La Società Chimica Italiana: missione, organizzazione, prospettive

a cura di C. Della Volpe

Un workshop con questo titolo si è tenuto giovedì scorso 4 luglio 2013 – Università di Roma “La Sapienza” Nuovo Edificio “Vincenzo Caglioti” del Dipartimento di Chimica – Aula II
Si è trattato di “una riflessione sulla nostra storia e sul nostro essere oggi per guardare al futuro con quanti hanno a cuore la nostra associazione”, come recitava l’invito.
Il programma che è stato seguito durante la discussione è in fondo al post; le relazioni disponibili sono presenti come files cliccabili col nome del relatore in blu; mano a mano che ne riceverò altri saranno aggiunti i testi corrispondenti.

Aggiungo alcune note da spettatore, certamente incomplete, ma con l’unico scopo di testimoniare quel che ho recepito; mi scusino coloro i cui argomenti non sono riportati e che invito ad intervenire:

– la presidenza è stata tenuta da Riccio, Barone e Scorrano; pochi i presenti della Scuola e dell’Industria sui circa 50-60 presenti; ci sono stati vari interventi liberi che non sono qui riportati ufficialmente ma che hanno sottolineato:

– l’idea che i rapporti fra Divisioni, Sezioni e Gruppi cambino, si adeguino, che i gruppi non siano strutture stabili ma mobili e dinamiche; che le sezioni debbano avere più spazio;

– che i contatti con l’estero sono importanti e che non debbano essere, come sembrerebbero attualmente, molto “personalizzati”;

– che sarebbe bello e necessario fare una sorta di Istituto Nazionale di Chimica (idea del presidente Barone) , qualcosa che non sostituisca la SCI ma sia in grado di ricevere e gestire finanziamenti che attualmente vanno sparsi in numerosissimi rivoli intestati a gruppi che di fatto appaiono più di potere che scientifici

– c’è stata l’osservazione, fatta da Barone, che occorre partire dai rapporti attuali fra Chimica e Società per capire la situazione SCI, ma questo suggerimento non è poi stato sviluppato e sinceramente mi è sembrato un punto debole della riunione; si è parlato più di risorse che di altro; i “grandi temi” come etica e sostenibilità, a mio modestissimo parere, centrali, sono stati di fatto assenti dalla discussione.

– c’è stata una forte polemica da parte di un piccolo ma agguerrito numero di soci docenti della scuola sul fatto che nell’impostazione della riunione, e con riferimento ad un articolo comparso su C&I in marzo a nome di Scorrano ci fosse l’assenza di un riferimento esplicito alla Scuola e ai soci della Scuola come parte attiva e determinante della SCI, ma che la scuola fosse inserita nella “società civile” (si veda anche la slide n.2 dell’intervento Cipollini che riproduce quella originale di Scorrano);

– c’è stata una vivace discussione sul fatto che la Didattica (e io qui aggiungerei la Storia) della Chimica che altrove sono argomenti di ricerca, qui da noi in Italia non lo sono e questo da una parte impoverisce il nostro contributo di ricerca e dall’altra ci pone spesso in difficoltà rispetto ad altri paesi e nei nostri stessi rapporti interni.

– in questo quadro il ruolo dei Giochi della Chimica è stato più volte citato con l’indicazione che nel prossimo anno ci dovrebbe essere un contributo ufficiale per il loro finanziamento.

– si è detto che il nostro bilancio è al momento praticamente in equilibrio ma che proprio per questo gli investimenti necessari in molti casi non sono possibili e che riduzioni ulteriori nel numero dei soci possono mettere in discussione la nostra organizzazione pratica;

– interessante l’intervento del collega del Consiglio nazionale dei Chimici (Munari che è anche socio SCI) e che ha posto la possibilità di fare almeno iniziative comuni con vari scopi fra cui quello di risparmiare risorse (gli iscritti agli ordini sono complessivamente oltre 9000 al momento contro gli oltre 3000 soci SCI).

– qualcuno ha notato che avere un gruppo giovani è qualcosa che può ghettizzare i giovani e che occorrerebbe semplicemente dare ad essi lo spazio normale negli organi ufficiali, (che sono invece appannaggio di adum, ossia anziani docenti universitari maschi).

– scambio di battute gentili ma al vetriolo fra la collega Agostiano e il neo presidente Riccio: di donne e giovani  si parla in fondo alla riunione perchè contano poco – dice la Agostiano; invece no sono in fondo perchè ai relatori importanti si da’ la parte finale per trattenere il pubblico– si difende e contrattacca il neo presidente.

In attesa dei testi delle relazioni mancanti e di altri interventi; buona lettura.

Ore 10.00-10.45 – Apertura e introduzione ai lavori
Presentazione delle motivazioni dell’incontro, delle tematiche da affrontare e delle modalità di discussione
Interventi programmati: Vincenzo Barone, Raffaele Riccio, Gianfranco Scorrano
Ore 10.45-12.00 – Gestione e governance
Punti di forza e di debolezza dell’attuale modello organizzativo e gestionale, le problematiche più urgenti, eventuali interventi correttivi Interventi programmati: Francesco De Angelis, Luigi Campanella, Vincenzo Barone   Interventi liberi e discussione: 30 min
Ore 12.00-13.15 – Tematiche e territorio
Problematiche    connesse    all’ organizzazione    e    all’ attività    tematica    delle    Divisioni    e    dei    Gruppi Interdivisionali; problematiche connesse all’attività territoriale delle Sezioni; rapporti con la Sede e tra OP; comunicazione Interventi programmati: Roberto Gobetto, Carlo Franchini, Claudio Della Volpe
Interventi liberi e discussione: 30 min
Ore 13.15-14.15 – Colazione di lavoro

Ore 14.15-15.30 – I legami con il mondo della chimica italiana
Interventi e prospettive nelle relazioni con il mondo dell’industria, della professione e con gli enti di ricerca
Interventi programmati: Martino Di Serio, Tomaso Munari, Maurizio PeruzziniInterventi liberi e discussione: 30 min
Ore 15.30-16.45 – Genere e età
La rappresentanza femminile nella SCI e nella Chimica Italiana; ruoli e problematiche del gruppo giovani e del gruppo senior Interventi programmati: Angela Agostiano, Romano Cipollini, coordinatore gruppo giovani  Interventi liberi e discussione: 30 min
Ore 16.45-17.15 – Dibattito e considerazioni conclusive

La Società Chimica Italiana fra mutamenti e rivoluzioni industriali.

Il 4 luglio 2013 – Università di Roma “La Sapienza” Nuovo Edificio “Vincenzo Caglioti” del Dipartimento di Chimica – Aula II si terrà il Workshop

“La Società Chimica Italiana: missione, organizzazione, prospettive”

Una riflessione sulla nostra storia e sul nostro essere oggi per guardare al futuro Con quanti hanno a cuore la nostra associazione. Questo post richiama alcuni punti da discutere

a cura di Luigi Campanella – ex-Presidente della SCI

 Negli anni ’50 la maggioranza del nostro Paese era costituito da agricoltori (37%). Oggi non è così: il fatto che la Chimica ieri come oggi – due realtà diverse – rappresenti un indicatore credibile dell’economia è la migliore prova della sua flessibilità e della sua creatività, due delle caratteristiche più importanti della ns disciplina. Con le richieste di prodotti chimici successive allo sviluppo della società preindustriale si sono create le condizioni per i primi sbarchi in Italia di industrie chimiche, a partire dai grandi gruppi stranieri. La Montecatini a livello nazionale è stata l’espressione di questo momento purtroppo finito con la prima crisi chimica, legata ad errori di tipo tecnologico (costo impianti, gestione tecnica), organizzativo, strategico (entrata nel Mercato Americano, polo di Brindisi).

Nel 1956 viene siglato l’accordo per una Joint venture con la Shell. Segue una girandola di Presidenti come risvolto aziendale dell’entrata dello Stato nella Montecatini (Cefis, Merzagora, Campilli). La II crisi etichettata Montedison è l’espressione della Bolla Chimica sostanziata nell’indebitamento crescente e nel sostegno dello Stato a SIR, Liquichimica fino alla statalizzazione in ENI (1000 miliardi) e l’assunzione, sotto Segni presidente della Repubblica, di Rovelli a presidente. La nuova crisi è la fine di un sogno e l’arrivo di un altro, quello basato sulle plastiche  (Natta docet), PVC, PET e del loro utilizzo come materiali per l’imbottigliamento. È il momento dei piccoli, favorito del crollo dei grandi (BASF, Shell – insieme daranno vita a BASELL – Rhone Poulenc) e dalla volontà di investire in ricerca e sviluppo. Con gli ’80 siamo all’internazionalizzazione (accordi con il Giappone, con la Cina, con i Paesi Latino Americani, con l’India). La nuova crisi purtroppo ferma questo processo virtuoso e crea le condizioni per una nuova fase negativa dalla quale tutto sommato l’industria chimica limita i danni.

La Società Chimica Italiana ha in parte affiancato il ciclo industriale: nel momento positivo con una crescente presenza di questo settore nella vita e gestione della Società, in quello negativo con una prevalenza del mondo accademico e scientifico. In qualche particolare situazione si è anche creata una condizione di apparente contrasto fra responsabilità ambientale e denuncia tecnica: si è capito che era un errore ed oggi Società Chimica, Industria e Protezione Ambientale sono le tre gambe di un tavolo sul quale l’Industria Chimica sta sviluppando – speriamo  – la sua nuova ripartenza.Il recente convegno del Progetto Responsible Care ne è di certo un positivo segnale con il coinvolgimento a livello di coordinamento del past president della SCI

Le grandi sfide della Chimica -(aggiornamento)

(la prima puntata di questo post è sul nostro sito:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/01/page/2/)

a cura di Bruno Pignataro

Nel ricordare che gli argomenti più discussi/apprezzati in termini di quesiti, sfide, misteri, opportunità per la chimica saranno messi insieme in una lista definitiva entro la fine del 2013, in questo aggiornamento si raccolgono le idee che sono venute fin ora fuori con il contributo principale dei blogger (quali Saggiomo, Gentili, Gifth…) e alcune discussioni con altri colleghi. E’ sempre più ovvio che la lista dei temi è ancora in una sua fase intermedia di definizione, potrebbe essere molto più lunga e gli argomenti scelti anche molto diversi rispetto a quelli qui selezionati. Sarà inoltre conveniente che questo sforzo della SCI, come già detto, sia esteso almeno a livello europeo. In questo post si sta tentando di fare le scelte anche in relazione alla previsione circa la possibilità di portare a degli avanzamenti nelle aree individuate che si possano concretizzare in tempi relativamente brevi. La lista dei temi fin ora individuati, alcuni di più ampio respiro e altri almeno apparentemente più confinati ad aree particolari, è qui di seguito riportata.

1) Vita artificiale non necessariamente basata sul carbonio

Questo argomento, al tempo stesso controverso e parecchio stimolante, può essere visto in relazione ad almeno due ichellaspetti. Il primo è connesso al fatto che recenti esperimenti hanno permesso di definire il campo della “inorganic biology” (vedi per esempio http://www.sciencedaily.com/releases/2011/09/110915091625.htm).                                          Il secondo parte dalla considerazione che per avere delle prove, un esperimento deve essere almeno riprodotto e che, banalmente, non abbiamo un pianeta con le stesse condizioni primordiali e soprattutto non abbiamo miliardi di anni per riprodurre l’esperimento dell’origine della vita, in questo campo avremo sempre e solo ipotesi. Senza per altro entrare in problematiche tipo biocentrismo di Robert Lanza (www.robertlanza.com/ ) secondo le quali la vita crea l’universo piuttosto che il contrario, forse più interessante e divertente  è invece la vita artificiale (nel senso chimico/biologico del termine) come sistema (compartimentalizzato) che si riproduce, che abbia un’eredità “genetica” e sia capace di evolversi.

2) Quanto le molecole possono sostituire/affiancare il silicio per un’elettronica più “smart”?

Per quanto riguarda l’elettronica “smart” non più basata sul silicio é un campo aperto da qualche anno e che mette il chimico, in quanto “molecular engineer”, al centro di tematiche tipicamente di dominio di fisici e ingegneri. Questa é quindi oltre che una sfida, una grossa opportunità per i chimici. Questo contesto include ovviamente lo sfruttamento di numerosi sistemi molecolari come polimeri e molecole coniugate, nanoparticelle a base di carbonio (grafene, nanotubi, fullereni e loro derivati), nanoparticelle metalliche, nanocompositi, blend di film sottili ecc.. sintetizzati/preparati e studiati dai chimici così come l’integrazione di circuiti elettronici su plastica che secondo alcune roadmap industriali potrebbe conquistare, nel prossimo futuro, una fetta di mercato pari al 20-30% di quello dell’elettronica tradizionale e/o aprire nuovi settori applicativi prima non possibili.

3) Nuovi approcci per prevedere e interpretare le proprietà emergenti dei sistemi complessi

La scienza contemporanea è chiamata a vincere le sfide della Complessità Naturale e Computazionale.
Quando riusciremo a comprendere a fondo la Complessità Naturale, saremo in grado di risolvere molti problemi rilevanti per l’umanità, come il problema della salute umana, il problema energetico, il problema della salvaguardia dell’ambiente, e possibilmente i problemi di stabilità politica ed economica. Le sfide della Complessità Computazionale potranno esser vinte ideando nuovi algoritmi (probabilmente ispirati dalla natura) e nuove macchine computazionali alternative agli attuali computer a base di semiconduttori.
Inoltre è importante affrontare lo studio dei sistemi complessi considerando fenomeni lontano dall’equilibrio su diverse scale dimensionali e temporali. Dal punto di vista teorico, computazionale e sperimentale ancora non abbiamo importanti strumenti di continuità che riescano a coprire i comportamenti dei sistemi chimici dalle piccole fino alle grandi scale dimensionali e temporali con particolare riferimento alla dinamica dei fenomeni e quindi ai diversi meccanismi di trasformazione.

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4) Origine dell’omochiralità

Il concetto di chiralità in chimica è un elemento fondamentale per la descrizione della struttura delle molecole e per comprenderne le interazioni, ma è anche fondamentale per la comprensione dell’evoluzione della vita naturale. In particolare, l’origine dell’omogeneità chirale in natura non è ancora compresa come non è ancora chiaro se la vita avrebbe potuto evolversi in modo analogo se al posto degli stereoisomeri presenti ci fossero state le loro immagini speculari, per esempio se tutti gli aminoacidi fossero stati D e non L (http://wp.me/pVgju-cU).

5) Superconduttori ad alta temperatura

Questo argomento è chiaramente messo in relazione ai necessari approfondimenti teorici sui sistemi chimici chiave di volta energetica per l’ambita superconduttività ad alte temperature (possibilmente a temperatura ambiente!) che permetterebbe applicazioni di tipo rivoluzionario in molti campi della scienza e della tecnologia. Vedi “I misteri irrisolti della chimica” (http://wp.me/pVgju-cU).

6) Struttura intima della molecola dell’acqua e sue “strane “ proprietà

Questo al fine di superare i lati oscuri, che incredibilmente ancora esistono nel XXI secolo, della molecola alla base dei principali processi vitali e naturali (http://wp.me/pVgju-cU); vedi anche P. Ball in http://philipball.co.uk/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=13&Itemid=16

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7) Basi chimiche della memoria

Questo altro affascinante tema è in continua evoluzione e ogni giorno si riscontrano degli avanzamenti nella nostra conoscenza dei processi chimici che stanno alla base dei modi che regolano il pensiero e i ricordi del nostro cervello. http://www.lescienze.it/news/2011/10/18/news/prova_articolo-597799/

8) Sfruttamento dell’energia solare a fini energetici

Anche questo è un argomento con molte sfaccettature che vanno dalle arcinote problematiche sull’energia solare incluse quelle sul fotovoltaico (efficienza di conversione energetica, stabilità dei materiali e riduzione dei costi dei processi) e la fotosintesi artificiale a quelle altrettanto studiate sulla produzione di biocombustibili e la conseguente richiesta di catalizzatori efficienti per lo splitting dell’acqua nella produzione di idrogeno.

9) Dalla Supramolecular Chemistry alla System Chemistry

Qui il riferimento è alla realizzazione di sistemi complessi sintetici le cui proprietà non derivano semplicemente la somma delle caratteristiche dei singoli componenti molecolari definendo cioè nuove funzioni a livello di sistema. Limitando per semplicità la discussione al campo della salute, é evidente che la chimica sta sempre più trovando soluzioni in diversi suoi settori dalla prevenzione, alla diagnostica, alla terapeutica. In questo ambito, la possibilità di ingegnerizzare nanosistemi programmabili, capaci di svolgere a livello sub-cellulare simultaneamente e/o in tempi differenti operazioni di monitoraggio e diagnostica, operazioni chirurgiche per riparare e/o distruggere siti e processi molecolari patologici ecc.. è di recente diventata una sfida molto condivisa dalla comunità scientifica. Il settore della nanomedicina sebbene per sua costituzione interdisciplinare vede le competenze dei chimici di fondamentale importanza essendo appunto fondamentale sviluppare capacità sintetiche per la realizzazione di nanoparticelle multifunzionali e macchine molecolari biocompatibili. Oltre allo sviluppo di nuove strategie nel campo della salute, gli approcci chimici di sistema sarebbero ovviamente alla base anche degli altri grandi settori applicativi inclusi quello dell’ambiente e dei beni culturali, del settore energetico e del vivere quotidiano.

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Qui sotto alcuni siti che potrebbero essere visitati in relazione agli argomenti di cui sopra:

(http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=10-unsolved-mysteries),

(http://portal.acs.org/portal/PublicWebSite/pressroom/podcasts/globalchallenges/index.htm)

(http://wp.me/pVgju-cU)

http://keespopinga.blogspot.it/2012/08/il-mistero-dellomochiralita.html

http://www.sciencedaily.com/releases/2011/09/110915091625.htm)

http://philipball.co.uk/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=13&Itemid=16

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_unsolved_problems_in_chemistry

www.robertlanza.com/

Aggiungete e commentate vostre idee sui challenges in chemistry

La Scienza in fiamme.

a cura di Mariangela Cozzolino

Il rogo che in poche ore ha distrutto con una forza devastante lo scorso Lunedì 4 Marzo lo SCIENCE CENTRE di Città della Scienza di Napoli è una ferita profonda che scuote l’intera comunità nazionale, scientifica e non.

L'incendio che ha distrutto la Città della Scienza di Napoli visto da una piccola spiaggiaCredits: ANSA/ CIRO FUSCO

L’incendio che ha distrutto la Città della Scienza di Napoli visto da una piccola spiaggia
Credits: ANSA/ CIRO FUSCO

Un duro attacco “senza coscienza alla scienza”, ad un patrimonio culturale e scientifico straordinario che ha rappresentato, sin dalla sua fondazione, un punto di riferimento non solo per la Campania ed il Mezzogiorno, ma per l’Italia intera. Un simbolo di rinascita post-industriale, un segnale concreto di riscatto e futuro per il territorio campano. Un luogo dove con forza, passione e dedizione si dava quotidianamente spazio alle idee, all’innovazione ed alla diffusione della cultura pedagogica, scientifica e tecnologica. Un vero e proprio incubatore di germi per il futuro. E che ora, più che mai, deve necessariamente raccogliere tutte le proprie forze per ricominciare a ricostruire spazzando via cenere e macerie. Macerie di cultura!

“Sgomento, tristezza e disperazione”. Così commenta a telefono la dott.ssa Barbara Magistrelli – Responsabile Ufficio Stampa di Città della Scienza. “Ancora oggi – dichiara – non credo ai miei occhi volgendo lo sguardo dal mare a quel che resta dei capannoni (10-12 mila metri quadrati completamente distrutti), ricoperti ora solo da tante fuliggine”.

Ho avuto personalmente nel 2004 la possibilità di collaborare con un team di Città della Scienza per l’allestimento della sala giochi dell’Ospedale Santobono di Napoli nell’ambito del progetto “La scienza in gioco” (ABIO – Associazione Bambino In Ospedale). Ricordo ancora il forte spirito collaborativo, l’entusiasmo e la professionalità del personale di Città della Scienza nel mettere a disposizione competenze, giochi e materiali interattivi anche per attività a scopo benefico.

Un mondo a colori che improvvisamente si è tinto di grigio, riducendo in polvere la ricerca, la conoscenza, il futuro.

Vigili del fuoco al lavoro tra gli edifici distrutti ANSA/ CESARE ABBA

Vigili del fuoco al lavoro tra gli edifici distrutti
ANSA/ CESARE ABBA

Perché? Perché tutto questo?

Questo è l’interrogativo che, unitamente allo sgomento ed alla rabbia, è stato espresso in questi giorni da tutti i massimi livelli istituzionali, sia in Italia che all’estero, manifestando nel contempo affetto e solidarietà alla città di Napoli ed, in particolare, all’illustre fisico Prof Vittorio Silvestrini – Fondatore Idis Città della Scienza – ed a tutto il personale (circa 160 dipendenti).

Ecco quanto dichiara Silvestrini intervistato da Carmelo Prestisimone di Radio 24 – Il Sole 24 Ore: “Sono devastate le mura, ma non il progetto”.

A mio avviso, questa affermazione deve rappresentare il motore con cui ripartire per ricostruire e soprattutto per restituire nel più breve tempo possibile, specie ai piccoli, ai giovani ed alle future generazioni, un luogo dove alimentare la conoscenza, la fantasia, la curiosità scientifica e la speranza per un futuro a colori.

All’appello espresso da Città della scienza “RICOSTRUIAMO CITTA’ DELLA SCIENZA”, noi uomini e donne della Società Chimica Italiana non possiamo che dare una risposta affermativa ed un piccolo segnale concreto.

Bonifico bancario
BANCO NAPOLI
IBAN: IT41X0101003497100000003256
SWIFT/BIC (per le rimesse dall’estero): IBSPTINA

Causale: Ricostruiamo Città della Scienza
Intestato a Fondazione Idis – Città della Scienza

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Sono orgoglioso di essere un chimico.

a cura di Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

riprodotto da

http://www.chimici.info/sono-orgoglioso-di-essere-un-chimico_news_x_5489.html

nebbiaNel parlare comune troppo spesso “chimica” è parolaccia e viene associata a cose sgradevoli: l’inquinamento chimico, gli additivi chimici, la diossina di Seveso, eccetera. Quasi contrapposta a qualcosa di virtuoso che sarebbe “naturale”, come gli alimenti naturali (o “biologici”), l’acqua in bottiglia naturale, eccetera.

L’equivoco e la confusione nascono, a mio modesto parere, da vari fattori. Il primo ha le sue radici nella scuola dove la chimica come disciplina è relegata ad un ruolo secondario ed è spesso insegnata male, senza amore, come dimostra il ricordo angoscioso — il ricordo delle “formule”, spesso incomprensibili — rimasto a coloro che hanno dovuto subirla per un anno in qualche scuola superiore. Capita così di leggere articoli, scritti da giornalisti certamente bravissimi, che il loro direttore licenzierebbe se non sapessero scrivere correttamente il nome di Freud o di Heidegger, i quali con assoluta sicumera parlano di celle fotovoltaiche al silicone (o di seni artificiali al silicio); o che parlano di una imposta sul carbone quando invece tale imposta è proporzionale al contenuto di carbonio presente nei vari combustibili fossili: petrolio, gas naturale e anche carbone, naturalmente: eccetera.

La seconda fonte di ignoranza chimica va cercata nell’Università dove esistono migliaia di bravissimi professori delle varie branche della chimica, che raramente sono capaci, o hanno voglia, di parlare della chimica alle persone comuni. I più abili comunicatori non vanno al di la di una melensa difesa di ufficio dell’industria: della chimica non si deve parlare male — essi dicono — perché tutti noi siamo fatti di sostanze chimiche, dai capelli, al sangue, alla carne (il che e’ rigorosamente vero); perché tutti gli oggetti che ci circondano — il cibo, il cemento, il vetro, gli indumenti — contengono atomi e molecole chimiche (il che e’ vero); perché “alla chimica” si devono medicine e disinfettanti e cosmetici e materie plastiche e transistor e vernici. Ciò che non esclude che molte sostanze in commercio siano state o siano dannose alla salute, siano state o siano fabbricate con processi che inquinano l’atmosfera, le acque e i polmoni dei lavoratori, che lasciano sul terreno residui tossici per decenni.

La terza fonte di equivoco è rappresentata dalla limitata capacità del mondo imprenditoriale, nel settore della chimica, di parlare con il pubblico, al di fuori di campagne pubblicitarie poco convincenti. I cittadini sentono parlare di fusioni e di divisioni di grandi gruppi chimici (si pensi alle avventure dei gruppi finanziari di Rovelli e di Ursini che hanno costruito con pubblico denaro, nel Mezzogiorno, grandi stabilimenti chimici che non hanno prodotto un solo chilo di merce; si pensi alla commedia, tanti anni fa, della fusione Montedison-Enichem e poi del divorzio, dopo pochi mesi); di privatizzazione delle società chimiche dello stato e di vendita di imprese e marchi che sono state in passato segni di innovazione, di orgoglio, di lavoro, eccetera

Come possono i cittadini giudicare che cosa è utile al loro benessere e alla loro salute se nessuno — governi e industrie e professori universitari — è capace, o vuole, spiegare che cosa le fabbriche producono, dove, con quali materie, con quali processi, con quali effetti inquinanti ?

Merci fondamentali per la vita quotidiana — l’acido solforico, l’ammoniaca, i concimi, il caprolattame, il fenolo, il carbonato sodico, il cloro, il butadiene eccetera — circolano intorno a noi, nei camion e nei carri cisterna, sulle strade e le ferrovie, senza che nessuno sappia che cosa sono queste materie, come sono fatte, senza poterle neanche riconoscere. In questo silenzio non c’è da meravigliarsi se, quando un camion è coinvolto in un incidente e sversa nell’aria o sul suolo il suo contenuto, quando avviene un incidente come quello di Seveso o quello di Bhopal, le persone comuni attribuiscano alla “chimica” gli effetti perversi, lo spavento, le morti, le sofferenze.

etichette merci pericolose

etichette merci pericolose

La salvezza, la salute dei cittadini, la sicurezza dei lavoratori, dipendono da una rivoluzione culturale che consenta ai cittadini di appropriarsi della conoscenza sugli oggetti — che sono “chimici”, anzi sono “tutto chimici” — che sono intorno a noi, ma che restano muti o che nessuno vuole far parlare. In tale rivoluzione culturale un ruolo fondamentale ha la scuola e hanno i chimici — sono laureato anch’io in chimica e ne sono orgoglioso e ho la presunzione di riuscire a capire alcune cose proprio perché sono un chimico — che forse possono ricuperare un orgoglio “di classe” e la voglia di spiegare anche il contenuto storico, sociale, e non solo formale o strutturale, della chimica.

Un ruolo importante potrebbe avere l’editoria. Ci sono in commercio, a parte i libri “di testo” spesso tutt’altro che entusiasmanti, pochi libri italiani di chimica “popolare”. Eppure i grandi chimici del passato si sono fatti un punto di onore di spiegare i risultati dei loro studi in forma accessibile al pubblico. Vorrei ricordare, a solo titolo di esempio, le “Lettere sulla chimica” del grande Justus von Liebig (si, proprio l’inventore dell’estratto di carne, oltre che lo scopritore delle leggi della nutrizione dei vegetali che hanno aperto le porte all’industria dei concimi e all’aumento della produttività agricola), pubblicate a puntate e tradotte in tutte le lingue e con un titolo classicheggiante ricalcato sulle “Epistulae ad familiares” di Cicerone.

J. Liebig op. cit. Napoli 1852

J. Liebig op. cit. Napoli 1852

Avremo un giorno una riforma in cui la chimica sarà riconosciuta come disciplina anche “umanistica” ? Forse, se ciò avvenisse, tanti problemi di inquinamento, di incidenti, di frodi, si farebbero più rari e “chimica” smetterebbe di essere (per tanta gente) una parolaccia.

Per approfondire:

Il libro di Liebig, “Nuove lettere sulla chimica considerata nelle sue applicazioni all’industria, alla fisiologia e all’agricoltura” Prima versione dal Francese, Napoli 1852 a cura di Angelo Ranieri, si puo’ scaricare gratuitamente dal centro di documentazione della Biblioteca di Monaco:

Fai clic per accedere a 1361613131bsb10073294.pdf

Le zone morte: 1.La SLOI di Trento. Intervista a Nicola Salvati.

Nella fantascienza moderna è frequente l’incubo in cui una zona morta invade lentamente la nostra realtà, in modo subdolo, ma spesso impossibile da fermare; l’esempio forse più famoso è la “Foresta di cristallo” di J.G. Ballard, in cui una zona di cristallizzazione irreversibile avanza a ricoprire l’intera superficie terrestre a partire dal profondo di una foresta tropicale; e cosi’ in altri romanzi che individuano la “disaster zone”, il buco nero che inghiotte il mondo o anche solo la nostra testa (come The dead zone di S. King). Questi racconti ci hanno ispirato per una nuova rubrica di questo blog, dedicata ai grandi incidenti chimici ed alle loro conseguenze; iniziamo da una zona morta che mi è terribilmente vicina, l’ex-area SLOI nella parte nord di Trento, bellissima città dove vivo. Purtroppo di queste zone morte, inquinate da una distruzione voluta dall’uomo, ce ne sono molte e la chimica, da noi tanto amata, è stata spesso usata come strumento di questa distruzione. Ma può essere anche strumento di rinascita. Buona lettura.

a cura di Claudio Della Volpe

Abito a Trento da oltre vent’anni ormai, ma non sapevo, fino a qualche tempo fa, che ci fosse stato un momento in cui questa città, che oggi è al top delle classifiche italiane sulla qualità della vita, avesse rischiato di scomparire in una nube tossica. Ed ancora oggi, sapendo dove guardare, ne porta il segno.

Mi sono fatto raccontare questa storia, di cui si trovano rari accenni, da uno dei protagonisti, l’ingegner Nicola Salvati, allora capo dei vigili del fuoco della città ed oggi consigliere comunale di Trento.

 nicolasalvati

Nomen est omen“- dico all’ing. Salvati, un pezzo d’uomo con i capelli bianchi e gli occhi azzurri, come si dice “solido come una quercia”. “Lo dica a chi mi chiamava “terrone” da ragazzino“- mi risponde con un accento perfettamente trentino.

La sua famiglia – padre di Montesano un piccolo paesino del Vallo di Diano, madre di Belluno – si trasferì a Trento nel 1947. Salvati ha studiato a Trento ed a Pisa, dove è diventato ingegnere meccanico. Prima ha costruito armi a Gardone Valtrompia, poi ha progettato e costruito acquedotti e fognature con il Genio Civile di Trento per trovarsi, vincitore di concorso, primo ingegnere del Servizio Provinciale Antincendi, nella Trento degli anni 70, quando ancora la città non aveva l’immagine che ha adesso. “Non esisteva allora un corpo dei vigili del fuoco cosi’ ben dotato organizzato ed integrato nella Protezione Civile” mi racconta l’ingegner Salvati; “era normale in quegli anni avere regolarmente incendi nei vecchi stabilimenti industriali – in fase di smobilizzo per dar luogo alla crescita della città – ed incendi boschivi anche molto pericolosi come quelli nei boschi cedui della bassa val d’Adige, pieni di residuati bellici esplosivi della prima guerra mondiale; anche le attrezzature non erano all’altezza ed ho fatto esperienza in quel periodo, coordinando i corpi dei vigili del fuoco volontari presenti in ogni paese del Trentino, sia tecnica che di gestione, iniziando a coltivare, assieme a loro, il seme di quella che sarebbe poi diventata la Protezione Civile della Provincia Autonoma” – che, detto per inciso, è oggi uno dei fiori all’occhiello della PAT.

Abbiamo cominciato con l’ideare e costruire e sperimentare dispositivi contro gli incendi boschivi, che si sono poi diffusi in tutta Europa, ed a sviluppare quell’integrazione tra i corpi dei vigili del fuoco Volontari e Professionali con i Servizi tecnici diversi, presenti nelle Provincia Autonoma di Trento, coniugando la continua accresciuta preparazione con l’orgoglio di essere autonomi, che è la forza della struttura attuale di protezione“.

La Trento di quegli anni era una piccola città industriale, con aziende come la SLOI, Società Lavorazioni Organiche Inorganiche, (piombo tetraetile), Carbochimica (distillazione del catrame), Michelin (pneumatici); Italcementi (cemento), insomma mica male.

In particolare la SLOI, di proprietà di Carlo Randaccio* – ex assistente universitario di Chimica a Bologna, amico di Starace, con forti legami con il regime fascista – era uno dei pochi stabilimenti in Europa dove era inizata, fin dal 1939, la produzione di piombo tetraetile, Pb(C2H5)4 – un antidetonante per motori a scoppio, materiale strategico durante la seconda guerra, ed elemento di prima grandezza nella fase del boom automobilistico dell’Italia del dopoguerra.

Il piombo tetraetile fu individuato da Thomas Midgley e C. A. Hochwait nel 1921 negli USA come un potente agente antidetonante, capace di eliminare il problema della pre-accensione durante la fase di compressione nei motori a scoppio, un fenomeno che portava al cosiddetto “battito in testa” con riduzione dell’efficienza e gravi alterazioni nel funzionamento del motore stesso, insomma un additivo che incrementava il numero di ottano, assolutamente necessario allo sviluppo del motore, specie nelle applicazioni più sofisticate come i motori aerei, e se ne capisce quindi l’interesse anche bellico.

La sintesi del prodotto avveniva a partire da una amalgama NaPb, in differenti proporzioni, che reagiva con un alogenuro di etile in presenza di un catalizzatore come lo iodio: es.:

                                   Na4Pb + 4 C2H5Cl = 4 NaCl + Pb(C2H5)4

180px-Tetraethyllead-3D-balls

Il piombo è, come si sa, un metallo pesante estremamente tossico, potendosi esso sostituire allo ione calcio in molti composti di interesse neurobiologico e biologico e i suoi composti, come il piombo tetraetile, che di fatto sono dei produttori di radicali lo sono ancor più; tonnellate di piombo sono state immesse nell’ambiente attraverso questa strada fino a non molti anni fa, e la sostituzione con il benzene in anni recenti la dice lunga sulla potenziale pericolosità del prodotto: è più pericoloso del benzene!

Nel deposito della SLOI il sodio, proveniente dalla Russia, veniva da prima immagazzinato in fusti d’acciaio e poi, con lo sviluppo travolgente della produzione, anche in contenitori di legno, circondato da un film isolante, e questo ha certamente favorito i problemi.“- mi racconta Salvati- “Già alcuni anni prima di quello del 1978 ci fu un incendio in una delle vasche sospese che serviva alla fusione del sodio prima del suo utilizzo; allora fummo chiamati, non c’erano spillamenti di sodio in corso, ma già in quella occasione mi vidi obbligato ad usare il cemento per spegnere l’incendio provocato dalla perdita di olio di riscaldamento.

Eh già! La SLOI era una fabbrica in travolgente espansione produttiva dove la sicurezza non era certo rispettata; e comunque problemi sanitari ed anche ambientali si sono succeduti nel tempo.

Ci furono nel passato altre esplosioni probabilmente dovute al sodio. Ma quando i Pompieri arrivavano sul posto ormai erano scomparse le tracce del problema.” aggiunge l’ingegner Salvati ricordando quanto gli venne poi narrato dal precedente Comandante dei Vigili del fuoco di Trento.

C’è da ricordare che nel 1966 Trento fu allagata dal fiume Adige, che ruppe gli argini in zona Roncafort, coinvolgendo anche lo stabilimento SLOI, con un paio di metri d’acqua. Nello stabilimento avvennero molte esplosioni di fusti di sodio raggiunti dall’acqua.

Inoltre già prima del 1970 il saturnismo aveva avuto come conseguenza centinaia di casi di danno cerebrale irreversibile per gli operai, con ricoveri presso l’allora manicomio di Pergine, dove spesso venivano diagnosticati come effetto dell’alcoolismo, una piaga pure diffusa in Trentino. Comunque le proteste di alcuni degli operai e la denuncia di almeno uno dei medici di fabbrica (Giuseppe De Venuto) che si succedettero portarono alla condanna di Randaccio alla quale seguì un tentativo di chiusura dello stabilimento, poi stoppato da serrate e movimenti sindacali guidate dalla stessa azienda. Ma si era arrivati ormai alla fine degli anni 70.

Uno dei problemi nel corso del tempo – dice Salvati- è stato secondo me anche il doppio regime di attività consentito ai medici di fabbrica, regime che in qualche modo li subordinava alla fabbrica stessa e li poteva mettere in conflitto di interessi con il loro ruolo di difensori della salute pubblica.

E il sindacato? “Purtroppo il sindacato di allora doveva privilegiare più il posto di lavoro che la salute, e tendeva insomma alla monetizzazione della stessa.” Capisco cosa intende Salvati: banalmente che gli stipendi SLOI erano più alti di altri e in una terra che è rimasta terra di emigrazione fino a pochi decenni fa.

Arriviamo al fatidico 14 luglio 1978. Una serata estiva, calda e soffocante. Una serata umida, foriera di pioggia, un bel temporale . E questa volta il temporale scatena la tragedia.

Racconta Salvati: “Probabilmente il tetto del capannone del sodio, come il resto dello stabilimento in continua trasformazione e riparazione, presentava delle rotture, l’acqua scrosciante è ruscellata all’interno, ha raggiunto qualcuno dei contenitori in legno del sodio scatenando un incendio, che in breve si è esteso a tutto il deposito, minacciando i depositi vicini del prodotto finito; quando arrivammo con i primi mezzi del Corpo l’incendio era già molto esteso e tutta l’area era avvolta da una fitta nube di soda caustica “.

“Cosa faceste?”.

“Era un intervento difficile, anche con gli autorespiratori la nube acre di soda caustica investiva il corpo e rendeva difficile lavorare, penetrando a contatto con la pelle. Abbiamo usato e consumato velocemente tutta la scorta di polvere estinguente che avevamo a disposizione, ma la dimensione dell’incendio superava ogni nostra possibilità.

Il pericolo rappresentato dalla dimensione dell’incendio, con l’enorme emissione di vapori di soda caustica che si diffondeva verso la città, unito al pericolo che il fuoco  mettesse in gioco i depositi di piombo tetraetile vicini nella fabbrica, accresceva di minuto in minuto paventando una tragedia di enormi proporzioni. Si parlò, per un certo periodo, con il Presidente della Giunta provinciale d’allora e con il Sindaco, di sgomberare la città. Si trattava di una sostanza potenzialmente mortale, addirittura sperimentata come aggressivo chimico bellico. Ma nel frattempo avevo programmato di ricorrere ancora una volta al cemento; il tema era dove trovarlo? Nel Corpo dei Vigili del Fuoco di Trento era presente un ex dipendente dell’Italcementi, Lucin, e un Da Pra, amico di uno degli autisti dei camion che facevano la spola tra lo stabilimento ed i cantieri di costruzione. Individuato il camion carico e trovato l’autista fu “facile” cosa far arrivare sul posto dell’incendio un quantitativo sufficiente di cemento. L’automezzo era dotato di un buon compressore volumetrico e di una lancia per movimentare la polvere di cemento ed il getto di polvere di cemento fu molto efficace nello spegnere, in breve, l’incendio.

La SLOI fu chiusa dopo pochi giorni, con voto unanime e terrorizzato del Consiglio Comunale della città, con revoca della concessione produttiva e quella volta a nulla valsero le proteste di Padron Randaccio, nè ci furono proteste sindacali. Naturalmente ne seguirono varie vertenze presso i tribunali, con pari danni per il Comune e per il Randaccio  “Quell’episodio ha costituito un vero e proprio vaccino per la cittadinanza di Trento – dice Salvati- “. Cioè?“-chiedo. “Beh la gente ha ormai imparato che ci sono cose che non possono essere monetizzate.”

Cosa pensa di Taranto?”. Salvati annuisce: “E’ una situazione che è il risultato di processi simili: una storia di lavoratori stretti fra il ricatto della salute e del posto di lavoro, controlli superficiali, movimenti spontanei di cittadini, grande coinvolgimento delle massime autorità civili e religiose solo a favore dell’occupazione ed infine azione della magistratura a difesa della Legge. Il tutto in un coacervo di posizioni frutto di scarsa maturità culturale, scarso rispetto dei ruoli e scarsa conoscenza dell’esperienze vissute da altre città che non porterà a risultati immediati.”

Se ho capito bene Salvati intende che il rischio superato di misura è un potente agente di crescita culturale, o almeno così è stato a Trento.

sloi

E cosa è successo dopo? “Beh i lavori di smantellamento sono stati condotti in fretta e furia, certamente oggi non sarebbe più possibile smontare in quel modo apparecchiature cosi’ complesse e pericolose; ma sono rimasti i “ricordi”, inquinamento da piombo tetraetile del terreno, “ricordi” che secondo me è meglio lasciare dove sono, in mancanza di metodi già sperimentati  di risanamento, e principalmente sicuri per la città che ormai circonda il sito”

Salvati allude alla situazione attuale: una ampia zona di terreno che era la proprietà SLOI, rivenduta poi a vari proprietari, che forse speravano nella possibilità di una veloce e rapida opera di risanamento, è invece ancora lì; c’è uno strato di circa 15 metri di terreno in cui l’inquinamento da piombo tetraetile è enorme, e non esiste, non è stata trovata ancora nessuna procedura “sicura” per risolvere il problema della bonifica.

Alcune idee, come la delimitazione del sito con palancole profonde e trattamento con prodotti ossidanti sono state proposte come efficaci – dice Salvati- ma sono azioni durante la cui applicazione il rischio per la città e per la diffusione dei prodotti trasformati in falda, crescerebbe e questo non può essere accettato. Meglio lasciare dove sono i prodotti inquinanti, oggi perfettamente fermi nel sito, monitorarli accuratamente finchè non si trovano metodi di bonifica sicuri per la città.”

Metodi chimici o biologici certi al momento non ce ne sono sebbene se ne siano proposti molti; e guardi- mi dice– ho fiducia nella chimica, mi ha spesso salvato la vita, a me e ai miei compagni, se non la conoscessi non sarei qui oggi, nè potrei essere orgoglioso di ricordare di non aver mai perso un compagno; ma un metodo certo di estrazione del piombo tetraetile dal terreno non c’è ancora“. In effetti l’ingegner Salvati ha ragione; in Italia ci sono altri tre siti a rischio simile ma solo uno, quello di Fidenza è stato portato in sicurezza, ma lì il problema dell’inquinamento era concentrato in grandi vasche e non, invece, come a Trento, nel terreno libero immerso in falda acquifera.

Ingegnere mi sarei aspettato un monumento per un azione come questa“- dico.

Salvati mi risponde con un sorriso: “Guardi– mi dice– questa città mi ha voluto bene, ho fatto una bella carriera e infine sono stato eletto in consiglio comunale. Il migliore monumento per me sarebbe la soluzione di quello che considero il principale problema della  nostra città: il rischio alluvione. Una alluvione, come quella sofferta dalla città nel 1966, non può essere ancora scongiurata senza costruire una vasca di espansione che possa laminare le piene dell’Avisio, che è il principale affluente dell’Adige, a monte di Trento; ci vuole una vasca naturale di almeno 30/40 milioni di metri cubi lungo l’Avisio per mettere Trento in sicurezza; devo assicurarmi che la si faccia: quello sarebbe il miglior monumento per chi si è battuto per la sicurezza della nostra città.”

Auguro a Salvati di riuscire nel suo intento; nel frattempo il buco nero SLOI, una superficie di oltre 10 ettari attualmente impraticabile per chiunque eccetto per i disperati immigrati che vi cercano rifugio di notte, ci guarda dalla periferia Nord di Trento, a pochi chilometri dalle montagne dichiarate dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

*NdA: Non sono riuscito ad appurare il titolo di studio di Randaccio che viene spesso chiamato ingegnere, ma risulta essere stato assistente di Chimica.

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Per approfondire:

– Marino Ruzzenenti, La storia controversa del piombo tetraetile

Industria e ambiente, Annali della Fondazione Micheletti, n. 9, Brescia 2008

– Annali dell’Istituto Superiore di Sanita Volume 34, n. 1, 1998 anche in

“Il caso italiano: industria, chimica e ambiente” Fondazione Micheletti – Jaca Book, Milano 2012

http://www.inventati.org/laleggera/Sloi-cuore-nero-di-Trento

Esiste anche un film “SLOI la fabbrica degli invisibili” regia di Katia Bernardi e Luca Bergamaschi 2009 UCT Uomo Città Territorio info@krmovie.it, un documento molto bello che consiglio di guardare.

Il grafico che segue è tratto da un lavoro* che analizza l’inquinamento di Pb nei sedimenti lacustri in Svezia; in modo simile ad altri dati pubblicati mostra come l’inquinamento da Pb sia cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 3000 anni e in particolare nell’ultimo secolo, con una marcata riduzione, che trova ampia conferma in letteratura, solo dopo l’interruzione nell’uso del piombo tetraetile nelle benzine, insieme alla maggiore attenzione generale all’inquinamento da piombo.

*Science of The Total Environment 292, (1–2) 20 – 2002, 45–54

piombostoria

Tonio, le Api e la Chimica.

Moderna favola incompiuta con morale di Emily Dickinson a cura di Claudio Della Volpe

     tonioelachimicaC’era una volta…..Negli ultimi anni si è verificata una moria di api a livello internazionale che è stata chiamata: CCD ossia Colony Collapse Disorder; si tratta di una tragedia per il mondo dell’apistica e di converso per tutti noi dato il ruolo che le api giocano nell’ambiente e nell’agricoltura. E fra l’altro il problema si pone anche per gli altri insetti impollinatori.

Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), delle 100 specie di colture che forniscono il 90 % di prodotti alimentari in tutto il mondo, 71 sono impollinate dalle api[1].

Le ragioni di questa moria, che ha un meccanismo complesso, con la scomparsa di interi alveari senza poter trovare una causa chiara e apparente, sono probabilmente multifattoriali, ma certamente vi giocano un ruolo significativo i pesticidi che si usano in agricoltura per il controllo degli insetti nocivi e fra gli altri i moderni neonicotinoidi. Alcuni governi, fra cui il nostro, hanno interrotto l’uso di alcune formulazioni di pesticidi già da qualche tempo. Ho provato a raccontare la storia su La Chimica e l’industria[2], e l’ultima volta ho anche ricevuto una dura rampogna da Agrofarma[3]. Ma stavolta posso dire: ve l’avevo detto!

Il 31 gennaio Tonio Borg, commissario europeo alla salute ha proposto alla commissione europea un bando biennale[4] per l’uso dei tre principali neonicotinoidi: clothianidin, imidacloprid and thiamethoxam: e lo ha fatto sulla base di un documento dell’EFSA, l’European Food Safety Autority, l’equivalente della FDA americana, pubblicato il 16 gennaio[5].

clothianidin imidacloprid thiamethoxam

              clothianidin                        imidacloprid                               thiamethoxam

Cosa dice il documento EFSA? Traduco le conclusioni che si riferiscono ai tre prodotti:

“Esposizione da pollini e nettare. Si considerano accettabili solo usi su colture che non attraggono le api.

Esposizione da polvere. Un rischio alle api da miele è stato indicato o non può venire escluso, con alcune eccezioni, come l’uso su barbabietola da zucchero e piante in serra, e per l’uso di alcuni granuli.

Esposizione da guttazione. L’unico rischio che può essere asseverato è per il mais trattato con il thiamethoxam. In questo caso, gli studi sul campo mostrano un effetto acuto sulle api da miele esposte a questa sostanza attraverso i fluidi di guttazione.”

(NdA la guttazione è l’uscita d’acqua liquida dagli idatodi delle piante)

Sulla base di tre corposi rapporti [7]di circa 60 pagine l’uno e sulla base della richiesta firmata da oltre 80 deputati europei[8] il commissario Tonio Borg, nazionalista maltese, democristiano, contrario all’aborto, ministro dell’interno responsabile di una politica anti-immigrazione che ha destato la reazione vivace della UE che l’ha condannata, che è stato nominato commissario europeo alla salute dopo le dimissioni del precedente commissario maltese con una combattuta votazione, ha proposto la sospensione per due anni dei tre prodotti (anche se con una serie di limitazioni: parte dal 1/7/2013, quindi non vale per la prossima campagna del mais, non vale per i cereali invernali, etc.).

tonioLapalissianamente Borg non è un ambientalista radicale (o come dicono taluni importanti esponenti dell’industria italiana “terrorista ambientale”), non è un comunista sfegatato, non è contrario alle grandi multinazionali.

 Altrettanto lapalissianamente le grandi multinazionali produttrici dei tre pesticidi (Bayer, Basf, Syngenta) sono contrarie alle sue proposte definite “draconiane”; scrive la Bayer sul suo sito[9]:

Bayer CropScience is disappointed with the European Commission’s draconian proposal to suspend all uses of neonicotinoids products in crops attractive to bees for two years. The company believes that the Commission’s overly conservative interpretation of the precautionary principle is a missed opportunity to achieve a fair and proportional solution.

Bayer CropScience shares the concerns surrounding bee health and has been investing heavily in research to minimize the impact of crop protection products on bees and in extensive stewardship measures supporting the responsible and proper use of its products. The company continues to believe in the responsible use of neonicotinoid-containing products which have been used for many years and are vital to European farmers.
Bayer CropScience asks the Member States to adhere to the principles of proportionality when addressing the Commission’s proposal and refer back to solid science before taking any measures. Any disproportionate action would jeopardize the competitiveness of European agriculture and finally lead to higher costs for food, feed, fiber and renewable raw materials and have an enormous economic impact throughout the whole food chain.”

L’invito a rifarsi a “solida scienza” è direi quasi offensivo, come se l’EFSA avesse analizzato dati fasulli; l’EFSA in realtà è stata molto attenta e prudente, ma non ha potuto fare a meno di concludere che certi usi finora autorizzati dei neonicotinoidi come sopra riassunto sono certamente rischiosi, questo è quello che la scienza “solida” puo’ dire. In altri casi l’EFSA non si è pronunciata proprio perchè si basa su studi solidi ed indipendenti. Comunque Bayer non è in grado di rispondere nel merito, questo è evidente.

Scrive Agrofarma in un recente comunicato (16 gennaio 2013)[10]:

 In seguito alla pubblicazione del report EFSA sui rischi teorici per le api derivanti dall’utilizzo di agrofarmaci a base di neonicotinoidi, Agrofarma – Associazione nazionale imprese agrofarmaci che fa parte di Federchimica  – intende precisare quanto segue. Secondo le evidenze emerse dal report, l’uso sicuro dei neonicotinoidi non incide sul declino della popolazione di api. Il corretto utilizzo di questa importante classe di agrofarmaci, infatti, non viene messo in discussione a reali e idonee condizioni di impiego. Teniamo a sottolineare che nella redazione del Report, EFSA ha inoltre riconosciuto un elevato livello di incertezza dato che il processo di valutazione dei rischi per le api è ancora in via di sviluppo; l’Agenzia, del resto, non ha richiesto nessun divieto. Secondo quanto emerso dallo studio COMPASS condotto dall’Humboldt Forum for Food and Agriculture, nel quale si evidenziano i benefici economici, occupazionali e di resa derivati dal corretto utilizzo dei neonicotinoidi, se in agricoltura non fossero più realizzabili i trattamenti in oggetto vi sarebbero, oltre che danni economici per più di 4 miliardi di euro, anche gravi conseguenze sull’occupazione nelle zone rurali dell’UE. Comportando un miglioramento delle rese, l’utilizzo mirato della sostanza garantisce anche una maggiore produzione di materie prime per l’industria alimentare rispondendo al crescente fabbisogno della popolazione. In Italia, ad esempio, come dimostrato da un recente studio Nomisma, la produzione di mais ha subìto un decremento del 19% negli ultimi 5 anni, a fronte di una domanda invece rimasta stabile. Tra le cause di questa perdita vi è l’aggravarsi delle infestazioni di parassiti, tra i quali la diabrotica, oltre ad alcune avversità endemiche come gli elateridi ed i virus, che i coltivatori di mais non possono più contenere efficacemente dopo il divieto temporaneo di utilizzare sementi conciate con neonicotinoidi. La perdita di raccolto si è acuita a partire dal 2009, anno in cui è stato sospeso con decreto l’utilizzo di questi prodotti. La comunità scientifica internazionale conferma che la causa della moria delle api sia un fenomeno estremamente complesso la cui origine è di tipo multifattoriale. Diversi dati rilevati da studi indipendenti hanno infatti dimostrato che la tecnica di concia delle sementi, quando propriamente utilizzata, non nuoce alle api. L’industria degli agrofarmaci ritiene, quindi, che qualsiasi decisione sull’uso degli agrofarmaci debba continuare ad essere basata su solide evidenze scientifiche, tenendo anche in considerazione i vantaggi per gli agricoltori, l’ambiente e la società. Agrofarma continuerà a rendersi disponibile ed aperta al dialogo su questi temi, con le autorità responsabili, con gli apicoltori e con tutti coloro i quali siano interessati a trovare soluzioni efficaci che tutelino gli attori del settore agricolo.

 

Ho riportato il comunicato integralmente perchè possiate meglio apprezzare tutte le sfumature della comunicazione e adesso ve ne commento alcuni punti:

1) Agrofarma parla di rischi “teorici”, quindi rifiuta i risultati sul campo di molti lavori scientifici? ma quali alternative indipendenti propone?

2) Agrofarma dice che “Secondo le evidenze emerse dal report, l’uso sicuro dei neonicotinoidi non incide sul declino della popolazione di api. Il corretto utilizzo di questa importante classe di agrofarmaci, infatti, non viene messo in discussione a reali e idonee condizioni di impiego” e ripete: “la tecnica di concia delle sementi, quando propriamente utilizzata, non nuoce alle api“.

A me sembra che le conclusioni EFSA dicano una cosa diversa; le conclusioni dettagliate per ogni prodotto contengono una serie di tabelle con i vari usi “autorizzati” che si ritiene siano corretti, ovviamente, e per ciascuno di essi si indica se è a rischio o no; non è questione di “correttezza” dell’uso, qualunque uso “autorizzato” del tipo indicato nelle tabelle è “a rischio” e quindi non va bene. Non tutti lo sono, alcuni, come si dice anche nelle conclusioni non lo sono (barbabietola), altri lo sono sempre. Questo è il motivo per cui la UE ha proposto la sospensione biennale.

3) Agrofarma cita altri studi, evidentemente “solide evidenze scientifiche”, ma non ne esplicita nessuno di tipo chimico o biologico, ma solo studi di tipo economico, insomma come la Bayer cerca di fare leva sugli interessi economici degli interessati, vabbè aspetteremo le solide evidenze chimiche e biologiche. Nel frattempo mi sono andato a guardare questi studi economici “solidi”. Anche per questi studi vale il principio che sono da preferire studi indipendenti; gli studi indipendenti sono quelli cui fa riferimento EFSA. Vediamo quelli cui fa riferimento Agrofarma.

a) chi è l’Humboldt Forum for Food and Agriculture? Dal loro sito[11] si traggono due informazioni:

HFFA is an international non-profit think tank and represents a multidisciplinary expert international community, drawn from government, academia, industry and civil society and develops sustainable strategies to meet challenges of global food and agriculture

vabbè e chi li finanzia?

HFFA acknowledges the support of its activities by:

  • BASF SE
  • Bayer CropScience
  • E.ON
  • KWS Seed
  • Nestlé

non commento oltre: questo NON è uno studio indipendente.

b) lo studio Nomisma, riportato in grassetto e considerato evidentemente molto importante; lo studio Nomisma pubblicato nel 2011 è stato fatto su commissione Agrofarma (“Lo studio è stato realizzato da Nomisma per BASF, Bayer CS e Syngenta.“)[12], potrei fermarmi qui, dopo tutto anche questo NON è uno studio indipendente, anche se solo di tipo economico, ma dato che Nomisma ha una grande fama in Italia sono andato a leggerlo; cosa dice? E qua sono rimasto di sasso; si tratta di uno studio econometrico che confronta gli effetti della applicazione dei pesticidi alla produzione del mais e di altre tecnologie, (come la interruzione della monocultura) concludendo che questa scelta sarebbe ferale; ma prima di questo studio econometrico, i cui dettagli non mi azzardo ad analizzare, Nomisma riporta alcuni dati generali che sono alla base dello studio stesso; ora i dati economici dell’agricoltura sono riportati in pompa magna sul sito ISTAT[13] e sono a disposizione del grande pubblico, sono verificabili; bene i dati di partenza di Nomisma sono coincidenti con quelli ISTAT? NO.

Scrive Nomisma, riferendosi al mais: Dal 2005 in poi la coltura è andata incontro ad un ridimensionamento, che si è ulteriormente accentuato nell’ultimo biennio, ed ha portato ad una calo produttivo 2010/2005 del 19%.

Nella tabellina seguente ci sono i dati per la produzione di mais e di mais ceroso (silomais) negli anni 2005 e 2010 in Italia dal sito ISTAT.

mais (granella), Mton mais ceroso (silomais) Mton
2005 10.4 non disponibile
2010 9.79 (-5.9%) 14.09

Ci vedete una riduzione del 19%? Io no, fra l’altro il dato per il mais ceroso non è disponibile all’ISTAT (ma forse è stato elaborato dagli estensori del report Nomisma); allora mi sono cercato i dati per 2006, 2010 e 2011 per il mais ceroso:

2006 14.2
2010 14.09
2011 15.63

Voi ci vedete riduzioni del 19%? Io no.

L’unica riduzione comparabile si trova per la granella di mais ma è meglio guardarsi il trend complessivo per comprendere bene la situazione:

maisgranella

E si vede che le riduzioni forti ci sono state nel 2003, 2009 e prevedibilmente in quest’anno ( idati sono provvisori) ma PER LA SICCITA’: sono stati tre anni molto siccitosi, basta guardarsi i comunicati del CNR sulla siccità primaverile ed estiva[14]: la diabrotica non c’entra nulla o c’entra ben poco. Subito dopo la produzione è ripresa e la tendenza lenta alla riduzione è un comportamento che ha certamente molte cause, è polifattoriale (come la CCD).

Rimango stravolto dal pessimo (a mio modestissimo parere, attendo smentite dagli interessati o dagli autori degli studi) livello della comunicazione usato dalle grandi aziende chimiche: sono uno scienziato e la base del mio giudizio è la riproducibilità dei dati e la loro asseverabilità. Abbiamo bisogno delle indicazioni quasi subliminali di Bayer o delle “solide evidenze” Agrofarma? Giudicate voi.

Come andrà a finire? Non lo sappiamo ancora; vorrei invitare i responsabili europei e quelli delle grandi multinazionali chimiche, specie in Italia, a riflettere sulla semplice verità enunciata dalla grande poetessa americana Emily Dickinson, certamente non esperta di chimica, ma ricca di buon senso e di amore per la Natura, che scriveva molti anni fa:

   

  • To make a prairie it takes a clover and one bee,
  • One clover, and a bee,
  • And revery.
  • The revery alone will do,
  • If bees are few.

 

dickinson    

  • Per fare un prato ci vuole il trifoglio e un’ape,
  • Un solo trifoglio, e un’ape,
  • E fantasia.
  • E solo la fantasia opererà,
  • se di api carenza ci sarà.

 

 

 Nota: la traduzione della poesia è dell’autore.

Riferimenti.

[1] http://www.fao.org/ag/magazine/0512sp1.htm

[2] C&I n. 7-8-9 del 2010 e 1-2011 – gli articoli più vecchi di due anni sono liberi e scaricabili da http://www.soc.chim.it/chimind/catalogo

[3] C&I 4-2012

[4]http://ec.europa.eu/food/animal/liveanimals/bees/docs/honeybee_health_pesticides_statement_en.pdf

[5] http://www.efsa.europa.eu/en/press/news/130116.htm e i 3 documenti ivi citati

[6] http://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/beehealth.htm

[7] scaricabili dal sito EFSA vedi rif. 5

[8]http://www.greens-efa.eu/fileadmin/dam/Documents/Letters/Open%20letter%20to%20Commissioner%20Borg%20on%20Bees%20and%20neonicotinoids%202012.01.30.pdf

[9]http://www.cropscience.bayer.com/en/Media/Press-Releases/2013/Bayer-CropScience-strongly-disagrees-with-proposal-by-EU-Commission.aspx

[10]http://www.federchimica.it/daleggere/ComunicatiStampa.aspx comunicato del 16 gennaio 2103

[11]http://www.hffa.info/index.php/about-us/mission-statement.html

http://www.hffa.info/index.php/about-us/supporterspartners.html

[12]http://www.ambienteterritorio.coldiretti.it/tematiche/Ogm/Documents/Concia%20Mais%20Sintesi%2010.06.2011.pdf

[13]http://agri.istat.it

[14] si veda per esempio: http://www.daringtodo.com/lang/it/2009/06/04/cnr-maggio-2009-da-record-per-siccita-e-caldo/

Chi gli ha dato il nome? Abbe.

a cura di Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

220px-Ernst_AbbeUno dei più semplici, rapidi e portatili apparecchi di analisi dei caratteri di molti prodotti commerciali, liquidi, in soluzione, ma anche solidi sottili, è basato sulla misura dell’indice di rifrazione ed è stato messo a punto dal fisico tedesco Ernst Abbe (1840-1905); nato da famiglia modesta, il padre era operaio in una filanda, poté studiare nelle Università di Jena e Gottingen, guadagnando qualche soldo con lezioni private. Laureato nel 1861, lavorò nell’Associazione di fisica di Francoforte, una istituzione creata da privati per incoraggiare la ricerca scientifica (che avrebbe fatta grande la Germania nei decenni successivi). Nel 1863 divenne lettore a Jena e nel 1970 fu promosso professore, sempre nell’Università di Jena, e diresse anche l’osservatorio astronomico di Jena. Nel 1874 progettò, costruì e descrisse in una pubblicazione il primo strumento per la misura dell’indice di rifrazione.

(immagine da http://en.wikipedia.org/wiki/Ernst_Abbe)

Abbe_refractometerQuello che ancora oggi si chiama il “rifrattometro di Abbe” consiste in due prismi1 che possono essere avvicinati ad una distanza di circa 0,15 mm e che possono essere fatti ruotare. Fra i due prismi viene posta la soluzione da analizzare che è attraversata da un raggio di luce. Un cannocchiale osserva un campo ottico, con una linea di fede a croce; nel campo viene proiettata la luce che attraversa il primo prisma, il campione e il secondo prisma, e che appare come un campo parzialmente illuminato. Ruotando i prismi si fa coincidere la riga di separazione fra i due campi col centro della linea di fede. L’angolo di rotazione dei prismi viene letta su una scala graduata che indica direttamente l’indice di rifrazione della sostanza analizzata.2

(Immagine da http://it.wikipedia.org/wiki/Rifrattometro_di_Abbe)

L’invenzione attrasse l’attenzione della società Carl Zeiss che fabbricava microscopi e di cui Abbe divenne dapprima consulente e poi socio; come imprenditore impose per i dipendenti la settimana lavorativa di otto ore, ricordando le 14 ore di lavoro a cui era stato sottoposto il padre. Durante i lavori di perfezionamento del rifrattometro Abbe risolse altri importanti problemi, come la misura della variazione dell’indice di rifrazione di molti corpi col variare della lunghezza d’onda della luce che attraversa i campioni.

Zeiss1.07s

Con i rifrattometri di Abbe si concludeva un lungo cammino intellettuale cominciato, come al solito, con i greci: il grande astronomo e geografo Tolomeo (100-170 d.C.) aveva scoperto come varia il cammino della luce nel cielo e lo attribuì correttamente al passaggio attraverso masse atmosferiche di diversa densità. Le osservazioni di Tolomeo furono approfondite da un poco noto Ibn Sahl, vissuto nel X secolo, e perfezionate dal grande Ibn al-Haytham (965-1038), conosciuto in Europa come Alhazen, autore di un trattato di ottica in dieci libri tradotto in latino dal monaco polacco Vitellione (circa 1230-1275) a Viterbo dove era stato inviato alla corte papale.

(immagine da http://users.humboldt.edu/rpaselk/MuseumProject/Instruments/AbbeRefract-Zeiss/AbbeRefrZ07.htm)

Spiegando l’affascinante fenomeno dell’arcobaleno e il modo in cui la luce solare attraversa una sfera di vetro trasparente concentrandosi in un punto, Alhazen misurò gli angoli di incidenza e di rifrazione che si osservano quando la luce passa da un mezzo (l’aria) ad un altro (il vetro). Il grande sapiente francese Cartesio (1596-1650) e il matematico olandese Willebrord Snell (1560-1626) formularono, contemporaneamente e indipendentemente, la “legge” della rifrazione nella forma che ormai si impara a scuola. Per ogni coppia di corpi il rapporto fra la funzione trigonometrica seno dell’angolo di incidenza e la funzione seno dell’angolo di rifrazione è costante e prende il nome di indice di rifrazione; dipende dalla natura dei corpi, dalla lunghezza d’onda della luce e dalla temperatura.

Quando Abbe affrontò il problema di costruire uno strumento per misurare tale indice di rifrazione (siamo nella seconda metà dell’Ottocento, in piena rivoluzione industriale) molte attività industriali e commerciali avevano bisogno di conoscere la concentrazione degli zuccheri nei sughi zuccherini, nel vino, nella birra, nei succhi di frutta, la concentrazione del sale nelle salamoie, eccetera. Tale concentrazione era valutata attraverso la misura della massa volumica, secondo tabelle messe a punto nel 1843 da Carl Balling (1805-1868), negli anni 1850-1870 da Adolf Brix (1798-1860) e da altri. Occorrevano dei densimetri tarati e delle quantità abbastanza grandi di campioni. Col “rifrattometro di Abbe” lo stesso risultato poteva essere ottenuto con una goccia di campione, in maniera immediata, perché anche l’indice di rifrazione era proporzionale alla concentrazione di zuccheri e sali nelle relative soluzioni. Inoltre con il rifrattometro era possibile svelare la natura di molti oli e grassi e le frodi della loro miscelazione.

Per la misura dell’indice di rifrazione del burro e dei grassi solidi fu costruito, con lo stesso principio, il “burrorifrattometro di Zeiss”; i grassi sono tenuti allo stato fuso, liquido, facendo circolare acqua calda, per esempio a 40°C in una camicia che circonda i due prismi del rifrattometro. Nel burrorifrattometro la linea di separazione fra la parte illuminata e quella oscura, all’uscita della luce dai prismi, viene proiettata su una scala divisa da 0 a 100 che fornisce direttamente un “indice” caratteristico per ogni olio e grasso. Col passare del tempo sono stati costruiti rifrattometri portatili con i quali è possibile misurare immediatamente, espresse in “gradi Brix”, le concentrazioni zuccherine o saline anche nei succhi di frutta o addirittura nella polpa dei frutti freschi, nel miele, nella carne in scatola, eccetera. I primi rifrattometri portatili sono stati costruiti in Inghilterra, negli anni trenta, da Leonard Bellingham e Frank Stanley. Chi usa i raffinati rifrattometri moderni, alcuni con strumentazione elettronica, forse non sa neanche chi era Abbe e fa male perché, se non ci fosse stato lui, sarebbe ancora a misurare le concentrazioni zuccherine col densimetro di Balling o col mostimetro di Babo.

1 prismi costituiti di vetro Flint, ossia di un vetro ad alto indice di rifrazione, legato alla sua composizione, ricca di ossido di piombo

2 la misura è limitata superiormente dall’indice di rifrazione del vetro usato che di solito è compresa fra 1.75 e 1.89

Una curiosità: Abbe sposò Else Snell, la figlia di uno dei suoi professori di matematica, Karl Snell, che aveva lo stesso cognome di Willebrord Snell, uno dei ri-scopritori della legge che porta il suo nome.

Per approfondire:

http://users.humboldt.edu/rpaselk/MuseumProject/Essays/EvolAbbeRef/EvolAbbeRef.htm

http://www.refractometer.pl/Abbe-refractometer

http://en.wikipedia.org/wiki/Ernst_Abbe

Recensione.”La Chimica fa bene” con l’Introduzione al libro.

a cura di Anna Raspolli

Recensione a: Gianni Fochi, “La chimica fa bene”, Giunti, Firenze-Milano, ottobre 2012, 186 pagg., 14 €

copj170.aspConosciamo da tempo Gianni Fochi come divulgatore capace di tradurre in termini semplici anche i concetti chimici più ostici. I suoi due libri longanesiani (“Il segreto della chimica”, ora terza edizione TEA, e “Fischi per fiaschi nell’italiano scientifico”) ne sono esempi che s’aggiungono ai suoi interventi giornalistici e televisivi.
La sua nuova opera pubblicata dalla Giunti contiene ancora molte pagine divulgative, che spiegano fatti comuni, con però dietro dei perché tutt’altro che banali: capelli che all’aria umida perdono la piega (ah, il legame a idrogeno!), le immagini che si formano negli schermi a cristalli liquidi, la tecnologia delle bibite gassate, gli occhiali che si scuriscono reversibilmente al sole, l’effetto antighiaccio del sale sulle strade. Oppure: che cos’è il fuoco? Perché l’acqua lo spegne, mentre la benzina brucia? Se si vuole invertire il senso naturale dell’osmosi per dissalare  l’acqua di mare, bisogna andar contro il secondo principio della termodinamica? Come funziona la carta copiativa che apparentemente non ha inchiostro? Come s’ottiene il ferro dai minerali? Perché riciclare l’alluminio conviene? Ed altro ancora. Ma stavolta Fochi ha inserito idee sue personali sulle ragioni della brutta immagine popolare della chimica. Idee  che potranno suscitare controversie appassionanti, perché non si contrappongono solo all’ambientalismo irrazionale, ma anche agli atteggiamenti di certi settori della chimica stessa. Non sempre, secondo Fochi, l’orientamento alla scelta universitaria è fatto dai chimici in modo opportuno; alcuni poi assolutizzano la green chemistry come se il resto della chimica fosse da bocciare senza appello. L’industria dal canto suo — sostiene l’autore — sbaglia gravemente quando evita il confronto sui problemi sanitari e ambientali del passato, rischiando di vanificare gli sforzi in atto per ottenere la fiducia dei cittadini. Sotto quest’aspetto la chimica italiana, secondo Fochi, poteva sfruttare meglio la grande occasione offerta nel 2011 dall’anno internazionale.

Il volume è scritto senza pedanterie ed è di veloce e piacevolissima lettura, e si presta ad essere proposto anche ad una platea vastissima di non addetti ai lavori, primi tra tutti gli studenti delle scuole superiori,  che con passione e curiosità si avvicinano alla scienza ed alle problematiche ambientali.  Nelle pagine di Fochi questa passione e curiosità traspaiono sempre,  insieme all’orgoglio di essere  un chimico.

Nota del blogmaster: La Casa editrice Giunti ci ha concesso di pubblicare qui l’introduzione del libro.

Introduzione
Come amarla difendendosi dai chimici

M’accingo a scrivere queste pagine mentre è ancora fresco il ricordo delle molte iniziative avviate in Italia nel 2011, proclamato dalle Nazioni Unite anno internazionale della chimica. L’idea è stata lanciata dall’Unione Internazionale per la Chimica Pura e Applicata (IUPAC) e dall’UNESCO. Se la prima di queste due organizzazioni è conosciuta dagli addetti ai lavori, la seconda è arcinota in tutto il mondo e s’occupa della cultura in genere, non solo di quella scientifica. Il suo simbolo, dove le sei lettere della sigla sono disposte come colonne d’un tempio greco, fanno pensare subito a ciò che in senso umanistico si ritiene un patrimonio meritevole d’esser conservato: dagli scavi archeologici di Pompei al folklore. Ed ecco ora anche il bisogno di presentare solennemente la chimica come tesoro per l’umanità: strumento potentissimo per la conoscenza della natura, inerte o viva che essa sia, e per il benessere materiale.
L’11 febbraio 2011 l’inaugurazione italiana ha visto riuniti personaggi di grande spicco presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Come ricordato in quel convegno da Vincenzo Barone, presidente della Società Chimica Italiana, occorre lanciare un messaggio forte e chiaro all’opinione pubblica e ai politici in particolare: la chimica deve essere difesa contro i pregiudizi che ne deturpano l’immagine, alimentati dall’ignoranza e talvolta anche dalla malafede. Purtroppo infatti la gente — ha aggiunto Giorgio Squinzi, l’attuale presidente della Confindustria, che allora era presidente della Federchimica — è emotiva e quindi influenzabile dal terrorismo ambientale.
Di sicuro le correnti estreme e irrazionali della galassia ambientalista, cui spesso e volentieri i media fanno colpevolmente da cassa di risonanza, hanno un ruolo assai pesante nella pessima reputazione che affligge la chimica. Però un giudice, che si trovasse incaricato del processo ai responsabili di questa situazione e la studiasse a fondo in tutti i suoi risvolti, finirebbe per estendere l’indagine e accusare di concorso ben altre categorie.
Secondo me, nell’anno internazionale della chimica, s’è persa un po’ l’occasione d’intessere col pubblico un dialogo davvero fruttuoso. Si sarebbero dovuti coinvolgere ampiamente i cittadini nel far luce e chiarezza su un passato da discutere con spirito scientifico e storico, in un confronto aperto, finalmente sollecitato dalla chimica stessa. Mi conforta in questa mia convinzione ciò che ha scritto proprio nel 2011 su «La Chimica e l’Industria», organo della Società Chimica Italiana, una personalità chimica di lungo corso, Giorgio Nebbia, già professore all’Università di Bari. Egli ha ricordato che «la storia degli anni recenti è piena di episodi di danni alla salute e all’ambiente, provocati da industrie e sostanze chimiche non perché tali sostanze siano chimiche, ma perché sono stati imprudenti e incapaci i produttori, i trasportatori, gli utilizzatori».
Un libretto per i ragazzini, Tutto è chimica, dei francesi Christophe Joussot-Dubien e Catherine Rabbe, esalta la chimica, ma, come proprio all’inizio del 2011 segnalava Luigi Dell’Aglio recensendolo sul quotidiano «Avvenire», non ne nasconde le colpe. Inoltre, nell’invogliare la gioventù a dedicarsi a questa scienza, i due scrittori francesi avvertono: «Diventare chimico a volte è duro, bisogna studiare tanto, ma poi ci si trova a svolgere un lavoro interessantissimo». Guai a promettere il paese dei balocchi, a far balenare spettacolarità e lustrini come se iscriversi a un corso di laurea chimico fosse uguale ad andare in un salone di videogiochi.
«Intendiamoci: se tutto è spettacolo, è giusto enfatizzare questi aspetti» scrive, ancora su «La Chimica e l’Industria», Sergio Carrà del Politecnico di Milano. Si riferisce alla tendenza «a porre l’accento, in modo anche pittoresco, sulle meraviglie di un mondo microscopico». Nel titolo dell’articolo insinua però fin dall’inizio qualche dubbio sull’insieme delle iniziative in corso. Secondo lui occorre valutare l’efficacia di manifestazioni volte a far giovani proseliti: «Personalmente dubito che l’approccio menzionato sia il più efficace. […] È opportuno ridimensionare un messaggio che pone l’accento sugli aspetti estetici ed edonistici, dando più spazio a quegli aspetti duri che stanno alla base di molte realizzazioni tecnologiche».
Questo libro nasce proprio per affrontare problemi del genere, e non ha dunque soltanto un nocciolo divulgativo. Affiora qua e là, motivo conduttore a volte discreto e a volte invece prorompente come l’accompagnamento musicale d’un film, un mio certo modo di vedere le cose, formatosi mano a mano in quasi quarant’anni: quelli in cui, dopo la laurea, mi sono trovato parte di vari ambienti chimici, senza mai venire integrato del tutto da nessuno di essi.
Ringrazio chi avrà la voglia e la pazienza di leggere sino all’ultima pagina, e affido alla sua benevolenza il giudizio sulle spiegazioni scientifiche e sulle mie idee personali che le accompagnano e le intercalano. Ringrazio infine la casa editrice Giunti, che m’ha dato quest’occasione.

                                                                                               Gianni Fochi

Oltre 150 anni di Parlamento. E i chimici?

a cura di Gianfranco Scorrano, già Presidente della SCI

La nota di Giorgio Nebbia illustra brillantemente la partecipazione dei chimici alla vita politica del Paese. Vorrei aggiungere qualcosa e cercare di rispondere alla domanda: erano i chimici in Parlamento anche attivi nelle nostre organizzazioni scientifiche?

L’archivio storico del Senato e della Camera riporta notizie su tutti i senatori e deputati del periodo prima della Seconda guerra mondiale e qualche informazione, più difficile da trovare, per il periodo del dopoguerra.

 Fino alla fine della seconda guerra mondiale in Italia non si votava per il Senato, che era invece di nomina del Sovrano, controfirmata dal Capo del Governo, e a vita. La scelta dei senatori era fatta, senza limite di numero, nell’ambito di 21 categorie elencate nello Statuto tra le quali due in particolare interessano gli scienziati: i membri della Regia Accademia delle Scienze di Torino, e coloro che avessero illustrata la Patria con “servizi e meriti eminenti”. Grazie all’applicazione di quest’ultima norma vennero a far parte del Senato del Regno  personaggi della cultura come Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci, Benedetto Croce, Guglielmo Marconi e Giovanni Gentile.

E i chimici? Quanti sono stati? Erano attivi anche nelle nostre associazioni? Vi presento un breve riassunto rimandandovi per le notizie biografiche al sito http://www.chimica.unipd.it/gianfranco.scorrano/pubblica/la_chimica_italiana.pdf e per la sequenza delle istituzioni chimiche al sito http://www.chimica.unipd.it/gianfranco.scorrano/pubblica/Storia_SCI_Vol_1.pdf

Riassumo quest’ultima parte: A Milano e Roma furono fondate, rispettivamente nel 1895 e 1903, le due Società Chimica di Milano e di Roma, che, nel 1909 si associarono nella Società Chimica Italiana, federazione delle Sezioni di Roma e di Milano, seguite da Napoli. Nel 1919 questa federazione si sciolse con la nascita a Milano della Società di Chimica Industriale ed a Roma della Associazione di Chimica Generale ed Applicata. Nel 1929 queste due associazioni  si fusero nella Associazione di Chimica che poi nel 1947 ridette vita alla Società Chimica Italiana.

Dal 1871 al 1948 furono nominati  Senatori o Deputati 9 professori di chimica: Stanislao Cannizzaro, Emanuele Paternò, Giacomo Ciamician, Raffaello Nasini, Angelo Menozzi, Felice De Carli (deputato), Mario Betti, Giuseppe Bruni. Dalle Notizie Biografiche pubblicate nel sito sopra indicato si ricava che: Cannizzaro è stato Presidente della Società Chimica di Roma (1903); Paternò Presidente della Società Chimica Italiana sezione di Roma (1909,1913,1917); Ciamician Presidente della Associazione di Chimica Generale ed Applicata (1919-1920); Nasini Presidente della Associazione di Chimica Generale ed Applicata (1923-1924); Menozzi Presidente della Società Chimica sezione di Milano (1913) e vice-Presidente della Associazione di Chimica Generale ed Applicata (1919); De Carli consultore della sezione emiliana della Associazione Italiana di Chimica (1938-1939); Betti vice-Presidente della Associazione Italiana di Chimica (1938-1949); Bruni Presidente della Società di Chimica Industriale (1921-1922)

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In sommario, in 77 anni sono stati nominati 9 professori tutti attivi nelle nostre associazioni, oltre che in università, e certamente meritevoli di attenzione come scienziati anche ora.

Accanto a questi sono stati nominati senatori o deputati rappresentanti dell’industria chimica : sen. Piero Ginori Conti, per esempio delle industrie boracifere di Larderello, presidente della Associazione di Chimica Generale ed Applicata (1921-1922 e 1925-1926 e della Associazione Italiana di Chimica nel 1938-39; on. Cesare Serono, dell’Istituto Medico Farmacologico omonimo, Presidente dell’Associazione Italiana di Chimica dal 1939 al 1949; on. Giovanni Morselli, delle industrie Carlo Erba e Caffaro, Presidente della Associazione Italiana di Chimica dal 1929 al 1932; sen. Leopoldo Parodi Delfino delle industrie Bomprini Parodi Delfino, Vice-presidente della Associazione di Chimica Generale e Applicata (1923, 1927) e poi della Associazione Italiana di Chimica (1938-1949); sen. Guido Donegani, della Montecatini, che era stato nel Consiglio Centrale della Società di Chimica Industriale nel 1921-1922. Altro industriale nominato senatore è Ugo Ciancarelli della Società italiana industriale zucchero ed alcole.

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In totale 6 importanti industriali, che aggiunti ai 9 universitari ci porta a  15 persone   esperte di chimica nell’arco di 77 anni pari a  circa un chimico ogni 5 anni.

Dal 1948 al 2012 sono passati 64 anni: se si fosse mantenuto lo stesso ritmo  avremmo dovuto trovare 12-13 chimici in parlamento. E’ vero? No.

Dal 1948 abbiamo come senatore Michele Giua, Professore all’Università Torino, uno dei pochi rifiutatosi di aderire al Partito fascista e perciò cancellato da Assistente ordinario, condannato dal Tribunale speciale a 15 anni di carcere, poi eletto senatore dal 1948 al 1958 e che nella Società Chimica Italiana ha rappresentato come Presidente la Sezione Piemonte nel 1960-63.

Poi troviamo dal 1976 al 1992, come deputati, Gianni De Michelis, Enzo Tiezzi e Giorgio Nebbia prima (1983-1987) deputato e poi (1987-1992) senatore, tutti e tre senza cariche ufficiali nella SCI, anche se attivi in campo chimico istituzionale e, ai tempi attuali, Luigi Nicolais, deputato dal 2008 al 2012, ora Presidente del CNR, già Presidente della Sezione Campania della Luigi NicolaisSocietà Chimica Italiana nel 1991.

De_Michelis

mariocingolani2Infine Mario Cingolani, deputato prima della seconda guerra mondiale e poi dell’Assemblea Costituente e poi Senatore dal 1948, è stato nel 1955-1959 Presidente della Società Chimica Italiana.

In totale abbiamo 6 chimici in parlamento (per lunghi periodi, altri, come Croatto furono senatori solo per pochi mesi) a fronte dei 12-13 che avremmo dovuto trovare mantenendo le percentuali di anteguerra. Una perdita di rappresentanza che credo sia molto grave.croatto

Due conclusioni: fino agli anni 50 del passato secolo, la comunità che si riconosce nelle associazioni scientifiche con il nome chimica, si è abbastanza distinta nell’apertura sia al naturale pubblico dei professori universitari, ma anche al pubblico industriale, che, d’altra parte, si è fatto coinvolgere nelle stesse associazioni di cui sopra; secondo, mentre nell’anteguerra c’era una seppur moderata attenzione del potere politico verso gli operatori del settore chimico, questa attenzione è andata calando.

                                                                                                     Gianfranco Scorrano

Nota del blogmaster: le immagini sono tratte dal sito del Parlamento Italiano o da Wikipedia  a meno di quelle di De Carli (unibo archivio storico http://www.archiviostorico.unibo.it), Cesare Serono  (fondazione ceare serono  http://www.fondazioneserono.org/5?serono_testo=39) e di Parodi Delfino dal sito della Talete Edizioni (http://www.taletedizioni.it). L’immagine di Gino Nicolais è tratta dal sito http://blog.imm.cnr.it/content/saluto-ai-dipendenti-del-presidente-nicolais. Le immagini degli altri colleghi si possono trovare nel post precedente di analogo argomento redatto da Giorgio Nebbia, ma ce ne sono anche alcune che non siamo riusciti a rintracciare.