Una vicenda esemplare.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

Che si possano usare degli antifiamma nelle bibite per un qualunque scopo appare certamente un po’ strano; che ci siano molecole dalle multiformi proprietà non è un caso unico ma certo desta una notevole perplessità usare le stesse molecole per scopi così diversi e necessita di una indagine approfondita.

Eppure è proprio quello che è accaduto per anni negli USA e che è stato solo di recente denunciato per opera di un gruppo spontaneo di consumatori e, finalmente, (si spera) eliminato.

Di che si tratta?

Le bibite gasate sono sostanzialmente una soluzione acquosa acida miscelata con odori e sapori di varia provenienza che molto spesso non si mescolano bene in acqua e tendono a separarsi formando una fase vera e propria. Infatti mentre la soluzione acquosa ha una densità di 1.02-1.03 kg/litro la parte di aromi vegetali ne ha una di 0.85 circa.

Dato che molte di queste bibite rimangono sullo scaffale per parecchio tempo tale separazione avverrebbe nella maggior parte dei casi; per rallentare il processo ci sono diversi metodi.

Anzitutto i sapori e gli aromi sono sciolti in oli vegetali ed emulsionati finemente in goccioline del diametro del micrometro (un millesimo di millimetro), a loro volta stabilizzate con la gomma arabica.

L’emulsione è poi diluita a valori dell’ordine dello 0.02% che è tuttavia sufficiente per dare colore ed aroma. In alcuni casi l’emulsione corisponde alla formazione di una vera e propria “nuvola” di particelle finemente emulsionate che dà corpo alla bibita. La questione è che con il passare del tempo la emulsione si separa dalla frazione acquosa e ci galleggia sopra perchè come abbiamo detto prima è meno densa.

E allora si corre ai ripari aggiungendo degli agenti stabilizzanti l’emulsione; solo che le strategie sono diverse nei vari mercati.

Le goccioline di fase diversa tendono a crescere con un meccanismo che è basato sul diverso potenziale chimico delle goccioline, il cosiddetto Ostwald’s ripening che è poi alla base di molti fenomeni come la “digestione” dei precipitati, ossia l’ingrandimento dei cristalli di un precipitato tramite un leggero riscaldamento: il potenziale chimico dipende dalla curvatura, più una goccia o un cristallo sono piccoli, maggiore è la curvatura superficiale e quindi maggiore il potenziale chimico, la tendenza a sfuggire;   come effetto conseguente le gocce tendono a coagulare, a crescere, le maggiori sono il punto di arrivo delle minori. Abbiamo già accennato ripetutamente a questo fenomeno in altri post. (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/10/17/quanto-e-chimico-il-potenziale-chimico-2-parte/ oppure https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/01/10/sciecomiche-del-xxi-secolo/ ).

Per rallentare questo fenomeno nel caso delle bibite in Europa sono permessi composti come gli esteri della rosina,(la “rosina” è detta anche in italiano colofònia o pece greca) la cui produzione viene qui descritta:

colofonia

http://www.eastman.com/Markets/Tackifier_Center/Tackifier_Families/Rosin_Resins/Pages/Rosin_Esters.aspx

RosinEsterification1

In USA invece le grandi ditte di bibite (Pepsi, Coca Cola) hanno sempre usato un altro metodo: appesantire la fase oleosa, introducendo degli oli vegetali artificialmente appesantiti, i cosiddetti Weighting Agents, che sono di solito oli vegetali alogenati, in particolare bromurati, cioè sostituiti con bromo.

BVOstructure

Queste molecole aumentano la densità della fase oleosa e la stabilizzano; sulla base di dati ottenuti parecchi anni fa il loro uso è stato consentito dalla FDA fino a 15 ppm. (http://en.wikipedia.org/wiki/Brominated_vegetable_oil)

Queste sostanze sono usate sia come ritardanti di fiamma, sia a bassa concentrazione come weighting agents, agenti appesantenti, che stabilizzano le emulsioni; tuttavia il loro uso in Europa è vietato in questa seconda forma nei cibi, mentre era permesso negli USA fino ad ora sulla base di dati sicuramente obsoleti (del 1970) e di tanta trascuratezza da parte degli organi di sorveglianza. E’ bastato che i consumatori americani si svegliassero e facessero una mozione sul sito delle mozioni (leggete tutta la storia qui http://www.environmentalhealthnews.org/ehs/news/2011/brominated-battle-in-sodas) per mettere le grandi corporations delle bibite sulla difensiva. Il problema non è tanto l’assimilazione di grandi quantità di agenti bromurati tutti insieme ma il meccanismo di accumulo corporeo che può portare specie nei più giovani a disturbi seri.

Cosa si può imparare da questa storia? Da una parte la solita distinzione fra il mercato europeo che ormai col REACH ha scelto la strada della trasparenza e quello americano che di fatto è più indietro. Dall’altra la tendenza delle grandi organizzazioni industriali a privilegiare il profitto rispetto alla salute; ed infine la necessità da parte di tutti a conoscere meglio la chimica e quello che si mangia e beve.

Tuttavia la chimica lo sappiamo è sempre duale e quindi ecco che occorre dire un’ultima cosa: gli oli vegetali bromurati, come composti esistono anche in natura (http://www.cyberlipid.org/fa/acid0007.htm#4) pict233e sono parte del metabolismo di alcuni organismi marini e di alcuni licheni;pict226

alla fine il cerchio si chiude; non certo per giustificare usi impropri ma per non aver paura della Chimica; la vita, non dimentichiamolo, in fondo è solo la reazione chimica meglio riuscita!

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