Moda sostenibile.

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Luigi Campanella, ex Presidente SCI

L’aggettivo sostenibile è usato ed abusato, talvolta anche a sproposito. Ogni campo dell’attività umana si compiace di essere definito sostenibile: dal turismo alla produzione, dalla pratica alla sicurezza, dall’economia alla medicina.

Oggi vi voglio proporre un settore a cui forse pochi pensano per abbinare ad esso l’aggettivo in questione ed al quale l’aggettivo sostenibile si adatta perfettamente: parlo della Moda sostenibile.

Si tratta in pratica di definire le linee guida sui requisiti eco-tossicologici per gli articoli di abbigliamento, pelletteria, calzature ed accessori Tali linee si devono intendere applicate al prodotto finito ed ai materiali componenti e rivolti a quanti contribuiscono alla sua ideazione, realizzazione, distribuzione commercializzazione. Il fine è l’introduzione ed evoluzione di pratiche virtuose e sostenibili attraverso una corretta gestione dell’utilizzo delle sostanze chimiche nella filiera produttiva per garantire sugli articoli prodotti standard di sicurezza a beneficio dei consumatori

I riferimenti non possono che essere i principali regolamenti e leggi internazionali,a partire in questo periodo dal REACH, ma non solo: si pensi al CPSIA americano, ed agli standard cinesi e giapponesi ed i principali standard tecnici internazionali

Nell’ambito di utilizzo delle sostanze chimiche potenzialmente pericolose bisogna distinguere fra quelle che risultano ristrette sull’articolo e quelle che invece compaiono nel processo produttivo. Peraltro l’utilizzo delle sostanze nelle filiere produttive,chimiche e manifatturiere,può essere molto diverso in relazione alla quantità,alle miscele che si producono,alla tossicità,ai cicli lavorativi, alle macchine utilizzate.

Le sostanze chimiche in una filiera tessile possono svolgere fino ad 80 funzioni (es. ammorbidente, antimacchia, antipiega, batteriostatico, candeggiante ,detergente ,fissatore , disperdente, enzima proteasi, impermeabilizzante, ritardante, lubrificante, schiumogeno, uv assorbente …).

I coloranti, nello specifico, sono divisi in classi ed ognuna è ricca di composti finalizzati per l’uso in base al tipo di tessuto da trattare.

I composti chimici di base utilizzati nella filiera tessile sono di natura diversa:acidi (acetico, formico, solforico, cloridrico, ossalico), basici (ammoniaca, sodio idrossido, calcio idrossido), estratti vegetali (castagno, mimosa…..), depilanti (sodio solfidrato, sodio solfuro), concianti minerali (solfato basico di cromo, sali di Al, Zr, Ti, Fe), concianti organici (glutaraldeide, oxazolidina, sali di fosfonio)

Gli approcci adottati sono 2.

Proattivo: considera i limiti di presenza di residui di sostanze negli articoli

Avanzato : considera richieste di settore avanzate come obiettivi da raggiungere

Per ogni tipo di composto sono fissati dei limiti di presenza nel tessuto o prodotto finale e nell’impianto produttivo e dei metodi ufficiali ed accreditati di analisi.

Nota del postmaster: si vedano anche articoli prtecedenti sul medesimo tema:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/02/15/chimicamente-alla-moda-2/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/10/la-chimica-e-sempre-piu-di-moda-negli-istituti-tecnici-2-parte/

 

La chimica è sempre più di moda, negli istituti tecnici (2 parte)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Sergio Palazzi

(la prima parte di questo post è leggibile qui)

2 parte;……. con qualche suggerimento per l’uso.

2014-047_02rpaginaDopo aver più o meno inquadrato l’indirizzo “Sistema Moda”, vorrei proporre qualche indicazione operativa sui corsi di chimica tessile e della nobilitazione. Partiamo dai contenuti, basandoci sulle tabelle riportate nelle già citate linee guida[1].

Per prima cosa si nota, come dicevamo, la notevole brevità dell’elenco di “conoscenze” e “abilità” rispetto alle indicazioni globali di obiettivi e competenze: è il docente di questa classe in questa scuola in questo “territorio” a decidere come gestire i dettagli della faccenda. E vorrei aggiungere: addirittura in questa stagione (usando il termine nel senso che ha nella moda). Perché il grosso della faccenda è immutato da decenni, o addirittura da secoli: ma sono i dettagli, la capacità di analisi e sintesi tra vecchio e nuovo, che fanno la differenza per un tecnico competente che si sta inserendo nel mondo del lavoro (o che lo farà pienamente tra pochi anni dopo l’ulteriore percorso universitario), e dovrà poi lavorare ben oltre la metà di questo secolo.

Per contro, si nota una apparente sproporzione tra le cose da fare al secondo biennio e quelle del quinto anno (a leggerle così, chi ha un po’ di pratica potrebbe dire che gli spazi andrebbero invertiti). Ma su questo torniamo dopo.

Il nucleo del secondo biennio, e non solo, sono le fibre tessili. Vita, morte e miracoli. Proprietà e possibilità di impiego, inclusi i temi di ambiente e sicurezza (che pure sembrano poco collegati al resto, ma vedremo che non è così).

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Con una certa dose di chimica organica per spiegarne la natura e correlarla alle proprietà. Attenzione: non il contrario. Perché un ipotetico insegnante con una convenzionale formazione accademica potrebbe pensare ad un bel corso di “elementi di chimica organica con richiami alle fibre tessili”. Ma se già era velleitario approfondire certi argomenti e in certe forme con i vecchi chimici tintori, qui è assurdo e controproducente voler fare il riassunto del riassunto del riassunto di un corso di chimica organica tradizionale. E ovviamente, sarebbe bello che in tre anni non venisse mai pronunciata la parola orbitale!

Quanto alla reattività chimica, a parte le ovvie reazioni di Brønsted, le linee guida sembrano suggerire poco più che alcune cognizioni di base per capire i meccanismi di polimerizzazione, con qualche richiamo alle reazioni di aggraffaggio in catena laterale: davvero miserelle, rispetto alla canonica chimica organica di base come tutti noi la intendiamo. E – rabbia, rabbia – non resta quasi spazio per gli amati esercizi di nomenclatura! Nella norma sono invece implicite, ma presenti, le indicazioni riguardo ai meccanismi di degrado, molto più utili per chi le fibre se le trova in mano e le deve lavorare.

Cruciale, come viene detto abbastanza chiaramente, capire che dell’organica interessano molto di più la stereochimica e le relazioni supramolecolari. Le fibre sono sostanze formate da lunghe catene di atomi di carbonio, associate tra loro in modi che vanno dal più banale “spaghetti model” all’estremamente complesso; con gruppi funzionali che contengono atomi di pochi altri elementi, inseriti nella cartella principale oppure no.

Queste strutture hanno proprie geometrie, topologie, distribuzioni di carica, ed è proprio da queste che derivano le proprietà delle fibre stesse.

Ne consegue che è dalle proprietà macroscopiche e tecniche che conviene partire per arrivare all’interpretazione data dalla chimica organica, e non viceversa; guardando ai legami intramolecolari ma assai di più a quelli intermolecolari, apolari, dipolari ed a idrogeno, perché è su questo che il tecnologo delle trasformazioni tessili va poi a influire.

Il che, credo, funziona meglio per un insegnante che ha studiato un po’ di scienza dei materiali. E torno a insistere su quella impostazione, che non solo a me pare datata, che spesso hanno i corsi elementari di chimica organica dell’università ma anche dei tre anni dell’indirizzo chimico. Novecentesca, assiomatica, slegata dalla pratica. Ripensando alle candele di Faraday, la chimica organica per il non professionista dovrebbe essere qualcosa di diverso dall’ipotizzare come costruire le molecole attraverso elaborati cicli di reazioni, come serve al tipico sintetista di chimica fine e farmacologica…

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Non a caso, sopra, ho usato un lessico affine a quello dei parametri di solubilità di Hansen noti a chi si occupa di solventi, vernici ed adesivi.

Con tutti i limiti chimico-fisici di quel modello, in modo qualitativo esso permette di capire – per dirla un po’ alla buona – come mai le fibre strettamente connesse ad idrogeno siano di solito più idrofile, non fondano ma piuttosto pirolizzino, e il contrario capiti per quelle in cui predominano le forze dipolari, fino a quelle tenute insieme solo da forze dispersive. Il che si ripercuote sulla struttura chimica delle classi tintoriali dei coloranti, sugli agenti di finissaggio, su come regolare le variabili fisiche e chimiche, cinetiche e termodinamiche dei cicli di lavorazione eccetera. E porta naturaliter a capire il ruolo onnipresente dei tensioattivi.

Sfuma pure la separazione tra “le fibre” e “i coloranti e gli ausiliari”; entra automaticamente in gioco l’attenzione alle materie prime: pensiamo alle annose e disastrose discussioni, più o meno ideologiche e chemofobiche, su ciò che è “naturale” e ciò che non lo è. Proprio in questo settore era nata quella distinzione tra artificiale e sintetico che, per quanto oggi sostanzialmente superata parlando di tecnofibre, metteva in luce la differenza solo di metodo tra la chimica di trasformazione delle biomolecole e, viceversa, quella di sintesi. Temi quantomai all’ordine del giorno, se pensiamo a tutto ciò che oggi riguarda l’argomento delle risorse rinnovabili o fossili, della “sostenibilità” e così via. Il mondo della moda, cui i nostri ragazzi dovranno riferirsi, ne trasuda a ogni angolo, ed è proprio qui che entra in gioco la nostra responsabilità di formatori.

Per me, come per molti colleghi della mia generazione che hanno esperienze di ciò che sta là fuori, i temi dell’ambiente, della sicurezza delle persone intese sia come produttori sia come utilizzatori, sono parti fondamentali del vivere. E proprio per questo trovo oltraggioso che i riferimenti a questi temi rientrino nel settore tessile in modo superficiale, come schematiche o mistificatorie mitologie – oggi si direbbe narrazioni.

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Non voglio dilungarmi tanto, mi limito a due rapide immagini.

Quanti sono, anche tra gli studenti, quelli ai quali se dico “poliestere” non scatta un riflesso pavloviano “è sintetico, viene dal petrolio quindi non buono”? Difficile spiegargli che il PLA è un poliestere sintetico ma che viene da materiali biotecnologici, o quanta sia la ricerca sui poliesteri di origine biologica… ma, ancora di più, sarà difficile spiegargli i grandissimi vantaggi cradle-to cradle della filiera del PET, e perché magari scegliere tra il riutilizzo del polimero o la depolimerizzazione / ripolimerizzazione.

L’altra immagine: la mitologia “naturistica” delle cosiddette fibre di bambù, trattandosi di tecnofibre cellulosiche che usano il bambù come biomassa (evidente il richiamo alle origini di Torviscosa), smontata come frode dalla FTC[2] ma con meno forza a livello europeo. Se va bene, vengono dal processo lyocell, ma più verosimilmente da quello viscosa, una maledizione ecotossicologica se fatto in modo “selvaggio”. E da qui, a sua volta: se uno dei maggiori produttori riesce a farlo con profitto nelle ovattate foreste austriache, ci mostra che una migliorata tecnologia chimica porta a un miglioramento generale del mondo…

Dopo questa lunga tirata, diventa chiaro perché ormai non credo abbia senso una impostazione didattica sequenziale lungo l’antico schema merceologico naturali (animali, vegetali, minerali) – artificiali (proteiche, cellulosiche) – sintetiche.

Non perché sia sbagliato: va saputo, per capire la storia e per saper interagire con gli altri settori della filiera tessile. Ma caspita, siamo nel XXI secolo. E nel primo biennio l’insegnante di biologia ti ha spiegato che i regni del vivente oggi non sono solo due ma almeno cinque: sapessi quanta roba c’è in giro, nel tessile, che viene da funghi, protisti e monere!

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Un’impostazione didattica può partire dalla struttura molecolare e supramolecolare, semplicissima, delle sintetiche da olefine, per poi passare a quelle da policondensazione e ai PUR. Giungendo poi alle cellulosiche – inquadrando e superando la distinzione tra naturali e artificiali – e infine alla complessità delle proteiche, tenendo conto delle enormi differenze tra lane e seta… ovvero, partendo dal fondo ed arrivando all’inizio, rispetto alla vecchia impostazione “cronologica”.

E, sopratutto, dando un peso bilanciato ai vari argomenti. Il mercato mondiale delle fibre di oggi non è quello di dieci anni fa e cambierà ancora prima che i nostri ragazzi ne siano protagonisti. Il solo PET, senza parlare degli altri poliesteri sintetici, in tempi prevedibili raggiungerà i due terzi del mercato complessivo delle fibre; il cotone, intruso tra le tecnofibre, mantiene il secondo posto solo perché, piaccia o no a qualcuno, le tecniche OGM permettono di renderlo una coltivazione più pulita e sicura. Le cellulosiche artificiali potranno esplodere, cosa impensabile vent’anni fa, se si abbineranno biomasse più ecocompatibili con le tecniche di produzione di quarta o quinta generazione, oggi solo sperimentali.

Se escludiamo la lana di pecora (e il gruppo juta-kenaf-cocco, usato quasi solo per scopi tecnici) tutte le altre fibre naturali hanno un volume di produzione insignificante[3]. Compresa la seta che dà il nome alla mia scuola; compresa la canapa cui è affezionata la metà ferrarese dei miei cromosomi, e molti studenti per ragioni extratessili. Certo, sono essenziali per la moda, per le produzioni artigianali, per il lusso che è la fortuna del Made in Italy, per chi le coltiva spesso valorizzando regioni marginali. E se facciamo un grafico non in tonnellate ma in euro, tra materie prime e valore aggiunto le proporzioni cambiano. Vanno conosciute: ma ha senso dedicare ad esse uno spazio largamente preponderante anche delle lezioni di chimica, quando poi molti dei nostri diplomati lavoreranno nei settori in vertiginosa crescita del tessile tecnico, dei materiali da riciclo, dei non tessuti, dei compositi ad alte prestazioni?

Fin qui ho parlato, apparentemente, solo del secondo biennio, pur essendo partito dal fatto che l’anno conclusivo pare molto più intenso. Dipende dal fatto che da tempo ho optato per una modalità didattica ricorsiva, in cui si parte dal fondo, si torna all’inizio, si riprendono e si approfondiscono i vari argomenti man mano che la formazione dello studente cresce in collegamento con le altre discipline[4]. Una delle chiavi (non voglio dire “la” chiave, anche se forse lo penso) è proprio quella di una didattica estremamente legata all’esperienza, per cui le preziose ore di laboratorio servono fin dai primi giorni della terza per prove di tintura e di finissaggio, con le quali pian piano mostrare come le fibre, diverse tra loro, interagiscano con i coloranti, con gli ausiliari, con l’acqua, con il calore. Imparando anche a dare un senso quantitativo alle cose, cominciando dalla composizione di un bagno o dall’analisi di una mista, se no poi – ad esempio – mancheranno pure gli strumenti per capire i capitolati di fornitura dei marchi “eco” tecnicamente fondati, per distinguerli da quelli mistificatori usati da un marketing spesso in malafede.

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Così che, arrivati in quinta, si tratti di riordinare metodicamente queste conoscenze per finalizzarle alla comprensione dei cicli produttivi (tintura, stampa, finissaggio, manutenzione…). Svolgendo sì quanto elencato tra le “conoscenze”, ma sapendo che quasi tutti gli argomenti – da almeno due anni – sono già stati sfiorati, ripresi, confrontati con quanto visto nelle altre materie e nelle essenziali esperienze di alternanza. Cioè interiorizzati. E comunque, lo ripeto, stiamo formando dei modaioli molto interdisciplinari, non dei surrogati di piccoli tintori specialistici.

Una chiave di tutto sono i materiali di studio. Libri di testo, ce ne sono sempre stati pochissimi per gli indirizzi di chimica tintoria (nell’ultimo quarto di secolo l’unico bello ed autorevole era stato quello di Franco Corbani), e praticamente nessuno più light ma adeguato per l’indirizzo tessile. Questo cronico disinteresse per il nostro settore dell’editoria generale, e sopratutto di quella scolastica, è realmente clamoroso, e non sto qui a ripetere le analisi che ne avevo fatto in altre sedi[5].

Dico solo che non mi dispiace affatto, perché i vantaggi superano di molto gli svantaggi, e anzi consiglio agli studenti di stare lontani da certi prodotti editoriali, rimaneggiati stancamente da vecchie opere. Al limite, guardino gli originali in biblioteca!

Da sempre, la maggior parte delle conoscenze è trasmessa tramite dispense: magari approssimative, ma adattabili ed aggiornabili in tempi sostanzialmente brevi, anticipando quindi la logica che oggi la rete imporrebbe a qualsiasi sussidio scolastico. Meglio ancora se redatte insieme agli studenti, che imparano a superare il cut and paste.

Ci sono stati alcuni progetti più organici, sostenuti da aziende o associazione di categoria, per produrne collane spesso complete, da tenere a portata di mano come riferimenti, ma prive di un’autentica regia didattica; più adatte per l’approfondimento monografico e per tecnici già formati. Poco proponibili per una scuola così diversa da quella che conoscevamo noi.

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http://revistapegn.globo.com/Revista/Common/0,,EMI246408-17192,00-A+VEZ+DA+MODA+ONLINE.html

Ma poi ci sono le millanta risorse di rete. Che rimpiazzano all’infinito quei pochi materiali originali che una volta circolavano quasi clandestinamente. Pubblicazioni accademiche, atti di convegni, cataloghi dei produttori. Filmati, blog[6], magari software. Da mettere a confronto per sviluppare il senso critico. E soprattutto, in inglese (o altre lingue). Questo fa anche superare il dilemma del CLIL, che dallo scorso anno è apparso a tutte le quinte come una nube minacciosa. L’uso veicolare della lingua per acquisire contenuti era già normale per i molti tra noi che, anziché i libri di testo, hanno sempre preferito assegnare materiali originali in inglese – diciamo, non le letturine ad usum delphini degli eserciziari linguistici! – oggi si tratta semplicemente di strutturarlo in modo più formale, organizzando le esperienze, senza sconvolgimenti.

Ho lasciato per ultimo l’argomento che forse preferisco, la scienza del colore. Come si è detto in altre occasioni, il tema cruciale per qualsiasi settore del “Made in Italy”, che potrebbe agire da filo conduttore per una intera programmazione chimica di base, e al tempo stesso il più trascurato nei nostri programmi scolastici e universitari[7]. Un tema che a prima vista potrebbe sembrare estraneo alla formazione di un chimico così come esce dalla nostra università (purtroppo!) ma che qui rientra immediatamente come sviluppo dei tradizionali corsi a indirizzo tintoriale, sia per la relazione struttura-colore, sia per la misurazione e della formulazione del colore stesso. Si presta anche per convincere le classi all’uso degli strumenti informatici per analizzare i dati, che è tra le competenze di base dell’indirizzo ma forse non tra quelle più gradite… anche in questo caso per fortuna ci si può basare su ampie risorse di rete in inglese[8]. E i nostri modaioli saranno poi i soli studenti della nostra scuola a poter vantare, e rivendere, queste competenze.

[1]   G.U. 30.3.12, s.o.60, p. 231-232

[2]   https://www.ftc.gov/news-events/press-releases/2009/08/ftc-charges-companies-bamboo-zling-consumers-false-product-claims

[3]   http://naturalfibres2009.org/en/index.html

[4]   S. Palazzi, La spirale delle competenze. Esperienze di didattica chimica ricorsiva negli Istituti Tecnici. XXV Congresso nazionale SCI, Cosenza 2014

[5]   S. Palazzi, Anilina in dispensa. La didattica della chimica in Italia, tra l’età di Perkin e quella dell’ink-jet, attraverso l’esame di testi e di alto materiale documentario. XI Convegno GNSFC, Torino 2005

[6]   http://www.setificio.gov.it/blogs/esercizi-risolti-di-chimica-applicata-tessile/

[7]   Ad es., S. Palazzi, Origine e metrica del colore – spunti didattici, X congresso nazionale DD-SCI, Verbania 1996; S. Palazzi: The colours of chemistry: There’s a new scent in the air, or old perchance?, ICCE-ECRICE 2012, Roma 2012. CnS XXXIV – 3

[8]   Ad es., http://www.cis.rit.edu/research/mcsl2/online/cie.php

La chimica è sempre più di moda, negli istituti tecnici. (1 parte)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Sergio Palazzi*

2014-047_02rpaginaIl titolo non è uno scherzo e nemmeno l’effetto dell’eccessiva calura.

Sappiamo benissimo che la chimica è stata fortemente ridotta in tutta la scuola superiore. Sappiamo pure che nei licei (cioè ad almeno il 50% degli studenti italiani) solo occasionalmente la chimica viene insegnata da docenti che ne abbiano una approfondita formazione specifica, perché la percentuale di chimici nella famosa graduatoria A060 è residuale rispetto ai laureati in altre discipline (i quali, per contro, hanno dedicato ad apprendere la chimica solo una parte poco più che residuale del loro curriculum).

Su quest’ultimo aspetto, del resto, la discussione è pluridecennale, ed è appena il caso di considerare come la proposta di “bidisciplinarietà” – almeno nella versione attuale, che è stata frutto di attente rielaborazioni nel direttivo della Divisione Didattica SCI – avrebbe offerto al legislatore un importante strumento per uscire dal ginepraio di una normativa perlomeno anacronistica. Chissà se se ne terrà conto nell’attuale fase.

Eppure, per quanto suoni strano, l’indirizzo “Sistema Moda” è uno dei pochissimi in Italia in cui si studi seriamente chimica applicata. Anzi, in questo senso è secondo solo all’articolazione “Chimica e materiali”.

È importante notare che nella cosiddetta riforma Gelmini, che è appena giunta a compimento del suo primo ciclo quinquennale, esiste l’indirizzo “Chimica, materiali e biotecnologie”, che avrebbe dovuto raggruppare le tante esperienze e sperimentazioni italiane.

Ma nel passare dalla progettazione originaria a ciò che poi è diventato legge, la ragione sociale delle due articolazioni ambientale e sanitaria ha perso la “chimica” mantenendo solo le “biotecnologie”. Togliendo quindi all’ambito chimico proprio le discipline che li caratterizzano in senso applicativo; è vero che quelle due articolazioni dedicano all’analitica ed all’organica una importante quota del monte ore, ma gli approfondimenti tecnologici – il core business – sono stati spostati su ambiti disciplinari decisamente diversi. Come del resto risulta chiaro nella declaratoria delle tre articolazioni di CM/B[1] dove l’articolazione chimica prevede tutto e ancora di più su ciò che ha a che fare con la chimica, teorica e pratica, mentre i due indirizzi biotecnologici (coerentemente) non mettono in evidenza nessuna specifica competenza di carattere chimico.

Non voglio adesso entrare nell’altro tema, cruciale per gli indirizzi di “Chimica e materiali”, cioè il fatto che essi devono tener conto delle tradizioni locali e delle esigenze del famoso territorio, orientando in tal senso sopratutto gli insegnamenti di “Tecnologie chimiche”. Per questi ultimi, le linee guida sembrano piuttosto chiare, nel presentare struttura e scopi ben diversi da come era in precedenza, quando vi erano almeno due insegnamenti applicativi tra loro complementari. Ma il fatto che in più di una realtà locale li si veda ancora confusi con i vecchi corsi di “impianti chimici”, e che la stessa prova scritta di questa prima maturità vada abbastanza in quel senso (oltretutto senza lasciare spazio alle esperienze territoriali), suscita più di una perplessità.

Di tutto questo, ovvero di alcuni timori sull’efficacia dell’indirizzo “Chimica e materiali” in assenza di un più forte e vincolante richiamo alle specificità locali, s’era già parlato e se ne continuerà a parlare in altre sedi.

Vorrei invece tornare all’argomento del titolo, guardandolo in positivo come un serio, concreto e quasi sorprendente passo avanti.

Gli indirizzi “Sistema moda” raccolgono principalmente l’eredità dei diversi indirizzi ad orientamento tessitura e maglieria (e, parallelamente, calzaturiero).

Nei diversi istituti di riferimento, per seguire i due aspetti complementari della produzione tessile, si affiancavano di solito ai corsi per perito chimico tintore (oggi riassorbiti nell’unico indirizzo generalista di cui sopra). Originariamente, erano corsi derivati dall’indirizzo meccanico, trattandosi di conoscere il funzionamento e l’impiego di macchine per tessere di vario genere. È vero che anche per i tessitori la chimica aveva un ruolo propedeutico abbastanza importante: per sapere cosa sono i materiali che si lavorano su un telaio, o quali saranno le trasformazioni che si subiranno prima di raggiungere il consumatore, sono sempre stati necessari elementi di base di chimica tessile e di chimica della nobilitazione. Ma, diciamolo, non è che fossero in cima ai pensieri degli studenti. Più o meno simmetricamente a come, per noi chimici tintori, non era poi fondamentale essere dei maghi dei filati e degli intrecci.

Gli anni e le successive ondate riformatrici avevano già portato alcune innovazioni, non sempre azzeccate. Poi si è arrivati alla versione attuale.

Che non è uscita dalla testa di Giove, ma almeno in questo caso è stata frutto del lavoro attento di esperti che hanno cercato di individuare una figura nuova, adeguata ai tempi. Il nucleo di base resta quello di ambito tessile, ma rafforzando alcune competenze oggi assolutamente indispensabili per affacciarsi non solo sui mercati del tessile/moda, ma anche su quello vastissimo del cosiddetto tessile tecnico, ovvero dei materiali a prestazioni specifiche elevate, meno legati alla logica delle passerelle.

Ed è qui che, a fianco del marketing e della storia del costume, con la bellezza di tre ore settimanali entra in gioco anche la chimica, facendo sì che i nostri modaioli possano essere, almeno nelle intenzioni, i diplomati con una visione più ad ampio spettro di tutta la scuola italiana.

Avendo ripreso ad insegnare su questo indirizzo già alcuni anni prima, le nuove tendenze non mi hanno sorpreso, perché (come diversi altri colleghi) trovavo naturale adeguare i vecchi programmi a quelle esigenze di rinnovamento che poi sono uscite delle linee guida.

La chimica va intesa come materia fondamentale e fondante di questo indirizzo, proprio perché oggi, e sempre più domani, sia le esigenze tecnologiche sia quelle legate al mercato impongono ai nuovi tecnici di avere queste competenze. A maggior ragione se poi decideranno di integrare e sviluppare la propria formazione con corsi universitari e di perfezionamento, il che accade sempre più spesso.

Dal punto di vista del consumatore / utente / cliente, credo che il tessile sia secondo solo al settore alimentare, per quanto riguarda l’associazione al prodotto (o alla sua immagine percepita) di valori o disvalori legati agli aspetti “chimici”. D’altro canto, non serve essere storici dell’industria per capire quanto i coloranti, le fibre, i detergenti abbiano rivoluzionato la qualità della vita a livello globale. Una strada costellata anche di gravi errori e di autentiche tragedie, ma solo una maggiore consapevolezza chimica può consentire un duraturo ed efficace cambio di rotta. A maggior ragione se poi consideriamo i vari impieghi dei materiali fibrosi e compositi (e delle tecnologie correlate) dall’edilizia all’elettronica alla medicina, è chiaro come stiano trasformando ancora una volta il nostro modo di interagire con ciò che ci circonda, ed anche qui è difficile sovrastimare il ruolo della chimica.

Ora che i primi modaioli si sono diplomati, penso tocchi a noi riflettere su alcuni aspetti che possono essere cruciali per far rendere al meglio questa opportunità, e su cui vorrei entrare nel dettaglio in un ulteriore intervento.

Per esempio: la scelta autonoma e continuamente aggiornata dei materiali di studio, visto che (fortunatamente, ed in linea con la modernità di questi corsi) non esistono dei libri di testo “omologati”.

Poi, il peso relativo da dare agli argomenti proposti dalle linee guida, che saggiamente hanno ridotto al minimo il solito “elenco della spesa” per concentrarsi sull’aspetto delle competenze, anche modulandoli secondo le specificità locali.

Tra questi una parte importante va data alla scienza del colore, dato che paradossalmente – nel paese del Made in Italy – essa entra nei programmi scolastici solo di quest’unico indirizzo.

Parallelamente, si deve trovare il modo di dare a dei non-chimici una presentazione concreta della chimica dei coloranti, delle fibre, delle materie prime, dell’acqua… In funzione delle prestazioni del prodotto ma altresì per comprendere le sacrosante esigenze di sostenibilità a tutela di lavoratori, ambiente e consumatori, senza però cadere in certi claim che coniugano integralismi ed interessi poco chiari.

Il che è più facile se si esce da una impostazione novecentesca. Di conseguenza, vanno visti gli aspetti metodologici.

Per esempio, pensare ad una didattica ricorsiva e non sequenziale, che sembra fatta apposta per studenti la cui formazione cresce in parallelo a quella proveniente da ambiti disciplinari estremamente diversi. Il che include l’opportunità di far discendere (finalmente) la teoria da una concreta esperienza sperimentale, interdisciplinare, meglio se legata alle attività di alternanza.

Tra gli altri, non trascurerei quello del CLIL: non dimentichiamoci che tra i diversi ambiti disciplinari in cui individuare la materia da svolgere in lingua straniera, la chimica applicata pare la più adatta per questo indirizzo: nelle altre materie legate alla moda è proprio l’italiano una delle lingue di riferimento, pare strano rinunciarvi!

Sperando di aver stimolato le riflessioni estive di qualche collega, sia insegnante sia del mondo produttivo, ci sentiamo presto con la seconda parte.

*Sergio Palazzi, chimico, insegnante, fotografo ed alcune altre cose. Questo, dal 2006, è il suo sito: http://www.kemia.it/index.htm

[1]          G.U. 30.3.12, s.o.60, p. 205

Altri riferimenti:

http://www.orientachimica.unimi.it/Iniziative/seminarioranucci2012.pdf