Chimica: oltre le apparenze.

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Mauro Icardi

Ho avuto occasione ultimamente, di discutere e scambiare opinioni con ragazzi molto giovani. Cosa che cerco di fare sempre molto volentieri, in particolare se la discussione verte su temi oggi molto sentiti. In particolare la crisi ambientale e climatica. Durante questi anni di collaborazione al blog, ho sempre espresso con chiarezza il mio punto di vista, raccontando anche quale sia stata la mia formazione personale. Non solo legata al percorso formativo scolastico, ma anche a quello dello studio successivo. Studio legato alla formazione continua che ho seguito per passione personale, molto prima di doverlo fare per rispettare le indicazioni e i regolamenti dell’ordine professionale. Parlando con uno studente giovane, che appartiene ad uno dei gruppi locali italiani di “Friday for future”, ho raccontato della mia formazione e interesse per questi temi. E mi sono anche qualificato come chimico ambientale. La risposta che ho ricevuto, mi ha lasciato vagamente sbigottito. Sostanzialmente questo ragazzo mi ha detto “Lei è un chimico e si interessa di queste cose?” Abbiamo ancora chiacchierato per una mezz’oretta, con la promessa di mantenerci eventualmente in contatto.

Per l’ennesima volta ho sentito crescere dentro di me una sensazione di palese ingiustizia. Per riassumerla credo che questo brano, tratto dall’editoriale del mese di Marzo de “L’almanacco delle scienze” del CNR, a firma di Marco Ferrazzoli sia decisamente utile.

Sta di fatto che la chimica sembra scontare sia la sottovalutazione della sua importanza per la vita dell’uomo, sia la sopravvalutazione dei rischi a cui viene consuetamente legata. Chimica vista quindi come scienza complicata, noiosa, oppure causa dell’inquinamento e responsabile della mancanza di rispetto per la natura e per il Pianeta. La chimica se la batte quasi con la matematica per il titolo di disciplina più negletta a livello popolare e mediaticamente con minor appeal. Un giudizio severo, ingiusto, immotivato, poiché si tratta invece di una materia di grande fascino e importanza, a patto ovviamente che sia spiegata e comunicata in modo efficace e comprensibile.

Questo è quello che cerchiamo di fare anche noi che scriviamo su questo blog.

Per quanto riguarda la mia formazione personale, e per il lavoro che svolgo, la chimica e le nozioni principali di questa scienza sono state il mio costante ausilio. Il mio lavoro riguarda l’acqua e la sua salvaguardia. Negli anni mi sono confrontato con moltissime persone (ingegneri, biologi, tossicologi) e con molte persone con le quali collaboro per lavoro (elettricisti, meccanici). Da tutti ho ricevuto qualcosa, e a tutti ho cercato di dare qualcosa. Ma con quasi tutti ho dovuto faticare, lavorare ai fianchi. Per dimostrare (o tentare di farlo) che la chimica è qualcosa di molto diverso, da una sorta di vaso di Pandora dal quale sono scaturiti tutti i mali di questo nostro tempo. Altre volte ho scritto pezzi in difesa di una scienza che a troppi appare come il ricettacolo di ogni male. Mi occupo di acqua. Bastano queste poche nozioni per capire la bellezza della chimica.

Le eccezionali proprietà chimico-fisiche e la maggior parte di quelle chimiche dell’acqua sono legate alla sua polarità elettrica e alla possibilità di formare legami a idrogeno intermolecolari. Pur essendo formata da molecole semplici, possiede una stabilità chimica sorprendentemente elevata. Poiché le sue molecole sono polari è un solvente eccellente per sali e molecole che presentano legami polari (soluzioni).

Questo brano è tratto da appunti scritti a macchina che ho conservato gelosamente. Risalgono all’anno scolastico 1974/75. Frequentavo la seconda classe della scuola secondaria di primo grado, meglio conosciuta come seconda media. Mi vennero regalati da un ragazzo di qualche anno più vecchio di me, che frequentava il liceo scientifico. Sono stati in qualche modo profetici.

Non vorrei ripetere concetti già espressi. Sarebbe tutto sommato noioso e ripetitivo ritornare sul concetto che la chimica ha rischi, ma ci ha concesso molti benefici. Che molto del benessere di cui godiamo oggi, e delle cose a cui siamo abituati dipende da scoperte fatte nei laboratori chimici. Non mi voglio ripetere. La chimica che utilizzo io, è una chimica che deve affinare i propri metodi analitici. Che deve migliorare la parte preparativa dei campioni difficili (fanghi, morchie,reflui, rifiuti di varia tipologia). E’ una chimica che deve modellizzare flussi di acque, oppure di inquinanti aerodispersi. E che quindi deve dialogare strettamente con fisica e matematica. Una chimica che deve guardare al proprio futuro. E che sarà modificata da chi la vorrà studiare con lo stesso impegno. Ritornando per un attimo alla conversazione di cui parlavo all’inizio, mi ha fatto invece molto sorridere l’idea che quel ragazzo aveva della chimica, cioè che si occupasse esclusivamente di petrolio. In parte è vero, se uno sfoglia in maniera distratta e superficiale un testo di chimica organica. Io continuo a studiarla, magari non sistematicamente. Tenendo sul comodino (si lo confesso) dei testi che ogni tanto rileggo, o per meglio dire riassaporo. Tutto questo mi serve ogni giorno, e mi aiuta anche a mantenermi aggiornato ed attento.

Ecco, vorrei dire a quel ragazzo ,e a chi avrà la pazienza e la voglia di leggere questo post. Provate anche voi ad approcciarla. Se lo farete sono certo che troverete almeno un argomento che vi potrà appassionare. Ma per farlo liberatevi da condizionamenti che non hanno più ragione di essere. Perché posso assicurarvi che anche i chimici possono essere artefici di un nuovo modo di guardare al mondo, al pianeta ed al futuro.

E credo ne abbiano tutto il diritto. Lo abbiamo scritto come presentazione di questo blog : “Nell’Antropocene, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo, la Chimica ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e dell’economia circolare.

Provate a leggere la tavola periodica, come fosse il calendario dell’avvento, anche se il Natale è trascorso, ed il prossimo non è alla porte. Provateci, potreste rimanerne finalmente affascinati, abbandonando le due p che si legano alla chimica. Tranquilli, non sto parlando delle p degli orbitali sp. Sto parlando delle p che significano le iniziali di preconcetto e pregiudizio. Che la chimica davvero non merita. Datele una possibilità.

NdA. Spero che le immagini “leggere” di questo post non siano fraintese. Tutto può servire a mio parere ad avvicinare, non solo alla chimica, ma alla conoscenza in generale.

Donne da ricordare e cose da ricordare per le donne (e per gli uomini).

Claudio Della Volpe

Nei numerosissimi post pubblicati in questo blog e scritti da Rinaldo Cervellati, dedicati alle donne scienziate che avrebbero potuto vincere il Nobel od avere comunque un ruolo di primo piano in ambito scientifico si è evidenziato ripetutamente il percorso difficile e lungo che si è seguito a partire dalla metà dell’800 fino ad oggi (non è ancora terminato) verso una effettiva parità delle opportunità di genere.

In occasione del 27 gennaio, giornata della memoria, quest’anno riprendiamo dall’oblio i nomi di alcune donne che si occuparono di Chimica nei momenti più bui per il nostro paese.

L’oscurità per le donne era cominciata presto, appena dopo la conquista del potere da parte del movimento fascista. Basta guardare la sequenza legislativa.

Negli anni fra il 1900 e il 1919 era iniziato, a partire dalla cosiddetta legge Carcano un percorso di emancipazione:

la legge 242/1902 che introduce il congedo di maternità, limita a dodici ore giornaliere l’orario massimo di lavoro per la manodopera femminile, vieta alle donne i lavori sotterranei e proibisce l’impiego delle minorenni nel lavoro notturno e per mansioni pericolose e insalubri;

fu seguita dal Regio decreto 1905 che apre alle donne l’insegnamento nelle scuole medie; dalla legge 816/1907 che vieta alle donne il lavoro notturno in ottemperanza alla convenzione di Brema del 1906;

poi la legge 520/10 che Istituisce la Cassa di Maternità per dare un sussidio fisso uguale per tutte durante il congedo obbligatorio

ed infine la Legge 1176/1919, la legge Sacchi, che cancella l’autorizzazione maritale e ammette le donne ad esercitare tutte le professioni, escluse quelle che «implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche o che attengono alla difesa militare dello Stato»

Anna Maria Mozzoni antesignana dell’emancipazione della donna in Italia

Anna Kuliscioff

Maria Montessori

Eleonora Duse

Questo percorso emancipativo si interrompe bruscamente con il potere fascista; il governo più lungo nella storia dell’Italia unita, rimane in carica dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943; e già nel 1923 il neoministro Gentile realizza una famigerata riforma rimasta in vigore anche ben dopo la caduta del fascismo; in quella legge,

Regio Decreto 1054/1923, la cosiddetta Riforma Gentile (quella che ha escluso i chimici dall’insegnamento di Chimica nei licei) si inizia a proibire alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie;

col Regio Decreto 2480/1926 si continua proibendo alle donne l’insegnamento della filosofia, della storia e dell’economia nelle scuole secondarie;

con le scelte economiche deflazionistiche che portarono alla cosiddetta quota 90 nel cambio si aumentarono le tasse del 20% sui salari e il 20 gennaio 1927 furono dimezzati con un decreto i salari femminili. Dopo l’instaurarsi delle crisi economica mondiale del 1929 la situazione portò ad ulteriori restrizioni per il lavoro femminile; nel 1933 al culmine della crisi si vietò alle donne (e ai pensionati) in cerca di occupazione di iscriversi nelle liste di collocamento. Negli anni successivi la pubblica amministrazione potè discriminare le donne nelle assunzioni, escludendole da una serie di pubblici uffici (Legge 22/1934) ed il Regio Decreto 15/10/1938, che vieta ai datori di lavoro pubblici e privati di assumere più del 10% di donne. Esclusi solo i lavori considerati particolarmente “adatti” alle donne. Tutte queste scelte restrittive oltre alle motivazioni economiche avevano come scopo di rafforzare l’idea che il compito delle donne era quello di stare a casa e fare e crescere i figli. In quindici anni, dal 1921 al 1936, la percentuale delle donne che svolgevano attività extradomestiche passò dal 32,5 per cento al 24 per cento. ( da L’avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. – Milano – Prima edizione Collana Aperta maggio 1976)

Marussia Bakunin, figlia di Mikail e zia di renato Caccioppoli

C’è da ricordare che nel 1925 le donne ebbero la possibilità di votare nelle elezioni locali; ma tali elezioni vennero eliminate l’anno successivo. Dovettero aspettare il 1945 per avere il diritto di votare alle politiche.

E’ questo il quadro in cui dobbiamo valutare la forza di carattere e l’impegno profuso da quelle donne che nonostante tutto studiarono e si laurearono impegnandosi nell’insegnamento e nella ricerca.

Ricordiamo qui quattro casi che hanno a che fare con le discriminazioni ebraiche ma che non sono gli unici casi di donne discriminate ovviamente.

I testi sono stati estratti da un sito molto bello dedicato alle donne nella scienza che vi invito a leggere:

http://scienzaa2voci.unibo.it/

Vita Nerina (chimica) a Bologna;

Nerina Vita nacque a Bologna il 29 settembre 1891. Frequentò l’istituto tecnico “Pier Crescenzi”, ottenendo la licenza fisico-matematica con sessantaquattro punti su ottanta il 25 ottobre 1909. Nel 1910 si iscrisse alla Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Università di Bologna, laureandosi il 14 novembre 1914, in chimica pura, con la tesi: Sulla trasformazione degli alcaloidi (studio sul seme del lupino) (108/110). Suo relatore fu il noto chimico Giacomo Ciamician.

Nell’anno accademico 1914-15, dopo la laurea in chimica, si iscrisse alla Facoltà di farmacia del medesimo Ateneo. Il 30 gennaio 1916 scrisse poi una lettera al rettore sottoponendogli la propria domanda di congedo per trasferirsi nella stessa facoltà a Parma, città ove era allora domiciliata in quanto assistente nel laboratorio di chimica di quella università. Nel 1934 ottenne l’abilitazione alla libera docenza: a quel tempo era aiuto presso la cattedra di chimica industriale nella Scuola superiore di chimica industriale di Bologna. L’anno successivo passò un brevissimo soggiorno presso la Stazione zoologica di Napoli per apprendere la cosiddetta ‘tecnica Warburg’ per la misurazione del consumo di ossigeno nelle cellule.

Nel 1939, a seguito delle leggi razziali, venne dichiarata decaduta dall’insegnamento. Con la sorella Elda si recò allora clandestinamente in Svizzera: tornò in Italia solo alla fine della guerra. Venne riammessa all’insegnamento il 7 giugno 1945.

Tra il 1959 e il 1960, la direzione della pubblica istruzione la sollecitò affinché regolarizzasse la sua posizione di libera docente; Nerina rispose di non aver proceduto a causa delle proprie condizioni di salute malferma.

Clara Di Capua Bergamini (chimica) a Firenze;

Allorquando, nel 1938, le leggi razziali promulgate dal regime fascista privarono i cittadini italiani di origine ebraica dei diritti civili  e politici, Clara Di Capua era aiuto ordinario di chimica analitica, libero docente di chimica generale nonché professore incaricato di chimica applicata presso la Facoltà di medicina dell’Università di Firenze. In quanto ebrea e nonostante si dichiarasse aconfessionale fu estromessa dal proprio incarico. A nulla valse la sua operosità scientifica per la quale un anno prima era stata premiata.  Aveva sposato Mario Bergamini, libero docente di odontoiatria nel medesimo ateneo. Nel 1944 venne reintegrata come incaricato, libero docente e aiuto.

Angelina Levi (farmacologia) a Modena;

Nata ad Ancona il 10 maggio 1892 da Guido e Sara Carola Castelli, nel 1929 entrò in qualità di aiuto ordinario e libera docente di farmacologia e tossicologia nell’Istituto di farmacologia dell’Università di Modena, diretto da G.M. Piccinini. Nel 1931 fu ammessa nella Società dei naturalisti e matematici di Modena. Qui esordì con una comunicazione tenuta il 30 gennaio circa le proprietà curative di un principio chimico, la periplocina, estratto da una pianta asclepiadea assai diffusa in Italia ma ancora poco studiata, la Periploca graeca; principio che, sembrava, potesse essere validamente usato nella cura delle affezioni cardiache.
Lo studio degli effetti di droghe digitaliche sul sistema cardio-circolatorio fu al centro di altre due comunicazioni, entrambe pubblicate nel 1933 negli «Atti» della Società, relative ad una sostanza estratta da una pianta del genere Acokanthera, proveniente dalla Somalia, e fatta pervenire al laboratorio di Modena, per le necessarie analisi tossicologiche, dall’Istituto di patologia coloniale. I risultati evidenziarono la presenza di principi cardioattivi, le strofantidine, da utilizzare come farmaco naturale.
Le indagini farmacognostiche e chimiche rappresentavano, infatti, il filone principale delle  ricerche della Levi, la quale si era altresì occupata di sperimentazione animale allo scopo di verificare gli effetti della somministrazione di preparati iniettabili a base di ferro, piombo e zinco in organismi affetti da neoplasie. L’idea di fondo era quella di controllare la risposta del sistema reticolo endoteliale (un insieme di cellule del sistema immunitario) al quale, correttamente, si attribuiva un’azione di difesa dell’organismo. Ne erano scaturiti un paio di lavori, rispettivamente del 1928 e del 1930, pubblicati sull’«Archivio di farmacologia sperimentale e scienze affini» e «Arch. Inter. de Pharmacod. et de Therap. ».
Aveva quindi testato l’azione dell’arsenico in una serie di sperimentazioni analoghe di cui diede notizia nel 1935 anche sul «Bollettino della Società medico chirurgica di Modena».
Nello stesso anno erano pure uscite, nelle pagine del «Bollettino della Società italiana di biologia sperimentale», altre due note nelle quali esponeva i risultati di ricerche istologiche compiute sugli apparati nervosi terminali del muscolo gastrocmenico (il più superficiale dei muscoli della regione posteriore della gamba) di rane sottoposte ad una intossicazione cronica da glicerina, stricnina e curaro. Due anni dopo, aveva raccolto dati anche rispetto alla caffeina e alla nicotina e proceduto ad un esame comparativo degli effetti istologici di questi cinque farmaci.
La sua attività, spesso condotta in collaborazione con allievi interni dell’Istituto, venne bruscamente interrotta nel 1938, allorquando, a causa delle leggi razziali promulgate dal regime fascista fu radiata dall’Università di Modena per la sua origine ebraica. Come conseguenza indiretta del provvedimento assunto dall’ateneo, ovvero in assenza di una precisa disposizione del Consiglio direttivo, perse la qualifica di membro della Società dei naturalisti e matematici, ove,  su proposta del presidente Giorgio Negodi e all’unanimità, fu reintegrata nel 1945.
Negli anni seguenti partecipò attivamente alla vita della Società ricoprendo all’interno del Consiglio di presidenza la carica di revisore dei conti dal 1951 al 1955; indi, di consigliere fino al 1957. Continuò altresì a pubblicare negli «Atti»: nel 1948 riferì sulle proprietà analgesiche dei derivati della Cannabis; mentre, nel 1949  illustrò l’azione di alcune sostanze farmacologiche (mianesina, tionarcon, stricnina) sull’attività colinesterasica del tessuto nervoso centrale e del sangue.

Ada Bolaffi (chimica biologica) farmacista

Questo nome è presente su internet come quello di una donna chimica che subì gli effetti della legge del 1938 sulla discriminazione antiebraica, ma non ci sono dati biografici precisi; è anche elencata in nota nell’articolo di Albini e Vita-Finzi citato in fondo; laureata a Firenze fu libera docente a Milano; chi ne sa di più?

 

Aggiungerei un altro nome, ricordato dal bell’articolo di Albini e Vita-Finzi, che sono due soci della SCI, sul tema generale degli effetti delle leggi razziali del 1938; in quell’articolo si testimonia come la collettività ebraica e le donne reagirono alle nuove limitazioni; l’articolo, che è liberamente scaricabile al link qui sotto, ricorda fra l’altro la storia esemplare di Lia Foà che studiò nei corsi organizzati dalla comunità ebraica e completò gli studi universitari prima a Losanna e poi a Pavia e che testimonia della volontà di reagire della comunità ebraica e delle donne.

Ed infine, anche se non era una chimica, ricordo qui Enrica Calabresi, zoologa a Ferrara, che per non farsi deportare si suicidò.

In questo post non ci sono fotografie delle donne citate perché non ne ho trovate.

Riferimenti.

https://womenforwomenitaly.com/donne-leggi-dal-1902-ad-oggi/

http://www.memorieincammino.it/file/2017/01/Una-storia-poco-nota.-Le-leggi-razziali-e-la-chimica.-Milano-1941-di-A.Albini-e-P.Vita-Finzi.pdf

http://scienzaa2voci.unibo.it/

https://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=ottobre-1938-lespulsione-dei-docenti-ebrei-dalluniversita-di-firenze

Chimica, società, vaccini.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Alla recente riunione del Consiglio Centrale della SCI ho avuto l’opportunità di partecipare ad una discussione, purtroppo per esigenze organizzative limitata nel tempo, relativa al dibattito in atto nel Paese circa l’obbligatorietà o meno di vaccinazioni.

Il tema è caldo: la politica ha tentato di scavalcare la scienza, in parte-per fortuna solo in parte- riuscendovi. Giustamente sono apparsi sulla stampa interventi di prestigiose ed eminenti istituzioni scientifiche e loro ricercatori, soprattutto medici, a difesa dei vaccini obbligatori. La domanda che è emersa in sede di Consiglio Centrale SCI è stata: è opportuno che una Società Scientifica non medica si pronunci su un tema così dibattuto e non strettamente di sua competenza? Mi permetto in questo post di focalizzare i motivi per cui la mia risposta a quella domanda non può che essere: sì è opportuno, utile e necessario. Innanzitutto la scienza non ha comparti stagni: i punti di contatto e le correlazioni sono presenti sempre avvicinando discipline a volte un tempo considerate lontane (si pensi ad archeologia e chimica,ad economia e matematica, a diritto e statistica).

La chimica tradizionalmente oltre a sviluppare una propria ricerca di scienza molecolare è stata considerata una disciplina di supporto (di servizio si diceva con irrispettosa espressione ) per molte altre: dalla medicina alla biologia, dalla geologia alla merceologia, dalla fisica all’antropologia. In passato talvolta questo ruolo non è stato riconosciuto così da perdere occasioni di progresso e di avanzamento. Noi stessi chimici mentre da un lato ci siamo lamentati per questi mancati riconoscimenti e delle resistenze e mancate permeabilità di alcune componenti scientifiche , dall’altro ci siamo impegnati a trovare sbocchi culturali alla nostra disciplina, che camminassero parallelamente alla riconosciuta importanza della chimica nella vita di tutti i giorni ed aprissero settori di studio poco esplorati. Così abbiamo fatto crescere il nostro patrimonio metodologico e tecnico offrendo modelli di approccio, metodi e strumenti avanzati di indagine per i ricercatori delle altre discipline. Nel caso della medicina è mia ferma convinzione che un contatto più stretto ed assiduo con la chimica avrebbe certamente giovato al progresso già esaltante di questa scenza. Per tutto ciò io credo che laddove questa correlazioni scientifiche e culturali ci siano si debba cogliere l’occasione di esprimere la nostra posizione. Che poi queste correlazioni ci siano nel caso dei vaccini mi pare quasi ovvio per numerose ragioni. Esistono settori della Chimica dedicati al tema: si pensi alla Chimica Biologica, in particolare all’Immunochimica,alla Chimica Farmaceutica; i vaccini sono sistemi complessi la cui composizione prevede la coesistenza con l’antigene di numerosi composti generalmente tutti a concentrazioni di sicurezza, ma da valutare integralmente; si tratta di associazioni di elementi che non esistono nei manuali dei materiali conosciuti; questi materiali sono in massima parte non biodegradabili, per cui una volta iniettati rimangono nel corpo laddove il sangue li ha trasportati; le particelle di dimensione ridotta possono venire incamerate da cellule ed interagire direttamente con il DNA danneggiandolo. Apprezzo quindi molto la proposta-che spero si concretizzi- del Presidente della SCI al Consiglio per creare un GdL che sintetizzi questi punti evidenziando gli aspetti chimici di un problema che è soprattutto medico, sociale, culturale.

Accanimento non terapeutico.

Mauro Icardi

Certamente non è una cosa che faccia piacere ai chimici pensare a come venga percepita, la Chimica, nell’immaginario dei non chimici. E questo atteggiamento preconcetto, io credo non deponga in generale a favore di una necessità evidente di contrastare la diffusione dell’analfabetismo di ritorno, delle fake news, e in generale della sovraesposizione a notizie banali, quali ad esempio quelle che si occupano di gossip.

Essere interessati alla propria professione, all’interesse mai interrotto per la scienza che è diventata strumento di lavoro e apprendimento, spesso espone a fraintendimenti che, personalmente trovo molto fastidiosi.

E tutto questo aumenta una sensazione di estraneità che qualche volta pesa.

L’ultimo episodio mi è capitato durante una degenza ospedaliera. In questa circostanza, oltre a pensare alla guarigione, è necessario pensare ad impiegare il tempo in maniera proficua.

Io ho chiesto a mia moglie di portarmi il libro di Marco Malvaldi “L’architetto dell’invisibile – ovvero come pensa un chimico”. Era sul comodino della stanza d’ospedale. Una sera, un’operatrice sanitaria lo ha adocchiato, preso in mano, e dopo aver guardato la copertina e letto il titolo, posato di scatto con un atteggiamento piuttosto plateale. Le ho chiesto il perché, ricevendo come risposta una sorta di borbottio, ed una molto generica spiegazione di idiosincrasia alla materia.

Ora, se una persona frequenta le librerie (purtroppo da proteggere come qualsivoglia animale in via d’estinzione), si può accorgere delle decine di libri che insegnano a vincere la paura della matematica, o della fisica.

Si trovano molti libri di divulgazione chimica, anche se a mio parere in numero leggermente minore, ma l’idea di scrivere un libro per vincere la paura della chimica potrebbe essere interessante.

Nelle pagine di questo blog si è scritto più volte in difesa della chimica, si è ripetuto quali siano i più diffusi luoghi comuni su questa scienza. Luoghi comuni che lo stesso Malvaldi riesamina, a partire da quello più diffuso che vede i termini “sintetico” o “chimico” come negativi, in contrapposizione a “naturale” che invece è percepito univocamente come positivo. Ma le aflatossine ad esempio, o la cicuta sono quanto di più naturale vi sia , eppure le prime sono molto tossiche e cancerogene, e l’estratto della seconda fu responsabile della morte che Socrate volle autoimporsi.

Altra riflessione che mi sento di fare è questa: occorre trovare un modo per appassionare le persone non solo alla scienza, ma in generale alla lettura, alla riflessione e allo sviluppo di capacità critiche. Tutte capacità ormai rare. La chimica ha nella sua dualità benefici/rischi già una sorta di peccato originale, una sorta di destino per il quale è tacciata di ogni nefandezza. E tutto questo fa dimenticare a troppi quanto invece le dobbiamo, e quanto del benessere (per altro da ripensare nei suoi aspetti maggiormente dissipativi) di cui attualmente possiamo ancora godere, sia dovuto alle scoperte dei laboratori o dei reparti di produzione.

Come dicevo i libri di divulgazione chimica ci sono. Sono disponibili credo nelle biblioteche di qualunque città o piccolo centro. Si possono acquistare così da averli sempre a disposizione per riguardarli. In rete ci sono innumerevoli siti per chi abbia il coraggio, la voglia e la curiosità di conoscere questa scienza. Basta avere un poco di quella che una volta veniva definita “buona volontà”. Per altro da estendersi a tutte le discipline scientifiche. Ma per la chimica almeno per tentare di modificare una cattiva reputazione decisamente immeritata. E sono convinto che una volta conosciuta, possa riservare sorprese a chi, per abitudine ne ha una visione negativa, ma non reale.

La nostra avventura.

Luigi Campanella, già Presidente SCI.

Scrivo questo post nella mia veste anche di direttore di CNS Chimica Nella Scuola il giornale della SCI edito da ARACNE dedicato all’insegnamento della Chimica nella Scuola primaria e secondaria,quindi di fatto all’inizializzazione della cultura chimica nei giovani.

La nostra è disciplina complessa, non facile da insegnare e anche da comprendere, tanto da richiedere una creatività didattica capace di superare queste difficoltà. Proprio in questa convinzione CNS cerca di mettere a comune esperienze,originalità, veri e propri prodotti del capitale umano al fine di accrescere la capacità creativa ed innovativa del sistema didattico. Su questa base mi avvicino sempre con interesse a testi che possono promuovere in me stimolazioni e provocazioni da raccogliere da parte di colleghi che appartengono alla stessa comunità, intendendo per essa quella della didattica, non necessariamente limitata alla Chimica.

Ho così letto le due ultime fatiche di Carlo Rovelli , SETTE BREVI LEZIONI DI FISICA e L’ORDINE DEL TEMPO (ADELPHI ED.).Mi ha subito colpito l’approccio: la disciplina da spiegare vista come un’avventura, quasi verso l’ignoto, cercando quindi in questa prospettiva di offrire a chi fruirà della descrizione, la soddisfazione di avere superato un ostacolo, di essere arrivato in porto dopo una procellosa navigazione. Da qui la convinzione che la conoscenza è figlia dell’ignoranza precedente. Pensare di sapere tutto frena l’interesse scientifico, ma limita anche la curiosità formativa e quindi l’apprendimento.

La creatività dell’insegnante si misura proprio in questa capacità.

Quando il primo ministro inglese chiese a Faraday a cosa servisse l’elettricità, lui rispose che un giorno sarebbe stata tassata. Quando la scoperta delle onde gravitazionali  ha confermato la teoria di Einstein non si pensava che poi i gps avrebbero funzionato anche grazie alla relatività generale.

Nella ricerca  di linee guida che l’esplorazione didattica richiede si misura il secondo aspetto della creatività didattica. Per la Fisica Rovelli crede molto al “tempo” per questa funzione. Sembra ovvio che scorra in avanti,ma perchè il futuro è diverso dal presente e questo diverso dal passato? Sappiamo che è l’entropia, l’aumento del disordine a differenziare i livelli temporali. Ma per spazio e tempo la gravità quantistica obbliga a ripensarne certi modelli. La materia oscura poi, di cui si intuisce  l’esistenza, ma che non sappiamo rappresentare potrebbe ai concetti di tempo e di spazio assegnare nuovi connotati.

Mi chiedo ora: se volessimo anche noi trovare una linea guida per l’insegnamento della Chimica,come la dovremmo scegliere? Qual’è il corrispondente del Tempo di Rovelli?

Se si leggono con attenzione le ultima annate di CNS, anche le precedenti più antiche, se disponibili, ci si rende conto come la nostra stella polare è la Natura, a partire dall’evoluzione chimica dell’universo, per proseguire con le leggi che regolano i processi chimici, anche quelli naturali, con la trasformazione dell’ambiente in paesaggio a seguito delle attività antropiche, con il passaggio dalla CHIMICA DELLA VITA (conoscenza ,esplorazione), ALLA CHIMICA PER LA VITA(sicurezza,salute,qualità della vita).

Credo che la Chimica abbia fatto molto per la Natura,ma questa ha fatto, fa e  farà molto per la Chimica, in quanto ne agevolerà sempre l’insegnamento e lo sviluppo di una cultura.

Reinventare il ruolo della Chimica nella Società

 Vincenzo Balzani, Università di Bologna

Coordinatore del gruppo di scienziati energiaperlitalia

 La Chimica: ieri

Negli ultimi decenni, e in parte ancora oggi, sui mezzi di comunicazione la Chimica ha fatto e fa notizia principalmente in relazione a guerre, disastri ecologici, inquinamento e sofisticazioni. Ne consegue che, anche fra persone di una certa cultura, la Chimica è percepita come una scienza malvagia, di cui diffidare. Ma come accade per tutti gli strumenti che la scienza e la tecnica mettono nelle mani dell’uomo, da un semplice coltello all’energia nucleare, malvagio non è lo strumento in sé, ma chi lo usa senza le dovute cautele o, peggio, per fare del male deliberatamente.

Negli ultimi 100 anni la Chimica ha portato enormi benefici all’umanità. Ha fornito potenti fonti di energia, vaccini e farmaci capaci di prevenire e curare molte malattie, materiali con proprietà eccezionali come i polimeri, le materie plastiche e i semiconduttori, fertilizzanti per lo sviluppo dell’agricoltura e molto altro ancora. Si può dire che non c’è nulla di quello che usiamo che non sia stato fabbricato dai chimici o basato sui materiali che i chimici hanno ideato. La Chimica, però, deve anche riconoscere la sua responsabilità nell’aver creato strumenti di distruzione e di morte come esplosivi e armi chimiche e nell’aver contribuito, spesso senza volerlo, a volte addirittura senza saperlo, all’insorgere di gravi problemi a livello locale e globale. Nell’ultimo secolo, infatti, la grande accelerazione nell’attività dell’uomo ha coinvolto la Chimica in molti modi e con risultati spesso disastrosi, come il danneggiamento dello strato protettivo di ozono, il riscaldamento del pianeta, l’inquinamento atmosferico e lo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali. L’effetto dell’attività umana degli ultimi decenni sulle caratteristiche del pianeta è ritenuto epocale, come dimostra il nome Antropocene ormai comunemente adottato per indicare l’epoca presente [1].

I chimici sono stati fra gli scienziati più attivi nel forgiare, nel bene e nel male, questa nuova epoca.

L’astronave Terra

Il pianeta Terra su cui viviamo è una specie di astronave che viaggia nell’infinità dell’Universo. E’ un’astronave del tutto speciale perché non potrà mai “atterrare” in nessun luogo per fare rifornimento, per essere riparata o per sbarazzarsi dei rifiuti che vi si accumulano. L’unico rapporto con l’esterno è la luce che riceve dal Sole, risorsa fondamentale per la vita dei 7,3 miliardi di passeggeri.

La prima cosa di cui essere consapevoli è che il pianeta Terra ha dimensioni “finite” [2]. Pertanto, le risorse di cui disponiamo sono limitate ed è limitato anche lo spazio in cui collocare i rifiuti. Si tratta di una realtà innegabile; eppure, spesso, anche i chimici non ne hanno tenuto conto. Molti economisti, poi, sembrano addirittura non saperlo.

Nel 1980, le risorse utilizzate estratte dalla Terra ammontavano a 40 miliardi di tonnellate; nel 2015 sono salite a circa 70 miliardi di tonnellate, pari a 27 kg per persona al giorno. Alle risorse utilizzate vanno aggiunte quantità da due a tre volte maggiori di risorse estratte, ma difficili da usare, rapporto che aumenta costantemente man mano che i depositi di risorse più ricchi si vanno esaurendo [3]. Ci si può chiedere: rimarrà qualcosa per le future generazioni?

Le dimensioni finite del pianeta hanno conseguenze anche per quanto riguarda la collocazione dei rifiuti che si producono ogni volta che si usano risorse [4]; non possiamo sbarazzarcene collocandoli in un inesistente “non luogo”. I rifiuti finiscono inesorabilmente sotto terra, sulla superficie della terra, sulla superficie o sul fondo dei mari e nell’atmosfera; in ogni caso, con conseguenze poco piacevoli. Le scorie di materie plastiche che si sono accumulate nell’Oceano Pacifico formano un’ “isola” grande come l’Europa. La quantità di anidride carbonica riversata in atmosfera supera i 30 miliardi di tonnellate all’anno e, come sappiamo, causa un aumento dell’effetto serra ed i conseguenti cambiamenti climatici. Il particolato fine generato dai motori a combustione ha causato nel 2012 più di 941.000 morti premature in Europa, 84.000 delle quali in Italia. Ci sono poi le scorie delle centrali nucleari, pericolose per decine di migliaia di anni, che nessuno sa dove collocare. Cosa diranno le prossime generazioni dei danni, in parte irreversibili, che abbiamo creato con i nostri rifiuti all’astronave su cui anche loro dovranno viaggiare?

Alla Conferenza COP21 tenutasi nel dicembre 2015 a Parigi [5], 185 nazioni hanno concordemente riconosciuto che il cambiamento climatico, causato dall’uso dei combustibili fossili, è il problema più preoccupante per l’umanità e nell’Enciclica Laudato si’ [6] papa Francesco ha ammonito: “Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le capacità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi”.

La nostra è la prima generazione che si rende conto di questa situazione di crisi e quindi è anche la prima (qualcuno dice che potrebbe essere l’ultima) che può e deve cercare rimedi [4].

Economia lineare ed economia circolare

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che non è possibile continuare con l’attuale modello di sviluppo basato sull’economia lineare (Figura 1) che parte dall’ingannevole presupposto [7] che le risorse siano infinite e che non ci siano problemi per la collocazione dei rifiuti.

antropocene21Figura 1. Schema del sistema economico lineare oggi adottato, basato sul falso presupposto che le risorse siano infinite e che non ci siano problemi per la collocazione dei rifiuti.

Non è possibile continuare col consumismo e con “l’usa e getta”. Questo tipo di economia ci sta portando sull’orlo del baratro ecologico [8] ed è la causa delle crescenti, insostenibili disuguaglianze [9]. Il papa, nell’enciclica Laudato si’ [6], lancia un appello accorato: “Di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta. Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale”.

Uno dei punti cardine della rivoluzione culturale, di cui c’è tanto bisogno, è il passaggio dall’economia lineare all’economia circolare. In questo modello di sviluppo alternativo (Figura 2), l’energia usata proviene da fonti rinnovabili e le risorse della Terra vengono usate in quantità il più possibile limitate (risparmio) e in modo intelligente (efficienza) per fabbricare oggetti programmati non solo per essere usati, ma anche per essere riparati, raccolti e riciclati per fornire nuove risorse.

antropocene22Figura 2. Schema di un sistema economico circolare basato sul concetto che le risorse naturali sono limitate ed è limitato anche lo spazio in cui mettere i rifiuti. Tutta l’energia usata è ricavata da fonti rinnovabili.

La differenza fondamentale fra economia lineare e economia circolare riguarda l’energia, che è la risorsa chiave di ogni sistema economico. L’economia lineare è basata sui combustibili fossili, una fonte in via di esaurimento, mal distribuita sul pianeta e causa di danni gravissimi all’ambiente e alla salute dell’uomo. L’economia circolare, invece, utilizza l’energia solare e le altre fonti di energia (eolica, idrica) ad essa collegate: abbondanti, inesauribili e ben distribuite. Gli ammonimenti degli scienziati [10], le direttive dell’Unione Europea, le decisioni prese alla Conferenza COP21 di Parigi sui cambiamenti climatici [5] e la bellissima enciclica Laudato si’ di papa Francesco [6] sostengono la necessità di accelerare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

 

La Chimica: scienza centrale

La Chimica è una scienza centrale (Figura 3) che, col suo linguaggio, quello degli atomi e delle molecole, invade e pervade numerosi altri campi del sapere e fa da tramite per molte altre scienze. Ha quindi davanti a sé immensi territori da esplorare. Ha dato nuove prospettive alla biologia, che nella sua versione più avanzata, infatti, prende il nome di biologia molecolare e che a sua volta ha profondamente rivoluzionato il campo della medicina.

antropocene23Figura 3. La Chimica: una scienza centrale.

Solo la Chimica potrà dare risposte ad alcune domande fondamentali: come si è originata la vita? come fa il cervello a pensare? c’è vita su altri pianeti?

La Chimica è il fondamento di discipline di primaria importanza come la scienza dei materiali e l’ecologia. Solo con il contributo della Chimica si potranno trovare soluzioni ai quattro grandi problemi che l’umanità deve risolvere per continuare a vivere bene su questo pianeta, senza comprometterne l’uso alle future generazioni: alimentazione (cibo e acqua), salute e ambiente, energia e informazione.

La Chimica è la scienza che ha maggior impatto sulla società. Quindi, può e deve giocare un ruolo guida in questo periodo storico caratterizzato dall’inevitabile transizione dall’economia lineare all’economia circolare e dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

Innovazione

L’innovazione è e rimarrà sempre il motore della crescita e dello sviluppo. Ma oggi sappiamo che crescita e sviluppo devono essere governati non più dal consumismo, ma dalla sostenibilità ecologica e sociale [11]. Un’innovazione volta soltanto ad aumentare i consumi e ad accrescere le disuguaglianze, come è accaduto negli scorsi decenni, è la ricetta per accelerare la corsa verso la catastrofe di cui parla anche papa Francesco.

Le prime cose da innovare, quindi, sono istruzione e cultura. Bisogna far sapere a tutti i cittadini, in particolare ai giovani, quale è la situazione reale del mondo in cui viviamo riguardo risorse, rifiuti e disuguaglianze. L’istruzione è in gran parte di competenza dello Stato, ma anche a livello locale si può fare molto. Lo possono fare, con opportuni corsi di aggiornamento, i comuni, le regioni, le confederazioni degli industriali e degli artigiani. Lo possono fare le grandi e anche le piccole imprese con appositi stages per gli studenti. Possono contribuire con iniziative culturali le Fondazioni bancarie, le parrocchie e le associazioni di ogni tipo.

Un esempio di innovazione sbagliata è la conversione delle raffinerie di petrolio in bioraffinerie, anziché la loro definitiva chiusura con ricollocazione del personale in altri settori. Infatti: 1) le bioraffinerie sono alimentate con olio di palma proveniente in gran parte dall’Indonesia e dalla Malesia, dove per far posto alle piantagioni di palma vengono compiute estese deforestazioni con gravi danni per il territorio e per il clima; 2) i biocarburanti prodotti dall’olio di palma hanno un EROI (Energy Returned on Energy Invested) mai dichiarato, ma certamente minore di 1, cioè forniscono una quantità di energia minore di quella spesa per produrli; 3) fra pochi anni ci si accorgerà che anche le bioraffinerie sono ecologicamente ed economicamente insostenibili e si riproporrà il problema della ricollocazione del personale. Quindi, le bioraffinerie non aiutano a risolvere la crisi energetico-climatica e neppure quella occupazionale.

Un altro esempio di innovazione sbagliata è l’accordo fra Governo, Regione Emilia-Romagna e Audi (l’azienda tedesca che possiede la Lamborghini) per la produzione del nuovo SUV Lamborghini a Sant’Agata Bolognese; un accordo celebrato da alcuni politici ed industriali come straordinario esempio di innovazione [12]. Ma tutti sanno che c’è poco o nulla da innovare nei motori a scoppio, usati da più di un secolo. Se si vuol fare innovazione nel campo delle automobili, oggi la si può fare solo sulle auto elettriche: motori elettrici, batterie (settore che riguarda direttamente la Chimica), dispositivi di ricarica veloce, ecc. Oppure si può fare innovazione per produrre combustibili sintetici mediante elettrolisi dell’acqua (utilizzando elettricità da fonti rinnovabili) e successive reazioni fra l’idrogeno così ottenuto e CO2 [13].

Per capire quanto poco innovativo sia il SUV Lamborghini, che entrerà nel mercato presumibilmente nel 2018, basta pensare che nel 2025 Olanda, Norvegia e anche India prevedono di vietare la vendita ad auto con alimentazione a benzina o gasolio [14‎]. Con la sua mostruosa potenza di 600 CV, il SUV Lamborghini è un emblema del consumismo e della “civiltà” dell’usa e getta, dalla quale le vere innovazioni dovrebbero farci uscire. Col suo costo di 250.000 euro, è anche l’icona delle disuguaglianze, causa prima dell’insostenibilità sociale.

Alcuni campi di sviluppo dell’industria Chimica

 

Nuovi materiali

La caratteristica fondamentale della nostra epoca è il continuo aumento della complessità. Basti pensare che mentre fino al 1990 tutto ciò che c’era in una abitazione era costituito da meno di 20 elementi, oggi in uno smartphone ci sono più di quaranta elementi diversi. Da qualche tempo destano molto interesse elementi relativamente scarsi e finora trascurati, per i quali si prevede un crescente uso nei dispositivi ad alta tecnologia. Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha identificato sei elementi critici per le industrie americane: disprosio, europio, erbio, neodimio, ittrio e indio. Nell’Unione Europea, che è povera di risorse minerarie e ha industrie maggiormente diversificate, gli elementi critici sono più di venti. Per contrastare la scarsità di certi elementi si possono adottare varie strategie: 1) fare con meno; 2) riciclare; 3) individuare elementi più abbondanti che possano sostituire nei processi industriali quelli che scarseggiano; 4) reinventare i processi industriali sulla base dei materiali più facilmente disponibili.

E’ chiaro che in ciascuna di queste strategie c’è ampio spazio per la ricerca e l’industria chimica.

 

Energia

La transizione energetica, già avviata, dai combustibili fossili alle energie rinnovabili ha molto bisogno della Chimica. L’energia solare è abbondante, ma deve essere convertita nelle energie di uso finale: calore, elettricità e combustibili. Ad esempio, la quantità di energia elettrica ricavabile dai 170 Wm-2 di potenza solare media dipende dalla nostra capacità di costruire pannelli, accumulatori e altri dispositivi con le risorse della Terra. Spesso è necessario usare elementi chimici poco abbondanti, come litio, selenio e neodimio, per cui i “reagenti limitanti” nell’utilizzo delle energie rinnovabili spesso non sono i fotoni del Sole, ma gli atomi della Terra, con tutti i problemi prospettati nella sezione precedente. Accade così che mentre la transizione dall’economia lineare all’economia circolare deve fare fulcro sulle energie rinnovabili, la disponibilità di queste ultime è a sua volta legata all’uso delle materie prime secondo i principi dell’economia circolare: risparmio, efficienza e riciclo (Figura 2).

Chimica verde

L’industria chimica in passato aveva come unico traguardo un’alta resa di produzione, senza troppe preoccupazioni per la compatibilità ambientale dei prodotti, sottoprodotti, rifiuti, solventi e catalizzatori, nonché per i consumi idrici ed energetici; a volte, non si è valutata con cura neppure la potenziale pericolosità degli impianti. Nell’ultimo decennio sono stati fatti notevoli progressi, ma molto c’è ancora da fare per giungere ad un Chimica sostenibile, cioè che fornisca quello di cui abbiamo bisogno senza far danni al pianeta e ai suoi abitanti.

Chimica per il Terzo Mondo

Miliardi di persone vivono in paesi tecnologicamente sottosviluppati dove i sofisticati e costosi processi chimici dell’industria non si possono utilizzare. In questi paesi la Chimica deve inventare soluzioni tecnicamente accessibili ed economicamente sostenibili per risolvere problemi di base legati all’acqua, al cibo e all’energia.

 

Monitoraggio, raccolta di informazioni

Un campo particolarmente importante della Chimica è quello dei sensori per monitorare l’ambiente, i cibi, i materiali, le merci, la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica. Per esempio, nella difesa contro il terrorismo la Chimica può dare un contributo fondamentale nel prevenire l’attacco, nel controllarlo e nel fornire prove sull’accaduto. In un mondo che diventa via via più complesso e globalizzato ci sarà sempre più bisogno di raccogliere ed elaborare informazioni anche per svelare truffe come, ad esempio, quella messa in atto dalle case automobilistiche, in particolare dalla Volkswagen, per quanto riguarda il livello di sostanze inquinanti prodotte.

Conclusioni

Negli ultimi decenni il mondo è profondamente cambiato. Siamo in una nuova era, l’Antropocene [1], che anche la Chimica ha contribuito a forgiare. Appare evidente che i progressi della scienza e della tecnologia e l’uso dei combustibili fossili [15] hanno rafforzato le mani dell’uomo, ma hanno aumentato la fragilità del pianeta. Scienziati e filosofi sono preoccupati per il futuro dell’umanità. Secondo Zygmunt Bauman, la scienza e la tecnica hanno fatto vincere all’uomo molte battaglie contro la Natura, ma ora rischiano di farci perdere la guerra causando l’irreversibile degrado del pianeta. Hans Jonas ha scritto che è lo smisurato potere che ci siamo dati, su noi stessi e sull’ambiente ad imporci di sapere che cosa stiamo facendo e di scegliere in quale direzione vogliamo inoltrarci. Umberto Galimberti è più pessimista: “L’uomo è impotente contro la scienza, perché la scienza è più forte dell’uomo. La domanda non è più cosa possiamo fare noi con la scienza e la tecnica, ma che cosa la scienza e la tecnica possono fare di noi”.

In questo quadro, è evidente che molte cose devono cambiare nella politica, nell’economia e nella scienza. La Chimica, la scienza che più interagisce con l’uomo e con l’ambiente, deve reinventare il suo ruolo in questo nuovo mondo. Ha il dovere di trovare soluzioni per i problemi che essa stessa ha contribuito a creare in passato e deve svolgere un compito di importanza fondamentale: mettere a disposizione dell’umanità energia, materiali e prodotti di sintesi senza compromettere l’integrità dell’ambiente e la salute dell’uomo. Il ruolo che la Chimica deve giocare, oggi e domani, è quindi addirittura più importante di quello che ha svolto in passato. Infatti, anziché sfruttare opportunità per un generico sviluppo industriale, deve contribuire a risolvere problemi urgenti, quali il cambiamento climatico, l’inquinamento, la conversione delle energie rinnovabili in energie di uso finale, la disponibilità di cibo e acqua, il recupero dei materiali, la preparazione di farmaci per le popolazioni del terzo mondo e la riduzione delle disuguaglianze. E non c’è dubbio che dall’impegno volto a risolvere questi problemi pratici nasceranno nuove idee e scoperte fondamentali.

C’è molto bisogno di una nuova Chimica e quindi di giovani che vi si dedichino, consapevoli della grande missione che li aspetta.

[1] V. Balzani, Sapere, agosto 10-15, 2015,

[2] N. Armaroli, V. Balzani: Energia per l’astronave Terra, Zanichelli, 2011.

[3] U. Bardi: Extracted: How the Quest for Mineral Wealth Is Plundering the Planet, Chelsea Green, White River Junction, Vermont (USA), 2014.

[4] V. Balzani, M. Venturi: Energia, risorse, ambiente, Zanichelli, 2014.

[5] http://www.accordodiparigi.it/

[6] Francesco: Laudato si’, Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Paoline Editoriale Libri, 2015.

[7] http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/La-fuga-dalla-realta-e-il-mito-della-crescita-infinita

[8] L.R Brown: World on the Edge: How to Prevent Environmental and Economic Collapse, Earth Policy Institute, Washington (DC), 2011.

[9] T. Piketty: Disuguaglianze, Università Bocconi Editore, 2014

[10] http://ar5-syr.ipcc.ch/

[11] V. Balzani, La Chimica e l’Industria, ottobre 2016 (in stampa)

[12] http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2015/maggio/nuovo-suv-lamborghini-firmato-a-palazzo-chigi-protocollo-dintesa-tra-ministero-sviluppo-economico-e-regione

[13] N. Armaroli, V. Balzani, Chem. Eur. J., 22, 32–57, 2016

[14] www.huffingtonpost.it/…/auto-elettriche-olanda_n_9640970.html

[15] Nel 2015, su scala mondiale abbiamo consumato ogni secondo 250 tonnellate di carbone, 1000 barili di petrolio e 105.000 metri cubi di gas.

 

Narrare la chimica, rompere l’isolamento

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

 Consigliare un libro non è sempre facile perché occorre tener conto non solo delle qualità dell’opera ma anche delle preferenze, delle eventuali aspettative e del retroterra culturale di chi lo deve leggere. Mi capita abbastanza spesso di farlo, su richiesta di singoli e anche di bibliotecari che conoscono la mia passione per la lettura. Negli ultimi anni, per quanto riguarda i libri in grado di “narrare” efficacemente e piacevolmente la chimica, al primo posto ho quasi sempre collocato “Favole periodiche – Vite avventurose degli elementi chimici” di Hugh Aldersey-Williams (Rizzoli, 2011). Ho già avuto modo di parlarne (http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/favole-periodiche) e non mi soffermerò più di tanto su questo riuscitissimo libro se non per ricordare un passaggio del prologo che avevo trascurato e che qui torna di attualità. Aldersey-Williams ricorda che gli elementi chimici sono parte della nostra cultura e che di questo non bisogna stupirsi perché, in fondo, sono gli ingredienti di ogni cosa. Ciò di cui bisognerebbe meravigliarsi è la scarsa attenzione che si presta al fatto ma aggiunge: “Questa inconsapevolezza è in parte da ricondursi alla presunzione dei chimici di riuscire a studiare e insegnare la loro materia in un superbo isolamento dal mondo”. Sono d’accordo con lui e ho sperimentato di persona quanto sia poco apprezzato lo sforzo di chi tenta di rompere l’isolamento e “narrare” la chimica. L’edizione originale del libro di Aldersey-Williams (Penguin Books, 2010) ha per titolo “Periodic Tales”. Suppongo che il traduttore abbia avuto qualche dubbio in merito alla differenza fra “racconti” e “favole”. Ma la scelta, benché non ottimale, era quasi obbligata per comprensibili motivi lessicali. Ma che differenza c’è tra raccontare una favola e raccontare la chimica? Da un punto di vista tecnico, vorrei dire nessuna. La differenza infatti sta nel fatto che raccontare la chimica vuol dire raccontare una “storia” vera. Una storia fatta di donne e uomini come noi, non di maghi, fate, streghe, principesse o animali parlanti. Una storia di fatiche e di sudore, di rinunce e sacrifici. Vuol dire raccontare la storia delle idee e anche quella di formule che sono belle ed eleganti al punto da far concorrenza alla opere d’arte. Raccontare la chimica evocando oggetti, laboratori, colori, odori e sapori, è invece narrare.

Rowlandson_-_Chemical_Lectures2Chi narra la chimica, perciò, evoca un mondo che non ha nulla di fantastico ma forse per questo è più bello di una favola. Chi riesce a narrare bene la chimica? Colui che è un po’ scienziato e un po’ scrittore. Il grande Robert Musil ha scritto: “Un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?”. Nel filmato che segue, registrato il 12 marzo scorso a Bologna (Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari) nel corso del seminario “L’arte di narrare la chimica e il resto”, troverete alcune risposte alla domanda di Musil. Quattro relatori di ottimo livello, incalzati dal sottoscritto e dai suoi studenti, le hanno fornite in maniera esauriente. Erano: Gianni Fochi (chimico e divulgatore, già alla Normale di Pisa), Marco Malvaldi (chimico e scrittore), Marco Ciardi (storico della scienza, UniBo) e Marco Fontani (chimico e storico della chimica, UniFi). Se vi interessate di divulgazione, tre di loro li conoscete già mentre, Malvaldi è così popolare che lo trovate addirittura sul banco dell’edicolante. Dopo una tesi in chimica computazionale, il dottorato e alcuni anni di precariato in Università, Malvaldi ha messo da parte il mestiere di chimico e ha trasformato in professione l’amore per la scrittura. Gli è andata meglio che nella carriera universitaria, notoriamente simile al gioco del lotto. Dopo “La briscola in cinque” (2007), Malvaldi ha perseverato con “Il gioco delle tre carte” (2008) e con “Il re dei giochi” (2010), che insieme all’ultimo “La carta più alta” (2012) costituiscono la cosiddetta “trilogia del BarLume”, apparsa per l’editore Sellerio. Nel video vedrete che il suo intervento inizia in maniera abbastanza insolita per l’ambiente universitario ma preferisco non privarvi di una simpatica sorpresa.

“L’arte di narrare la chimica e il resto”,  Gianni Fochi (chimico e divulgatore, già alla Normale di Pisa), Marco Malvaldi (chimico e scrittore), Marco Ciardi (storico della scienza, UniBo) e Marco Fontani (chimico e storico della chimica, UniFi)

Conferenza 12 Marzo 2014

Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari”, Viale del Risorgimento 4, Bologna