al di fuori della direzione di flu

Il clorometano, killer silenzioso dei sommergibilisti italiani.

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Mauro Icardi

La seconda guerra mondiale continua ancora oggi ad esercitare interesse ed attenzione. Sia degli storici, ma anche di moltissime persone comuni. Spesso l’interesse non si focalizza sulle vicende storiche o politiche, ma in molti casi sulle vicende quotidiane dei combattenti, oppure sulle caratteristiche tecniche degli armamenti usati in quel conflitto.

Per quanto riguarda l’Italia, è ormai una verità storica che entrò in guerra in maniera affrettata e con una scarsa, se non nulla preparazione militare. Restata inizialmente fuori dal conflitto entra in guerra il 10 Giugno 1940. Povero di materie prime, con un’industria ancora complessivamente debole, provato dal consumo di materiali bellici prima nella guerra italo-etiopica poi nella guerra civile spagnola, il paese non era stato in grado né finanziariamente né tecnicamente di formare un esercito pronto a misurarsi con grandi potenze.

Delle tre armi la marina sembrava essere quella più solida e meglio armata. Ma le deficienze tecniche pesarono anche su di essa. E in particolare sui sommergibili che operarono nell’Africa Orientale Italiana.

Sui sommergibili italiani erano montati impianti di condizionamento dell’aria in cui veniva utilizzato il clorometano (ma in tutte le cronache dell’epoca indicato come cloruro di metile), la cui tossicità e pericolosità si era già evidenziata negli anni precedenti al conflitto.

A differenza di quanto avveniva durante le esercitazioni, durante le azioni di guerra l’impianto di condizionamento dei sommergibili maggiormente sollecitato tendeva a favorire le fughe di gas. Dopo diversi altri incidenti nel 1939 la pericolosità era ormai nota, ma sottovalutata pensando che non si raggiungessero concentrazioni eccessive ed esposizioni prolungate.

L’entrata in guerra vide i sommergibilisti italiani risentire in maniera invece evidente di questo problema.

Se il sommergibile per necessità doveva prolungare l’immersione gli effetti del gas diventavano letali.

Molti membri dell’equipaggio, sia ufficiali che soldati passavano da stati di follia e di perdita di lucidità, fino alla morte a causa dell’atmosfera inquinata all’interno dei sommergibili. Se per ovviare a questo problema si disponeva lo spegnimento prudenziale dell’impianto le condizioni ambientali diventavano insopportabili. Sul sommergibile Perla in camera di lancio la temperatura arriva a toccare i 64°C.

E le fughe di gas porteranno ad una strage di mezzi e di uomini.

Il sommergibile Archimede partì per la sua prima missione il 19 giugno 1940, ma dovette rientrare ad Assab (Eritrea) dopo una settimana perchè le perdite di cloruro di metile avevano ucciso sei uomini; ventiquattro marinai rimasero gravemente intossicati e otto impazzirono. L’apparato di condizionamento fu poi modificato sostituendo il cloruro di metile con il freon.

Il sommergibile Macallè partito da Massaua il dieci giugno 1940, giorno della dichiarazione di guerra finì incagliato il giorno 14 davanti al faro di Hindi Giber. Erano intossicati tutti gli ufficiali e quasi tutto l’equipaggio. Si verificarono casi di impazzimento e delirio.

Questa erano le condizioni in cui i nostri soldati dovettero combattere in guerra. E la vicenda dei sommergibili non fu purtroppo l’unica. Dopo queste intossicazioni su alcune unità si sostituì il clorometano con il Freon. Esiste un progetto di crowfunding patrocinato da “Produzioni dal basso” che vuol produrre un documentario dal titolo “Tornando a casa” e riportare nel cimitero di Castiglione Falletto in provincia di Cuneo i resti del marinaio Carlo Acefalo, morto per intossicazione sul sommergibile Macallè. La madre Cichina (diminutivo di Francesca) aspettò invano il suo ritorno, e poi la restituzione della salma. E morta nel 1978 indossando al collo un ciondolo con la foto di Carlo.

Cosa vogliamo scegliere?

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Mauro Icardi

Ho ritrovato recentemente in un angolo della mia libreria, un numero della rivista “Urania” risalente al 1977. E’ il primo volume dei racconti di Isaac Asimov intitolato “Antologia del bicentenario”.

Più che i racconti ho trovato molto interessante la rilettura di un articolo che Asimov scrisse originariamente nel 1975 intitolato “ Best foot backward “ e che in Italiano è stato tradotto “Cosa sceglierete?

Il noto scrittore britannico di fantascienza, ma anche divulgatore scientifico, in questo articolo si schiera apertamente a favore della ricerca scientifica, e delle ricadute che essa ha avuto sulla nostra vita quotidiana, in particolare nel miglioramento delle sue condizioni.

Asimov oltre ad essere considerato uno dei maggiori scrittori di fantascienza, era anche un biochimico.

E in questo articolo fa due esempi legati in qualche modo alla chimica, che ci mostrano come non sempre le scelte siano facili, e come il giudizio su di esse debba essere meditato.

Il primo esempio che ho trovato molto interessante riguarda il chimico italiano Ascanio Sobrero e le sue ricerche sulla nitrazione di composti organici, che portarono alla sintesi prima della piroglicerina e successivamente della nitroglicerina. Sobrero però rimase molto colpito dagli incidenti che si potevano verificare nella manipolazione di questo prodotto. Decise quindi di studiarne altre proprietà in particolare quella di essere utile per la vasodilatazione sanguigna a basso dosaggio in campo farmacologico, nel trattamento delle insufficienze cardiache. Nello stesso periodo Alfred Nobel che soggiornava in quel periodo in Piemonte si dedicò a portare avanti lo studio degli esplosivi ed in particolare della nitroglicerina riuscendo a perfezionarne l’uso attraverso l’invenzione delle cartucce di dinamite, riempite di farina fossile o di segatura. L’industria degli esplosivi diventò quindi una realtà. Nel 1873 la fabbrica Dinamite Nobel di Avigliana entrò in funzione. Entrambi gli scienziati, soprattutto Nobel furono tormentati dal possibile utilizzo a scopi bellici delle loro scoperte. E Alfred Nobel decise per questa ragione di istituire il premio intitolato al suo nome. Certamente per lasciare un ricordo migliore di se.

Asimov però nel suo articolo ci ricorda come l’utilizzo della dinamite sia servito anche per rendere meno faticoso per esempio lo sviluppo delle reti ferroviarie.

Per secoli i lavori di edificazione di qualunque tipo di manufatto (Asimov cita per esempio l’edificazione di edifici) si erano serviti di una massa di operai non qualificati, ma prima ancora di schiavi. Quindi l’invenzione degli esplosivi non può essere vista unicamente in maniera negativa. Purtroppo la tendenza ad utilizzare le nuove invenzioni per scopi di guerra ed aggressione è un tema che deve essere affrontato probabilmente da etica e filosofia. Ma la storia della creazione dell’industria degli esplosivi ben si presta a far comprendere quanto non sia possibile esprimere giudizi affrettati su quanto la ricerca produce. E in particolare la ricerca in chimica.

Una seconda parte dell’articolo poi prende in esame l’aumento della vita media, dovuto allo sviluppo delle reti fognarie e dell’ingegneria ambientale. Ricordando che prima di queste realizzazioni molte malattie rendevano la vita più breve e meno piacevole. La difterite per esempio.

L’articolo riletto oggi è nel suo complesso attuale, forse un po’ troppo improntato ad un’esaltazione quasi positivistica del progresso scientifico. Ma è una lettura che fa riflettere. Senza tutte le scoperte degli ultimi due secoli, abbiamo mai provato ad immaginare quale potrebbe essere la nostra vita? Senza medicinali, reti fognarie, e per restare a scoperte in campo prettamente chimico la nostra stessa vita di relazione che si è modificata per esempio dopo l’introduzione della pillola anticoncezionale.

Tutto questo oggi è messo in discussione da problemi che ci pressano. E che si possono riassumere in un solo grande problema. La necessità di capire che non possiamo oltrepassare i limiti fisici su questo pianeta. Dobbiamo diventare parsimoniosi e capire che possiamo vivere in modo da garantire a tutti un tenore di vita accettabile, e ridurre alcune macroscopiche diversità. Ma rileggere questo articolo mi ha in qualche modo dato la possibilità di trovare il modo di rispondere a chi, quando si parla di questi temi non ha altre argomentazioni che quella di tacciarmi da retrogrado. Ed allo stesso tempo un articolo che può aiutare a confutare alcune tendenze odierne decisamente pericolose. Perché Asimov cita anche i progressi della medicina dovuti a Jenner inventore del vaccino e a Pasteur cui dobbiamo l’invenzione della moderna microbiologia.

Asimov chiude l’articolo con queste parole.

Adesso tiriamo le somme. La grande strada presa dalla scienza e dalla tecnologia moderne può anche non piacervi. Ma non ne esistono altre. Quindi potete scegliere: una vittoria possibile con la scienza e la tecnologia, o una sicura disfatta senza di loro. Che cosa scegliete?

Mai come adesso dobbiamo essere coscienti del tenore di vita di cui abbiamo potuto godere, almeno nel mondo occidentale. Ora dobbiamo affrontare cambiamenti che potrebbero modificare le nostre abitudini. E cambiare le abitudini è sempre faticoso, a qualunque livello. Ma dobbiamo in ogni caso utilizzare le conoscenze che già possediamo, orientandole verso queste nuove sfide. Cedere alle mitizzazioni non credo porti da nessuna parte.

 altri articoli sul tema:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/10/03/i-due-volti-della-chimica/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/05/02/molecole-a-due-facce/

 

Giornata mondiale dell’acqua 2018 “La natura per l’acqua”

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Mauro Icardi

Anche quest’anno si celebra la giornata mondiale dell’acqua. Il tema di quest’anno è “Acqua e natura”, ovverosia ricercare soluzioni basate sulla natura per affrontare le sfide idriche del nuovo millennio.

L’appuntamento annuale, sia pur simbolico va ovviamente ricordato. Dovrebbe servire a ricordarci che l’acqua è un bene indispensabile per la vita umana. Imprescindibile.

Credo che molte, troppe, persone si dimentichino di questo concetto di base, distratti dal semplice gesto di aprire un rubinetto e vedere scorrere l’acqua. Senza chiedersi cosa ci sia dietro, quali risorse in termini monetari e di personale qualificato siano necessarie per la corretta gestione. Ho sostenuto diverse volte, sulle pagine di questo blog, come sul tema acqua si faccia spesso confusione, e in qualche caso anche dell’inutile demagogia. Mi rendo conto che troppo spesso informazioni che oggi chiamiamo bufale o fake news, e che una volta avremmo definito chiacchiere da bar hanno purtroppo maggior riscontro di interesse ma provocano notevoli danni, che spesso sembra rendano inutili gli sforzi di informazione e di divulgazione. E’ un problema che ovviamente coinvolge tutte le tematiche riguardanti i temi ambientali. Qualcosa che i tecnici o i ricercatori non possono risolvere da soli, senza l’aiuto determinante di chi si interessa del comportamento umano. Io ho ricordi personali di come mia nonna, che già anziana doveva pescare acqua dal pozzo della cascina dove viveva, e che per questa ragione poneva molta attenzione all’uso che faceva dell’acqua. Anche nelle pratiche di irrigazione, dell’orto e dei vasi di fiori che disponeva sui davanzali. Questo ricordo è stato utile e formativo. Anche se succedeva nel Monferrato negli anni 70 e non in un paese africano ai giorni nostri.

Da tecnico mi sono reso conto che molte volte gli appelli al risparmio idrico vengano colpevolmente sottovalutati, anche se nutro fiducia che questo tipo di malcostume dovrà cessare.

La scorsa estate è stata significativa in questo senso, basta andare a rivedere le cronache per rendersene conto.

Tra le iniziative che si possono segnalare quella che si terrà a Roma a cura dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

http://www.sinanet.isprambiente.it/gelso/eventi/xviii-giornata-mondiale-dell2019acqua-2018

I temi del convegno si focalizzano sulla corretta gestione delle acque sotterranee destinate al consumo umano. Quelle che necessitano di maggior protezione dalle contaminazioni di agenti inquinanti.

Oltre a questo i prelievi eccessivi, per esempio l’acquifero di Ogallala negli Stati Uniti dove i prelievi di acqua cosiddetta fossile (e quindi non rinnovabile) ammontano circa 26 km3 all’anno (consumo stimato nel 2000).

Sappiamo da anni che occorre incrementare non solamente il risparmio, ma il riuso e la diversa destinazione di vari tipi di acqua. Non ha molto senso utilizzare acqua potabile per i servizi igienici.

Il tema acqua e natura allarga la visuale anche alla protezione dei corsi d’acqua, delle aree umide. E si lega a quello dell’inquinamento ambientale in senso più ampio.

La natura ci ha già dato una mano in passato, considerando che per esempio le tecniche di depurazione classiche sono nate proprio trasferendo in impianti dotati di depurazione quelli che sono i processi autodepurativi naturali. Attualmente queste tecniche sono supportate da altre innovative, che migliorano il processo nel suo insieme. Ma nessuna tecnica, qualunque essa sia, potrà funzionare se non ci si rende conto di quanto sia importante l’acqua. Che è un diritto non solo per noi esseri umani, ma per le comunità ecologiche in generale. Questo credo vada sottolineato, perché spesso è un concetto dimenticato e non conosciuto. Per chiudere occorre anche doverosamente ricordare l’impegno che il settore chimico ha per la protezione dell’acqua. Non fosse altro che per il controllo a livello analitico di inquinanti vecchi e nuovi, che devono essere monitorati. Per i nuovi limiti di concentrazione e di rilevabilità che dal punto di vista quantitativo sono sempre più bassi.

Non siamo ovviamente i soli che si devono occupare di questo tema, ed è fondamentale la collaborazione con altre discipline scientifiche e tecniche. Anche questa collaborazione è imprescindibile. E in ultimo l’appello che sempre mi sento di dover ripetere. La collaborazione sia a scopo operativo, che divulgativo con le scuole e le Università. Educazione idrica e ambientale diffusa. A partire dalle scuole elementari. Quando ho tenuto lezioni nelle scuole ho sempre riscontrato interesse e arricchimento reciproco.

Auguro a tutti una buona giornata dell’acqua. Per chiudere ci sarebbero moltissimi aforismi che si prestano.

Ma questo tratto da “La ballata del vecchio marinaio” di Samuel Taylor Coleridge credo sia il più adatto.

“Acqua, acqua ovunque. E non una goccia da bere”

Acque amare

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Mauro Icardi

Nella mia formazione personale il tema della tutela delle risorse idriche e dell’inquinamento idrico è presente direi da quando ho iniziato il percorso scolastico, cioè dalla scuola elementare. Oltre ad aver seguito lezioni scolastiche, ero interessato e mi preoccupavo di questo tema.

Gli anni 70 come sappiamo sono stati quelli in cui per la prima volta il tema dell’inquinamento ( non solo quello idrico) arrivò anche all’opinione pubblica. Finendo poi per diventare un mantra al quale forse troppi si sono abituati. A distanza di decenni la situazione della risorsa idrica mostra sia segnali incoraggianti, che situazioni molto preoccupanti che dovrebbero essere valutate con attenzione. E a cui si dovrebbero destinare finanziamenti e risorse.

In Italia per molti anni, leggendo libri sia di divulgazione, che testi scolastici o universitari si citavano molto spesso i fiumi Lambro, Seveso, Olona come i casi più eclatanti di inquinamento. Ma anche il caso del fiume Po. La promulgazione della legge Merli diede l’avvio alla costruzione dei depuratori, ai controlli sugli scarichi. Fu un importante primo passo. Che di solito è sempre il più faticoso.

Ma se a distanza di decenni osserviamo la situazione a livello mondiale, possiamo constatare che c’è ancora molto lavoro da fare.

Molti fiumi in tutto il mondo sono sottoposti a grave stress per diverse ragioni. Inquinamento, pesca, dighe e canali artificiali sono le principali cause dello sconvolgimento di interi ecosistemi che si sono sviluppati nel tempo lungo i corsi d’acqua.  Alcuni fiumi sono ancora oggi l’esempio di quello che per noi furono i fiumi Italiani. Ed è abbastanza sconfortante, anzi piuttosto triste vedere che ci sono alcuni fiumi in condizioni davvero molto precarie.

Il Rio Bravo o Rio Grande è il più importante confine naturale tra gli Stati Uniti e il Messico: a causa della costruzione di dighe e canali di irrigazione per deviare le acque verso i campi coltivati e le città, gravi siccità hanno colpito l’area. Il volume del grande fiume diminuisce giorno per giorno, e le sue acque sono inquinate dagli scarichi di varie industrie.

Il Danubio soffre di un eccesso di nutrienti, soprattutto da fertilizzanti. A questo problema si aggiunge un cattivo trattamento delle acque reflue, che aumenta l’inquinamento.

Un bambino nuota nel Gange, fiume sacro per gli indiani

 Il fiume Gange è poi l’esempio di una forte contraddizione. Situato nel nord dell’India, questo fiume, considerato sacro per milioni di indiani che vi si recano in pellegrinaggio, è diventato una discarica di resti umani, industriali e corpi animali. Circa un miliardo di litri di liquami non trattati vengono scaricati ogni giorno nel fiume. La rapida crescita della popolazione dell’India, insieme a normative permissive del settore, ha portato enormi pressioni sul corso d’acqua più importante del Paese. Migliaia di corpi umani e animali vengono cremati sulle sue rive o gettati nella corrente, nella speranza che le loro anime possano accedere al Paradiso.

Per chiudere questo triste elenco (per altro del tutto parziale) possiamo ancora citare il fiume Yangtze.

 Rifiuti, pesticidi e fertilizzanti hanno quasi annientato il fiume più lungo del continente asiatico. Dalla sua origine nell’altopiano del Tibet, lo Yangtze si estende per quasi 6.400 chilometri, sfociando nel mare dal porto di Shanghai. La sua devastazione è stata causata dallo sviluppo di infrastrutture, di centrali idroelettriche, inondazioni, deforestazione, inquinamento, sedimentazione, distruzione delle zone umide e interruzione dei flussi idrici.

Tutto questo lascia perplessi. Si sono ripetuti negli anni errori già fatti. Eccessiva costruzione di dighe che hanno finito per modificare l’equilibrio idrogeologico. La considerazione totalmente sbagliata, ma che si sarebbe già dovuta superare che esistesse un potere autodepurativo o di diluizione degli scarichi praticamente infinito. Ma se tutto questo poteva essere comprensibile a metà ottocento, quando il fenomeno chiamato la “grande puzza di Londra” diede il primo segnale di allarme dell’effetto disastroso dei reflui non trattati nelle acque di un fiume, questa situazioni oggigiorno lasciano sbigottiti.

Il fiume Yangze presso Shangai

 E ovvio che si debbano adottare tutte le misure del caso. E che questo lavoro debba coinvolgere più soggetti in un grande lavoro. Ma rimane come sospeso il problema fondamentale. Che a mio parere non credo sia esagerato definire antropologico, ancor prima che sociale. La presa di coscienza che occorre che siano cambiati diversi atteggiamenti. Che insistere nel considerare i fiumi i collettori di scarico non solo dei nostri rifiuti metabolici , o dei nostri residui industriali, ma anche della nostra incapacità di immaginare e costruire un nuovo modo di pensare a come utilizziamo le risorse del pianeta, in special modo quelle non rinnovabili. Qualcuno potrebbe obbiettare che in teoria l’acqua non è una risorsa non rinnovabile, ed avrebbe ragione. L’acqua ha un ciclo. Ma questo ciclo è ormai disequilibrato. Esistono innumerevoli tecniche di trattamento delle acque. Alcune sono tecniche mature, altre emergenti. Ma è un errore concettuale grave quello di affidare le nostre speranze, in maniera acritica alla sola tecnologia. E quindi le riserve di acqua di buona qualità vanno tutelate. E vanno differenziati gli usi dell’acqua. Occorre un cambiamento di mentalità, ed occorre iniziare il prima possibile a metterlo in pratica. La chimica ha davanti a se la necessità di modificare i propri cicli di produzione, attivandosi per trovare il modo di non produrre molecole biorefrattarie. Lo sta già facendo attraversando un suo cambiamento intrinseco. Ma non può essere vista come la sola responsabile. E’ importante un grande mutamento che per prima cosa ci faccia riscoprire il valore della consapevolezza. Tutto dovrebbe partire da questo. Dal ritornare a guardare la realtà delle cose.

Accanimento non terapeutico.

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Mauro Icardi

Certamente non è una cosa che faccia piacere ai chimici pensare a come venga percepita, la Chimica, nell’immaginario dei non chimici. E questo atteggiamento preconcetto, io credo non deponga in generale a favore di una necessità evidente di contrastare la diffusione dell’analfabetismo di ritorno, delle fake news, e in generale della sovraesposizione a notizie banali, quali ad esempio quelle che si occupano di gossip.

Essere interessati alla propria professione, all’interesse mai interrotto per la scienza che è diventata strumento di lavoro e apprendimento, spesso espone a fraintendimenti che, personalmente trovo molto fastidiosi.

E tutto questo aumenta una sensazione di estraneità che qualche volta pesa.

L’ultimo episodio mi è capitato durante una degenza ospedaliera. In questa circostanza, oltre a pensare alla guarigione, è necessario pensare ad impiegare il tempo in maniera proficua.

Io ho chiesto a mia moglie di portarmi il libro di Marco Malvaldi “L’architetto dell’invisibile – ovvero come pensa un chimico”. Era sul comodino della stanza d’ospedale. Una sera, un’operatrice sanitaria lo ha adocchiato, preso in mano, e dopo aver guardato la copertina e letto il titolo, posato di scatto con un atteggiamento piuttosto plateale. Le ho chiesto il perché, ricevendo come risposta una sorta di borbottio, ed una molto generica spiegazione di idiosincrasia alla materia.

Ora, se una persona frequenta le librerie (purtroppo da proteggere come qualsivoglia animale in via d’estinzione), si può accorgere delle decine di libri che insegnano a vincere la paura della matematica, o della fisica.

Si trovano molti libri di divulgazione chimica, anche se a mio parere in numero leggermente minore, ma l’idea di scrivere un libro per vincere la paura della chimica potrebbe essere interessante.

Nelle pagine di questo blog si è scritto più volte in difesa della chimica, si è ripetuto quali siano i più diffusi luoghi comuni su questa scienza. Luoghi comuni che lo stesso Malvaldi riesamina, a partire da quello più diffuso che vede i termini “sintetico” o “chimico” come negativi, in contrapposizione a “naturale” che invece è percepito univocamente come positivo. Ma le aflatossine ad esempio, o la cicuta sono quanto di più naturale vi sia , eppure le prime sono molto tossiche e cancerogene, e l’estratto della seconda fu responsabile della morte che Socrate volle autoimporsi.

Altra riflessione che mi sento di fare è questa: occorre trovare un modo per appassionare le persone non solo alla scienza, ma in generale alla lettura, alla riflessione e allo sviluppo di capacità critiche. Tutte capacità ormai rare. La chimica ha nella sua dualità benefici/rischi già una sorta di peccato originale, una sorta di destino per il quale è tacciata di ogni nefandezza. E tutto questo fa dimenticare a troppi quanto invece le dobbiamo, e quanto del benessere (per altro da ripensare nei suoi aspetti maggiormente dissipativi) di cui attualmente possiamo ancora godere, sia dovuto alle scoperte dei laboratori o dei reparti di produzione.

Come dicevo i libri di divulgazione chimica ci sono. Sono disponibili credo nelle biblioteche di qualunque città o piccolo centro. Si possono acquistare così da averli sempre a disposizione per riguardarli. In rete ci sono innumerevoli siti per chi abbia il coraggio, la voglia e la curiosità di conoscere questa scienza. Basta avere un poco di quella che una volta veniva definita “buona volontà”. Per altro da estendersi a tutte le discipline scientifiche. Ma per la chimica almeno per tentare di modificare una cattiva reputazione decisamente immeritata. E sono convinto che una volta conosciuta, possa riservare sorprese a chi, per abitudine ne ha una visione negativa, ma non reale.

Pericolose assuefazioni

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Mauro Icardi

Durante gli anni abbiamo sentito spesso ripetere dai media, dagli enti deputati al controllo della qualità dell’ambiente quali l’Arpa, e dall’ istituto superiore di sanità la pericolosità degli ossidi di azoto, in particolare l’NO2. Componente naturale dell’aria che respiriamo, ma presente in concentrazione bassa (0,02 ppm). I processi di combustione legati alla produzione di calore ed energia ed al traffico autoveicolare (soprattutto veicoli diesel) contribuiscono notevolmente ad aumentare la concentrazione dell’NO2 nelle aree urbane, al punto che l’NO2 è ragionevolmente considerato un tracciante dell’inquinamento da traffico.

In ambiente urbano le concentrazioni medie annuali possono variare da 20 a 90 μg/m3, ma il limite che l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) suggerisce di non superare, a tutela della salute umana, è di 40 μg/m3 come media annuale e di 200 μg/m3 come concentrazione media oraria.

Gli effetti sulla salute umana di questo inquinante, desunti da sperimentazioni su animali, vanno dalle irritazioni delle vie aeree superiori, alla cronicizzazione di bronchiti ed asma. Più di recente sono stati definiti i possibili danni dell’NO2 sull’apparato cardio-vascolare come capacità di indurre patologie ischemiche del miocardio, scompenso cardiaco e aritmie cardiache.

Tutto questo è stato ribadito nella trasmissione “ Presa diretta” dove nella puntata del 5 Febbraio scorso è stato mostrato come l’associazione “Cittadini per l’aria” in collaborazione con la divisione di chimica dell’ambiente della Società Chimica Italiana abbia dato il via ad una capillare campagna di monitoraggio dell’NO2 a Roma. Campagna già effettuata anche a Milano con le stesse modalità.

Tramite il posizionamento di campionatori passivi che possono essere posizionati ad esempio sui pali dei segnali stradali, o dell’illuminazione pubblica si ha modo di raccogliere una quantità di dati che daranno una mappa dettagliata delle concentrazioni di questo inquinante.

L’iniziativa è certamente valida e lodevole. E’ un punto di partenza per monitorare uno dei numerosi inquinanti presenti nell’aria delle nostre città. E’ un’iniziativa che, a mio modo di vedere deve servire per renderci maggiormente consapevoli di cosa stiamo facendo al nostro ambiente, e a quali rischi per la nostra salute stiamo andando incontro. Le pericolose assuefazioni di cui parlo nel titolo, sono quelle a cui negli anni abbiamo finito per non opporci più. Pensando inconsciamente che smog ed inquinamento fossero il prezzo che occorreva pagare per garantire uno stile di vita moderno. Accorgendoci invece che questo prezzo ha limitato anche il nostro diritto a muoverci.

Sempre più frequentemente le autorità sanitarie raccomandano di non uscire in determinate ore del giorno, quando per esempio i livelli di smog non sono tollerabili e potrebbero danneggiare la nostra salute. Non si tratta solo del diossido d’azoto, ma penso anche all’ozono durante le giornate molto calde.Da sempre ho cercato di fare la mia parte. Sono purtroppo incappato in un incidente mentre ero in bici e mi stavo andando al lavoro.

Ma quando sarò ristabilito non credo che smetterò di utilizzarla. Ma quello che mi auguro e che si capisca quanto prima, che non è il gesto del singolo che può risolvere questo tipo di problemi. Occorre pensare e costruire (cosa certamente faticosa, ma necessaria) una nuova visione dei nostri bisogni e delle nostre reali priorità. Capire finalmente che stiamo correndo in direzione di una sorta di suicidio ecologico collettivo. Inerti ed incapaci di fare sforzi di cambiamento. Eppure i segnali di allarme che stiamo consapevolmente trascurando ci sono. Io penso sia un cambiamento da affrontare. Altrimenti continuare a far finta di nulla, è come quando da bambini ci si copre gli occhi per non vedere. Significa cullarsi in un sorta di pensiero magico di ritorno. Che è illusorio. Ma non dispero, e non mi arrendo.

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