Perché oggi la scienza non può tacere.

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Vincenzo Balzani

In occasione dell’iniziativa Saperi Pubblici, piazza Verdi, 1 e 2 ottobre 2018, Bologna, Vincenzo Balzani ha scritto e pubblicato questo intervento che è anche apparso sul quotidiano la Repubblica.

Perché oggi la scienza non può tacere? Perché la scienza per sua natura è rivoluzionaria e, come dice una celebre frase di George Orwell, “In un’epoca dove si diffondono bugie, dire la verità è rivoluzionario”.

Potremmo anche partire da una frase celebre di Aldous Huxley, filosofo, scrittore e pacifista: “Molte persone credono di stare pensando quando, in realtà, stanno solo riorganizzando i loro pregiudizi”. E’ proprio questo che sta accadendo: fra la gente e, cosa ancor più pericolosa, fra molti di coloro che ci governano emergono pregiudizi che si concretizzano in discriminazioni, attacco ai diritti civili, spregio della diversità, disprezzo della scienza e più in generale delle competenze, fino alla formulazione di proposte di legge disgiunte dai principi costituzionali: la flat tax che è in contrasto con l’art. 53 della Costituzione, la discriminazione sul reddito di cittadinanza e la legittima difesa che sconfina nella giustizia fai da te.

Il primo e più grave pregiudizio che certe persone hanno, anzi coltivano, è quello di avere in tasca la verità, di essere migliori degli altri e quindi di non avere bisogno di nulla e di nessuno. La loro unica preoccupazione è difendere, con muri materiali, mentali e culturali, la loro identità. Quindi: si può fare a meno dell’Europa, si può fare a meno della Costituzione, si può fare a meno della magistratura, si può fare a meno del ragioniere generale dello Stato … Se ne può fare a meno perché sono solo ostacoli al “cambiamento”, perché “sappiamo noi cosa si deve fare”.

Per raccogliere consensi questi governanti non usano argomenti razionali, ma lo fanno suscitando paure, facendo credere ai cittadini che sono minacciati nei loro averi, nel loro lavoro, persino nella loro religione. Diffondono la xenofobia e isolano così la gente sotto una cappa di spavento e di ignoranza dalla quale è poi difficile uscire.

Le caratteristiche della scienza sono oggettività, rigore, collaborazione, confronto, libertà di pensiero e anche accettazione del dissenso, ma non del pregiudizio. La scienza è libera, non può sottostare ad imposizioni, sia che vengano dal basso, dalla gente, e tantomeno dall’alto, da chi governa. La scienza è per abbattere muri e costruire ponti. La scienza è per l’uomo, per tutti gli uomini. La Scienza educa alla democrazia perché i pilastri su cui si regge sono anche i pilastri della democrazia.

Ecco, quindi, perché oggi la scienza non può tacere: perché nella scienza non c’è posto per bugie e pregiudizi, non c’è posto per chi vuole rimanere isolato, non c’è posto per chi non ha dubbi e per chi agisce senza competenza. Noi scienziati pretendiamo che questo accada anche nella politica “quella tecnica regia (basiliké téchne) che deve far trionfare ciò che è giusto attraverso il coordinamento e il governo di tutte le conoscenze, le tecniche e le attività che si svolgono nella città” (Platone).

Detto questo, noi docenti e ricercatori dobbiamo, però, fare autocritica: dobbiamo chiederci perché ci troviamo in questa situazione. Forse siamo arrivati a questo punto, dove non possiamo più tacere, perché non abbiamo parlato prima, nel modo giusto, alla gente e anche alla politica. Molti di noi docenti, persone che hanno avuto il beneficio di poter studiare e il privilegio di potersi dedicare alla ricerca scientifica, forse non hanno ancora capito di essere in debito verso la società.

L’iniziativa dell’1 e 2 ottobre ha per titolo Saperi Pubblici. Ecco, forse abbiamo accumulato saperi, ma non siamo stati capaci di farne saperi pubblici. Molti di noi non si sono dedicati con sufficiente impegno, non hanno “sprecato” tempo a divulgare in modo corretto la scienza e se ne sono stati chiusi nei loro laboratori, affascinati dalle loro ricerche, senza curarsi dei problemi del mondo che ci circonda. Quanti di noi nelle lezioni si sono preoccupati di collegare la scienza alla pace, alla politica, all’etica, alle disuguaglianze, alla necessità di custodire il pianeta?

Il mondo ha molti problemi e noi docenti e scienziati abbiamo il dovere di contribuire a risolverli. Lo dobbiamo fare con le nostre ricerche, ma anche rendendo partecipi le persone dei nostri saperi e prendendo posizioni chiare. Se l’avessimo fatto, ci sarebbero in giro meno bugie e meno pregiudizi. Non siamo innocenti come scienziati e forse neppure come docenti e come cittadini; dobbiamo infatti svolgere il nostro ruolo con un maggior impegno civile.

“Scienza, quo vadis?”. Recensione.

Claudio Della Volpe

Scienza, quo vadis? Tra passione intellettuale e mercato.

Gianfranco Pacchioni, 11 euro Ed. Il Mulino

Recensione

La collana de Il Mulino Farsi un’idea è forse una delle più azzeccate scelte editoriali degli ultimi anni; libri brevi, compatti, ma densi, che svelano ed approfondiscono, attraverso esperti/protagonisti, aspetti critici della società moderna.

Anche il libro di cui vi parlo oggi fa parte di questa classe; 140 pagine per raccontare, anche attraverso le proprie esperienze personali, ma anche con tanti dati ben fondati e riassunti, il cambiamento che la Scienza ha vissuto e sta ancora vivendo negli ultimi 100 anni.

L’autore, Gianfranco Pacchioni, chimico teorico, è Prorettore all’Università di Milano Bicocca dove è stato direttore del Dipartimento di Scienza dei materiali. Per le sue ricerche ha ricevuto numerosi premi internazionali di prestigio, ha anche pubblicato altri libri su temi divulgativi.

Il titolo fa riferimento ad una famosa locuzione di origine apocrifa (che da il titolo anche ad un romanzo di fine ottocento che procurò al suo autore il premio Nobel per la letteratura nel 1905); la frase sarebbe stata pronunciata da Pietro che fuggiva da Roma incontrando il simulacro di Gesù; la risposta di Gesù avrebbe convinto Pietro a tornare sui suoi passi lasciandosi crocifiggere.

Dopo aver letto il libro ci si convince proprio di questo: che l’autore voglia indurre ad un ripensamento (o almeno ad una riflessione critica) chi fa scienza. Ma certo non per farsi crocifiggere!

La struttura del libro è agile e ben impostata; lo stile amichevole, ho trovato poche parole difficili e quelle poche usate senza boria. Insomma grande leggibilità.

L’argomento è diviso in 8 parti e ciascuna di esse è trattata con riferimento ad un esempio concreto il più delle volte tratto dall’esperienza personale dell’autore.

I temi dei primi capitoli, almeno apparentemente, sono quelli che potremo definire meno controversi; ma non è vero. Probabilmente lo sono per chi nella scienza ci lavora, ma non ho dubbi che ci siano molte persone e anche parecchi politici che non sarebbero d’accordo; per esempio sull’importanza della scienza di base, delle ricerche dettate essenzialmente dalla curiosità e non dall’interesse applicativo; purtroppo l’idea che certi tipi di ricerche non servano se non a chi li fa è molto comune e la ignoranza della storia della ricerca aiuta questa misconcezione, che di fatto è anche alla base di parecchi grandi finanziamenti; se non ci sono aziende interessate pare che i grandi progetti europei non abbiano senso; mi permetto di dissentire.

L’autore secondo me giustamente fa notare che praticamente tutte le grandi scoperte degli ultimi anni sono frutto di questo tipo di ricerca curiosity driven, spinta dalla curiosità, ed hanno avuto effetti enormi sulla nostra società.

L’altro argomento che pure pare scontato ma non lo è, almeno per il grande pubblico, mentre appare evidente a quelli della mia generazione (che è poi quella di Pacchioni) che lo hanno vissuto e che potrebbero portare esempi simili a quelli del libro è il grandissimo cambiamento della ricerca negli ultimi 50 anni (la cosa potrebbe non essere così evidente per i giovani ricercatori). Chi è abituato a fare un plot in pochi secondi con Excel o Kaleida potrebbe non capire che i due lavori all’anno di una volta implicavano tanto impegno quanto i venti lavori annui di alcuni di oggi. Siamo passati da una attività di nicchia, quasi artigianale ad attività di fatto industriale cambiando molti dei modi concreti di operare e coinvolgendo meccanismi complessi e difficilmente gestibili.

E’ cambiata non solo la dimensione delle cose, ma anche la velocità della produzione e (a volte) la sua qualità, e di più alcuni dei metodi di controllo della qualità (come si potrebbero chiamare in gergo industriale i processi di peer review) si dimostrano inadeguati, difficili da adattare alle nuove dimensioni. Questo ha favorito lo svilupparsi di una serie di meccanismi fraudolenti, la cui dimensione e la cui importanza sono spesso correlati con le dimensioni e l’importanza applicativa della scienza. Abbiamo ricordato di recente il caso poliacqua, che però attenzione non fu una frode, fu una incomprensione, un errore; ben diverso dal caso recente di Hendrik Schön, una vera truffa, raccontato da Pacchioni. In entrambi il metodo scientifico e il confronto fra pari sono stati si capaci di rivelare il problema, ma in entrambi si sono dimostrati lenti, probabilmente troppo. E questo della lentezza è dopo tutto uno dei temi del testo.

Ho apprezzato la illustrazione ben fatta dei vari termini che si usano in ambito scientifico che spesso né il grande publico né i giornalisti comprendono appieno: dalla valutazione della ricerca ai meccanismi specifici come il peer review, l’impact factor, etc. con una analisi critica del loro significato.

Qui val la pena di una citazione per la quale ringrazio Rinaldo Cervellati:

Richard R. Ernst (Premio Nobel per la Chimica, 1991) ha scritto:

And as an ultimate plea, the personal wish of the author remains to send all bibliometrics and its diligent servants to the darkest omnivoric black hole that is known in the entire universe, in order to liberate academia forever from this pestilence. And there is indeed an alternative: Very simply, start reading papers instead of merely rating them by counting citations. (Chimia, 2010, 64, 90)*

*rivista ufficiale della Swiss Chemical Society

Pacchioni appare combattuto fra le due visioni diverse della Scienza che emergono dall’analisi storica che egli stesso compie; ne vede aspetti negativi e a volte positivi; e non è il solo. La parte interessante di questa analisi è anche nel denunciare il legame di queste contraddizioni con le altre maggiori contraddizioni della nostra società: riferendosi ad esse Pacchioni scrive:

in un mondo che evolve in queste direzioni, non si può pretendere che la scienza resti un’isola felice e incontaminata, una sorta di porto franco totalmente immune da processi involutivi

Però ecco, se posso dare un contributo critico, qui mi sarei aspettato un passo avanti, un saltino che altri colleghi come Balzani o Armaroli, egualmente bravi sembrano aver fatto: la Scienza può indicare un cammino proprio sulla base dei contenuti che scopre nell’evoluzione tecnica, naturale, sociale ed economica dell’Umanità; per esempio la insostenibilità dei meccanismi di mercato e di crescita infinita è palese, la necessità di un mondo organizzato su basi diverse, più umane e non economicistiche è dimostrabile a partire dalla distruzione dell’ecosistema che la chimica e le altre scienze rivelano.

Dunque una riforma, chiamiamola così, della scienza è possibile insieme ad una riforma del meccanismo economico iperproduttivistico e di crescita continua che l’economia, come è misconcepita ora, tenta di imporci. Non più ricambio organico fra uomo e natura, ma un fondamento autoreferenziale di crescita quantitativa a tutti i costi che si vuole applicare anche alla scienza.

Il libro pone essenzialmente delle domande a cui suggerisce una parziale risposta; e porre domande giuste è dopo tutto il compito dello scienziato, porre domande prima che fornire risposte. Quella che mi ha colpito di più è : Siamo troppi? Che da il titolo al capitolo 6; domanda a cui l’autore non fornisce una risposta ma per la quale fornisce molto materiale, anche non comunemente disponibile sui numeri dei ricercatori nel mondo. Pone anche il problema della definizione dell’attività di ricerca e dello scienziato; ci sarebbe da approfondire di più il senso di questa crescita.

Una chiave di risposta per esempio la suggerisce il collega Luca Pardi del CNR (si veda il recente Picco per capre, ed. Lu.Ce di L. Pardi e J. Simonetta); man mano che ogni iniziativa umana si sviluppa diventa sempre più difficile farla funzionare bene: crescono la complessità ma anche le resistenze interne, la dissipazione; o se volete il costo entropico del sistema aumenta; teoricamente potete organizzare sempre più, ma avete bisogno di dissipare sempre più energia per tenere in piedi l’organizzazione; ma questa è una ipotesi che fanno altri.

Del tutto condivisibile la rivendicazione della slow science che è ormai diventata movimento e che conclude la parte creativa del volume, di una scienza non preoccupata della velocità e della quantità, ma solo dei contenuti e della correttezza etica, e che proprio per questo si dà i tempi che le servono. Anche se qui ci avrei aggiunto la necessità di facilitare le interazioni fra settori; rivendicare solo la specializzazione può far travisare le cose; in Italia abbiamo addirittura la follia di avere una tumulazione dei contenuti scientifici in circa 400 tombette chiamate settori disciplinari, che esistono solo da noi e che, quelli si, sono da eliminare quanto prima.

Anche perchè è anche lo scambio e il contatto fra settori diversi che crea nuove idee e concezioni e modelli.

In coda al testo una ampia bibliografia molto utile per coloro che volessero approfondire i temi discussi dall’autore. Anche solo per questo il libro dovrebbe entrare nella bibiliotechina di ogni scienziato critico.

Arte e Scienza – 2

a cura di Luigi Campanella, ex presidente SCI

Ogni epoca è stata caratterizzata da una visione del mondo e ha creato rappresentazioni, ha trovato immagini, ha formulato teorie che esprimessero questa visione. Nella società post-industriale, l’epoca in cui viviamo, c’è una caratteristica certamente non appariscente, né unanimemente riconosciuta, forse più una nota di fondo, ma ricorrente e ben identificabile: è il progressivo prevalere della cultura sulla struttura, è il riconoscere alla dimensione creativa delle attività umane il ruolo di guida e di orientamento.
Fra cultura e struttura, arte e scienza, c’è un’intensa attività diplomatica, frenata però dal timore di una perdita di contorni e di identità, dall’idea che tonalità di colori più accesi e brillanti facciano sparire un disegno sedimentato e tramandato nel tempo.
A volte vengono sostenute tesi che non uniscono ma separano quando, a ben guardare, è invece una sola cosa e invece di abbatterli creano confini e zone franche. E’ quando, ad esempio, in omaggio al mondo dell’arte, vediamo enfatizzato il ruolo dell’immagine nei riguardi della conoscenza, mentre già Shakespeare ci aveva detto che sono una sola cosa. Si sono riempiti volumi sulle affinità, diversità, ricomposizione delle due culture, Arte e Scienza, eppure basterebbe guardare, invece che ai domini già acquisiti a quanto ci troviamo davanti, alla ricerca da fare e che, ormai, la storia stessa ci impone.
Sappiamo infatti come si producono i beni materiali e perciò possiamo riprodurli, ma conosciamo assai meno su come si producono le idee, i simboli, le informazioni. Sono misteriosi i percorsi dell’invenzione teorica, della scoperta scientifica, della creazione artistica. Non è conosciuta questa regione della natura umana che produce cultura. Ne godiamo la bellezza sfuggente, ma non sappiamo da dove viene, non è ancora diventata cultura. Artisti e scienziati ci parlano da una zona di confine, dalla quale arriva il dono dell’intuizione che compone i frammenti di un mosaico accumulati in una lunga Ricerca.

Newton-WilliamBlake

Newton-WilliamBlake – monotipo – 1795

L’unità della cultura

La tradizionale articolazione della cultura in umanistica e scientifica, è una articolazione che per molti motivi non ha ragione di essere e che soltanto in tempi recenti si sta cercando di superare, anche se ci sono ancora forze contrarie, resistenze nate da una visione corporativa della cultura da parte di specifici settori, che ritengono certi temi di propria esclusiva pertinenza. Purtroppo è una posizione che deriva da una visione sbagliata, ma soprattutto da una politica di potere delle scuole accademiche, che certamente non ha concorso e non concorre a uno sviluppo reale della cultura e della scienza. Segnali di un cambio verso la unitarietà della cultura ce se sono; fra questi la sua visione e concezione di bene culturale; prima era sostanzialmente il reperto umanistico; oggi anche lo strumento scientifico; è la ricomposizione culturale. E non solo culturale; la bellezza estetica degli strumenti ne valorizza la ricollocazione all’interno di un ambiente, di un’ atmosfera similmente a quanto avviene per le opere d’arte.

uomo_vitruviano

uomo vitruviano – Leonardo da Vinci – disegno a matita 1490

Un’altra ricomposizione culturale, con la rivalutazione della storia della scienza e degli archivi storici, riguarda il rapporto fra teoria ed esperienza: anche a questo la valorizzazione della Strumentazione e della sua storia ha dato un notevole contributo. L’approfondimento delle interazioni tra teoria e ricerca sperimentale e del contributo della sperimentazione alla definizione delle teorie ha segnato questi momenti come integrati fra loro e con la cultura in genere.

La storia della strumentazione con le sue linee evolutive, a partire dalla introduzione degli strumenti classici, fa capire in che direzione ci si muove.
Come l’artista si esprime attraverso una sua creazione così lo scienziato attraverso l’ideazione di uno strumento idoneo a verificare una propria ipotesi traccia in esso le linee del proprio pensiero e le confronta con gli altri. Questo confronto che storicamente era ritenuto proprio delle scuole artistiche ora comincia ad essere considerato con sempre maggiore attenzione anche a livello delle scuole scientifiche, capaci di esprimersi  non soltanto attraverso le esperienze e prove sperimentali di ieri.

Ad esempio durante la prima metà del secolo XIX la chimica si sviluppò sostanzialmente come termochimica: la scienza che studia gli effetti del calore e della combustione sulle sostanze chimiche. Non sorprende allora che molte delle apparecchiature di quell’epoca servissero per bruciare e studiare i prodotti della combustione delle sostanze chimiche.

Lo sviluppo della fisica ha fornito ininterrottamente nuovi strumenti di indagine per la chimica. Lo spettroscopio è uno degli esempi più noti. Esso, tramite lo studio degli spettri di emissione di fiamma, ha consentito ai chimici analisi elementari più spedite già negli ultimi decenni del secolo XIX. Con esso entrava fra gli strumenti di lavoro di un laboratorio chimico, anche la lastra fotografica.

Fino a tempi molto recenti il funzionamento degli strumenti ottici era basata sulle leggi dell’ottica geometrica. Gli enormi progressi dell’informatica hanno consentito la costruzione di strumenti che lavorano in base alle leggi dell’ottica ondulatoria (in trasformata di Fourier). Questo consente ai chimici di eseguire il loro lavoro usando quantità infinitesime delle sostanze da studiare. Anche i tempi di analisi sono di conseguenza molto ridotti. Si potrà obiettare che gli apparecchi scientifici sono anche comuni prodotti commerciali fabbricati in serie attraverso catene di montaggio nelle quali si fatica davvero a ravvisare alcunché di artistico. Questo è vero: ma quanti volti di donna sono stati raffigurati nei quadri per una sola Gioconda e quanti archi nelle città storiche a fronte di un solo arco di Costantino. Il capolavoro si differenzia proprio per il contributo ad esso da parte del suo artefice: né più né meno di quanto accade ad un ricercatore che vuole programmare una difficile esperienza scientifica e per essa costruisce o adotta la corrispondente necessaria apparecchiatura strumentale.

spettroscopio

Spettroscopio a prisma di Bunsen – 55 x 35 x 26 cm – 1861 / 1862 – http://astro.liceofoscarini.it/calfoto

Noi che godiamo di così tanti agi e comodità per il nostro lavoro scientifico, se ci rivolgiamo indietro non possiamo non rimanere ammirati di quanti, hanno gettato basi e costruito in parte questo edificio così complesso che è la scienza, disponendo soltanto di pochi strumenti molto rudimentali e su questi costruendo, con la sensibilità e la vocazione degli artisti.