Chimica e alimentazione.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

L’alimentazione cattura con sempre crescente interesse l’attenzione dei cittadini.

Il triangolo salute/ambiente/alimenti sempre più si identifica con le componenti essenziali della qualità della vita. Negli ultimi anni però nel web ci si imbatte spesso in “ricerche scientifiche” o “suggerimenti” da parte di esperti della salute che contribuiscono a diffondere informazioni sbagliate – o parziali – sulla nostra alimentazione.

Ad esempio un bicchiere di vino al giorno può fare realmente bene o è vero quanto da parte degli epidemiologi si sostiene e cioè che non esista nessun consumo di alcol completamente sicuro. Ed ancora l’olio di cocco è la panacea universale che credevamo tanto che l’abbiamo usato per tutto: cucinare, lavare i denti, idratare la pelle, etc.? Le calorie ad esso imputate sono in maggiore quantità rispetto ad altri oli.

Ed ancora gli zuccheri naturali non sono così sani come si crede rispetto allo zucchero raffinato: le calorie in gioco sono più o meno le stesse. Ci hanno convinto che il cioccolato fondente sia buono per la nostra salute: fioccano ricerche e articoli che lo eleggono ad alleato della salute su tutti i fronti. Forse, e diciamo forse, le ricerche finanziate dall’industria dolciaria potrebbero avere avuto in ruolo in tutto ciò?

I superfood in realtà non esistono. Spendere tutto lo stipendio in cavolo nero e avocado non ti farà arrivare a 150 anni. Il dottor Crandall Snyder dice, sui cosiddetti SuperFood che dovrebbero risolvere tutti i mali del mondo,: “Io consiglio sempre di risalire allo studio originale. E’ stato fatto su animali o esseri umani? Sono stati usati estratti o cibi industriali? Qual era il dosaggio e la frequenza? Lo studio teneva in considerazione correlazioni o rapporti di causa?

I carboidrati non sono i nemici giurati della tua dieta: ce ne sono di molto sani, come nei cereali nella frutta, nei legumi. Acqua e limone al mattino sono consigliati. Ma potrebbero addirittura nuocere: si pensi allo smalto dei denti.

Ma gli aspetti che oggi sono sotto la lente di ingrandimento nel tema alimentare sono anche altri. Il cibo è la prossima questione che l’umanità tutta (nei prossimi cinque anni sfonderà il tetto degli 8 miliardi) deve affrontare. Lo confermano i super esperti di Ibm Research, che si sono focalizzati sulla sostenibilità alimentare per individuare le “Cinque innovazioni in cinque anni” del 2019.

La sostenibilità di ciò che mangiamo è uno dei problemi più importanti che dovremo fronteggiare: +45% di popolazione e una riduzione del 20% delle terre coltivabili. Le cinque innovazioni Ibm toccano aspetti diversi della catena alimentare, dall’agricoltura di precisione allo smaltimento degli imballaggi. Il primo punto riguarda proprio il miglioramento del processo di coltivazione, unendo le forze di blockchain, dei dispositivi della cosiddetta Internet of Things e degli algoritmi di Intelligenza Artificiale sarà possibile evitare molti sprechi, valutando le decisioni migliori su come coltivare. Si potrà capire lo stato di irrigazione in un dato terreno, se va concimato o no, se ci sono parassiti e di conseguenza se usare pesticidi.

Secondo e terzo passaggio sono lo stoccaggio e il trasporto: un terzo degli alimenti va perso o va a male durante la distribuzione, circa la metà di tutta la frutta e verdura si degrada. La quarta e quinta tecnologia hanno a che fare con il controllo della qualità. In cinque anni gli ispettori potranno identificare i patogeni che si trovano nel cibo prima che diventino dannosi.

Le spese associate a costi medici per malattie che vengono dall’ingestione di cibo avariato sono sui nove miliardi di dollari l’anno. Richiamare cibi avariati costa alle società 75 miliardi di dollari l’anno. E causano 128mila ricoveri e 3 mila morti ogni anno, solo negli Usa.

C’è poi il problema del comportamento del cittadino rispetto al cibo. Fare la lista della spesa, leggere attentamente la scadenza sulle etichette, verificare quotidianamente il frigorifero dove i cibi vanno correttamente posizionati, effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo, privilegiare confezioni adeguate, scegliere frutta e verdura con il giusto grado di maturazione, preferire la spesa a km0 e di stagione che garantisce una maggiore freschezza e durata, riscoprire le ricette degli avanzi, dalle marmellate di frutta alle polpette fino al pane grattugiato, ma anche non avere timore di chiedere la doggy bag al ristorante sono alcuni dei consigli elaborati dalla Coldiretti e diffusi in occasione della Giornata nazionale contro lo spreco alimentare.

Secondo l’indagine Coldiretti quasi tre italiani su quattro (71%) hanno diminuito o annullato gli sprechi alimentari nell’ultimo anno mentre il 22% li ha mantenuti costanti e purtroppo c’è anche un 7% che dichiara di averli aumentati. Nonostante la maggiore attenzione il problema resta però rilevante con gli sprechi domestici che rappresentano in valore ben il 54% del totale e sono superiori a quelli nella ristorazione (21%), nella distribuzione commerciale (15%), nell’agricoltura (8%) e nella trasformazione (2%) per un totale di oltre 16 miliardi di euro che finiscono nel bidone in un anno. Anche se negli ultimi anni la sensibilità su questo tema è aumentata portando ad una riduzione del fenomeno, credo sia necessario continuare a investire in progetti di educazione alimentare per promuovere le buone pratiche e migliorare la sensibilità di noi cittadini e consumatori.

Collegate ad un comportamento virtuoso in materia ci sono tante iniziative benefiche, a partire dalle oltre 1090 tonnellate di frutta e verdura fresca recuperate dal Centro Agroalimentare di Roma (Car) e poi ridistribuite alle onlus della Capitale e della Regione Lazio. E’ di oltre 2 milioni di euro (ipotesi prezzo medio al dettaglio di 2 euro/Kg) la stima del valore di mercato dei prodotti recuperati e del potenziale risparmio.

L’impatto ambientale dei prodotti recuperati fornisce una stima delle risorse naturali impiegate in fase di produzione e quindi non sprecate: 2.207 cassonetti di rifiuti evitati; 354 piscine olimpiche di acqua non sprecate (acqua per produrre i prodotti recuperati); la produzione del recuperato inquinerebbe come la CO2 di quasi 10.000 viaggi in auto da Roma a Milano; 1.036 campi da calcio equivalgono alla superficie di territorio che sarebbe necessaria per compensare gli impatti dei prodotti recuperati.

3 pensieri su “Chimica e alimentazione.

  1. Cari amici,
    io ho la sensazione che ci si illuda troppo rispetto alla dimensione del problema sulle possibilità di successo di strategie sulla produzione etc riguardante il cibo. Non son certo piccoli risparmi che permettono di risolvere il problema. Io sarò pessimista ma…
    Quand’ero ragazzo (anni ’60/70) eravamo poco più di 3 milardi, ora siamo a sette abbondanti, con prospettive (praticamente certe) di arrivare entro 20 anni a poco meno di nove. Immaginare di potere triplicare in meno di un secolo la popolazione e tener dietro con la produzione di cibo, case, vestiti etc a tale tasso di crescita a mio parere è semplicemente idiota ed inutile, il pianeta non ce la può fare. L’unico investimento serio sarebbe in anticoncezionali e draconiane politiche demografiche : ma chi le può fare ?
    Tra un paio di decenni la Cina e l’india supereranno i tre milardi di abitanti, così andando, e l’Africa raddoppierà, noi “occidentali” resteremo una minoranza sempre più marginale nei grandi numeri: e ci illudiamo di potere mantenere tutto questo senza che gli altri si muovano per portarcelo via ?
    Nel frattempo saranno sempre più costose se non esaurite le riserve di minerali fosfatici, sarà sempre più costosa l’energia per produrre i fertilizzanti azotati, e sempre minore la superficie coltivabile. Contemporaneamente siamo sempre più contrari alla chimica ed alle modifiche genetiche alle colture, crescerà la resistenza ad anti parassitari ed anticrittogamici. Il costo dell’energia influirà poi anche sulla meccanizzazione dell’agricoltura industriale, che dovrà per forza diminuire. Per non parlare poi della disponibilità di acque per l’agricolture, che ne è principale consumatrice, in conseguenza dei cambiamenti climatici in atto e futuri. Pensate che ci sia disponibilità a costruire nuove dighe nei ns paesi per fronteggiare l’emergenza idrico/climatica ? Son cose da programmare trent’anni avanti…vi immaginate i No Global ?

    Siete ancora ottimisti ? Scienziati inglesi hanno “modellato” la sostenibilità della nostra civiltà, e concluso che il pianeta, con tutte le tecnologie green note e quelle ancora da inventare ma plausibili, non potrà sostenere indefinitamente più di un miliardo di persone ( che corrisponde alla popolazione pre-industriale) con un livello inferiore ad oggi di benessere materiale rispetto all’occidente, ma ancora accettabile. Facciamo la tara all’elitarismo britannico : facciamo due miliardi ?
    E degli altri che ne faremo ? Io ho l’impressione che, come diceva Bob Dylan, veramente “A Hard Rain’s Gonna Fall”…

    Stefano antoniutti

    • Il commento di Stefano Antoniutti prefigura una realtà tragica ma verosimile.
      Ci sono possibilità di uscirne? Qualche anno fa ho scritto un saggio per il blog Decrescita felice social network dal titolo “Un grande accordo” che delinea in qualche modo una proposta per uscire dalla situazione tragica che si prospetta. Il saggio è all’indirizzo http://www.decrescita.com/news/un-grande-accordo/ Cordiali saluti

  2. Ciao, penso che il problema è che i mass media in questi ultimi decenni abbiano condizionato irreparabilmente tutti noi. Hanno fatto nascere mode (vedi vegani,fruttariani ecc ecc), hanno sancito il successo o l’insuccesso di un prodotto. Non esiste il cibo che fa stare bene e quello che fa stare male, dovremmo solo consumare un pò tutto con moderazione e tenerci ben stretti i consigli delle nonne.

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