Il cambiamento climatico “implicito”.

Claudio Della Volpe

Oggi abbiamo dei, sia pure deboli, movimenti no-vax; fanno tanto rumore, ma in fondo mettono in piazza poche persone anche se ne influenzano molte di più, se ancora oggi nel nostro paese oltre 6 milioni di persone adulte non sono vaccinate contro il COVID-19.

Ma a me fan paura di più i futuri movimenti che definisco no-cox; cosa sono, direte voi, i no-cox?

Sono quelli che negano l’effetto della CO2, dei gas serra sul cambiamento climatico; a questo punto voi obietterete: ma sono una minima parte, non fanno manifestazioni, almeno al momento. Certo risponderò io, adesso, ma ne faranno molte più dopo il 2050 quando ragionevolmente avremo (o meglio avrete, io ho 71 anni e non ci sarò più) realizzato in gran parte la transizione energetica. A questo punto potreste sbarrare gli occhi e considerarmi un po’ matto, ma vi assicuro che non lo sono.

Mi rendo conto che devo spiegarmi meglio, se no sono oscuro.

Oggi tutti i giornali sono pieni dei titoli riguardanti le discussioni sul clima, gli accordi internazionali sulla riduzione dei gas serra e sostengono che non occorre superare il limite di 2°C o meglio 1.5°C di aumento per evitare le peggiori catastrofi, ma pochi chiariscono cosa significa esattamente.

Vuol dire che se nel 2050 riusciremo ad arrivare al pareggio fra gas serra emessi ed assorbiti vedremo dal 2051 una riduzione delle temperature?

Nella mente del lettore c’è questa consapevolezza, ma in realtà le cose NON stanno così.

Anche dopo che avremo bloccato la produzione diretta di gas serra di origine antropica il clima non tornerà allo stato precedente o anche se ci tornerà lo farà con una lentezza enorme, tipica di un sistema enorme e complesso, dotato di meccanismi di retroazione a volte non ben conosciuti o comunque difficili da comprendere. Ragionevolmente anche in assenza di produzione diretta di gas serra avremo sia ulteriore aumento di gas serra in atmosfera che aumento ulteriore delle temperature, fusione dei ghiacciai, variazione del pH oceanico. Probabilmente alla fine rimarrà per decenni o secoli su un livello più alto di temperatura media. Ma come è possibile tutto ciò?

La ragione di fondo sta in una cosa che è stata raccontata in un bel libro scritto molti anni fa da un nostro collega di Siena, Enzo Tiezzi, “Tempi storici e tempi biologici”, la cui lezione di base era che la scala temporale della società umana è molto più breve di quella della nostra ecosfera, che viaggia su tempi molto più lunghi; si tratta di un comportamento tipico di quelli che chiamiamo “sistemi complessi”. Grazie ai meccanismi interni di retroazione tali sistemi tendono a resistere alle modifiche e si adattano ad esse con un ritardo che dipende dal caso specifico.

La scienza del clima ha accettato questa idea nei suoi modelli e chiama questo fenomeno con un termine inglese “climate commitment” introdotto dall’IPCC nel 1995, che è stato tradotto male in italiano, con l’aggettivo indotto; vedete per esempio sulla pagina dell’INGV: https://ingvambiente.com/2021/03/18/perche-mantenere-il-riscaldamento-globale-sotto-1-5c/

Però, mi duole dirlo, questo aggettivo “indotto” è ben lontano da una corretta resa del termine inglese commitment, tanto è vero che in wikipedia italiana non c’è una pagina dedicata, ma c’è in quella inglese; e cosa dice? traduco:

Climate commitment describes the fact that climate reacts with a delay to influencing factors (“climate forcings“) such as the presence of greenhouse gases. Climate commitment studies attempt to assess the amount of future global warming that is “committed” under the assumption of some constant level of forcings.

L’impegno climatico descrive il fatto che il clima reagisce con ritardo a fattori di influenza (“forzanti climatici”) come la presenza di gas serra. Gli studi sull’impegno climatico tentano di valutare la quantità di riscaldamento globale futuro che viene “impegnato” nell’ipotesi di un livello costante di forzanti.

Commitment significa letteralmente impegno, con due componenti di significato. È qualcosa che dura a lungo e che vi obbliga lo vogliate o meno; voi come chiamereste un giuramento per la vita, chessò sposarsi o meglio fare un figlio? Ecco questi sono atti che implicano un impegno a lungo termine, un commitment, che vi legano in modi complessi e di cui non vi rendete conto subito e da cui non potete schiodarvi qualunque cosa facciate. Beh ovviamente potete divorziare, ma ci metterete anni a rifarvi una vita, una decina diciamo, e liberarvi di un figlio non è possibile; se siete genitori lo sarete per sempre, dai vostri figli non potete nemmeno divorziare.

E lo stesso vale per il clima. Non c’è un pianeta B.

Non c’è un termine esattamente corrispondente a “commitment” in italiano ed ecco perché la scelta di tradurlo con l’aggettivo “indotto” è secondo me sbagliata; indotto non rende bene nessuno dei due aspetti che dicevo prima: né la durata, né l’obbligatorietà. Il cambiamento climatico è SEMPRE indotto.

Al limite si potrebbe dire “implicito”, ma perderemmo l’aspetto della lunga durata.

Approfondiamo qualcuno degli effetti “impliciti”.

Anzitutto è da dire che ci sono effetti “impliciti” ma anche contraddittori: se smetto di bruciare fossili elimino per esempio il particolato, ma il particolato ha un ruolo misto, in parte riflette (solfati ad esempio) ed in parte assorbe (black carbon) la luce solare; quale vincerà?

Se smetto di accumulare gas serra in atmosfera è vero che la pressione parziale diminuisce, ma dato il ritardo nell’aumento della temperatura oceanica, quando la temperatura dell’oceano profondo aumenterà, la solubilità dei gas diminuirà; questo contrasto fra pressione parziale e temperatura è un’altra incertezza che non aiuta nella prevedibilità.

https://doi.org/10.1016/j.quascirev.2016.12.021

Dunque non è banale prevedere cosa succederà a causa del ritardo nella reazione del sistema climatico; alcuni ricercatori comunque ci hanno provato costruendo dei complessi modelli climatici e la loro conclusione (si vedano gli articoli citati in fondo) è la seguente:

  1. Tutti coloro che han provato a calcolare questi effetti “impliciti “e“ritardati” dovuti all’accumulo di gas serra in atmosfera concludono che l’effetto complessivo aumenterà il valore del salto termico anche successivamente al momento in cui si interromperà la produzione netta di gas serra
  2. La stima del salto termico successivo dipende dai dettagli del modello, ma non è inferiore ad un ulteriore mezzo grado; ecco dunque perché il famoso “grado e mezzo” in realtà corrisponderà ad almeno 2°C finali a regime
  3. Secondo i calcoli più recenti, che tengono conto del cosiddetto “pattern effect”, ossia della disuniformità della temperatura terrestre che è maggiore all’equatore e dei diversi tempi di assorbimento del calore da parte dell’oceano profondo l’effetto sarà maggiore e si potrebbe arrivare ad un salto ulteriore di 1.3-1.5°C al 2100; dunque stiamo parlando di quasi 3°C complessivi di aumento.
  4. I principali meccanismi di commitment sono: ritardo nel riscaldamento oceanico (l’oceano si rimescola in 10mila anni); emissione di altri gas serra (metano, protossido di azoto) a causa della fusione del permafrost e del riscaldamento oceanico; perdita di albedo (dovuta alla fusione della criosfera); ma ce ne sono anche altri seppure di minore peso.

Allora immaginatevi cosa succederà nel 2050: se avremo fatto i compiti a casa, cambiato modalità di produrre e consumare le risorse energetiche con gran sforzo e costi sociali non indifferenti, alla fine i gas serra e la temperatura media continueranno ad aumentare per un  po’ (decenni o secoli) ed ecco che qualcuno comincerà a dire: è un complotto, l’aumento c’è (sarà inevitabile vederlo con mari aumentati, cuneo salino in val Padana, insetti strani che portano malattie pazzesche, l’agricoltura in crisi e tenete presenti che secondo alcuni calcoli dell’ENEA alcune città italiane saranno invase dall’acqua entro il 2100, Venezia e Napoli, guardatevi le mappe),  ma non c’entrano i gas serra, è il Sole, oppure è un complotto degli extraterrestri, è un complotto dei banchieri, lo fanno per ridurci il salario, rivogliamo le auto fossili, siamo peccatori, e così via; 

i “no-cox” sono questo, una possibile reazione di incredulità al modello che la scienza faticosamente, e anche contraddittoriamente, cerca di costruire di un sistema complesso. I climatologi riceveranno telefonate minatorie come i virologi adesso e qualcuno si prenderà almeno una testata.

Per stare sul leggero.

Voi che ne pensate?

Riferimenti.

1) Geophysical research letters vol. 28, 8, p 1535-1538, 15 april 2001

2) SCIENCE VOL 307 18 MARCH 2005 p.1770  

3) SCIENCE  18 MARCH 2005 VOL 307  p. 1766

4) NATURE COMMUNICATIONS | (2019)10:101 | https://doi.org/10.1038/s41467-018-07999-w

5) Nature Climate Change | VOL 11 | FEbRUARY 2021 | 132–136 |

6) http://dx.doi.org/10.1016/j.quascirev.2016.12.021 Quaternary Science Reviews 158 (2017) 29e43

3 pensieri su “Il cambiamento climatico “implicito”.

  1. E lo stoccaggio di co2 in profondità su alcune rocce? Il progetto pilota che in Islanda sequestrerebbe 4000 ton all’anno, ho letto che anche l’Eni vorrebbe farlo in Italia nei pozzi di petrolio esausti ma è negato dall’Europa

  2. Egregio Marcello si tratta di due cose completamente diverse; il progetto islandese ORCA si può fare solo in presenza di una faglia che dia possibilità di mandare CO2 in profondità in presenza di rocce e pressioni e composizioni tali da portare ad una reazione chimica vera e propria che fissa la CO2 come carbonato; i siti di questo tipo al mondo sono pochissimi e certo non vicini ai luoghi dove la CO2 si produce normalmente; il metodo ENI di cui abbiamo parlato è diverso e prevede solo il mettere la CO2 in zone del sottosuolo da cui si è estratto gas naturale; questo secondo metodo non offre né sicurezza né certezze per il futuro; può leggere su questo blog i vari post di Vincenzo Balzani sul tema. Insomma non ci sono metodi certi di cattura e stoccaggio del biossido di carbonio; se ne parla, ne parlano le industrie petrolifere ma la tecnica è solo un sogno tecnologico con vari livelli di rischio. Guardi pure qui: https://ilblogdellasci.wordpress.com/2020/10/10/due-lettere-aperte-di-v-balzani/

  3. aggiungo una nota dall’ultimo numero di PNAS: https://cen.acs.org/synthesis/catalysis/Oceans-become-CFC-11-source/99/i10 L’oceano è una sorgente di composti perfluorurati che ha assorbito in passato e che col crescere della temperatura ributterà in atmosfera, composti che sono sia catastrofici per lo strato di ozono che a loro volta gas serra. cosa altro ci vuole per capire che il nostro sistema climatico è veramente complesso e delicato?

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