Ma insomma il glifosato è o non è cancerogeno?

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Claudio Della Volpe

Confesso subito ai lettori che non sono ovviamente in grado di rispondere in modo assoluto e definitivo a questa domanda che sta appassionando milioni di persone nel mondo. Quello che posso fare è cercare di chiarire i termini della questione. Cosa che ho cercato di fare prima di tutto a me stesso.

Abbiamo parlato di glifosato in alcune occasioni quando è uscita la famosa monografia 112 dello IARC (in francese CRIC) che lo qualificava potenzialmente cancerogeno(https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/04/13/glifosato-e-altre-storie/), quando ho avuto una polemica con una senatrice dei grillini che sembrava accusasse il glifosato di procurare l’autismo (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/24/non-ce-due-senza-tre-ancora-glifosato/) e quando è uscita la notizia delle alterazioni che il glifosato procurava all’ambiente del suolo(https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/16/ancora-sul-glifosato/); tuttavia come redazione finora abbiamo evitato di occuparci ancora del problema. In parte è colpa mia che me ne sono interessato finora e che ho avuto qualche dubbio in merito, lo confesso; tuttavia l’argomento preme, e un recente articolo di Le Monde, ripreso in italiano da Internazionale, che considero la più bella rivista italiana, ha riportato l’argomento all’attualità (Internazionale è una raccolta di articoli tradotti dalla stampa internazionale e anche, più raramente di articoli scritti dalla redazione stessa ma sempre con il medesimo stile asciutto e rigoroso, da giornalisti indipendenti, per quanto si può essere indipendenti).

Non starò qui a ripetere la storia e gli aspetti chimici ed conomici del glifosato che ho già trattato ampiamente negli altri post; vi ricordo solo che il glifosato è il più comune erbicida del mondo prodotto in ragione di più di 800.000 ton/anno, non è più coperto da brevetto, che la sua importanza è cresciuta con l’associazione con specie vegetali utili modificate geneticamente per resistere alla sua azione in modo da poter sopravvivere senza problemi al suo uso a scapito delle specie spontanee ed infestanti. Questa invenzione è oggi di fatto appannaggio della Monsanto, una delle grandi aziende agrochimiche mondiali. Stiamo parlando dunque di un cash-cow, una mucca da mungere ossia di un prodotto che è la base del profitto, del “burro” come si dice in gergo, di chi lo produce.

Proprio per questo l’uscita del rapporto 112 da parte dello IARC, il 29 luglio del 2015, che definiva il glifosato “probable human carcinogen” produsse una reazione immediata e violenta da parte di Monsanto, che è illustrata molto bene nell’articolo di Le Monde; ma non fu l’unica reazione, in quanto nell’ottobre quell’anno EFSA rese ufficiale una valutazione, Renewal Assessment Report (RAR) per il glifosato. In esso EFSA concludeva che “glyphosate is unlikely to pose a carcinogenic hazard to humans and the evidence does not support classification with regard to its carcinogenic potential”, un giudizio sostanzialmente diverso da quello di IARC. L’ Addendum 1 (the BfR Addendum) del RAR conteneva un tentativo di spiegazione razionale delle differenza fra le due valutazioni.

Il 27 novembre 2015 un gruppo di 97 scienziati del settore, capitanati da C.J. Portier ha scritto una lettera a Mr. Vytenis Andriukaitis capo della Commissione Health & Food Safety della UE in cui si criticavano aspramente i criteri e i metodi del BfR e dell’EFSA (https://www.efsa.europa.eu/sites/default/files/Prof_Portier_letter.pdf).

A questa lettera l’EFSA ha risposto nel gennaio 2016 con un’altra lettera dettagliata (https://www.efsa.europa.eu/sites/default/files/EFSA_response_Prof_Portier.pdf).

A questo ha comunque fatto seguito una campagna molto forte diretta da Monsanto contro lo IARC (ed altri istituti scientifici indipendenti come il Ramazzini) nel tentativo di ridurne l’immagine, il ruolo e il peso scientifico, e anche i fondi, anche questo descritto molto ampiamente nell’articolo di Le Monde e su Internazionale.

Cerco di essere più preciso.

International Agency for Research on Cancer (IARC) Monographs Programme identifica le cause ambientali del cancro nell’uomo e ha valutato finora dal 1971 più di 950 diversi agenti. Le monografie sono scritte da un gruppo di lavoro (WG) ad hoc che lavora per 12 mesi che terminano con una riunione di 8 giorni. Il gruppo valuta tutta la letteratura scientifica disponibile pubblicamente su una certa sostanza e, attraverso un rigoroso e trasparente processo raggiunge una decisione sul grado al quale l’evidenza scientifica supporta la capacità di quella sostanza di produrre o meno il cancro.

Nel caso specifico, come sempre la decisione dello IARC GW si è basata su una procedura condotta da scienziati indipendenti , privi di conflitto di interesse non affiliati nè supportati in alcun modo dalle aziende produttrici. La decisione è basata su lavori sempre citati e pubblicati nella letteratura biomedica referenziata.

Nonostante la Monsanto si sia lamentata della procedura come dice l’articolo di Le Monde:

In realtà la Monsanto sa bene che questa valutazione del glifosato è stata fatta da un gruppo di esperti dopo un anno di lavoro e dopo una riunione durata diversi giorni a Lione. Le procedure del Circ prevedono inoltre che le aziende legate al prodotto esaminato abbiano il diritto di assistere alla riunione finale. Per la valutazione del glifosato, infatti, la Monsanto ha inviato un “osservatore”: l’epidemiologo Tom Sorahan, professore dell’università di Birmingham, nel Regno Unito. Il rapporto che lo scienziato stila il 14 marzo 2015 per i suoi committenti conferma che tutto si è svolto nei modi previsti. “Il presidente del gruppo di lavoro, i copresidenti e gli esperti invitati alla riunione sono stati molto cordiali e disposti a rispondere a tutte le mie richieste di chiari- mento”, scrive Sorahan in una lettera inviata a un dirigente della Monsanto. La lettera figura nei cosiddetti Monsanto papers, un insieme di documenti interni dell’azienda che la giustizia statunitense ha cominciato a rendere pubblici all’inizio del 2017 nell’ambito di un procedimento giudiziario in corso. “La riunione si è svolta rispettando le procedure del Circ”, aggiunge l’osservatore dell’azienda statunitense. “Il dottor Kurt Straif, il direttore delle monografie, ha una grande conoscenza delle regole in vigore e ha insistito perché fossero rispettate”.

Del resto Sorahan – che non ha risposto alle domande di Le Monde – sembra molto

imbarazzato all’idea che il suo nome sia associato alla risposta della Monsanto: “Non vorrei apparire in alcun documento dell’azienda”, scrive, ma allo stesso tempo offre il suo “aiuto per formulare” l’inevita- bile contrattacco che il gruppo organizzerà.

Per la Monografia 112, 17 scienziati hanno valutato il rischio carcinogenico di 4 insetticidi e del glifosato concludendo per il glifosato : probable human carcinogen.

La review dello IARC collega il glifosato all’aumento dose dipendente di tumori maligni in molti siti anatomici negli animali da esperimento e all’aumento di incidenza del linfoma non- Hodgkin negli umani esposti.

La risposta dell’EFSA è molto articolata (è lunga 18 pagine e non banale da riassumere): ne riporto alcuni punti chiave.

1)

2)

3)

4) differenza fra i due sistemi di valutazione:

differenze specifiche:

Per non annoiarvi vi riassumo che sui punti specifici si vede che le valutazioni divergono anche per aver usato metodi statistici diversi nei due casi e dunque sembra che la valutazione finale che in fondo si distingue per limitata evidenza di cancerogenicità (IARC) o molto limitata evidenza di cancerogenicità (EFSA) dipende anche dal metodo statistico usato per la valutazione.

Ma c’è anche da considerare che mentre IARC non usa lavori se non scritti da autori indipendenti EFSA li usa tutti assegnandogli un peso statistico diverso.

Infine i membri del panel IARC sono essi stessi scelti solo fra persone prive di conflitti di interesse mentre nel caso di EFSA la cosa è più complessa e discutibile.

A proposito di questo tema è da notare che anche altri enti ufficiali che sono intervenuti nella questione con la loro autorevolezza scientifica come Joint FAO/WHO meeting on pesticide residue, in effetti sono stati accusati di non avere panels effettivamente indipendenti o comunque in condizione tale da escludere il conflitto di interessi.

Dice l’articolo di Le Monde:

Tre dei suoi ricercatori, infatti, collaborano con l’International life science institute (Ilsi), una lobby scientifica finanziata dalle grandi industrie del settore agroalimentare, delle biotecnologie e della chimica: dalla Mars alla Bayern, dalla Kellogg alla Monsanto. Si trattava del tossicologo Alan Boobis, dell’Imperial College, Regno Unito, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ilsi e uno dei presi- denti del Jmpr; di Angelo Moretto, dell’università di Milano, relatore del Jmpr, consulente e consigliere d’amministrazione di una struttura creata dall’Ilsi; e infine di Vicki Dellarco, consulente in diversi gruppi di lavoro dell’Ilsi e componente del Jmpr.

In teoria gli esperti del Jmpr sono sottoposti alle stesse regole d’indipendenza del Circ, cioè quelle dell’Oms, tra le più severe al mondo. Di fatto un conflitto d’interessi apparente, proprio perché può alterare la credibilità dell’istituzione e delle sue decisioni, è grave quanto un conflitto d’interessi accertato. Tuttavia, interpellata da Le Monde, l’Oms ha assicurato che “nessun esperto era in una situazione di conflitto d’interessi tale da impe- dirgli di partecipare al Jmpr”.

Questa risposta lascia insoddisfatti Hilal Elver e Baskut Tuncak, rispettivamente relatrice speciale sul diritto all’alimentazione e relatore speciale sui prodotti e i rifiuti pericolosi delle Nazioni Unite. “Chiediamo rispettosamente all’Oms di spiegare come, in base alle sue regole, è arrivata alla conclusione che i rapporti degli esperti con l’industria non rappresentassero alcun conflitto d’interessi, apparente o potenzia- le”, hanno detto i due esperti a Le Monde. “Processi di verifica adeguati, chiari e tra- sparenti sui conflitti d’interessi sono fon- damentali per l’integrità del sistema”, pre- cisano prima di “incoraggiare” le organizzazioni delle Nazioni Unite a “rivederli”.

“Gravi sospetti” esistono sul “fatto che le aziende ‘comprerebbero’ degli scienziati per spingerli a confermare le loro posizioni”, hanno scritto i due esperti nel loro rapporto sul diritto all’alimentazione.

“Gli sforzi fatti dall’industria dei pesticidi”, si legge in questo testo consegnato al consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso marzo, “hanno ostacolato le riforme e bloccato le iniziative dirette a ridurre l’uso dei pesticidi su scala mondiale”.

Ma a quali sforzi si riferiscono i due funzionari?

La risposta è nei cosiddetti “Monsanto papers“ che sono i documenti che l’azienda è stata costretta a trasmettere finora alla giustizia. Negli Stati Uniti la cosiddetta procedura di discovery (scoperta) autorizza queste operazioni.

Negli USA sono in corso 800 processi per danni da glifosato che potrebbero portare al pagamento di somme ingenti; la magistratura americana ha imoosto la pubblicazioni di decine di milioni di pagine di documeti interni Monanto che svelano secondo Le Monde una strategia di risposta della Monsanto che ha coinvolto molti scienziati apparentemnete “indipendenti” con articoli pubblicati su blog o su riviste a pagamentoo su giornali pubblicati da enti finanziati da alcune aziende agrochimiche. Per maggiori dettagli leggete l’articolo di Le Monde e se non riuscite chiedetemelo (sono abbonato a Internazionale).

Aggiungo due cose: se si guardano le cose da un punto di vista tecnico le due posizioni potrebbero non essere in contrasto; per capirci faccio riferimento ad un argomento diverso.

Voi sapete che a norma della legge sulla sicurezza del lavoro 81/08 pericolo e rischio sono due distinti concetti;

la definizione di Pericolo è compresa nell’art. 2, lettera r, D.Lgs. 81/08

Proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni. Il pericolo è una proprietà intrinseca (della situazione, oggetto, sostanza, ecc.) non legata a fattori esterni; è una situazione, oggetto, sostanza, etc. che per le sue proprietà o caratteristiche ha la capacità di causare un danno alle persone

Ma che una cosa sia pericolosa non vuol dire che sia rischiosa.

Il rischio è definito nell’ art. 2, lettera s, D.Lgs. 81/08

Probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione

In definitiva una cosa che è pericolosa potrebbe non essere rischiosa; in questo senso non vedo un contrasto insanabile fra le due posizioni: la questione potrebbe essere vista così: IARC ha ragione il glifosato è pericoloso potenzialmente, ma nelle condizioni pratiche di impiego l’esposizione del grande pubblico alla sostanza non supera mai il livello di rischio accettabile; esistono casi analoghi; per esempio il benzene è cancerogeno conclamato ma è permesso il suo uso nella benzina a certe condizioni (percentuale in volume inferiore all’1% ed uso degli aspiratori nelle centraline di distribuzione).

D’altra parte noi chimici sappiamo bene che tutto può essere tossico, anche l’acqua, in relazione alla concentrazione: è la dose che fa il veleno. Se i pesticidi fossero stati usati con ragione e raziocinio, lo stesso discorso vale per il cromo delle concerie, certo le proprietà dei composti sotto accusa non sarebbero diverse da quelle che sono, ma i danni a salute ed ambiente sarebbero stati e sarebbero minori con le conseguenze relative sulla valutazione dell’uso

E’chiaro che qua è in gioco molto di più del glifosato che comunque vale miliardi di dollari di profitto; è in gioco una agricoltura interamente meccanizzata e basata su un uso intensivo di combustibili fossili e di concimi sintetici, di erbicidi e pesticidi; ne abbiamo parlato molte volte: l’agricoltura moderna, successiva alla “rivoluzione verde” è sostenibile? Ha alterato il ciclo del fosforo e dell’azoto e certamente ha contribuito alla crescita dei gas serra (metano, NOx); ha alterato la biodiversità e messo a rischio i principali impollinatori (api, bombi); possiamo continuare ad usarla senza problemi? Non credo.

Non voglio apparire formale, ma cercare di capire; ogni commento anche critico è ben accetto; è altrettanto certo che il conflitto deve essere risolto e al più presto; ne va della nostra immagine ancora una volta.

 

Non c’è due senza tre: ancora glifosato.(parte 1)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

Tutti i lettori di questo blog sanno che la mia personale posizione sulle questioni agricole è certamente non mainstream; ho scritto decine di articoli sottolinenando i diversi problemi dell’agricoltura contemporanea, tutti collegati alla crescita infinita perseguita dalla nostra attuale società (economica, demografica, etc.) con la conseguenza di sconvolgere i cicli degli elementi e contribuire al riscaldamento globale; tuttavia in essi come in tutti cerco di tenermi sempre disperatamente su quella linea sottile che separa la critica “scientifica”, ossia fatta secondo i criteri sperimentali e del metodo scientifico dalla posizione ideologica; probabilmente non ci sono riuscito, ma ci ho provato. Sono stato attaccato diverse volte da persone che sostenevano che ero ideologicamente “contro” il mainstream; adesso invece mi tocca scrivere un articolo di stampo opposto.

In due post recenti vi ho informato del fatto che il glifosato, l’erbicida più usato del mondo, è stato messo in categoria 2A fra i potenziali cancerogeni dallo IARC (http://wp.me/p2TDDv-1GK‎) e che uccide o danneggia organismi del suolo (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/16/ancora-sul-glifosato/ ) ; ma fra queste cose che sono sostenute su basi chiare e scientifiche e le pretese antiscientifiche di alcuni ce ne corre. Vediamo di che si tratta.

Nei commenti al secondo di questi post la senatrice Elena Fattori di M5S mi ha criticato (minacciando sostanzialmente di querelarmi, almeno così ho capito) perchè ho definito non scientifici, da non leggere, da non additare al pubblico, alcuni articoli (che lei invece considera “dati scientifici”) che in modo giornalistico o da riviste sostanzialmente predone o poco affidabili hanno sostenuto che il glifosato ha come conseguenza la celiachia e altri disturbi connessi, blocca l’enzima p450 dei mammiferi etc. Tutte cose che non stanno nè in cielo nè in terra.

Premetto doverosamente che la senatrice Fattori, laureata in biologia e con un PhD a Zurigo ha pubblicato oltre 40 lavori (Web-ISI of science) e ha un H-index di 28. Non stiamo quindi facendo una discussione ideologica, ma stiamo cercando di capire come si distinguono gli articoli degni di fede (intesa qui come credibilità, dato che nessuno di noi può ripetere tutti gli esperimenti di cui legge si tratta di capire come facciamo a distinguere) dal resto delle cose che si trovano in rete. Ovviamente si può dare spazio a tutto, c’è libertà di pensiero, ma facendo così si fa una enorme confusione; occorre avere dei criteri saldi.

La medesima senatrice ha condiviso sul proprio blog di FB (https://www.facebook.com/Fattori.Elena.M5S/posts/1034766399869967) un articolo di “La Stella” scritto da Maurizio Blondet dal titolo “Ma quale celiachia. Chiamatela Roundup”.

La Stella è un sito che pubblica articoli su auto ad acqua, medicine che curano l’organo a cui assomigliano, perchè esiste l’anima spiegato da un fisico e via discorrendo (anche Tutto ciò che ci è stato insegnato sulle nostre origini è una bugia).

Ha ripreso un articolo di Blondet (http://www.maurizioblondet.it/chi-e-maurizio-blondet/) giornalista in pensione, che scrisse su giornali come, La padania, Il giornale, Gente e che attualmente si occupa di temi di stampo “complottista” sul suo blog personale dove l’articolo è comparso per la prima volta. Riporto qui una frase che descrive bene le idee di Blondet:
L’America non mira più a pacificare questi paesi per farne i suoi vassalli e suoi mercati, come ha fatto agli europei nel dopoguerra. Il fine nuovo, di stampo ebraico, è quello descritto nella Bibbi quando sarà instaurato il Regno d’Israele: “spargerò il terrore di te” sulle nazioni, abiterai “case che non tu hai costruito”, raccoglierai da “campi che non ha coltivato tu”. La sola concezione possibile di impero, per Israele, è il saccheggio e il terrore.
Cosa dice l’articolo? L’articolo sostiene che la celiachia e i disturbi connessi dipendono dal fatto che il glifosato è presente nei cibi che mangiamo in particolare nel grano; riprende le tesi svolte in tre articoli,

1) http://www.mdpi.com/1099-4300/15/4/1416   (Entropy)

2) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3945755/ (Interdisciplinary Toxicology)

3) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25883837

(Surg Neurol Int.)

pubblicati da Anthony Samsel e Stephanie Seneff ; il primo è un libero consulente e la seconda è una ricercatrice di informatica dell’MIT che si è dedicata da pochi anni a questo nuovo tema biologico del glifosato (e di altre molecole) e dei suoi effetti sulla salute umana, pubblicando una serie di articoli basati su mere ipotesi dato che lei stessa non è una biologa e non ha fatto mai nessuna misura di tipo biologico, nessun esperimento; la dott. Seneff ha pubblicato in tutto 39 articoli quasi gli stessi numericamente della senatrice Fattori, ma mentre la Fattori ha avuto quasi 4000 citazioni la Seneff ne ha avute 125 su ISI (H-index 7). Di questi articoli solo gli ultimi sono dedicati alla biologia.

I tre articoli citati che rappresentano i suoi più noti sul tema glifosato hanno ricevuto rispettivamente: 14, 0 e 0 citazioni su Web of Science che è una delle banche dati più accreditate. Su Google Scholar che è un data base meno considerato di ISI Web of Science ma molto più ampio i tre articoli hanno ricevuto 73, 23 e 3 citazioni.

Giusto per capire di cosa stiamo parlando il termine glyphosate viene indicizzato per 141000 citazioni su Google Scholar, ossia le tre pubblicazioni della Seneff sono state considerate per una percentuale di volte che è 99/141000= 0.07% del totale su Google e del 14/7469 su ISI web of Science, ossia dello 0.18% su ISI Web of Science, come si vede valori analogamente molto bassi.

Entropy (dove è stata pubblicata la prima delle tre pubblicazioni) è indicizzata su ISI mentre le altre due riviste no, sono riviste open source recenti di alcun peso scientifico al momento.

Finora abbiamo posizionato i quattro articoli, ed è importante farlo perchè quando si legge un articolo scientifico occorre anche chiedersi in che contesto esso è stato pubblicato, ossia se chi lo ha pubblicato segue le regole che la comunità scientifica si è data per pubblicare; questo fa anche da sfondo alla valutazione degli articoli da parte della comunità scientifica di riferimento, CHE E’ QUELLA CHE CITA GLI ARTICOLI STESSI.

Quando scriviamo un articolo e lo mandiamo ad una rivista, tipicamente non sappiamo cosa succederà, se verrà approvato o se no, se verrà citato o se no; ma il rapporto fondamentale è con la comunità dei lettori una comunità di riferimento che fa il nostro stesso mestiere e che nel tempo prima approverà o meno il lavoro e poi lo citerà se lo ritiene utile o lo criticherà.

Tuttavia attenzione; lo ho scritto altre volte in questo blog, i meccanismi del mercato sono entrati pesantemente in questa macchina ideale della scienza e la hanno ridisegnata almeno in parte; sorvoliamo sull’aspetto del publish-or-perish che ci porterebbe troppo lontano, editori che si fanno pagare non da chi compra le loro riviste ma da chi ci scrive sopra (su una delle riviste usate da Seneff, Entropy gli articoli costano un migliaio di euro l’uno) è il cosiddetto open-access, che a volte diventa una sorta di pay-per-publish, pagare per farsi pubblicare, invece che una lotta al controllo delle multinazionali dell’editoria, e questa è l’editoria predona; il controllo dei referees anonimi si fa inattivo, spesso la rivista chiede all’autore di indicare lui dei referees “anonimi” (sic!) e chi ti vieta di indicare gli amici? Infine succede anche che chi legge citi superficialmente; in questo momento , proprio in questi giorni mentre vi scrivo mi è stata approvata una review sul mio tema di ricerca, la bagnabilità in cui ho criticato pesantemente alcuni degli articoli più citati anche sulle riviste ad alto fattore di impatto a causa di errori “pacchiani”; e devo dire che la cosa che mi ha fatto felice è che i tre referees (effettivamente anonimi) mi hanno tutti scritto: ci voleva proprio, bravo; si vede che la situazione è arrivata ad un estremo, vi assicuro che non sono stato tenero, ho trovato errori anche su Science. Ma questo è il bello della scienza: sono i fatti a contare alla lunga; finora almeno è andata così; il metodo tiene ancora NONOSTANTE il mercato.

Ora il bassissimo numero di citazioni degli articoli della Seneff qualunque sia il database di riferimento che usiamo da parte di chi pubblica nel medesimo settore deve essere parte integrante del metodo di valutazione dei suoi articoli; se la comunità che si occupa del medesimo argomento non la cita vuol dire che quel che dice non ha molto senso; non la critica neppure badate o almeno non ci spreca articoli, ma post scritti da colleghi contro di lei si sprecano; è anche interessante notare che su ISI per esempio dei 14 che citano il suo articolo su Entropy (il primo) solo due sono a loro volta citati da altri; in pratica la gran parte di chi la cita (12 su 14) è ai margini del suo medesimo settore di lavoro. Questo completa la valutazione della comunità di riferimento.

Adesso entriamo nel merito dei quattro articoli.

Una informazione che è utile: cosa è la celiachia? Non c’è una risposta semplice, trovate varie informazioni qui:

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2103_allegato.pdf

http://www.eufic.org/article/it/artid/celiachia-intolleranza-glutine/

Si tratta di una intolleranza alimentare alle proteine del glutine probabilmente su base autoimmune; nel celiaco il glutine contenuto nel cibo causa un danno alla membrana dell’intestino che a sua volta impedisce al cibo di essere digerito ed assorbito dal corpo in modo corretto. Il risultato è essenzialmente uno stato di malnutrizione cronica; il glutine è un complesso proteico contenuto in: grano tenero, grano duro, farro, segale, orzo e altri cereali minori. Lo si trova in pane, pasta, biscotti, pizza e in ogni altro prodotto derivato da tali cereali. La celiachia è una condizione con una forte componente ereditaria, infatti la concordanza tra gemelli veri (cioè dotati di identico patrimonio genetico) è di molto superiore rispetto all’attesa nella popolazione generale. Con crescente evidenza si tratterebbe di una patologia autoimmune, basata su una base genetica e scatenata dall’alimentazione.

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La sua importanza nella popolazione mondiale (che si chiama prevalenza) e in specie europea stimata inferiore all’1%. Si stima che la sua prevalenza sia aumentata negli ultimi 50 anni di varie volte (dallo 0.2% allo 0.8%, ma non se ne conoscono le ragioni (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19362553).

Veniamo all’effettivo contenuto degli articoli

Blondet:

Sono almeno 12 mila anni che l’umanità mediterranea si nutre di frumento,  senza problemi. E di colpo, ecco sorgere la “intolleranza al glutine”, con relativo ipersviluppo degli affari relativi a questa “malattia”: paste senza glutine a 5 volte il prezzo   delle normali, prodotti bio dove l’etichetta dichiara “senza glutine”, cibi spesso a carico del servizio sanitario nazionale… Il glutine è un veleno? Si deve sospettare del grano geneticamente modificato? Per una volta no. Anche se c’entra il Roundup, il diserbante della Monsanto, specifiamente concepito dalla multinazionale per essere usato in abbondanza coi suoi semi geneticamente modificati (modificati appunto per resistere al diserbante, che uccide tutte le erbacce) . Come ha scoperto la dottoressa Stephanie Seneff, ricercatrice senior al Massachusetts Institute of Technology (MIT), da una quindicina d’anni gli agricoltori americani, nelle loro vastissime estensioni, hanno preso l’abitudine di irrorarle di Roundup immediatamente prima della mietitura.”

Questa è la parte iniziale dell’articolo che esprime una serie di come dire “profonde inesattezze”?

Non è vero che l’umanità si nutre di frumento senza problemi, né che l’intolleranza al glutine sia sorta di colpo; un disturbo con tutti i sintomi dell’intolleranza in senso lato è stato riportato fin dal 1 secolo dC da Areteo di Cappadocia, 2000 anni fa;

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che nel suo “Corpus Medicorum Graecorum II “ parlava di “diatesi celiaca” descrivendo pazienti con pallore, perdita di peso e diarrea cronica, ossia alterazione intestinale. La definizione ufficiale risale al 1888. In quel periodo Samuel Gee, medico del S. Bartholomew’s Hospital di Londra, fu il primo a descriverne magistralmente il quadro della forma tipica. Ma il merito principale di Gee è stato quello di aver intuito che la causa della malattia celiaca andava ricercata in un alimento, anche se non era riuscito ad identificare quello responsabile. Un forte interesse per la Celiachia riprese quando nel 1945 il pediatra dell’Ospedale di Utrecht Willem-Karel Dicke scoprì una forte riduzione della malattia in Olanda durante la seconda guerra mondiale legata al ridotto utilizzo di cereali.

Dopo di ciò affermare che la intolleranza al glutine o celiachia nelle sue varie forme sia sorta “di colpo” appare una pura invenzione.

L’altro aspetto citato da Blondet è l’uso del glifosato come essicante del grano che sarebbe fatto in Canada ma non da noi ma noi compreremmo quel grano canadese; ora questo modo di usare il glufosato è stato effettivamente sviluppato in USA e Canada ma purtroppo per tutte le altre fantasiose complottiste ipotesi del Blondet dal 2012 anche in Italia è ahimè possibile fare la medesima cosa. Non so come mai questo fatto che io personalmente considero una cosa alquanto grave, un uso del tutto inutile del glifosato sia stato permesso anche in Italia nonostante le proteste di alcuni dei nostri produttori di grano, probabilmente per favorire la concorrenza di altri produttori italiani; ovviamente si tratta di interessi contrapposti, ma di fatto ormai dal 2012 questo argomento del grano canadese “al glifosato”, (che è una parte sia pur ridotta delle recenti importazioni di grano in Italia, l’Italia importa poco meno della metà del grano che usa e le importazioni canadesi sono cresciute solo molto di recente) usato invece del nostro che sarebbe indenne non ha ragion d’essere dato che la medesima cosa si può fare anche in Italia; lo sapeva il Blondet? Lo sa la senatrice?

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Dal 19/11/2012 con regolamento Ministeriale n.14737, il prodotto commerciale Roundup Platinum della Monsanto Crop Protection (il più concentrato in glifosate p.a. 480g/l) è stato autorizzato dal Ministero della Salute per il trattamento pre-raccolta su grano ed orzo.

In realtà la preraccolta serve ad altro, serve a “seccare” le piante come racconta Blondet, ma come vedete si può fare benissimo anche da noi fin dal 2012; dopodichè che senso ha il racconto complottista di Blondet?

Veniamo alla ipotesi del collegamento fra celiachia e glifosato legata al numero di casi ed all’uso; Blondet usa il grafico che compare nel secondo dei lavori che ho elencato e che la medesima senatrice Fattori cita sul proprio sito FB come articolo con “dati scientifici”.

La correlazione non è provata da un meccanismo dettagliato testato in laboratorio e controprovato ma da una ricerca puramente numerica come può fare una ricercatrice di informatica come la Seneff. Fra l’altro notate che i dati usati dalla Seneff nel grafico che viene qua sotto sono di un’altra ricercatrice (la Swanson) che ci ha pubblicato un lavoro successivo del tutto numerico tentando di trovare molte altre correlazioni e riuscendoci.

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Questo grafico (come gli altri che trovate nei lavori della Seneff e della Swanson) è un ottimo esempio di ciò che viene indicato come “correlazione spuria”, un tema su cui sono stati scritti libri (http://www.tylervigen.com/spurious-correlations, che è anche un sito dove potete provare a correlare praticamente qualunque cosa) e c’è perfino un giornale a riguardo: http://www.jspurc.org/.

Guardate con attenzione:

-prima di tutto non si è in grado di recuperare i dati da una sorgente chiara;

-in secondo luogo ci dovrebbe essere una medesima zona da cui vengono i cittadini malati che vanno all’ospedale e in cui venga usato il glifosato ma non è così o comunque non si sa;

-i dati di una grandezza e dell’altra sono assoluti non sono riferiti al numero di ettari coltivati o alla percentuale di popolazione;

-si cerca una correlazione senza ritardo, come se l’effetto della causa, il glifosato, fosse immediato, senza alcun ritardo, mentre la malattia celiaca si manifesta lentamente dopo anni di esposizione

-e infine notate che mentre una delle grandezze parte da zero , il glifosato, l’altra NO, il numero di casi, proprio perchè la celiachia esisteva ben prima dell’uso del glifosato; se si vuole riconoscere questo considerando effettivamente l’incidenza della celiachia dovuta a glifosato (ossia il numero di NUOVI casi di celiachia dovuti supponiamo ad esso che prende il nome di incidenza) occorrerebbe anche sapere come sono variate le ALTRE cause, quelle che provocavano la celiachia PRIMA del glifosato. Insomma trucchi da prestidigitatore dei dati!

Non si possono trovare “correlazioni” significative se non si hanno i meccanismi; è possibile se no “provare” qualunque cosa; per esempio che l’autismo dipenda dal consumo di agricoltura biologica:

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e cose del genere. Sarebbe sciocchezzzaio puro.

L’articolo due della serie di Seneff, considerato dalla Fattori “dati scientifici” sul proprio blog è basato TUTTO su questo tipo di ragionamento: correlazioni numeriche priva di causazione, ossia tecnicamente correlazioni spurie.

http://www.tylervigen.com/spurious-correlations

Ma non basta ci sono altre “imprecisioni”:

1) “Celiac disease, and, more generally, gluten intolerance, is a growing problem worldwide, but especially in North America a Europe, where an estimated 5% of the population now suffers from it.”

Falso come detto prima la letteratura riporta valori di PREVALENZA dell’ordine dell’1% o meno.

2) “Glyphosate is known to inhibit cytochrome P450 enzymes.” Falso; Questo è vero solo nelle piante ma non nei mammiferi

McLaughlin LA et al. Functional Expression and Comparative Characterization of Nine Murine Cytochromes P450 by Fluorescent Inhibition Screening. DRUG METABOLISM AND DISPOSITION (2008) Vol. 36, No. 7 1322-1331.

3) “Deficiencies in iron, cobalt, molybdenum, copper and other rare metals associated with celiac disease can be attributed glyphosate’s strong ability to chelate these elements.” Che il glifosato sia un chelante non ci sono dubbi ma che questo comporti un effetto nelle condizioni effettive del tratto digestivo umano non è stato provato finora. Mera ipotesi della Seneff non provata.

Si potrebbe continuare ma sinceramente non ho nè tempo nè voglia di perderci energie.

Ma come fa una rivista a pubblicare cose così? Vorrei aggiungere qualcosa sulla rivista su cui è stato pubblicato: Interdisciplinary toxicology; si tratta di una rivista Open Access fatta così: l’editor e buona parte dell’editorial board sono slovacchi (e fin qui nulla di male, anche se si ritiene in genere che l’internazionalità ampia e ben rappresentata sia una garanzia di indipendenza di giudizio) e una frazione consistente è fatto da persone del medesimo istituto e della medesima associazione scientifica; una parte consistente delle loro pubblicazioni sono pubblicate sulla medesima rivista; insomma si tratta di una rivista che se fosse pubblicata in Italia sarebbe guardata con sospetto: la rivista di “quel gruppo là”, non una rivista scientifica internazionale; questa rivista è sulla lista costruita da un bibliotecario, Jeffrey Beall, dell’Università di Denver che cerca di commentare la qualità delle riviste Open Access (http://scholarlyoa.com/about/): questa è fra le peggiori.

(continua)

Ancora sul glifosato.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

Con poco meno di un milione di tonnellate all’anno di prodotto il glifosato è il più importante erbicida mondiale e quindi è giusto che ne discutiamo; in effetti ne abbiamo già parlato in un precedente post di pochi mesi fa , nel marzo 2015, quando lo IARC o meglio una commissione internazionale dello IARC, che è il braccio armato della OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, nella lotta al cancro (quindi non è un ente operativo, ma solo un ente scientifico) ha prodotto una valutazione, una “metaanalisi”, una sorta di review di tutti i lavori scientifici privi di conflitto di interesse (in cui per esempio non figura la Monsanto, che il glifosato lo produce, come ente finanziatore) riguardanti non solo il glifosato ma anche altri prodotti usati in agricoltura, ed i risultati sono stati pubblicati sull’influente The Lancet (oncology) (http://dx.doi.org/10.1016/S1470-2045(15)70134-8) assegnando al glifosato la categoria 2A. In effetti la commissione analizzò 5 sostanze, due pesticidi— tetraclorvinfos e parathion — sono stati classificati come “possibly carcinogenic to humans”, categoria 2B. Gli altri 3 — malathion, diazinon e glifosato — sono stati valutati “probably carcinogenic to humans”, ossia categoria 2A, riservata alle sostanze con limitata evidenza di cancerogenicità per l’uomo e sufficiente evidenza per gli animali. (guardate il post precedente per I dettagli).

Ricordiamo che la sua molecola

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è quella di un derivato dell’amminoacido glicina, la N-(fosfonometil)glicina, C3H8NO5P, un analogo aminofosforico della glicina.

Ovviamente la cosa ha prodotto scandalo e reazioni in tutto il mondo; tenete presente che il grosso del glifosato è venduto insieme a semi OGM ossia con piante geneticamente modificate attraverso gli specifici metodi “non-naturali” ossia non presenti in natura ma realizzati dall’uomo, che ricadono nella definizione di Ogm come data dall’UE (Direttiva 2001/18/CE). (Qui in effetti occorre precisare che in almeno un caso (la patata dolce) è stato provato che piante comuni hanno subito in natura lo stesso procedimento di “infezione” da parte del medesimo batterio Agrobacterium usato da noi,si veda http://www.pnas.org/content/112/18/5844.abstract )

Cosa è successo di nuovo?

Sul problema specifico poco di più; il 15 luglio scorso il professor Christopher Portier, uno dei coautori dello studio di marzo dello IARC, partecipando a Londra ad un congresso organizzato dalla Soil Association, che si batte per una agricoltura “biologica”, ha dichiarato: “Glyphosate is definitely genotoxic. There is nothing else in my mind.

Ovviamente si tratta di una dichiarazione privata; non è una prova scientifica.

La Germania si è dichiarata a favore di un bando in Europa, l’autorità Danese per l’ambiente di lavoro lo ha dichiarato cancerogeno, El Salvador, e lo Sri Lanka lo hanno messo al bando e il governo colombiano ha proibito di spruzzarlo nelle piantagioni di coca.

I problema è che nei paesi dove si usa il glifosato esso si ritrova comunemente nel sangue e nelle urine delle persone e perciò se è effettivamente genotossico e potenzialmente carcinogeno non sembra molto saggio continuare ad usarlo; questo d’altra parte scardinerebbe un sistema produttivo basato su di esso (cosa che ci riguarda tutti) ed azzererebbe i profitti della Monsanto.

Ma ci sono altre prove che sono state nel frattempo pubblicate, seppur di tipo diverso e che gettano nuova luce sulle proprietà del glifosato.

Negli Scientific reports di Nature, liberamente accessibili al pubblico è stato pubblicato uno studio sugli effetti del glifosato sul suolo: Scientific RepoRts | 5:12886 | DOi: 10.1038/srep12886, a firma di 4 specialisti austriaci.

Glyphosate-based herbicides reduce the activity and reproduction of earthworms and lead to increased soil nutrient concentrations (http://www.nature.com/articles/srep12886)

Cosa dice questo lavoro?

Le principali conclusioni sono che:

“…the surface casting activity of vertically burrowing earthworms (Lumbricus terrestris) almost ceased three weeks after herbicide application, while the activity of soil dwelling earthworms (Aporrectodea caliginosa) was not affected. Reproduction of the soil dwellers was reduced by 56% within three months after herbicide application. Herbicide application led to increased soil concentrations of nitrate by 1592% and phosphate by 127%, pointing to potential risks for nutrient leaching into streams, lakes, or groundwater aquifers.”

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In pratica i 4 ricercatori austriaci hanno confrontato l’effetto del glifosato su due sezioni di terreno in cui erano compresi organismi comuni nel suolo, tipologie di vermi che ne costituiscono l’ossatura organica e che attraverso la loro attività lo rendono una struttura viva e non semplicemente un supporto inorganico; queste tipologie di organismi sono fortemente danneggiati dall’uso dell’erbicida e una delle conseguenze è che alcuni componenti inorganici con ruolo di concime si perdono. Finora test del genere non erano stati condotti oppure erano stati condotti su organismi della medesima specie ma non comunemente ritrovati nel terreno.

Dato l’ampio uso del glifosato se ne può dedurre che esso danneggia o può danneggiare la componente organica del suolo.

Se queste conclusioni verranno confermate, si tratta di una ulteriore mattonella, che viene meno nell’uso del glifosato e che dovrebbe indurre a applicare una maggiore precauzione nell’uso così esteso di singole molecole, che se da una parte appaiono preziose per la produzione agricola come è concepita attualmente e per i profitti di alcune corporations chimiche dall’altra mostrano la corda ed usate in enormi quantità possono causare più danni che benefici sul lungo periodo.

Il suolo è un sistema complesso ed il cibo ne dipende sia in quantità che in qualità; la sua salubrità deve essere preservata attraverso un ripensamento dell’agricoltura che abbiamo sviluppato finora; la rivoluzione verde non è così verde come ci si aspettava.

Un ripensamento sull’uso del glifosato avrebbe anche effetti sull’uso degli organismi OGM ai quali il glifosato è attualmente molto legato.

Glifosato e altre storie

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

Oggi parliamo di glifosato, un erbicida molto diffuso che è stato posto dallo IARC, l’agenzia internazionale di ricerca sul cancro, nella classe 2A, probabile carcinogeno per l’uomo.

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Con un mercato di quasi 6 miliardi di dollari all’anno (sei dollari al chilo corrispondono a circa 1 milione di tonnellate all’anno) il glifosato è il più comune e diffuso erbicida del pianeta; col nome commerciale di Roundup è probabilmente conosciuto anche da molti dei nostri lettori. Esso è anche il più importante erbicida associato ai prodotti OGM e quindi si capisce quale scontro di interessi titanico possa scatenare una dichiarazione come quella dello IARC.

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il loglio, Lolium perenne, uno dei principali infestanti mondiali

Il 24 marzo Nature ha pubblicato su questa questione un articoletto, neutro ma interessante che potete scaricare qui.

Cominciamo dal principio. Il glifosato è un erbicida, in particolare è un erbicida ad ampio spettro che agisce sulle piante in crescita attiva; non funziona cioè sulle piante in pre-emergenza, ossia prima che spuntino; la sua molecola 200px-Glyphosate.svg

è quella di un derivato dell’amminoacido glicina, la N-(fosfonometil)glicina, C3H8NO5P, un analogo aminofosforico della glicina.

Il glifosato è un diserbante sistemico di post-emergenza non selettivo (è cioè attivo, fitotossico per tutte le piante). A differenza di altri prodotti, viene assorbito per via fogliare (prodotto sistemico), ma successivamente raggiunge ogni altra posizione della pianta. Questo gli conferisce la caratteristica di fondamentale importanza di essere in grado di devitalizzare anche gli organi delle erbe infestanti che, essendo sottoterra (ipogei) in nessun altro modo potrebbero essere devitalizzati, se non attraverso un duro lavoro manuale o meccanico.

Fu sintetizzato la prima volta nel 1950 dal chimico svizzero Henry Martin, che lavorava per la Cilag. (la storia completa la potete trovare qua (http://media.johnwiley.com.au/product_data/excerpt/10/04704103/0470410310.pdf). Fu poi riscoperto indipendentemente da Monsanto nel 1970. I chimici della Monsanto nel tentativo di sintetizzare delle sostanze per “addolcire” l’acqua, (chelanti, che riducono il calcio) ne scoprirono un paio che avevano anche attività erbicida e a John E. Franz, fu chiesto di trovare degli analoghi più potenti. Il glifosato fu il terzo ad essere sintetizzato. Franz ha ricevuto per questo la National Medal of Technology nel 1987 e la medaglia Perkin per la Chimica Applicata nel 1990.

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Il glifosato è così potente e ad ampio spettro (uccide anche molti batteri) perché inibisce un enzima centrale nella vita delle piante, il 5-enolpiruvilshikimato-3-fosfato sintetasi (EPSPS), che catalizza la reazione fra shikimato-3-fosfato (S3P) e fosfoenolpiruvato per formare il 5-enolpiruvil-shikimato-3-fosfato (ESP).

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Dal 1970 al 2000 è stato un brevetto della Monsanto; dopo quella data è stato prodotto anche da altri tanto che attualmente è prodotto essenzialmente in Cina e pensate che queste sole modifiche nella zona di produzione hanno portato dei problemi di mercato non banali con aumenti di prezzo per questo prodotto fino a 2-3 volte il suo valore attuale.

Figuriamoci cosa può produrre una notizia come quella che abbiamo dato all’inizio.

Attualmente poi la principale parte del glifosato viene usata in combinazione con i semi OGM, ossia con piante geneticamente modificate attraverso gli specifici metodi di laboratorio che ricadono nella definizione di Ogm come data dall’UE (Direttiva 2001/18/CE). Tale modifica genetica è legata proprio all’ampio spettro del glifosato; dato che tutte le piante o quasi sono suscettibili ad esso per potenziarne l’efficacia ma per renderne seletttivo l’uso si usano piante in cui l’enzima naturale è stato sostituito mediante i metodi sintetici sopraricordati dall’enzima di un batterio che è naturalmente resistente al glifosato, l’Agrobacterium del ceppo SP4; questa informazione genetica è stata trasferita mediante quei metodi prima nella soia e poi in altre piante; in questo modo, mentre le normali infestanti sono suscettibili all’azione del glifosato e muoiono, le piante OGM, che non lo sono, rimangono vitali.

L’uso del glifosato va incontro a un problema di resistenza significativo; il numero di infestanti che resistono o che superresistono oggi al glifosato è cresciuto velocemente (al momento l’elenco internazionale delle piante resistenti agli erbicidi elenca 239 specie resistenti al glifosato; mentre erano solo 1 nel 1996 e 211 nel 2014). Sono aumentate di 200 volte in 20 anni, ossia in media sono raddoppiate ogni due anni, anche se a ritmo decrescente. Come nel caso degli antibiotici usati troppo estensivamente e che stanno perdendo il loro potere antibatterico nell’uso comune, così anche nel caso degli erbicidi questa strategia di brutale attacco mostra quindi dei punti deboli.

Ma cosa ha detto lo IARC? Anzitutto cosa è lo IARC? Lo IARC è il braccio armato della OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, nella lotta al cancro; non è un ente operativo, esso è solo un ente scientifico, tocca ad altri stabilire una quantificazione di accresciuto rischio cancerogeno di un prodotto o raccomandare livelli di esposizione più sicuri, ma è chiaro che i suoi studi possono avere una influenza.

In questo caso una commissione internazionale ha prodotto come risultato una valutazione, una “meta-analisi”, una sorta di review di tutti i lavori scientifici, privi di conflitto di interesse (in cui per esempio non figura la Monsanto come ente finanziatore), riguardanti non solo il glifosato ma anche altri prodotti usati in agricoltura, ed i risultati sono stati pubblicati sull’influente The Lancet (oncology) (http://dx.doi.org/10.1016/S1470-2045(15)70134-8) assegnando al glifosato la categoria 2A. In effetti la commissione ha analizzato 5 sostanze, due pesticidi— tetraclorvinfos e parathion — sono stati classificati come “possibly carcinogenic to humans”, categoria 2B. Gli altri 3 — malathion, diazinon e glifosato — sono stati valutati “probably carcinogenic to humans”, ossia categoria 2A.

Cosa vuol dire? LO IARC classifica i composti su una scala che comprende 5 livelli:

Gruppo 1 – “Cancerogeni umani”, riservata alle sostanze con sufficiente evidenza di cancerogenicità per l’uomo.

Gruppo 2 diviso in due sottogruppi, denominati A e B.

Sottogruppo 2A – “Probabili cancerogeni umani”

riservata alle sostanze con limitata evidenza di cancerogenicità per l’uomo e sufficiente evidenza per gli animali.

Sottogruppo 2B – “Sospetti cancerogeni umani” sostanze con limitata evidenza per l’uomo in assenza di sufficiente evidenza per gli animali o per quelle con sufficiente evidenza per gli animali ed inadeguata evidenza o mancanza di dati per l’uomo.

Gruppo 3 – “Sostanze non classificabili per la cancerogenicità per l’uomo”

le sostanze che non rientrano in nessun’altra categoria prevista.

Gruppo 4 – “Non cancerogeni per l’uomo” le sostanze con evidenza di non cancerogenicità sia per l’uomo che per gli animali.

Per il glifosato esistono dati che provano la cancerogenicità per gli animali e le evidenze per l’uomo sono limitate al linfoma non-Hodgkin (Int. J. Environ. Res. Public Health 2014, 11, 4449-4527; doi:10.3390/ijerph110404449); secondo gli autori dello IARC tali evidenze, assieme a quelle di tipo “meccanicistico” ossia ottenute in laboratorio sul danno prodotto alle molecole di DNA dal glifosato sono sufficienti a classificare il prodotto come 2A.

A questo punto spetta alle organizzazioni che hanno ruoli decisionali di emettere un verdetto; (in effetti alcuni paesi avevano già espresso perplessità: l’Olanda ha vietato la vendita del glifosato ai privati dal 1 gennaio 2016, la Francia nel 2013 ha riconosciuto danni per il glifosato ad un agricoltore professionista, il Brasile ha in corso una procedura di messa in mora).

Vedremo.

E’ da dire che sostanze con attività erbicida esistono anche in natura. Lo stesso glifosato è molto simile ad altri prodotti analoghi presenti già in natura come mostrato qui:

variorganofosforici

Tetrahedron 58 (2002) 1631-1646

e quindi i prodotti organofosforici come erbicidi non sono state inventati dall’uomo.

Il prodotto 5, Bialaphos, è un tripeptide estratto da uno Streptomicete e commmercializzato come Herbiace; mentre il prodotto 6 è venduto come sale di ammonio col nome di glufosinato da Bayer ma è uno dei componenti del tripeptide precedente.

Si nota che il 7, il glifosato è molto simile come struttura alle molecole precedenti, ma inibiscono enzimi diversi. 8 infine è la fosfonotrixina, anch’essa estratta da un’altro batterio, Saccarotrix.

Una serie di altre sostanze sono elencate in un bellissimo articolo di autori italiani in italiano (Ital. J. Agron. / Riv. Agron., 2007, 4:463-476 Sostanze di origine naturale ad azione erbicida di Mariano Fracchiolla e Pasquale Montemurro, ma si veda anche http://arnoldia.arboretum.harvard.edu/pdf/articles/473.pdf ma anche Tetrahedron 58 (2002) 1631-1646 da cui è tratta la figura precedente), in cui c’è un elenco di sostanze naturali ad effetto “allelopatico” ossia prodotte dalle piante ma non con effetti su se stesse ma con effetti sul proprio ambiente o su altre piante.

Fra le altre, due mi hanno colpito perchè conosco le piante che le producono, l’Ailanto, (Ailantus altissima) una specie altamente invasiva, l’albero del paradiso, cosiddetto, introdotto in Europa alla fine del 700 per farvi crescere la sfinge dell’ailanto un insetto simile al baco da seta e il comune Noce, (Jugland regia).

La prima, l’ailanto o albero del paradiso

ailanto1

produce l’ailantone

ailantone

e la seconda che tutti conosciamo, il Noce,

noce

produce lo Juglone

juglone

Juglone

Nel Noce lo Juglone è sintetizzato come naftoidrossichinone

idrochinone

naftoidrossichinone

 

che viene poi ossidato e modificato nell’ambiente

Due sostanze “allelopatiche” che rendono la vita difficile alle altre piante nelle vicinanze delle prime e che spiegano sia la capacità dell’Ailanto di crescere formando spettacolari boschetti di solo ailanto sia la difficoltà ben conosciuta dai nostri agricoltori di far crescere altre piante vicine al Noce.

Ma cosa differenzia queste abilità naturali delle piante dalla nostra capacità di fare altrettanto?

In fondo anche i batteri e le muffe usano gli antibiotici da milioni di anni così come l’Ailanto e il Noce usano gli allelopati, i loro erbicidi.

Noi con gli antibiotici abbiamo certo vinto una battaglia, per qualche decennio, ma rischiamo di perdere la guerra a causa della vorace esigenza di profitto di chi spinge ad usare gli antibiotici anche quando non servono nell’uomo e come adiuvanti nell’allevamento del bestiame; gli antibiotici in eccesso alterano perfino la composizione batterica delle acque di scarico ed hanno reso resistenti moltissimi batteri comuni; oggi la resistenza batterica rischia di diventare un problema serio in tutto il mondo come abbiamo già raccontato in questo blog (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2012/12/18/una-pallottola-spuntata/ )(https://ilblogdellasci.wordpress.com/una-alla-volta/aspergillomarasmina-a/) (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/02/02/batteri-chimica-e-altro-parte-iv/)

Allo stesso modo è la struttura “a senso unico” dell’agricoltura moderna, intensiva, monocolturale, votata non tanto all’eliminazione della fame nel mondo ma alla produzione di beni che garantiscano il massimo profitto che porta ad un uso improprio ed eccessivo delle sostanze di sintesi.

L’agricoltura moderna basata su un ristretto numero di piante, prevalentemente annuali (con un mercato dei semi sempre più strappato al controllo dei singoli produttori) è sempre più fragile e dipendente da prodotti di sintesi che garantiscono la produzione di sempre meno specie ma in sempre maggiore quantità, più interessata al profitto continuo che all’integrazione dei bisogni umani nell’ecosistema complessivo.

Gli erbicidi, o il sistema delle piante OGM resistenti ad essi, non mi sembrano tanto pericolosi per se stessi, (a parte il caso attuale ovviamente) non credo alle ipotetiche tossicità di qualche pomodoro “nero”, ma temo invece la fragilità di un sistema in cui sono state brutalmente abolite tutte quelle complesse relazioni fra specie che sono alla base della biosfera come unità vitale.

La agricoltura moderna non è un sistema permanente e stabile, una permacoltura come in parte l’agricoltura dei Romani basata più su piante permanenti che annuali, o perfino non è più la coltura a cinque livelli dell’agro aversano della mia infanzia, fecondato dalla grande eruzione ignimbritica del 37.000 a.C. e che produceva nel medesimo campo verdura, frutta (la vite), legna da ardere, cereali e consentiva la sopravvivenza degli animali da cortile; oggi quell’agro è trasformato nella terra dei fuochi!

L’agricoltura moderna invece di garantire la sopravvivenza della specie umana nella biosfera ed il ricambio delle sostanze che ci garantiscono la vita a partire dall’acqua, dall’azoto, dal fosforo, si trasforma sempre più in un improvvido e fragile metodo produttivo monocolturale che dipende dall’energia del petrolio e dai prodotti di sintesi in quantità crescenti e che dopo aver alterato il ciclo dell’acqua, dell’azoto e del fosforo e distrutto gran parte dell’ambiente naturale e delle specie in esso viventi si avvia a diventare uno dei nostri principali problemi.