Terrawash, la nuova “palla” magica.

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Mauro Icardi

Ad inizio dicembre un noto quotidiano italiano ha pubblicato un articolo nel quale si decantavano le “miracolose” proprietà di un prodotto denominato “Terrawash”. Prodotto che prometteva e promette di essere un detergente biologico, non inquinante. Mentre leggevo l’articolo qualcosa mi ha fatto pensare di voler approfondire i termini della questione. Prima osservazione, che occorre ripetere è come gli articoli pubblicati sui quotidiani e che trattano temi tecnici, e specificatamente chimici abbiano sempre titoli fuorvianti. Ormai è una situazione alla quale credo ci stiamo purtroppo abituando. Sappiamo che se qualcuno viene ustionato con soda caustica probabilmente il titolo potrà essere “Sfigura il rivale in amore con l’acido”.

Tornando al prodotto miracoloso una ricerca in rete mostra una pagina nelle quali sono elencati i motivi per i quali si dovrebbe utilizzare questo prodotto. Contenuto in un piccolo sacchettino riutilizzabile per più lavaggi. Si parla di magnesio purificato, si decantano le proprietà e poi si dice che il prodotto detergente è privo di sostanze chimiche.

Qui la riflessione è ovviamente doverosa. Posso immaginare che chi ha redatto il foglio illustrativo usi ogni strategia per venderlo. E per far breccia utilizzi la mai sopita chemofobia. Ma qui c’è una confusione ed una leggerezza che sfiorano l’umorismo. Il magnesio viene prodotto industrialmente per elettrolisi di cloruro di magnesio. Una tecnica consolidata di chimica industriale.

Se si va a leggere sul sito dell’azienda https://www.terrawashmg.com/how-it-works-1 viene spiegato il meccanismo per cui il prodotto sarebbe un ottimo detergente.

Magnesio che liberando idrogeno in acqua calda (in realtà all’ebollizione) “forma acqua alcalina ionizzata che facilità l’eliminazione dello sporco dai tessuti”. Il termine acqua ionizzata è molto di moda, basta fare ricerche in rete per rendersene conto.

Mgs) + 2 H2O(l)  Mg++(aq) + 2 OH(aq) + H2(g)

Il meglio però deve ancora venire. Il prodotto non agirebbe come un normale tensioattivo in commercio, cioè diminuendo la tensione superficiale dell’acqua per aumentare la bagnabilità dei tessuti. In realtà la sua caratteristica sarebbe quella “di ridurre le dimensioni delle molecole d’ acqua” o dei loro “clusters” i loro gruppi, che diverrebbero più penetranti. Il motivo sarebbe aver “incontrato” la più piccola molecola di idrogeno!

In realtà tutto si riduce appunto a produrre idrogeno gassoso, un poco di idrossido di magnesio che è poco solubile (il vecchio latte di magnesia) ed ha certamente meno efficacia sgrassante della soda caustica che è uno dei componenti dei normali saponi.Continuando a indagare sul prodotto si scopre che nelle indicazioni di uso però, non si esclude la possibilità di utilizzare normale detersivo insieme al prodotto.

Tutta la cosa una volta vista con un poco di attenzione si rivela per quello che è.

Una assurdità. Una “palla”, una bufala.

Il tutto probabilmente dovuto al fatto che, oltre ad essere chemofobici, stiamo diventando un po’ tutti maniaci della pulizia. E’ pur vero che sono state proprio le schiume dei tensioattivi a dimostrare palesemente negli anni 70 che lo stato dei fiumi era pessimo. Ed in quel periodo eravamo bombardati da pubblicità di ogni tipo che ci invitavano ad avere il bianco più bianco. Sono passati decenni, e lo sviluppo impetuoso di catene di supermercati che vendono esclusivamente prodotti per la detergenza e che si sono moltiplicate e tornano a bombardarci con pubblicità continue.

Probabilmente questo prodotto avrà forse un minimo effetto igienizzante, nulla di più. Ma sfrutta ancor una volta alcune delle idee preconcette che tutti abbiamo. E mi ricorda una vicenda simile per certi versi: quella delle “Biowashball”, “Palla Linda” ed altre con nomi simili che promettevano la stessa cosa. Ridurre l’uso di detersivi, ma che in realtà non avevano alcuna efficacia pulente.

Converrà ritrovare il senso critico perduto, per non credere a chiunque proponga soluzioni miracolose, oppure semplici quando i problemi sono complessi. Ultima annotazione su questa vicenda. L’azienda produttrice sembra essere giapponese, mentre il quotidiano riportava la notizia che il Terrawash fosse invenzione di un imprenditore risicolo italiano. Serve dire altro?

L’acqua percepita.

In evidenza

Mauro Icardi

Pochi giorni fa mi è capitato un episodio che mi ha indotto a qualche riflessione.

Durante la pausa pranzo, nel locale mensa stavo riempiendo la borraccia della bicicletta, mezzo che uso per recarmi al lavoro, dal rubinetto della rete idrica. Un collega mi ha guardato e mi ha chiesto perché non la riempissi con acqua in bottiglia, dicendomi anche, in maniera piuttosto esplicita che a suo giudizio l’acqua del rubinetto non fosse buona, anzi che “facesse schifo”.

L’episodio è abbastanza singolare per alcuni motivi. Il primo è che entrambi lavoriamo in un’azienda che si occupa di gestione del ciclo idrico. Per la verità la gestione dell’acqua in provincia di Varese è (purtroppo) ancora frammentata in tre differenti gestori per quanto riguarda la fornitura di acqua potabile. L’azienda per la quale lavoro gestisce una parte significativa della fornitura idrica potabile a livello provinciale.

Il laboratorio dove lavoro è situato alla periferia di Varese, e la fornitura di acqua potabile è a carico di un’altra società. Esaurito il preambolo ho trovato piuttosto strano che il mio collega, che conosce il lavoro che faccio avesse un’idea così negativa dell’acqua del rubinetto.

Io gli ho risposto che per scelta, non solo uso la bicicletta per gli spostamenti quotidiani, ma anche che bevo quotidianamente acqua del rubinetto. Dopo la chiacchierata ognuno è poi tornato alle proprie occupazioni. Io in laboratorio, e lui all’attività di gestione e manutenzione del depuratore dove è inserito il laboratorio.

La vicenda in sé mi ha confermato una cosa: la prevalenza di una idea diffusa. Cioè che l’acqua del rubinetto sia troppo dura, che sappia di cloro, che le tubazioni siano vecchie, e quando non lo siano quelle dell’acquedotto, lo siano quelle del proprio condominio. Queste sono solo alcune delle obiezioni più diffuse di chi utilizza acqua potabile per usi diversi dal bere. In realtà per la mia esperienza personale non credo che le cose stiano esattamente così. Ho bevuto quasi da sempre acqua potabile. In strada dalle fontanelle, e a casa (quando ancora vivevo a Settimo Torinese) sempre dal rubinetto, magari con l’aggiunta delle polveri per acqua da tavola, che ormai sono quasi oggetti di modernariato.

Per quanto riguarda invece l’avversione di molte persone a bere acqua di rubinetto mi chiedo quanto possano influire le martellanti campagne pubblicitarie che negli anni ci hanno mostrato fantomatiche “particelle di sodio” solitarie e tristi, oppure che ci ricordano (in una recente pubblicità) che per una certa acqua con giuste percentuali di calcio e magnesio sia tutta “questione di chimica”.

Forse per questa ragione gli italiani sono così affezionati all’acqua in bottiglia, tanto da esserne i primi consumatori in Europa con 208 litri all’anno secondo i dati riferiti al 2015 da beverfood.com e terzi al mondo secondo Statista.com.

Col tempo poi si sta assistendo ad una tendenza particolare. Sembra che l’acqua si stia trasformando in qualcosa di diverso. L’acqua deve essere colesterol free, vitaminizzata. Si sta affermando la figura del water sommelier, l’assaggiatore di acqua nei ristoranti

Purtroppo tra molte persone si sta facendo strada l’idea che ci possano essere contaminazioni nella rete di acquedotto, mentre l’idea che l’acqua che viene imbottigliata a pochi metri dalla sorgente sia garanzia di miglior qualità. Poi per molti è del tutto secondario che quest’acqua possa viaggiare per chilometri da un capo all’altro dell’Italia, e che esista un problema legato ai rifiuti di plastica.

Viaggiando molto in bicicletta vedo moltissime bottiglie di plastica ancora buttate ai lati delle strade.

L’impegno che io ritengo debba essere prioritario da parte delle aziende di erogazione di acqua potabile credo sia quello di essere maggiormente impegnate in un opera di informazione seria e capillare, in un continuo filo diretto con gli utenti, per fugare timori che sono molto spesso infondati. Parallelamente deve (ed è fondamentale) partire una massiccia opera di ristrutturazione delle infrastrutture della rete acquedottistica. La percentuale di acqua ancora dispersa nelle reti di acquedotto continua ad aggirarsi intorno a valori del 50%.

Rimane la questione del gusto dell’acqua, ma sono convinto che una prova di assaggio di diverse acque in bottiglia non gasate, con l’inserimento di un’acqua di acquedotto lasciata riposare per essere liberata dal cloro volatile residuo, probabilmente non permetterebbe all’ipotetico assaggiatore di identificarla tra le altre, soprattutto quando non sono addizionate di anidride carbonica.

In un contesto generale di scarsità idrica dovuta ai cambiamenti climatici, credo che occorra tornare ad un approccio più naturale al normale gesto di bere un bicchier d’acqua.

Trovo paradossale che per anni si sia sostenuto che l’acqua non dovesse essere una merce, riferendosi a quella potabile, mentre si accetta senza nessuna obiezione di pagare un prezzo molto più alto per l’acqua in bottiglia. Per sincerarsene basta verificare il prezzo al supermercato. Alcune bottiglie possono costare 50 centesimi per un litro e mezzo. Con 50 centesimi io posso acquistare 746 litri di acqua potabile, comprese tasse e costi fissi.

Ecco, la riflessione che mi sento di fare è quella se questa non sia una situazione paradossale.

L’altra riflessione è quella solita: spesso un chimico si trova a predicare nel deserto, ed è riferita alla conversazione iniziale con il collega. Situazione non nuova, ma provata anche in altri contesti.

E questo purtroppo riguarda non solo l’acqua, ma ogni argomento nel quale non si discuta razionalmente, ma si ceda ai luoghi comuni ripetuti fino ad avere ottenuto la dignità di verità.

L’ architetto dell’invisibile ovvero come pensa un chimico.

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Mauro Icardi

Prendo spunto dall’intervista a Marco Malvaldi, che in questi giorni sta presentando il suo nuovo libro “L’architetto dell’invisibile, ovvero come pensa un chimico” per aggiungere qualche mia considerazione personale.

Marco Mavaldi, chimico e scrittore

  In una recente intervista, l’autore parla di alcuni argomenti e temi che ritengo fondamentali, e credo che rappresentino un patrimonio comune ad ogni chimico.

Per prima cosa ( e giustamente) alla domanda sul perché abbia scelto di studiare chimica, risponde con un comprensibile orgoglio, che la chimica è la disciplina scientifica che lo ha formato come persona, e respinge l’immagine stereotipata che dipinge la chimica e come la disciplina dei “brutti sporchi e cattivi che inquinano”.

Decisamente azzeccata la definizione della chimica come linguaggio, dove gli   atomi rappresentano le lettere, le molecole le parole, ed i processi chimici le frasi.

Qui mi sovviene l’analogia con Primo Levi che paragonava la tavola periodica come l’esempio più alto di poesia, con addirittura le rime. Questo nel capitolo “Ferro” de “Il sistema periodico”.

Altra analogia Malvaldi- Levi è relativa alla chimica come materia scientifica, ma che permette di usare le mani. Levi descrive l’imbarazzo di non saperle usare compiutamente nel capitolo “Idrogeno”. “Le nostre mani erano rozze e deboli ad un tempo, regredite, insensibili: la parte meno educata dei nostri corpi”, paragonandole invece a quelle delle donne, delle madri che sapevano cucinare, ricamare, intrecciare i capelli, e suonare il pianoforte.

Malvaldi dichiara che voleva studiare una materia scientifica che gli permettesse di usarle.

Chi ha praticato il Laboratorio credo ricordi con un senso di piacere il momento in cui si è reso conto di avere acquisito la manualità opportuna, di non essere più imbarazzato o pasticcione come agli inizi. Anche questo è parte di una “sensibilità chimica” che è, a mio parere, ampia e diversificata. La manualità in laboratorio ne è una parte, che sarebbe un peccato perdere, o mettere da parte dedicandosi solamente all’analisi tecnica. Curiosamente ne ho parlato solo due giorni fa, trovandomi in pausa pranzo con un chimico che si è seduto accanto a me, in un affollato self service. Chiacchierando ci siamo scoperti colleghi, e non essendo più giovanissimi abbiamo ricordato esperienze comuni. Sia nel percorso formativo, che in quello professionale. Ricordi condivisi, ed anche una stessa delusione nel sapere che parti importanti e fondamentali dell’istruzione superiore in chimica sono stati ormai abbandonati. L’analisi semimicroqualitativa tra le altre, ormai scomparsa dai programmi degli istituti di scuola superiore.

Ritornando a quanto dice Malvaldi nella sua intervista, vale la pena di riportare questo brano :

Un chimico non pensa mai in termini di naturale o artificiale: una molecola è una molecola. Quando sente la frase: Questo fa bene, è tutto naturale, il chimico si gratta: gli viene in mente che anche la cicuta o il veleno dello scorpione sono naturali

Il resto dell’intervista a Malvaldi spazia su molti temi. Il sempre attuale rapporto costi/benefici citando Fritz Haber chimico tedesco che sintetizzò gas per uso bellico, ma sviluppò anche il fondamentale processo di sintesi dell’ammoniaca.

Noto con piacere che continuano ad uscire libri di divulgazione chimica. La ritengo una cosa molto positiva. Per la chimica, ma in generale per una crescita di conoscenza di base di cui dovrebbero beneficiare i non chimici.

Fatta questa considerazione alcuni temi rimangono ovviamente aperti, e sono le sfide della chimica del futuro. La sintesi dell’ammoniaca è stata fondamentale, ma lo sbilanciamento del ciclo dell’azoto è uno dei problemi ambientali da affrontare. Così come quello degli inquinanti persistenti e biorefrattari. Ma quanto abbiamo ottenuto in termini di qualità della vita, e che dobbiamo alla chimica non può e non deve essere dimenticato. Come chimici sappiamo anche praticare l’arte di essere critici e selettivi. Qualità imparate studiando e praticando tecniche cromatografiche, per esempio.

Non credo che si possa e si debba prescindere da questo patrimonio di conoscenza. Adesso come obbiettivo abbiamo quello di custodire il pianeta, e di essere artefici di un cambiamento culturale e metodologico che ci impegnerà molto in futuro.

Ma abbiamo una importante carta da giocare. La consapevolezza che, come dice Marco Malvaldi, una volta che la si scopre, la chimica è una materia che da dipendenza. E io so che è proprio così, perché questa è una situazione che a livello mentale mi capita spesso di provare.

Qui l’intervista a Marco Malvaldi pubblicata sul sito del quotidiano “Il giornale”

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/chimica-linguaggio-e-scrivere-usa-atomi-1464564.html

Poliacqua e altre storie.

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Mauro Icardi.

Il racconto di Primo Levi intitolato “Ottima è l’acqua” è quello che chiude il volume di racconti fantascientifici “Vizio di forma”, la cui prima edizione risale al 1971.

Nel 1987 uscì la seconda edizione nella quale fu anteposta la “Lettera 1987” di Primo Levi all’editore Einaudi. In questa lettera l’autore esprime alcune considerazioni, ed il proprio punto di vista sui racconti scritti quindici anni prima. Il libro risente delle atmosfere dei primi anni 70, e Levi fa riferimento anche al “Medioevo prossimo venturo” di Roberto Vacca quale fonte di ispirazione. Nella parte conclusiva di questa lettera si sofferma proprio sul racconto “Ottima e l’acqua.” L’invenzione narrativa parte dalla scoperta fatta da un chimico, Boero, che si accorge dell’aumento della viscosità dell’acqua. Prima eseguendo misure sull’acqua distillata del laboratorio dove lavora, e notando lievi scostamenti. Poi accorgendosi durante una passeggiata in campagna che il torrente che sta osservando sembra scorrere più lentamente. Prelevato un campione di acqua verificherà che anche l’acqua di quel torrente, e in seguito di vari corsi d’acqua italiani ed europei è molto più viscosa del normale. Le conseguenze immaginate sono catastrofiche. Difficoltà di nutrimento per le piante, impaludamenti dei fiumi, ispessimento del sangue degli esseri umani, con conseguenti problemi di tipo cardiocircolatorio, e morti premature.

Levi ricorda come dopo la pubblicazione del suo libro la rivista “Scientific American” riportò la notizia della scoperta di un’ acqua simile a quella del racconto. Ecco la parte in cui ne parla.

Quanto a “Ottima è l’acqua”, poco dopo la sua pubblicazione lo “Scientific American ha riportato la notizia, di fonte sovietica, di una “poliacqua” viscosa e tossica simile per molti versi a quella da me anticipata: per fortuna di tutti le esperienze relative si sono dimostrate non riproducibili e tutto è finito in fumo. Mi lusinga il pensiero che questa mia lugubre invenzione abbia avuto un effetto retroattivo ed apotropaico. Si rassicuri quindi il lettore: l’acqua , magari inquinata non diverrà mai viscosa, e tutti i mari conserveranno le loro onde

In effetti la storia della poliacqua è estremamente singolare. Inizia nel 1962 quando su una rivista Sovietica, il Kolloid Zurnal pubblica un articolo nel quale il Fisico Nikolaj Fedjakin sostiene di aver scoperto un nuovo stato strutturale dell’acqua durante la condensazione in capillari. Successivamente il direttore dell’Istituto di Chimica-Fisica di mosca Boris Derjagin venuto a conoscenza di questi esperimenti li ripete con capillari in quarzo. Nel 1966 la notizia della scoperta di questo tipo di acqua esce dai confini dell’URSS per arrivare in Inghilterra in un convegno tenutosi a Nottingham. Nel 1970 però già si comincia a pensare che una struttura maggiormente viscosa dell’acqua sia dovuta a semplice contaminazione. L’articolo esce su “Science” nel 1970. Il titolo è “Poliwater: Polimer or artifact?”

Sarà un articolo che sarà molto contestato e criticato dalla comunità scientifica del tempo, che evidentemente era molto attratta da questa possibilità.

In altre parole si trattava di acqua sporca, o fortemente carica di sali. Niente di più di questo. La poliacqua non esisteva. E un articolo uscito su Nature nel 1971 mise del tutto fine alla vicenda in questione. Nature dovette ricredersi, visto che prima aveva considerato la chimerica poliacqua come “la sostanza più pericolosa esistente sulla terra, da trattare con la massima cautela

Ne da conto anche il quotidiano torinese “La Stampa” nel nella pagina delle cronache dall’estero del 10 Ottobre 1969.

Individuata la sostanza più micidiale del mondo E’ la « poliacqua » e porrebbe distruggere ogni forma di vita (Nostro servizio particolare)

Londra, 10 ottobre. Una sostanza artificiale, che esiste in minuscole quantità, potrebbe distruggere ogni forma di vita sulla Terra. Lo afferma il professore americano F. J. Donahoe, in una lettera pubblicata dalla rivista scientifica inglese Nature. La sostanza si chiama « poliacqua » (Polywater) ed è conservata in alcuni laboratori scientifici della Gran Bretagna, dell’Urss e degli Usa. Il professor Donahoe scrive che se questa sostanza, inventata dai sovietici nel 1962, fosse mescolata all’acqua normale e si auto-generasse in grandi quantità, la Terra si trasformerebbe in un pianeta morto e infuocato come Venere. « Sino a che non si saranno accertate le sue esatte caratteristiche », ha, aggiunto lo studioso americano, « la “poliacqua” dovrebbe essere attentamente conservata. E’ la sostanza più pericolosa che io conosca ». Un portavoce della rivista Nature ha dichiarato di ritenere estremamente improbabile che la « poliacqua » possa autogenerarsi, ma che «esiste una possibilità infinitesimamente piccola che ciò possa accadere».

(Brano tratto da Archivio Storico La Stampa)

L’abbaglio si potrebbe spiegare in molti modi. Prima di tutto l’importanza che l’acqua riveste per i fenomeni vitali. L’idea quindi che un’acqua per così dire aliena potesse in qualche modo contaminare la normale acqua liquida, probabilmente inquietò i ricercatori. Una delle ipotesi che vennero formulate fu quella che l’acqua comune fosse una forma metastabile dell’acqua, e che potesse quindi subire la trasformazione in poliacqua. E anche in questo caso si teorizzò quanto poi si è visto successivamente: cioè che l’acqua avesse una sorta di memoria ancestrale del suo stato di poliacqua, propagando tale stato alle molecole di acqua liquida adiacenti. In sostanza quanto appunto immaginato nel racconto di Primo Levi.

Cambiamenti climatici e agricoltura: quale futuro?

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Mauro Icardi

Sabato 28 Ottobre ho assistito all’incontro scientifico dedicato alla Meteorologia e Climatologia delle Alpi organizzato dall’Associazione Forte di Bard in collaborazione con la Società Meteorologica Italiana e Equipe Arc-en-Ciel, METEOLAB 2017. Il cui titolo chiarisce già molto bene l’attualità e l’importanza del tema : “Cambiamenti climatici e agricoltura: quale futuro?”

Questo articolo vuole farne un resoconto, ma soprattutto cogliere i molti spunti e riflessioni che ne ho colto. A cominciare da quello a me più familiare. Quello sulla gestione attenta, programmata e consapevole dell’uso dell’acqua. Acqua e agricoltura è intuitivo siano strettamente legate.

E sia Luca Mercalli, che Laurent Vierin presidente della regione Valle d’Aosta lo hanno sottolineato. Per l’agricoltura, come per la gestione della risorsa idrica le programmazioni richiedono quasi inevitabilmente una prospettiva di lungo periodo. La raccolta di dati sulle esigenze e sui consumi, la ricognizione e verifica dello stato dell’arte di condutture e sistemi di pompaggio, o nel caso dei sistemi irrigui la rete dei canali, la progettazione e il reperimento delle risorse finanziarie possono richiedere un’altra importante risorsa. Il tempo. Non solo anni, ma in qualche caso decenni.

Le cronache dell’ estate 2017 ci raccontano invece, oltre che di un’estate rovente, di un continuo ed affannoso tentativo di porre rimedio alle emergenze idriche con provvedimenti di emergenza, con una sensazione di affanno, e con il contorno di un’informazione che a mio parere troppo spesso ricerca un sensazionalismo che non è utile. Che non aiuta a capire.

La valle d’Aosta ha pensato ad un piano straordinario di tutela delle acque ed ha costituito pochi giorni prima di questa iniziativa un tavolo tecnico per l’utilizzo razionale delle acque. Un importante primo passo.

In effetti al mio arrivo nella località di Bard ho potuto notare come fontane e lavatoi, tipici dell’ambiente di montagna fossero chiusi. Così come lo sono state le fontanelle un po’ in tutta Italia, da Roma , Verona e Parma questa estate.

Il caldo è finito. La siccità non ancora.

La giornata di studio è proseguita fitta di molte interessanti relazioni. Quello che è emerso ascoltando tutti i relatori è, a mio parere, riassumibile in un solo concetto: non è più tempo di indecisioni e di staticità. I problemi causati dai cambiamenti climatici stanno già mostrando segnali chiari, che interferiscono con la nostra realtà quotidiana, rispetto a come l’abbiamo sempre vista e pensata in passato. Cogliendo diversi degli spunti e delle cose dette in questa giornata, alcune risaltano con una chiarezza disarmante. Il modificarsi del regime delle precipitazioni, le minori giornate con innevamento al suolo tendono a modificare la fertilità del terreno agricolo. La saggezza dei nostri nonni lo diceva che “Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame”. L’agricoltura di montagna, la produzione di prodotti di qualità è una risorsa, ma che è minacciata dal nuovo tempo “impazzito”. Nell’aprile di quest’anno la Valle d’Aosta ha visto azzerata la propria produzione di vini pregiati a causa di una gelata tardiva. La gelata ha colpito vigneti che erano già in fioritura avanzata a causa di un inverno mite che ha anticipato il ciclo vegetativo e lo sviluppo dei germogli nelle vigne. Quindi se la gelata è un fenomeno che si può verificare, e si è spesso verificato in passato nella regione alpina, l’inverno insolitamente mite (ma mi chiedo se sia il caso di usare ancora questo avverbio) è invece il vero fenomeno anomalo.

Anche lo sviluppo ed il ciclo vitale dei parassiti si modifica e cambia. Ci sono più cicli di deposizione e schiusa di uova, e quindi danni maggiori, e necessità di più interventi di lotta antiparassitaria.

La Valle d’Aosta si sta scoprendo territorio adatto alla produzione di un prodotto agricolo come lo zafferano , e a questo proposito sono stati molto interessanti gli interventi di due titolari di aziende agricole, Diego Bovard e Stefano Carletto che raccontano come la passione e l’inizio della produzione sia nata quasi per caso. Una coltivazione quella dello zafferano che richiede di effettuare pratiche antiche, quale per esempio il diserbo manuale. Il cambiamento del clima ha effetto anche al di fuori del settore agricolo. Trasforma la vocazione turistica delle località di montagna. Che vedono maggiori afflussi turistici nella stagione estiva, che in quella invernale ormai sempre più povera di innevamento naturale. L’idea di persone che, come è capitato questa estate, fuggono da città rese invivibili da un caldo mai registratosi prima dovrebbe essere uno stimolo non solo a riflessioni, ma anche ad atti molto concreti.

La chiusura della giornata di studio e divulgazione si chiude con alcune domande di rito del pubblico (che ha risposto numeroso a questa ormai ottava edizione di Meteolab), e con alcune considerazioni finali che cercherò di riassumere ed esprimere.

La scienza ha ormai fatto e continua a fare la sua parte. Le evidenze ci sono. Dall’IPCC al WMO (World Meteorological Organization) al NOA, alla NASA, solo per citarne alcune, tutti hanno prodotto studi, hanno raccolto dati e pubblicato grafici. Il cambiamento climatico è realtà.

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Appurata questa cosa è incomprensibile la stasi che di fatto vediamo con i nostri occhi. Accordi sul clima disattesi, e tempo che passa senza azioni concrete. E allora vale la pena ribadire che ognuno di noi può adottare la filosofia del colibrì dell’omonima favola peruviana.

E’ questo è stato detto e ripetuto da Luca Mercalli ( che ce lo ricorda ormai da decenni). Ci sono atti concreti che si possono fare. Isolare la casa, installare pannelli solari , esercitare un consumo critico quando si va al supermercato, coltivare un orto, bere acqua del rubinetto, razionalizzare gli spostamenti e l’uso dell’auto. E a completamento di questo, vorrei aggiungere che si impara con i piccoli passi ad essere resilienti. E che non ci si deve spaventare dell’eventuale fatica che si può inizialmente provare quando si cambiano le abitudini. Anche con il concetto di fatica, che non è negativo, si può tornare a familiarizzare.

Altro concetto importante che riguarda invece l’attività di divulgazione, e che l’ottava edizione di Meteolab ci lascia come idea, è quella dell’interdisciplinarità. La salvaguardia di pianeta e clima trova resistenze dovute a falsi miti, a superficialità e banalizzazioni. E quindi è necessaria non solo la collaborazione continua tra le diverse discipline scientifiche, tra ricercatori, scienziati e tecnici. Ma anche quella che trovi sinergie con le scienze umane. Che trovi la chiave di comunicazione, gli strumenti che ci aiutino ad avvicinare un problema, che non è quello del cambiamento climatico, ma della “grande cecità” che proviamo davanti ad esso. Oppure quello della fase collettiva di rifiuto della realtà da parte di sempre più ampi strati della società. Una ecologia della mente che ci liberi da questa assuefazione al consumo sfrenato, visto a volte come l’unico traguardo della propria realizzazione personale.

La chiusura di questo articolo non può che essere un doveroso ringraziamento agli organizzatori e tutti i relatori di un’iniziativa di ottimo livello. Di una bella giornata. Siamo stati ancora istruiti e avvisati. I semi sono stati gettati. Magari riusciranno a germogliare anche in condizioni estreme, come il solo fiore di zafferano che, come ci è stato raccontato, è riuscito a germogliare alle pendici del Monte Bianco.

Meteolab 2017: questi i relatori presenti: Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana; Corrado Adamo, dirigente della Struttura Produzioni vegetali e Servizi fitosanitari dell’assessorato regionale agricoltura e risorse naturali; il prof Michele Freppaz dell’Università degli Studi di Torino; Edoardo Cremonese, dell’Area Operativa Cambiamenti Climatici dell’Arpa Valle d’Aosta; Odoardo Zecca, coordinatore del settore Viticoltura, ricercatore e insegnante dell’Institut Agricole Régional; Diego Bovard e Stefano Carletto, titolari di aziende agricole; Federico Spanna, presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia, e Gabriele Dono, presidente del Corso di Laurea Triennale in Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi della Tuscia.

Grazie!

Cronache dall’ “Ora della Chimica”

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Mauro Icardi

Ho avuto modo di visitare la quinta edizione festival dell’innovazione e della ricerca scientifica ospitato nella biblioteca Archimede di Settimo Torinese. Edizione dedicata alla chimica. Più che giusto intitolarla quindi “L’ora di chimica”. E ho trovato interessante ed appropriata la mostra dedicata a Primo Levi scrittore di fantascienza, di cui mi ero già occupato nella recensione del libro di Francesco Cassata tratta dalla settima lezione Primo Levi tenutasi nell’ottobre del 2015.

Ho potuto nuovamente verificare di persona che questa parte dell’opera dello scrittore è sconosciuta a molti. Forse da altri considerata minore. Io credo che vada invece scoperta e apprezzata. E’ una parte integrante della “galassia Primo Levi”, e alcuni racconti sono acuti e profetici. Come ho già avuto modo di far notare, per esempio il “Mimete” di “Storie naturali” è una rappresentazione di un prodotto tecnologico odierno, non essendo altro che la descrizione con mezzo secolo di anticipo (il libro uscì nel 1966) delle odierne stampanti 3D.

La chimica viene vista spesso in maniera distorta e confusa. Ma alla chimica dobbiamo anche l’elevato livello di qualità della vita di cui (almeno nel mondo occidentale) abbiamo potuto godere negli anni successivi al secondo conflitto mondiale. Prima che la crisi ecologica e quella economica, cioè le due facce della stessa medaglia ci mettessero sotto gli occhi il fatto incontrovertibile che i limiti fisici di pianeta e biosfera non possono essere superati.

La chimica e particolarmente l’industria chimica dovrà in un futuro molto prossimo modificare i propri cicli produttivi, privilegiando l’utilizzo di materie prime rinnovabili, approfondendo ulteriormente la conoscenza dei meccanismi chimici e biochimici che sono alla base dei processi di degradazione ambientale. La chimica permea la nostra vita anche nei processi e nelle reazioni biochimiche che avvengono nel corpo umano. Tutto questo nella mostra di Settimo Torinese è stato ampiamente divulgato, grazie anche a laboratori per ragazzi delle scuole, dalle elementari fino alle superiori. Per mostrare la magia della chimica. Consapevolezza e conoscenza sono ottime chiavi di comprensione.

E di conoscenza e comprensione si è parlato anche nella conferenza sulle sostanze stupefacenti dal titolo “Nuove droghe. Istruzioni per il non uso”. Sappiamo che esiste una cultura parallela dello “sballo”. Sappiamo che il consumo di sostanze stupefacenti o psicotrope non è un fenomeno recente, ma accompagna l’uomo da secoli. Da quando i nostri antenati e progenitori scoprirono che da diverse sostanze di origine naturale si potevano estrarre sostanze che miglioravano il tono dell’umore. Che aiutavano a sopportare la fatica, o lo illudevano di stare meglio. Di aiutarlo a dimenticare la fatica della vita e della quotidianità.

Quello che il relatore il Professor Marco Vincenti, che è Direttore del dipartimento di chimica dell’Università di Torino ha voluto sottolineare, è che il suo intervento non aveva l’intenzione di formulare un giudizio etico o morale. Ma si proponeva di dare un quadro oggettivo della realtà attuale del consumo di sostanze stupefacenti. Sottolineando che molto spesso esiste un consumo inconsapevole. Non tanto per le cosiddette sostanze stupefacenti “storiche” come quelle derivate dagli oppiacei, come l’eroina, o quelle stimolanti come la cocaina. Ma soprattutto per le nuove droghe che possono essere sintetizzate con relativa semplicità. Per esempio l’ecstasy che può essere facilmente sintetizzata partendo dal safrolo (4-allil-1,2-metilendiossibenzene), sostanza di facile reperimento in commercio. La stessa pianta di cannabis che oggi viene coltivata in serre modernissime, sia pure illegali, e che irrorata costantemente con luce artificiale si arricchisce in principio attivo di THC a valori di molto alti (20-40%) rispetto a quelli consueti molto più bassi (0,5-1,5%). E’ intuitivo che un consumo inconsapevole di uno spinello che ne contenga in dosi così elevate provochi effetti collaterali di gran lunga maggiori e più pericolosi.

Estremamente interessanti anche le parti delle conferenza dedicate ai metodi analitici di determinazione di metaboliti di sostanze stupefacenti rilevabili su matrici quali sangue, urine o capelli, nonchè quelli di riconoscimento rapido di alcuni dei principali composti e principi attivi di narcotici o stupefacenti, effettuati tramite l’utilizzo della spettroscopia Raman utilizzando lo strumento portatile Tru Narc.

Il pubblico era formato per la maggior parte di ragazzi di scuole superiori, a cui in ultima analisi è giusto che sia diretto il maggior sforzo di divulgazione. Per esperienza so che la chimica parallela, praticata nei laboratori dove si sintetizzano sostanze stupefacenti si ammanta di un’aura di mito che non permette di discernere e di osservare la cose con il dovuto giudizio critico. Ed è pur vero che anche in questo campo si perpetra l’ennesima dicotomia falsa che recita naturale= buono, sintetico=cattivo.

Il grande successo della serie “Breaking Bad”, che è in ogni caso un prodotto di fiction di buonissimo livello dal punto di vista strettamente legato alla storia, alla sua narrazione, produzione e regia, credo debba a questo mito inossidabile una buona parte (ovviamente non tutta) della sua fortuna.

Qui il mito è rappresentato dal professor Walter White, che conoscendo perfettamente la chimica, utilizza questa sua preparazione professionale per la produzione clandestina di metanfetamina.

La divulgazione e la conoscenza della chimica, degli effetti collaterali del consumo di questo tipo di sostanze possono aiutare soprattutto i giovani a non lasciarsi influenzare da questi falsi miti. E a saper distinguere tra quello che viene raccontato in qualunque prodotto di intrattenimento, e la realtà della chimica e della tossicologia delle sostanze stupefacenti. Si potrebbe pensare che sia un concetto acquisito e che si possa sottintendere. Ma in un’epoca dove si tende ad una mitizzazione generalizzata credo sia corretto invece sottolineare il concetto.

In conclusione questo festival dedicato alla chimica merita un sincero elogio.

E questa immagine che mostra una platea di bambini intenti a seguire una lezione sulla chimica dei profumi è decisamente beneaugurante. Per la chimica e la sua divulgazione, ma più in generale per un giusto riavvicinamento all’amore per la conoscenza.

Cromorama

In evidenza

Mauro Icardi

Il titolo di questo articolo è lo stesso di un libro uscito nella collana Einaudi “Stile libero extra” a Settembre. L’autore, Riccardo Falcinelli è designer e insegnante. In questi giorni è impegnato nella promozione del suo volume, la cui preparazione, a quanto lui stesso ha raccontato in una delle presentazioni radiofoniche, ha richiesto circa dieci anni. In questo periodo ha   raccolto molti appunti e molta documentazione storica, fino alla pubblicazione del libro. Libro che ci racconta di come la storia dei colori, ha finito per modificare il nostro sguardo. Questo articolo non è una recensione del libro, ma un aggancio ai temi che lo scrittore ha sviluppato nel suo libro tratto dalle presentazioni del libro in radio. ) E in queste presentazioni del libro, Falcinelli parla comunque di chimica e di rivoluzione industriale.

 

E lo spunto parte da una considerazione estremamente interessante.

Prima dello sviluppo dell’industria dei coloranti di sintesi non esisteva la tinta unita. Ma “la rivoluzione della chimica permette di avere qualunque oggetto di qualunque colore”.

L’autore intervistato per la rubrica di radio 3 Fahrenheit pronuncia queste parole riferendosi allo sviluppo dell’industria dei coloranti di sintesi.

Premesso che come lui stesso dichiara, il suo libro non vuole essere un saggio ma un racconto di come il colore abbia cambiato il nostro sguardo, ma anche il nostro immaginario, ecco che il legame con la chimica, o meglio con la storia dell’industria chimica è subito trovato.

Riportandoci alla storia dell’anilina , isolata nel XIX secolo e che August Wilhelm von Hofmann riconoscerà e cui darà il nome nel 1855. E solo un anno dopo, nel 1856 l’avvio dell’industria dei coloranti sintetici grazie all’entusiasmo di William Henry Perkin, che tentando ricavare dal catrame i precursori del chinino, fini per ossidare l’anilina ed ottenere il colore “mauve”. La polvere nera ricavata dall’ossidazione dell’anilina si scioglieva in metanolo dando origine ad un colore porpora molto persistente.

Questi episodi sono appunto uno spartiacque. L’industria dei coloranti avrà un enorme sviluppo. Tingere diventerà meno difficile e meno costoso. Non dimentichiamo che i coloranti naturali non sempre potevano essere utilizzati con facilità. Per esempio in Piemonte nel 1789, dati gli alti costi per la tintura delle divise dei soldati, il Governo si rivolse addirittura all’Accademia delle Scienze.

Fu creata una commissione che lavorò per trovare un sostituto dell’indaco che si otteneva dalle foglie di Indigofera Tintoria, pianta di origine Asiatica. Il sostituto venne trovato nella foglia del guado (Isatis tinctoria) che si poteva reperire anche in Piemonte, essendo molto diffusa nelle Alpi Occidentali e in quelle marittime.

Lo sviluppo dell’industria dei coloranti di sintesi modificherà non solo la tecnologia, ma anche il modo in cui noi oggi percepiamo i colori, secondo Falcinelli. Nel passato normalmente ogni colore o pigmento aveva un solo utilizzo. Ad esempio il colore blu ricavato dalla macinazione del lapislazzuli che è il blu degli affreschi della cappella sistina, e di quella degli Scrovegni, poteva essere utilizzato solo per gli affreschi, e non per esempio per tingere tessuti. La versatilità dei coloranti di sintesi che invece possono essere utilizzati per materiali diversi, hanno reso i colori, o meglio l’idea che ne abbiamo ,come svincolata dall’idea della provenienza da un determinato minerale o pianta. Secondo l’autore oggi abbiamo un’idea dei colori come svincolata dalla provenienza da sostanze reali.

A mio parere questo non credo sia del tutto vero per i chimici. Abituati come siamo a pensare in termini di strutture, di sostanze, a cercare di indagare la composizione della materia.

Le tesi di Falcinelli si possono ascoltare in questa conversazione nel programma Fahrenheit.

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-97d47773-8f3a-4253-89a7-200f800be993.html

Ci sono moltissimi interessanti spunti. E si parla molto spesso di chimica. D’altronde il legame tra chimica e colori esiste praticamente da sempre. Ognuno di noi ne ha fatto pratica in Laboratorio per esempio nelle titolazioni con gli indicatori, nella colorimetria E quindi Cromorama può trovare posto accanto a libri di divulgazione chimica. Rappresentandone una visione diversa. E decisamente affascinante.